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Il disegno sinistro


Qualcuno ha notato che i cittadini non si misurano quasi più su questioni di condominio, quartiere o comune - che li interessano in prima persona e che possono toccare con mano - e si confrontano invece quasi esclusivamente su crisi lontane, come Israele-Palestina, Russia-Ucraina, USA-Iran - su cui hanno informazioni di terza mano (quando va bene) e possibilità di intervento efficaci come le mosse di una partita di Risiko giocata a Natale?
Se stavate per rispondere che lo fanno per altruismo lasciate perdere, con me non attacca. Il carico egotico e il livello di certezza (per non parlare della cialtroneria) che molti convogliano nelle proprie arringhe non lascia spazio ad interpretazioni benevole del loro atteggiamento.
Ho un sospetto. Lasciate che faccia un po' il complottista. Non vi viene in mente che possa esserci un tacito disegno, strumentale alla politica e implementato con l'ausilio dei media, per tenerci lontani dalle problematiche che ci interessano direttamente e su cui avremmo sia la facoltà di intervento che il diritto di avanzare richieste, dirottando la nostra attenzione e le nostre energie su argomenti che non sono alla nostra portata e su cui non abbiamo possibilità di manovra?
Il motto sembra essere questo: "Occupatevi pure di crisi lontane, che mentre siete distratti vi fottiamo per bene a casa vostra." Sarebbe un piano diabolico, tuttavia molto, molto efficace.
Ma non preoccupatevi, ovviamente sto vaneggiando e la mia è un'idea improponibile. Continuate pure come avete sempre fatto. Di sicuro riuscirete a fermare le guerre negli altri continenti, mentre a casa i nostri governanti si occuperanno al meglio e spassionatamente delle vostre esigenze. Fate benissimo
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Tra psicologia profana e filosofia pratica


Quando abbiamo avuto un diverbio con qualcuno, di solito tendiamo a liquidare la faccenda sentenziando: "Ma è tutta colpa sua, dai, è evidente!" Senza tenere conto del fatto che, ovviamente, è anche ciò che pensa il nostro interlocutore di noi.
Il problema è che prima o poi il nostro subconscio, dopo aver ruminato la questione dietro le quinte, esce allo scoperto e ci dice: "Sì, però anch'io, in effetti, potevo dare un'altra risposta, o evitare di dire quella cosa, oppure cercare un punto d'incontro." Questa rivelazione arriva all'improvviso, tempo dopo i fatti, quando non ci pensavamo esplicitamente da un pezzo. E ci colpisce in maniera frastornante.
Sono arrivato alla conclusione che sia meglio fare proprio il contrario di ciò che il nostro istinto ci suggerisce. Nel momento stesso in cui abbiamo liquidato tra noi e noi la questione, incolpando l'altro incondizionatamente, è meglio aggiungere: "Sì, okay, le sue colpe sono chiare, non serve ribadirle, ora però cerca anche qualche falla nel TUO comportamento." E in men che non si dica trovi subito due o tre circostanze che non hai gestito al meglio.
A quel punto è possibile cercare una riconciliazione. O per lo meno evitare di beccarsi il montante del subconscio poche settimane più tardi.

In prestito dall'arte astratta



Questi sono due quadri di arte astratta molto famosi. Non sono un esperto d'arte e non mi metterò certo a parlare della materia. Trovo però che l'arte sia un ottimo strumento per comunicare visivamente delle idee che sarebbero altrimenti contro intuitive, anche idee che non hanno nulla a che fare con i lavori in sé.
Utilizzerò il quadro di Kandinsky - "Composition VII" (il primo) - per rappresentare la realtà. Il quadro di Rothko - "No. 4, two dominants" (il secondo) - può invece essere preso in considerazione per simbolizzare una semplificazione polarizzata della stessa realtà.
Ora provate a immaginare di voler comprendere la complessità inerente alla prima rappresentazione utilizzando la seconda come modello di studio. Ridicolo, no?
Ancora peggio è pensare di voler non solo capire, ma addirittura manipolare la realtà complessa utilizzando il modello polarizzato.
Per quanto assurdo possa sembrare, questo è ciò che molti di noi fanno ogni giorno, in qual si voglia ambito.
Io credo che questo sia uno degli aspetti più tragici dei nostri tempi.

