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Chirurgia cosmetica: facce da manga...ma per davvero!

Lamù, un tempo soltanto personaggio dei cartoni, ora potreste anche incontrarla in una metropoli asiatica
Recentemente, parlando con un'amica malesiana, ho scoperto che tra le ragazze asiatiche si sta facendo strada una moda agghiacciante. Agghiacciante per me ovviamente: per loro sembra invece essere un'idea fantastica. 
Sto parlando di chirurgia plastica. Beh, sai che moda, direte voi, sono cose che si fanno da decenni. Certo, ma qui non si sta parlando di rassodare le tette, spingere in su le chiappe, gonfiarsi le labbra o rimuovere delle rughe. Tanto meno di cambiare sesso. Queste pratiche già mi rendono perplesso, ma ho scoperto c'è persino di peggio. I modelli che queste donne cercano di imitare sono personaggi dei cartoni animati giapponesi. Vi ricordate Candy Candy, Lady Oscar o Lamù? Scusate gli esempi datati ma per motivi generazionali non ne conosco di più recenti. Insomma, l'ideale di donna occidentale così come la immaginavano i giapponesi negli anni '70 o '80, con gli occhioni ovali grandi e colorati come un lago di montagna, il naso a taglierino, la bocca a forma di cuore e il mento modellato a plettro. Guardate qui, qui, qui e qui. Queste tre addirittura si sono fatte rifare tutte uguali...ora hanno la stessa faccia! Insomma, avete capito cosa intendo. Non si tratta cioè di apparire più giovani o sexy tramite rimozione delle rughe o upgrade delle labbra alla versione-pornostar - debolezze in parte comprensibili - bensì di assomigliare a un personaggio che non esiste, inventato da un disegnatore di manga.

Durian: il vero frutto proibito, ovvero la misura della libertà - Kuala Lumpur, Malesia

Un durian aperto a colpetti di machete: un fagiolozzo intatto e un seme spolpato
Cosa c'entra il durian, un frutto tropicale, con la libertà? Forse nulla, forse molto.
Il durian. L'avevo assaggiato anni fa, appena arrivato nel Sud Est Asiatico. Dev'essere stato a Singapore: a Bugis Junction infatti, dove alloggiavo, non appena arrivava la stagione della raccolta la zona si riempiva di bancarelle. Pur non facendomi schifo, come invece alla maggior parte degli occidentali, non mi aveva entusiasmato, anche se non saprei spiegare il perché. Nemmeno la sua presunta, terribile puzza mi aveva colpito. E pensare che proprio a Singapore, a causa del cattivo odore che emanano, i durian sono proibiti negli hotel, nella metropolitana e in altri luoghi pubblici, con tanto di cartelli di divieto illustrati. Ma a Singapore è persino vietato importare gomme americane, figuriamoci mangiare frutta puzzolente in ambienti chiusi. In Asia mi è capitato di annusare cibo ben più maleodorante del durian. Certe varietà di chou doufu (tofu puzzolente) in Cina e a Taiwan mi hanno costretto a tapparmi il naso quando mi trovavo a cinquanta metri o più dal ristorante-sorgente. Un'intensità simile a quella del fetore che ormai più di vent'anni orsono, in un paesino dell'Appennino Lucano, saliva dalla scarpata su cui putresceva la carcassa di una vacca ed entrava dalla finestra rotta impregnando l'aria della stanza, tenendo me e mio fratello svegli tutta la notte, a cercare topi morti sotto il letto e controllare i conati di vomito mentre non smettevamo di ridere increduli. Il durian puzza vagamente di gas da cucina, ma non si tratta di un odore insopportabile.

