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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Duemilacinquecento anni di filosofia buttati nel cesso


Come per le questioni di politica interna, per i conflitti internazionali, persino per i casi giudiziari, anche per le manifestazioni di protesta: la stessa storia.

Da una parte: "La polizia carica arbitrariamente e sistematicamente gente pacifica, che non fa niente di male. Succede sempre!"
Dall'altra: "Con le forze dell'ordine, senza se e senza ma, sempre!"

Quel sempre ubiquo, utilizzato, per l'appunto, sempre.
La maggioranza della popolazione irreparabilmente polarizzata lungo la frattura di una realtà semplificata in maniera tragicomicamente manichea. E questo a qualsiasi livello: dall'operaio al politico, dall'impiegato al dirigente, dallo studente al professore, dal lettore allo scrittore. I maestri indottrinano e gli alunni si allineano: di qua o di là della faglia.

Ci sono i buoni (noi) e i cattivi (loro). Goldrake e Vega. I cartoni animati giapponesi. Chi si ferma a pensare è perduto, emarginato, ignorato o deriso. Duemilacinquecento anni di filosofia occidentale (ma anche orientale, meridionale e settentrionale) buttati nel cesso.

Eccoli i nostri intellettuali: i profeti. Ed ecco il risultato: i loro discepoli.

Complessità semplificata: politica vs tecnologia


Così come politica e media assecondano la necessità dell'individuo comune di essere tranquillizzato, riducendo a schemi semplificati una realtà che invece è complessa e difficilmente afferrabile — caso (1), così la classificazione dei dati utilizzati per l'addestramento dei sistemi di apprendimento macchina (leggi AI o IA), semplifica una realtà complessa per renderla più calcolabile e quindi adatta alle esigenze del mercato, della politica e degli apparati militari — caso (2).

Le conseguenze sono atroci in entrambi i casi.

Nel caso (1), le persone che vivono in questo livello immaginario tranquillizzante, semplificato ad arte, impostano la loro vita, privata e pubblica, sulla base di presupposti falsi.

Nel caso (2), applicazioni tecnologiche, utilizzate in ambiti nodali della società, apprendono ed interpretano la realtà su presupposti altrettanto falsi.

Mi permetto di riassumere la situazione con dei versi dal sapore, diciamo così, popolare.

Son cazzi acidi là (1)
e cazzi amari qua. (2)
Di dolce tra sti cazzi (1, 2)
non ci sta manc'un cazzo. (0)

è colpa loro!


polarizziamoci tutti
divarichiamo la piaga
diffondiamo il morbo
dilatiamo l'ascesso

con giudizi sommari
semplifichiamo il caotico
binarizziamo il molteplice
e manicheizziamo il binario

scoviamo nemici
scaviamo trincee
spariamoci addosso
insulti e poi bombe

piantiamo nella pace
solcata nella guerra
il seme di una guerra
da annoiati della pace

poi agonizzando
con l'arma in mano
solleviamo il braccio
puntando il dito

e con l'ultimo fiato
che smorza il cuore
urliamolo forte:
è colpa loro!

Un paio d'ore

In un paio d'ore,
o forse meno,
un grigio squallore
si fece arcobaleno.

Capire senza arruolarsi


Facciamo un esperimento: per una settimana appuntiamoci gli argomenti di cui si parla attorno a noi, al bar, in piazza e in ufficio. Gaza e Tel Aviv, Kiev e Mosca, Teheran e Washington, il generale di turno. Hanno letto tre titoli e hanno già sentenziato. Poi notiamo quante volte si parla della caldaia del condominio, del bilancio del comune, della lista d'attesa per una risonanza. Le guerre lontane contano, certo, ma su quelle non abbiamo né possibilità di verifica diretta né leva — e intanto a casa nostra succede di tutto.

Il meccanismo rende, genera attenzione, clic, ascolti e voti. Politica e media inseguono ciò che paga, e il dibattito sul conflitto lontano — semplificabile, difficilmente verificabile — paga. Io lo chiamo Disegno sinistro, perché la deviazione funziona e l'effetto è fosco.