Cortocircuito anacronistico


C'è una domanda che mi assilla da molto tempo. Perché in Italia, a così tanti anni dai fatti salienti, ci sono ancora tante persone che si identificano nello scontro tra fascisti e anti-fascisti? Perché l'anacronismo dei temi del dibattito non ha relegato ai libri di storia anche i dibattenti?
Una risposta potrebbe essere formulata tracciando un parallelo con la genetica.
Quando il trauma collettivo causato da una spaccatura sociale è troppo lesivo, quando i fatti hanno ecceduto il limite della capacità di gestione umana, il meccanismo cicatrizzante che solitamente si occupa di farci voltare pagina e far fermentare la cronaca perché si trasformi in storia fallisce. Semplicemente non entra in funzione. La ferita non si rimargina, il trauma rimane, la spaccatura sociale stessa non viene riparata e i lembi della carne lacerata restano divaricati.
Bene, questo è il risultato, ma come funziona il flusso? Così come il patrimonio genetico dei genitori viene trasmesso ai figli, le polarizzazioni in oggetto - quelle "gravi",  a differenza di quelle che sono state disinnescate - vengono erroneamente trasmesse da una generazione all'altra assieme ai tratti culturali "sani". Ricordiamoci, per restare nell'ambito della genetica, che anche il meccanismo di propagazione del DNA può commettere degli errori.
L'appartenenza ai gruppi contrapposti di una certa epoca, che normalmente perde di valore quando la storia passa al capitolo successivo, viene in questi casi estremi perpetuata. Ciò avviene non soltanto nella direzione genitore->figlio, ma anche in quella insegnante->studente, anziano->giovane, gruppo->individuo, guru->seguace e via dicendo.
Un effetto collaterale del processo in atto, che diventa anche propulsore di un ciclo retroattivo autoalimentante, è il fatto concreto che chi è stato assorbito da uno dei due gruppi dichiara apertamente di appartenervi e quindi si trova davanti degli individui che altrettanto effettivamente appartengono allo schieramento "nemico". E si sente dunque legittimato a continuare a combattere le sue battaglie. È una guerra illusoria, come quella dei militari giapponesi rimasti in agguato nelle foreste filippine decine d'anni dopo Hiroshima e Nagasaki. Illusoria nelle istanze, ma reale nella sua concretezza. In sostanza è una divisione effettiva ma non più supportata dalle fondamenta storiche che l'hanno generata e sostenuta.
Fascismo e antifascismo, pur non avendo da tempo alcuna motivazione storica, sono visti come movimenti necessari proprio perché le persone non hanno smesso di rappresentarli. Cioè non hanno senso e hanno senso allo stesso tempo.
La soluzione all'inghippo, che comunemente si pensa debba essere politica, o peggio ancora militare, dovrebbe invece essere cercata nelle cassette degli attrezzi proprie di altre discipline: sociologia e psicologia. La contrapposizione è una vera e propria patologia di gruppo, che come qualsiasi patologia non va discussa, bensì curata.
Perché sarebbe importante curarla? Innanzitutto perché, come qualsiasi problema fisiologico, è causa di conseguenze disfunzionali. Inoltre, trovandoci evidentemente sull'orlo di un cambiamento epocale su cui dovrebbero essere concentrate tutte le energie a disposizione, sperando bastino, essa rappresenta un pericolosissimo elemento di distrazione dagli obiettivi fondamentali di un sistema paese.
Ovviamente non credo affatto che saremo in grado di prendere coscienza, svegliarci e uscire da questo sogno ambientato nel passato per affrontare le sfide del presente. Temo invece che le legnate inferte da tali sfide ci costringeranno ad un risveglio molto traumatico.

Figli


Ogni tanto capita di leggere di genitori che si suicidano e portano con sé, all'aldilà, anche i figli. Si tratta evidentemente di estremizzazioni, allucinazioni, follie.
Queste patologie però camuffano una tendenza che è invece molto diffusa, talmente diffusa da apparire normale, quando invece normale non lo è per nulla: la genitorialità vissuta come senso del possesso. Anzi, della proprietà.
Dal momento in cui nascono, i tuoi figli sono e rimarranno per sempre i tuoi figli. Nel senso che sono figli tuoi piuttosto che di qualcun altro, non nel senso che ti appartengono. "Tuoi" in questo caso è aggettivo, non pronome, per chi fa ancora riferimento alla grammatica.
Nessuno appartiene a nessuno. Questo diritto fondamentale dell'individuo si applica anche al rapporto genitori-figli. I tuoi figli appartengono dunque solo a se stessi, tu sei lì per accompagnarli nella maniera migliore alla maggior età. La maniera migliore per loro, non per te.
Si nota da parte di vari genitori un continuo interferire nella vita istintiva dei figli, quella che dovrebbe portarli a realizzarsi come individui, come umane unicità. Non parlo di interferenze in ambito di sicurezza o educazione civica, dove va anche bene, anzi è auspicabile, bensì su vere e proprie questioni di PREFERENZA. E questa è un'ingerenza inaccettabile. Tra l'altro una volta diventati adulti i figli queste prepotenze le rinfacceranno ai genitori. E ovviamente avranno ragione.
In alcune famiglie funziona addirittura alla rovescia: fai quello che vuoi, vai dove vuoi, torna quando vuoi, usa il web come vuoi, frequenta chi vuoi, non mi rompere i coglioni, ma mi raccomando, fai il classico e giurisprudenza, perché l'artistico e filosofia sono robe da perdigiorno, e io voglio avere il figlio col lavoro "rispettabile", altrimenti che racconto in giro? Rispettati lo saranno anche, magari, ma in contesti un po' diversi da quelli previsti, del tipo "bacio le mani..." o "bro, spacchiamogli le ossa..."
Mio fratello ed io siamo cresciuti in un ambiente umile e sano, origini rurali e artigiane, tradizioni pre-industriali adattate alla modernità. Siamo stati seguiti con regole ragionevoli, presenza, discrezione. Fermezza e flessibilità venivano dosate con un occhio alla sicurezza ed un altro al rispetto. Per le decisioni essenziali non ci sono stati dati ordini tassativi: è bastato passarci del DNA di buona qualità e linee guida essenziali (se vi va chiamatele pure "valori").
I gradi di libertà messimi a disposizione mi hanno a volte offerto l'opportunità di fare qualche cazzata, le linee guida di base mi hanno tuttavia aiutato a comprendere e raddrizzare la rotta.
A qualcuno il mio stile di vita può anche sembrare un pastrocchio, ma è il MIO e mi ci trovo assolutamente a mio agio: me lo sono modellato grazie al rispetto che i miei genitori hanno avuto delle mie scelte, anche quando non erano in linea con le loro visioni o aspettative. Questo proprio perché hanno sempre pensato a me come il loro figlio, non come una loro proprietà.
Sarò sempre loro grato per questo: mi rendo conto che molta gente non ha avuto la stessa fortuna.