Un pezzo d'anima - Singapore

Vecchia Singapore
Cosa si prova osservando le foto di un posto che conosciamo, quando le immagini risalgono a prima che noi nascessimo? Io ricordo cosa ho provato la prima volta che ho visto delle vecchie foto di Singapore. Le osservavo, cambiavo angolatura, leggevo la didascalia: un commento, una data e il nome di un posto che conoscevo ma non riconoscevo. Incuriosito tornavo in quei luoghi, convinto di essermi perso qualcosa, per distrazione o per scelta infelice del punto di vista. Vie, quartieri, piazze, ponti, moli: i nomi restavano gli stessi, il resto era irriconoscibile. Potevo posizionarmi dietro una colonna, fissare il panorama per minuti cercando di scorgere qualche dettaglio seminascosto, ma non c'era verso di resuscitare lo scorcio della foto, a volte nemmeno in parte.
È vero, succederebbe la stessa cosa un po' ovunque guardando delle immagini di sessant'anni prima, ma a Singapore il concetto di restyling è stato spinto a livelli forse mai raggiunti altrove. Demolizioni, ristrutturazioni, restauri, pianificazioni, sperimentazioni, regolamentazioni, standardizzazione, il tutto con un solo obiettivo in mente: la realizzazione di una visione. Quella di una città iper-moderna, tecnologica, funzionale, organizzata, controllata, pulita, sicura, ordinata. E dal momento che nessuna di queste qualità ha a che fare col passato (o meglio, sono tutte figlie sue, ma non ne hanno più bisogno...progenie irriconoscente), l'eredità di quel passato è stata ignorata. Quindi ciò che non costituiva un ostacolo è stato plasmato e rimodellato per centrare i nuovi requisiti, mentre ciò che risultava di impaccio è stato eliminato con zelo. E così facendo la città-stato ha inevitabilmente perduto carattere, si è disfatta di un pezzo d'anima, pensando forse di poter vivere di solo corpo. Il velo asettico e la sofisticazione non li osservi soltanto negli edifici, nei ristoranti, per le strade: li inali con l'aria che respiri, ti sfiorano la faccia come una brezza ogni volta che giri un angolo o varchi una soglia. Singapore poteva essere una versione ricca e avanzata di Rangoon, Malacca, Goa, Luang Prabang, Phuket town, Penang, Hoian. Ha deciso invece di essere la copia di qualche città immaginata da uno scrittore di fantascienza. Copia imperfetta, perché reale. E lo ha fatto senza tanti scrupoli.
Forse però qualche rimorso le zelanti autorità ce l'hanno, se amano recuperare queste foto ed esporne delle gigantografie in pubblico o se organizzano delle nostalgiche mostre di vecchie cartoline.
E allora a quei visitatori stranieri che arrivano a Singapore e sono ammaliati dall'organizzazione, dalla pulizia, dall'ordine e soprattutto dall'offerta di prodotti all'avanguardia, consiglio di cercare queste immagini, di osservarle bene, poi di voltarsi e guardarsi attorno, e chiedersi se valeva la pena passare un canovaccio sulla storia per offrire ai turisti questo plastico in dimensioni reali e tante vetrine piene di gingilli elettronici che nelle loro città arriveranno soltanto un paio di mesi più tardi.
Per quanto mi riguarda questo è uno di quei momenti in cui vorrei che uno dei miei sogni preferiti si avverasse: impossessarmi di una macchina del tempo e viaggiare all'indietro...di anni...indietro...indietro...di decenni, fino all'epoca in cui il fotografo realizzò quegli scatti. Anche un mondo in bianco e nero, vagamente lattiginoso, mi andrebbe bene.

Il passaporto giusto - Confine Malesia-Singapore

L'ufficiale di frontiera ha il timbro a mezz'aria mentre cerca sul passaporto una pagina libera. Poi si ferma, scruta, si acciglia e borbotta: "Perché continua a entrare ed uscire dal paese?"
A volte, oltre ai sigilli, anche la sfortuna e il fato si abbattono sulle pagine di un banale passaporto. Faccio notare che questa è soltanto la seconda volta, le visite precedenti risalgono a più di un anno fa. Per coincidenza i visti stanno su pagine adiacenti. 
Controlla le date, si rilassa, ma non troppo. "Non importa lo potrà comunque spiegare al mio superiore." Vengo accompagnato in una stanza, niente finestre, luci al neon. È piena di immigrati, la maggior parte sta in piedi. È un mappamondo di volti, un ronzio di lingue: indiani, pachistani, cingalesi, indonesiani, filippini, cambogiani, thailandesi e birmani. 
Sono l'unico occidentale, l'ufficiale mi chiama e nel giro di un minuto sono già un gradito ospite. I miei compagni di cella continuano ad aspettare, dovranno aspettare ancora, aspettano da sempre. Hanno gli occhi gonfi e le guance tese, ma qualcuno mi osserva e mi lancia un sorriso. Io al loro posto sarei crepato d'invidia. 
Mi avvio verso la sopraelevata, diretto a Singapore, questo gran centro commerciale travestito da stato e mentre la mente scorre sui pensieri a scivolo, ho già scordato quel tipo di potere ineffabile conferito a un nessuno...se ha il passaporto giusto.

Confine tra Malesia e Singapore, dicembre 2003

Foto "Frontiera tra Thailandia e Laos", di Fabio

L'anima della città - Kuala Lumpur, Malesia

Sembra che Kuala Lumpur stia riconquistando il suo fascino. Era un gran bel posto fino a qualche anno fa. Poi qualcosa è cambiato: è diventata un po' scialba, superficiale e vanitosa, tutta moda e auto veloci. Come se stesse cercando di emulare Singapore, selezionandone soltanto le caratteristiche peggiori. Ora un po' alla volta l'anima della città sta tornando, come se si stesse svegliando da un sonno lungo e profondo.
È un'ottima notizia, un cambiamento incoraggiante: non si può venire qui solo per lavoro e buon cibo!