Attenzione, non sto dicendo che dobbiamo occuparci solo del pianerottolo di casa. Ci sono problemi strutturali che possiamo verificare personalmente, su cui la politica deve rendere conto. Intelligenza artificiale e robotica, per esempio, le usiamo tutti e siamo già in grado di percepirne l'impatto sulla società. E poi il futuro del mercato del lavoro, delle pensioni e dei salari. Non ci sono fazioni per cui tifare, sono semplicemente questioni da gestire. Se le spazziamo sotto il tappeto perché non sono adatte alla polarizzazione, ci troveremo, più prima che poi, a fronteggiare un'emergenza, con decisioni già prese da altri.

Prima di alzare la voce rispetto a un argomento, facciamoci quindi tre domande.
Stiamo dando credito a una tesi di cui possiamo verificare direttamente la validità, senza ricorrere a fonti di seconda mano? Se la risposta è no, siamo costretti a sospendere il giudizio.
Stiamo cercando di individuare buoni e cattivi all'interno di un groviglio? Le spiegazioni in due righe tranquillizzano più di quanto reggano, mentre accettare il caos è faticoso ma ci evita di cadere vittime di ossessioni, distopie e spin doctor vari.
Questa notizia ci informa o ci altera? Se ci lascia indignati, commossi o pronti a litigare, può servire ad arruolarci invece di aiutarci a capire: è (dis)informazione emotiva. E questo vale per mainstream e anti-mainstream.

Ma poi perché sempre e solo le stesse fazioni? Al mondo ce ne sono molte di più. Che certe crisi ci tocchino più di altre — per ragioni legate a storia, energia, alleanze o confini — può essere vero: la materia ci riguarda. Che questo ci autorizzi a tifare per palestinesi o israeliani, russi o ucraini, iraniani o americani, no. Giustizia e diritti non hanno passaporto. Altre guerre e altre minoranze restano fuori dal derby, e non perché siano un affare di serie B, semplicemente perché fanno meno audience. Questa non è giustizia, né difesa dei diritti: è selezione interessata. Informarsi di più su determinate crisi — in quanto materia che ci tocca — ha un senso. Scegliere una fazione, no.

Il consiglio è questo. Se una questione fallisce le tre prove di cui sopra, non abbandoniamoci al cinico disinteresse, ma non abbocchiamo nemmeno alle propagande di parte. Capire la materia è lecito, tifare una fazione no. Il tempo per scegliere e agire, quello, impieghiamolo per ciò che possiamo verificare.

Su questo sto scrivendo una saga, Disegno sinistro. Comincia dalla prima puntata o filtrale tutte tramite l'etichetta, poi fatti un'idea tua: non ti fare influenzare, nemmeno da me.

La vile scusa dell'età


Le realtà metropolitane sono fatte su misura per i giovani, soprattutto dopo una certa ora. Ed è anche giusto che sia così. Tendenzialmente però, non inesorabilmente.
Io noto un problema in tutto ciò: chi ha una certa età interpreta questa tendenza come se fosse un divieto, una proibizione a partecipare alla vita sociale cittadina, soprattutto a quella notturna.

Questo è vero anche per chi, pur non essendo più giovane, non è nemmeno troppo vecchio e ha ancora la necessità psico-emotiva — e il diritto umano — di godere di attività sociali di qualsiasi tipo. Non solo quelle tra le solite quattro coppie di amici in soggiorno o in taverna. Parlo proprio di gettarsi nella mischia, tra persone sconosciute, musica, colori.

Per giustificarsi si inventano scuse, ingannando se stessi più che l'interlocutore: sono vecchio, sono stanco, la musica non m'interessa, l'alcol non lo reggo più. Poi però rischiano l'infarto correndo o pedalando sui colli la domenica mattina, fanno fuori bocce di vino e whisky in solitaria e si abbandonano sbronzi a pensieri malinconici davanti al caminetto, ascoltando Albano, i Ricchi e Poveri e i Pooh, frignando per disperazione più che per commozione.