Il consiglio - CONTENUTO ESPLICITO!


Una volta - ero un ragazzino e andavo ancora al mare coi miei - stavo seduto nel cortiletto di una pensione romagnola, dove tutti gli ospiti si riunivano con i proprietari, prima e dopo i pasti.
La situazione era sempre dinamica: ad un tratto tutti potevano sparire e succedeva che ti trovavi seduto a fianco di un tizio che non conoscevi.
Quella sera uno di quei tizi mi squadrò e mi disse solennemente: "Non li ascoltare, cercheranno di raccontarti un sacco di cazzate. Tu non dare loro retta. Nella vita, ogni volta che ne hai l'occasione, sco-pa, sco-PA, SCO-PA!"
Tutto in crescendo. Poi di nuovo zitto, un'ombra, per sempre. Sembrava che un oracolo lo avesse posseduto, giusto il tempo di darmi quella direttiva, per poi lasciarlo alla sua tenue vita di ragioniere lombardo in vacanza in Romagna.
Io rimasi sbigottito. Ero un ragazzino spigliato, ma piuttosto impacciato e confuso in quell'ambito. Cominciavo proprio allora ad affrancarmi dal giogo dell'indottrinamento ecclesiastico.
Forse era semplicemente un porco ossessionato dal sesso, cioè, in fondo, una persona qualunque. Io col tempo però ho interpretato la sua iniziativa come il gesto coraggioso di un uomo che ha capito tardi l'inganno di cui era rimasto vittima lui stesso, e che cercava di mettere in guardia un giovane da attacchi coordinati alle sue pulsioni naturali. Parlava di sesso, grande leva di marketing, ma si riferiva in generale alle inibizioni, ai sensi di colpa, alle insicurezze, ai condizionamenti sociali.
Se è così, da allora nessuno mi ha mai dato un consiglio migliore.
Ci ho messo un bel po' per capirlo.
E non l'ho ancora compreso del tutto!

I am "italiano"


Non sono mai stato nazionalista in vita mia. Campanilismo e tribalismo sono sentimenti che non solo mi sono estranei, ma mi turbano pure un po'. Identificarmi come italiano, però, mi dà sempre una soddisfazione particolare. Non è una questione di orgoglio, bensì di opportunità, di risorse, di patrimonio. Non si tratta di patriottismo, è "teoria dei giochi" pura e dura.
Ma vi rendere conto? Quando vi chiedono "Where are you from?" e voi rispondete "Italy", gli state scaricando addosso Roma, Venezia, Napoli, Firenze, Milano, Palermo. L'impero romano, la chiesa, il rinascimento. Poeti, musicisti, esploratori, filosofi, pittori, scultori, scienziati, registi, sportivi. Le Dolomiti, il lago di Garda, le Cinque Terre, la Costiera Amalfitana, la costa Smeralda, l'Etna. Il Colosseo, il Duomo di Milano, il ponte di Rialto, la Torre di Pisa, gli scavi di Pompei, i Trulli. Gli spaghetti, la pizza, le bruschette, il cappuccino. La Ferrari, Armani, Ferrero.
Non serve nemmeno che facciate l'elenco: "Italia" è l'etichetta su un pacco il cui contenuto conoscono tutti. È un colpo da KO, uno scacco matto, un'offensiva inarrestabile.
Poi lo sanno che magari hanno davanti uno stronzo. Però è uno stronzo italiano. Vuoi mettere?

P.S. A proposito, alla domanda "Where are you from?", anche se parlo piuttosto bene l'inglese, rispondo sempre "Italia!" o "Italiano!", in italiano appunto. E si comincia subito con una bella risata.