Foto "Colomba in Lebuh Ampang", di Fabio

Frasi "vere" - Bangkok, Thailandia

Mario, argentino, cresciuto a Barcellona, viaggia con passaporto italiano. Passa senza difficoltà dall'accento di Baires a uno spagnolo “di qualche posto nel nord”. Ma lo sguardo con cui ti ascolta è tutto porteño, tano porteño, con un sorriso integrale di labbra, denti e occhi appeso a quelle sopracciglia folte e tese.
È ingegnere chimico e sta cercando lavoro, per l'ennesima volta. Andrà a Singapore e passerà al setaccio le agenzie di head-hunting per professionisti nei settori tecnologici. È tranquillo, così come lo sono - quasi sempre - anch'io. Non è vittima del panico generalizzato che ci circonda, né lo capisce. Ma forse siamo soltanto due incoscienti.
Poi, con la bottiglia di Leo del 7/11 che gli sgocciola in mano, la spara: “Ti dirò di più, Fabio. Ho un gruppetto di quattro, cinque amici. Grandi amici, amici veri. Uno di loro ha un buon lavoro: rispetto, salario, promozioni, responsabilità. È contento. Tutti gli altri, il lavoro che hanno, dovrebbero averlo già lasciato”

A proposito ricordo una bella volèe di Viridiano, un altro amico, sempre aggrappato tra un contratto e l'altro pure lui: “...di che preoccuparsi Fabio? Siamo una generazione di precari...”

Carla di ritorno da un viaggio a New York mi scrive un'email. La farcisce con una ciliegina deliziosa: “ecco, in poche parole posso dirti che non mi rappresenta molto come città...io sono più da Siviglia...sono una donna tapas...poco e di tutto...lì di poco c'è troppo...mi hai capita?" Ti ho capita sì. E io invece sono uno che quando visiterà New York non riuscirà a non osservarla col filtro del passato, attraverso gli occhi di Fitzgerald e Henry Roth, di Warhol, Scorsese e F. D. Roosevelt. Uno che vive l'oggi con l'entusiasmo (e l'immaturità) di un bambino, ma un bambino dei tempi di suo nonno.

Guaio! - Singapore

Passeggio in Orchard Road, i piedi quasi li trascino. Le passeggiate pomeridiane a cavallo dell’equatore ti succhiano l’energia. E’ l’ora del tramonto e finalmente si respira. Lo sguardo si posa distratto sui soliti particolari.
Adolescenti malay che ruttano l’ennesima birra alla salute di Allah, le prime squillo che scendono dai taxi e salgono ticchettando gli scalini dell’Orchard Tower. Turisti col collo madido che scattano foto a chissà cosa, e giovani alla moda che sorseggiano frappè.
All’improvviso con la coda dell’occhio individuo qualcosa. Anzi qualcuno. Sta lì, sul bordo del marciapiede. Non si muove ma è come se lo facesse. Sta in una posa dinamica. E’ come se un fremito le percorresse il corpo. Un movimento invisibile, che soltanto l’intuito riesce a percepire. Ha appena mosso un passo? O lo sta per muovere? Sarà per quei capelli ondulati, così rari nelle ragazze asiatiche.
Dove l’ho già vista? Anche lei sta pensando la stessa cosa.
Mi ha puntato gli occhi addosso, e con una smorfia mi chiede: dove ti ho già visto?
Ma dura solo un attimo. Non mi sono nemmeno fermato, con malcelata indifferenza punto lo sguardo di fronte a me, e proseguo con aria decisa verso il mio nulla da fare.
Sarebbe bastato dirglielo, invece di ricacciarmi le parole in gola. “Dove ti ho già vista?”.
Cosa mi ha fermato? Un pensiero lampo, di una parola soltanto: guaio!
Non ho ancora capito chi sia, se e dove l’ho già vista, ma quel pensiero è quasi una certezza: tieniti alla larga da quella ragazza.
La curiosità mi sta divorando, devo sedermi su quella panchina e pensare. Chi è? Chi sei? Perché quella parola?
Scorro la lista degli ultimi posti in cui sono stato. Kuala Lumpur? No, il viso mi dice Thailandia. Phuket? In mezzo al trambusto dello tsunami quel volto non compare. Hua Hin? No. Bangkok? No. Torno ad inizio lista, Kuala Lumpur?
Ma sì! E avevo ragione: è thailandese. Alloggiavamo nello stesso residence. Lei con la figlioletta e il marito. Il marito. Un altro pensiero. Ancora una parola soltanto. Cornuto! E ancora: guaio. Ora mi è tutto chiaro. La vedevo quasi tutte le sere al caffè del residence. Una di quelle catene americane, con prodotti italiani e prezzi giapponesi. Io abbassavo gli occhi sul mio libro o sugli appunti, ma non resistevo a lungo.
Quando alzavo la testa sapevo che mi bastava aspettare un attimo, e lei si sarebbe voltata verso di me.
Ha la capacità di guardarti come se al mondo ci fossi solo tu. Come se lei fosse la ragazzina di prima media e tu il ragazzo di terza di cui si è presa una cotta. Ma soprattutto, lo fa come se fosse la cosa più pulita del mondo. Come se quell’uomo che le sta seduto accanto fosse solo un conoscente, come se non fosse il padre della bimba, suo marito.
Anche allora, sarebbe bastato aggiungere qualcos’altro a quei Hi! scambiati al volo quando la incrociavo nella hall. Il suo sorriso non chiedeva, piuttosto autorizzava. Anche allora mi fermava quel pensiero. Guaio! Quando l’ho vista poco fa, c’è arrivato prima l’intuito della logica.
Interessante scoprire i meccanismi della mente, quelli che funzionano quando non ce ne accorgiamo. L’intuito, le decisioni prese praticamente senza pensarci. Ne parlava Gabriele Romagnoli su Repubblica, citando un saggio di uno studioso americano. ‘Blink’.
Qualche giorno fa sfogliavo il libro tra gli scaffali di Borders. Books, music, movies and coffees. Per fare il verso all’Esselunga: Supermecato o libreria?
Lessi l’introduzione e lo catalogai tra i libri di cui ho pensato: “Bello l’inizio! Interessante...non lo compro...”.
Tutto in sincerità, senza ironia: bello, interessante, non lo compro. Non ho dovuto nemmeno rifletterci, ho utilizzato il concetto chiave del saggio, per decidere di non comprarlo. Ho la sensazione che Romagnoli, in quella pagina scarsa, abbia catturato l’essenza del libro.
Sono uscito da Borders con una copia di ‘Sudden Fiction: American Short-Short stories’. Una raccolta di racconti brevissimi, un genere che esiste da molto tempo - c’è ‘A very short story’ di Hemingway, pubblicato nel ’25 - a cui non hanno ancora dato un nome. Sudden, short-short. Qualcosa a che fare con Blink in fondo ce l’ha.
Mi rialzo dalla panchina, do un’occhiata indietro. Non la scorgo, ovviamente.
Resta una domanda. Come al solito, resta sempre una domanda.
Guaio! Cosa sarebbe successo senza quel Blink?