Io me ne sbatto. Lo so che la città è fatta per i giovani. Ma la carta d'identità, per legge, la controllano ai minorenni per non farli bere, non ai cinquantenni per spedirli a casa. Se non è vietato io mi avvalgo del diritto a partecipare. Non sempre, ma non troppo raramente. Per carità, non entro di straforo alle feste universitarie come facevo trent'anni fa. Seleziono luoghi, locali e circostanze, e se passano il test mi ci butto.

Alle volte sembra che tutto e tutti ti invitino a tornartene a casa, vecchio patetico merdoso. È una sensazione: è il nostro maledetto, disfunzionale e mal riposto senso di inadeguatezza che parla. Basta metterlo a tacere. Se poi qualcuno ti guarda veramente in quel modo: passa oltre, lo stronzo è lui.

Tieni duro, non mollare. A volte, ad un certo punto avviene qualcosa, una piccola cosa magari, che però non succedeva da tanto. Allora ti rendi conto che il ragazzo che fosti un tempo lo sei a tutt'oggi. Quando torni a casa ti riscopri estasiato: "Allora può ancora accadere!". Davanti al caminetto stappi una birra fredda, l'ultima, l'ennesima. Spari a palla Moby o i Daft Punk. E quelle che ti salano leggermente la birra sono lacrime di gioia.

Come ho già detto, io me ne sbatto e insisto. Se nessun posto mi ispira, male che vada mi faccio una bella passeggiata: le città italiane, di notte, senza turisti spaesati o residenti indaffarati, sono ancora più belle. Me ne resterò a casa quando avrò il cervello o il corpo in pappa. Quando per restare bloccato a letto o in poltrona non mi servirà più alcuna vile scusa.

P.S. A Bangkok, va detto, è più facile che a Padova.

La soluzione all'idiosincrasia


La mia condizione di lavoro ottimale è caratterizzata principalmente da tre attributi: autonomia, asincronia e atopia. Le "tre a-". Vale a dire: indipendenza dall'apparato, dalla simultaneità e dalla localizzazione.
Ciò non vuol dire che sia tassativamente esclusa la possibilità di lavorare con altre persone, condividere lo stesso luogo o comunicare in diretta. Significa che lo si fa soltanto quando risulta costruttivo, naturale, logico. Non per abitudine, convenzione o regolamento.

Ci saranno sicuramente delle eccezioni, soprattutto nelle realtà più piccole, ma di norma le organizzazioni aziendali di una certa dimensione e complessità prevedono dinamiche sociali che io trovo estremamente tossiche.
Ciò che più mi pesa di quelle realtà è la sensazione di essere costretti a reprimere alcune pulsioni — naturali e normali altrove — per conformarsi ad un ambiente che per ragioni di convivenza, convenienza e connivenza diventa artificiale, sintetico e finto. Un palcoscenico su cui gli individui devono evitare di far trasparire tratti della loro personalità che li rendono univoci, infilandosi in un'uniforme caratteriale che costringe e omologa lo spirito più di quanto faccia con il corpo quella sartoriale che indossano.

Io non sono in grado di gestire a cuor leggero questa doppia personalità richiesta quasi per contratto. C'è una forza primordiale e insopprimibile dentro di me che urla per avvertirmi che tutto ciò non va bene, che IO sono normale nella mia unicità, che non c'è nulla di male nell'esprimerla, che anzi soffocarla è sbagliato e può causare persino derive patologiche.

Pur non essendo asociale né misantropo, sono sicuramente ben attrezzato per (r)esistere a lungo in maniera solitaria e autarchica. E per trarne pure vantaggio. Ecco perché la modalità di lavoro delle "tre a-" è la soluzione ottimale alla mia idiosincrasia per le organizzazioni professionali strutturate.