Malacca - Malesia, 19 settembre 2003

Lungo la strada che porta a Malacca c'è la solita distesa di palme da olio che domina il paesaggio rurale malesiano un po' ovunque. Sarebbe una bella vista se gli alberi non fossero disposti lungo le file regolari delle piantagioni. Una studentessa di economia incontrata l'anno scorso sull'autobus per Taman Negara mi spiegava che per decenni la Malesia è stata un eccezionale produttore di gomma naturale, ma negli ultimi anni si è convertita quasi completamente all'olio di palma, sempre più richiesto un po' in tutto il mondo. Ricordo che Domenico, un cuoco friulano conosciuto tempo fa in Vietnam, mi spiegava che anche nei ristoranti italiani è ormai un prodotto molto utilizzato.
La sera passeggio tra gli edifici rossi dell'epoca coloniale. Speravo invano che a quell'ora tarda la chiesa, il palazzo del governatore, la porta di Santiago si scrollassero di dosso quell'atmosfera da museo che li avvolge durante il giorno. Di notte, con le porte chiuse, senza i bigliettai, senza i turisti alcuni posti offrono un viaggio indietro nel tempo. È il caso di Hoi An, in Vietnam, che di notte ridiventa Faifo, antico centro nevralgico dei commerci tra portogesi, cinesi, olandesi e giapponesi. Con le case dei mercanti che non sembrano i negozi di souvenirs in cui sono state convertite. E il bel ponte in legno costruito dai giapponesi che non fa da sfondo alle foto delle coppiette di turisti.
Faifo e Malacca al culmine del loro splendore erano contemporanee, anche per questo nutrivo la speranza di rivivere le emozioni di quelle passeggiate notturne. Purtroppo non accade: da un vicino bar arrivano le note stonate di un musicista da quattro soldi. Poi, improvvisamente, la piazza centrale viene invasa da un nugolo di rickshaw rumorosi e inghirlandati di fiori variopinti che portano a spasso un gruppo di cinesi dall'aria stordita.

Mi arrendo e mi incammino verso l'albergo. A metà strada mi si avvicina un'auto guidata da un cinese del posto che vuol fare conversazione. Fa molta propaganda gratuita e banale al suo paese ma mi lascia con un pensiero su cui riflettere. Gli abitanti di Singapore, a differenza dei malesiani, non possono investire i loro risparmi in terreni o case. Perciò spendono, spendono, spendono e basta...
L'albergo in cui alloggio è gestito da una famiglia di eurasiatici. «Il mio nome è Franco, sono un "portoghese locale". Parlo portoghese». L'ultima precisazione anticipa la domanda che probabilmente tutti gli rivolgerebbero. Potrebbe sembrare un malay ma alcuni tratti del volto sono effettivamente europei. Ancor più quelli di un suo amico con cui parla portoghese. «È una versione antica della lingua. Quella moderna la capisco a malapena». Mi racconta che "portoghesi" a Malacca e dintorni sono circa 2000.

Singapore, 3 settembre 2003

Ieri un'amica Malay mi ha portato a spasso per la citta' in auto. Abbiamo cenato a katong, una stretta striscia di case molto vecchie in cui tradizionalmente vivevano i Peranakan - i mezzosangue - i discendenti dei primi immigrati cinesi che, essendo tutti maschi, si sposavano con donne malay. Col passare degli anni sentendosi esclusi da entrambe le comunità da cui discendevano, diventarono molto fedeli ai dominatori britannici. Questo li favorì nelle attività commerciali con cui molti di essi si arricchirono.
Abbiamo mangiato Laksa, una zuppa di curry e latte di cocco con dei molluschi e verdura. Più tardi abbiamo incontrato un paio di sue amiche, una delle quali era impegnatissima a stendere una lista della spesa da consegnare ad uno spasimante che le ha promesso regali senza limiti di budget. L'episodio la dice lunga sull'ingenuità e la venalità dei singaporiani.

Sono nella cattedrale di S. Andrea, dedicata al santo patrono della Scozia. Dall'esterno sembra una bella chiesa coloniale simile ad altre che ho visto in Asia. L'interno porta invece i tratti dell'ideale di città sul quale Singapore si è andata modellando negli ultimi anni: arredamento moderno, aria condizionata e schermi sospesi sui quali Dio sa cosa verrà proiettato ogni domenica. Persino la scelta dei colori per l'intonaco ricorda il design di alcuni dei negozi di abbigliamento che abbondano nei centri commerciali della città. A Singapore non è un problema mischiare il sacro ed il profano.
Faccio un salto all'istituto di cultura italiana, un piccolo ufficio al settimo piano di un grattacielo che ospita varie ambasciate e, al piano terra, l'immancabile centro commerciale. Sono pronto a scommettere che la signora con cui parlo non è italiana (e nemmeno asiatica), credo che il suo accento sia del nord Europa. La cosa mi lascia perplesso. La signora è comunque gentile e mi promette di aiutarmi nella ricerca di un editore (o "editoriale" come lo chiama lei) per i miei pezzi.

Per cena vado a "little India", un quartiere a maggioranza Tamil e mangio un buon "tali". Gli indiani cominciarono ad arrivare qui all'inizio del 19° secolo. La maggior parte proveniva dal Tamil Nadu, uno stato del sud, ed era impegnata nei lavori più umili. Altri si inserirono nell'organizzazione amministrativa, in quella militare e nella polizia. All'inizio si trasferirono prevalentemente gli uomini, le donne arrivarono solo in un secondo tempo.
Ripensavo alla sera di ieri, alle ragazze malay e all'episodio della lista dei regali. Ricordo bene come quelle stesse ragazze solo tre mesi fa in Thailandia si scandalizzavano davanti al comportamento delle "ladies" thailandesi che "agganciano" gli stranieri al bar o in discoteca in cambio di una manciata di bath o di qualche regalino. Qual'è la differenza tra i loro comportamenti? Chi si mette in vendita e chi invece no? Qual'è la definizione di prostituzione? Chi ha meno scusanti per essere caduta nella trappola del consumismo, dell'apparenza, della venalità? L'ex mondina delle province povere di I-Saan attratta dalle "luci colorate della vita metropolitana" o l'istruita insegnante di una scuola privata della ricca e avanzata Singapore che presenta la lista della spesa ad uno spasimante?
Il culmine è stato toccato quando la ragazza, cercando probabilmente di apparire meno materialista, ha pensato di inserire nella lista dei desideri: "l'uomo dei miei sogni". Le era incredibilmente sfuggito il fatto che "l'uomo dei suoi sogni" era esattamente ciò che il suo genio della lampada cercava (o sperava) di essere.

Singapore, 1 settembre 2003

Ho fatto un salto al Raffles place, l'area su cui il "fondatore" della colonia aveva deciso di costruire il centro finanziario e commerciale della città. Fu edificato a partire dal 1822 su terra "rubata" al Singapore river e porta il nome attuale dal 1858, in memoria del suo ideatore.
All'interno della sottostante stazione della metropolitana sono appesi alle pareti foto e dipinti che ritraggono la piazza così com'era agli inizi del secolo scorso. I palazzi e le strade assomigliano a quelli di una vecchia città europea. Bellissima.
Negli ultimi decenni gli edifici delle case commerciali, delle banche e dei negozi sono stati abbattuti - spiega orgogliosamente un'indicazione turistica - e al loro posto sono stati eretti alti grattacieli. Della vecchia piazza non resta ormai che il nome, quello di un uomo che in queste recenti realizzazioni riconoscerebbe poco o nulla del suo progetto, pure ambizioso.

Singapore, 31 agosto 2003

Mi trovo all'orto botanico di Singapore, all'interno del "ginger garden". Di tutti i posti in città è probabilmente quello a cui l'ossessiva cura per i dettagli e la sofisticazione dei singaporiani meglio si adattano. È insomma l'unico luogo in cui il controllo quasi totale dell'uomo sulla natura sembra convincentemente appropriato. L'uomo a Singapore si è imposto un numero di regole troppo elevato. Le regole vengono severamente fatte rispettare e i cittadini si dimostrano estremamente disciplinati e ubbidienti. Nessuno getta una carta a terra, nessuno sputa per strada (e questo in una città a predominanza cinese è un dato sorprendente), pochi temerari si azzardano ad attraversare la strada al di fuori delle strisce pedonali.
Alle volte messaggi diversi sembrano creare confusione attorno agli obiettivi prioritari delle politiche dello stato. Può succedere ad esempio di trovarsi in un bagno pubblico e di imbattersi in un messaggio che colpevolizza chi non utilizza lo sciacquone accanto ad un altro che ricorda l'importanza di limitare l'utilizzo d'acqua onde evitarne sprechi dannosi. Singapore è infatti uno stato che da un lato si impegna per mantenere elevatissimi standard di pulizia e dall'altro deve far fronte al problema delle risorse idriche per le quali dipende totalmente dalla vicina Malesia, con la quale ha recentemente ingaggiato una guerra sul prezzo.

A Steve è capitato di assistere ad un'esercitazione antincendio: un'incaricato impartiva ordini con un megafono invitando gli inquilini di un intero condominio, piano dopo piano, a fare rapporto presso un'area prefissata attendendo ulteriori istruzioni. Gli inquilini, quando chiamati, uscivano diligentemente dai loro appartamenti e aspettavano pazientemente in piedi sulle aree prestabilite. Il mio simpatico amico si chiedeva come una tale procedura potesse rivelarsi efficace in una situazione reale. Ruben si è potuto godere una scena ancor più divertente: una lattina rotolava lungo un marciapiedi sotto lo sguardo attento degli increduli passanti che se avessero avuto una macchina fotografica avrebbero, secondo lui, immortalato "l'eccezionale evento".
Anche qui, come altrove, sono le bande di giovani "ribelli alla moda" che offrono alcuni degli spettacoli più pietosi. Mi trovo all'interno di una stazione dell'efficientissima metropolitana quando sulle scale mobili incrocio un gruppo di giovani vestiti come dei "naziskin". Lo spirito di sacrificio e l'abnegazione con cui indossano stivaletti anfibi e pesanti giubbotti "bomber" in una città equatoriale sono encomiabili. L'atteggiamento e i sorrisi che sfoggiano, comunque, ricordano più i paninari di San Babila che i neo-nazisti di Rostok.

Diario - Singapore

Ieri sera ho fatto una passeggiata. Da Bugis/Parco verso Nord, fino al Raffles Hospital dove poche settimane fa e' fallita l'operazione tentata da un'equipe internazionale di medici per separare due sorelle siamesi iraniane unite alla testa. Non so bene perche' ma mi aspettavo di trovarvi un segno a ricordo di quell'esperienza ricca di speranza, ingenuita', rassegnazione e tristezza che per giorni aveva catturato l'attenzione del mondo. Una lapide, un mazzo di fiori: non c'era niente, se non mi fosse rimasto impresso in mente il nome dell'ospedale non ci avrei nemmeno fatto caso.
La citta' sembra sempre piu' artificiale, irreale, quasi finta. Particolarmente di notte. Lasciando fare all'immaginazione potrei credere di essermi rimpicciolito, vittima di un incantesimo o protagonista di una piece hollywoodiana, e di stare all'interno di un modellino in plastica. Tutto ha la stessa consistenza fasulla.
Passano alcune auto, dei taxi e l'illusione del modellino lascia posto ad un'altra sensazione. Sembra che fino a ieri l'intera citta' fosse in costruzione e che sia appena stata inaugurata e aperta all'uso. Tutto, ma proprio tutto brilla di nuovo. Gli edifici moderni cosi' come quelli coloniali ammantati dai colori di illuminazioni studiate ad arte.
L'uomo a Singapore ha costruito molto ma, almeno in parte, ha avuto rispetto di se' stesso. I grattacieli, non esageratamente alti, rompono lo spazio senza pero' soffocarlo.
Strani esperimenti architettonici catturano l'attenzione: due palazzi le cui pareti formano degli angoli molto acuti, se osservati da punti di vista privilegiati, sembrano figure in due dimensioni: lame senza spessore che si elevano, impossibilmente stabili, per decine di metri. Una torre a righe chiare e scure che si va stringendo verso l'alto ricorda le tetre costruzioni di Gotham City, la citta' gotico-futuristica delle avventure di Batman.
I prati sono perfettamente falciati e le siepi, minuziosamente potate, si interrompono a intervalli regolari per lasciare spazio a giovani alberi e luccicanti lampioni. Ovunque il manto stradale sembra appena rifatto. Il bianco e il giallo della segnaletica orizzontale brilla di vernice nuova alla luce discreta ma onnipresente di lampioni e insegne.
Passeggio anche di giorno e la citta' mostra di soffrire di ulteriori mali della modernita'. Il caldo tropicale fa sudare ma ben peggio si sta nelle aree climatizzate dei centri commerciali. Dopo alcuni minuti un padano come me, abituato a cercare al coperto il riparo dall'umidita' e dal freddo delle rigide giornate invernali, si ritrova paradossalmente a cercare all'esterno un po' di calore per sciogliere i muscoli intorpiditi. Nelle food junctions, versione ad aria condizionata dei caotici mercati asiatici, scopro di non essere il solo ad evitare i tavoli esposti al getto micidiale dei bocchettoni d'aria. In un posto defilato mi godo, si fa per dire, un costoso succo d'ananas.

Oggi Steve e' "scappato" da Singapore: prima di tornare trascorrera' qualche giorno a Mersing, una cittadina della costa malese, nella vicina provincia di Johor Baru. Prima della sua partenza abbiamo chiacchierato al tavolo di un ristorantino cinese. Ha continuato con l'esposizione delle sue teorie. Tramite internet e' entrato in contatto con numerosi adolescenti, la maggior parte dei quali si dimostra depressa, frustrata e infelice. Steve punta il dito contro genitori e strutture scolastiche colpevoli, oltre che per l'uso delle pene corporali (l'uso della bacchetta e' legale e incoraggiato in molti stati americani), di trasmettere valori sbagliati, di non ascoltare, di umiliare e di non dare affetto e amore ai ragazzi.

Diario 23-27 agosto - Singapore

È il primo giorno dell'incontro a 6 sulla crisi nucleare coreana che si tiene a Pechino.
Sono a Singapore. Ho viaggiato per circa un mese con Luca e Lorenzo M. Da Bangkok a Koh Samui, da lì ad Hat Yai e quindi a Penang, in Malesia. Ci siamo dunque imbarcati su un aliscafo per Medan, la maggiore città dell'isola indonesiana di Sumatra. Quindi abbiamo visitato il lago Toba, Bukit Lawang, Jakarta, Yogyakarta e Bali. Questo viaggio non ci ha entusiasmato come, ad esempio, quello dello scorso anno in Laos. Alcuni dei posti che abbiamo visitato sono, esteticamente parlando, molto belli ma forse ci aspettavamo un'esperienza più emozionante, meno "comoda", un'industria del turismo meno sviluppata.
Non appena L. e L. partono io torno a Jakarta e questa si rivelerà la tappa più interessante del viaggio nel paese. La città è ancora sotto shock per il recente attentato all'hotel Marriot. L'industria del turismo ovviamente è uno dei primi settori a risentirne. La passeggiata per le strade coloniali e lungo il canale - sporchissimo - di Batavia mi riconcilia col paese. Dopo qualche giorno volo a Batam e da lì prendo un traghetto per Singapore.
È la terza volta che arrivo nella città stato: la prima volta fu via terra, dal ponte che la collega alla Malesia, la seconda in aereo e ora via mare. È la solita Singapore: artificiale. Mi offre una delle sue facce più effimere, quella dell'isola di Sentosa dove un vecchio forte inglese è stato trasformato in un'attrazione Disneyana, le spiagge sono di sabbia importata e lo spettacolo dei giochi d'acqua è introdotto dalle "magiche" idiozie di una voce hollywoodiana. Contavo di restarci poco ma l'incontro con alcuni personaggi interessanti mi ha trattenuto in città già per tre giorni.
Il primo è Steve, un americano che ha rinnegato la sua patria e da qualche anno si divide tra Australia e Canada. Ha lavorato fino ai 35 anni nel settore dell'informatica, ha messo da parte un po' di soldi, ha comprato un paio di case e poi ha "sentito" la sua chiamata "spirituale", un po' come San Francesco o Siddharta, a differenza dei quali ha però visto bene di non spogliarsi di tutti i suoi averi. Ha lasciato il lavoro, ha dato le case in affitto e ha cominciato a dedicarsi ad attività meno utilitaristiche.
Dopo aver vuotato il sacco dell'antiamericanismo passa al suo argomento preferito: l'intelligenza emozionale. Le emozioni, i sentimenti considerati come un ramo dell'intelligenza, al pari di quello logico, musicale, ecc. Un argomento interessante. Alcuni studiosi, il più famoso dei quali è un certo Goleman, hanno cercato di applicare i principi dell'intelligenza emozionale al mondo degli affari, ad esempio cercando di analizzare le relazioni tra le emozioni degli individui e le tecniche di leadership. Steve è convinto che gli studi in quest'ambito debbano avere obiettivi più ambiziosi e meno venali. Crede fermamente che lo sviluppo di questa materia possa migliorare il rapporto tra individuo e società ed è per questo che sta cercando il modo di introdurla nelle scuole. A Singapore è entrato in contatto con un "consulente della formazione" (una pofessione di cui non avevo mai sentito parlare) e gli sta esponendo le sue idee.
Malgrado tutte le contraddizioni, Steve è un personaggio interessante che ispira simpatia, con ottime intenzioni e alcune buone idee.
Ogni tanto sembra in preda ad un'ossessione. Cerca di interpretare un po' tutto nella sua ottica votata al miglioramento sociale. Un giorno ha incontrato un ragazzino incaricato dalla sua scuola di controllare che i suoi compagni all'uscita dall'istituto attraversassero la strada correttamente. Steve - il quale ama avvicinare gli sconosciuti e sorprenderli con qualche domanda delle sue - gli ha chiesto cosa dovesse fare in caso riscontrasse qualche infrazione.
«Li invito a seguire le indicazioni stradali».
«E in caso si rifiutassero di farlo?»
«Segnalo l'accaduto a scuola»
«E nel caso i disobbedienti non fossero studenti della tua scuola?»
«Ah...no, io mi posso occupare soltanto dei miei compagni»
E questo a Steve proprio non va giù. Il servizio è ristretto ad un gruppo di persone. Il ragazzo non viene educato ad agire per il bene della comunità intera ma a limitare l'ambito dell'azione al suo gruppo di appartenenza. Se qualcun'altro rimane vittima di un incidente non sono in fondo fatti suoi: questo è il cinico messaggio...
Il secondo incontro è con Ruben, un uruguaiano-israeliano che vive nel mio hotel.
Dopo qualche minuto di conversazione Ruben butta lì, come se niente fosse, una notizia bomba. Mentre si trovava in Cina, a febbraio, si è ammalato di Sars!
«Cosa? Come? La Sars? E che hai fatto? Ti hanno messo in quarantena?»
Lui sorride divertito alla mia reazione e comincia a spiegarmi con calma. Ha contratto il virus mentre viaggiava in una delle province occidentali. Con tutta probabilità mentre si trovava in treno. Sapeva si trattava di una specie di polmonite ma ai tempi la malattia non aveva ancora un nome e ancora non si parlava di un'epidemia. Oltretutto la stampa cinese non affrontava l'argomento. Ritornato ad est del paese, mentre si trovava a Guandong (la provincia in cui scoppiò l'epidemia), gli è capitato di imbattersi per le strade delle città in numerose persone colpite dal virus e ha intuito che si trattava di qualcosa di più serio di qualche caso isolato di polmonite.
Arrivato ad Hong Kong ha finalmente potuto avere accesso ai media occidentali. Dopo aver appreso che H.K. era una zona altamente a rischio ha deciso di recarsi in Thailandia. Prima di imbarcarsi per Bangkok ha ingoiato delle aspirine per abbassare la febbre e mezza bottiglia di sciroppo per calmare la tosse. Portava gli occhiali da sole per coprire l'emorragia causata dai forti colpi di tosse. È rimasto a Pattaya a curarsi - da solo, in "segreto" - fino a completa guarigione.
Mi sono chiesto più volte - seriamente - se può essersi inventato tutto ma sono sempre giunto alla conclusione che il racconto è verosimile, regge. Inoltre il protagonista mi sembra una persona affidabile e credibile.
In seguito ho avuto con Ruben una conversazione di oltre 12 ore. Per la maggior parte abbiamo parlato della situazione israelo-palestinese. Ruben mi ha tracciato un ottimo profilo storico, dalla metà del 19° secolo ai giorni nostri e ha risposto al bombardamento delle mie domande. Ero emozionato e soddisfatto per aver finalmente trovato - dopo due anni di infruttuose ricerche - una fonte di informazioni accurata e relativamente obiettiva su un argomento così complesso, cruciale ed interessante. Mi sono lasciato completamente andare con il flusso delle domande. Alla fine, a notte inoltrata, eravamo esausti. Ruben in particolare.
Con la metropolitana ho percorso un lungo tratto fino ad una stazione in estrema periferia, nel nord-ovest dell'isola. Lì ho cambiato e sono salito sulla linea LRT, un incrocio tra un treno ed un autobus. È un vagone che viaggia, per mezzo di ruote di gomma, su una corsia sopraelevata, alimentato da una linea elettrica. Non c'è un pilota, il mezzo è comandato a distanza. Anche in periferia la situazione non cambia. La città resta asettica. Edifici tutti uguali si susseguono lungo il percorso di questo "treninobus". I giardini sembrano tutti uguali e qualche alberello qua e là. Ogni tanto spunta qualche parchetto. Abbondano, come sempre, i centri commerciali.
Cinesi, malay e indiani si differenziano solo per le caratteristiche fisiche o per gli abiti. Per il resto regna l'uniformità assoluta: gli adulti escono dall'ufficio, vanno al centro commerciale e quindi al ristorante. I ragazzi escono da scuola, vanno al centro commerciale e poi al fast food. Fa un certo effetto incontrare tanti indiani riservati e cinesi che non sputano a terra. Tutto appare 'politically correct'. Quando il treno passa molto vicino ad un condominio i vetri del mezzo da quel lato si tingono magicamente di un bianco opaco. La privacy degli inquilini è così salvaguardata. Torno in città, scendo alla stazione di Orchard Rd e sono costretto a pagare un caro supplemento per aver superato i limiti di tempo concessi per una corsa. In un sottopassaggio la mia attenzione viene attratta da quattro tizi attorno ad un tavolino che cercano di vendere un giornale sbraitando qualcosa a proposito del governo.
Sono i membri del partito democratico, lo sparuto gruppo eternamente all'opposizione. Accusano il governo di essere "legalmente corrotto". Sostengono che gli stipendi dei membri del governo qui sono di due o tre volte superiori a quelli dei loro colleghi in USA e UK. E l'economia è in crisi da 6 anni. Il tasso di disoccupazione aumenta. Gli stipendi invece no. Cerco di capire cosa ne pensano della libertà politica e della situazione della stampa. Mi viene spiegato che alle scorse elezioni il PAP - il partito di governo - ha ottenuto il 75% dei voti ma essi sono sicuri che ci sono stati dei brogli.
I più importanti organi d'informazione sono controllati dal governo e i democratici non potrebbero per legge vendere il loro giornale. La legge inoltre impone loro un tetto massimo per le loro sovvenzioni di 5000 dollari di Singapore (circa 2500 euro). Il governo tollera le loro attività e li tratta un po' come degli innocui monelli fino a che non diventano una minaccia seria. Il loro leader è stato denunciato con un pretesto e praticamente spogliato di gran parte dei suoi averi.