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Visualizzazione dei post da maggio, 2012

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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Il test - Sapa, Vietnam

Esperti delle risorse umane stanno tenendo dei colloqui per una delicata posizione aziendale. Qual è il modo migliore per essere sicuri di assumere i candidati più svegli, quelli in grado di pensare fuori dagli schemi, di uscire dalla propria zona di comfort, di adattarsi al cambiamento, di aspettarsi l'inaspettato e tutti gli altri luoghi comuni che si usano in quel settore? Quelle loro furbe domande trabocchetto? Mah, ormai le migliori risposte si possono trovare in rete. Colloqui di gruppo? Finiscono spesso per essere delle esibizioni un po' tristi di aggressività malcelata. E comunque anche per questi le istruzioni si possono trovare in internet. No, niente di tutto ciò. Il mio consiglio? Ferrovie vietnamite. Eccovi un buon test, selezionatori! Le ferrovie dello stato vietnamite.

Siamo appena scesi dal treno in arrivo da Hanoi. Faccio vedere il mio biglietto e mi lasciano passare. Sono a Sapa, finalmente. LM fa la stessa cosa. LF anche. Poi è il turno di C.

L invece resta bloccato all'uscita, la guardia non lo lascia passare. L allarga le braccia, poi osserva la guardia indicando noi, liberi, oltre le sbarre di quella gabbia in cui è rimasto intrappolato. La guardia non si impietosisce e gli chiede di nuovo di mostrargli il biglietto. Noi sghignazziamo. Il volto di L è paonazzo. E' irritato, esterrefatto, scandalizzato: non lo lasciano uscire dalla stazione perché non è in grado di esibire un biglietto che è già stato controllato due o tre volte. Gli sembra incredibile che la sua libertà venga limitata per via di una tariffa che ha regolarmente pagato. La sua espressione pone una domanda che non ha una risposta. E che succede se non lo trovo? Avete intenzione di tenermi qui per sempre? Di arrestarmi? Di prendermi in ostaggio? Di sequestrarmi? Fino a che punto potrà arrivare la vostra reazione spropositata a questo non-problema? 

Ovviamente da un punto di vista teorico ha completamente ragione. La guardia non lo sta bloccando per il bene dell'azienda per cui lavora, per il biglietto o per il pagamento della tariffa. Non è una questione di giustizia, ma di giustificazioni. Lo fa per dare un senso al proprio ruolo, alla sua stessa presenza in quel posto. Perché gli hanno detto di farlo. E questa è una cosa che accade spesso nei paesi comunisti, specialmente quelli asiatici. Alla gente bisogna dare un lavoro, anche uno inutile o, come in questo caso, controproducente. Ed è proprio quando hai dei problemi con questo tipo di impiegati che all'improvviso ti ritrovi sbalzato fuori dalla tua zona di comfort, dalla scatola in cui pensi abitualmente, costretto ad adattarti al cambiamento, quell'inaspettato che ti saresti dovuto aspettare, molto più di quando hai di fronte un gruppetto di selezionatori in una sala riunioni in cima a un edificio aziendale. 

Alla fine il biglietto salta fuori. Era stato infilato in una tasca dello zaino, o abbandonato sopra il sedile all'interno del vagone. La guardia è soddisfatta e lo lascia passare. In caso non lo avesse trovato L sarebbe dovuto andare all'ufficio del capostazione, aspettare, cercare di spiegarsi, magari pagare una multa, forse una mazzetta, chi lo sa.

La prossima volta, se capita a voi, tenete bene a mente quelle poche semplici regolette, concentratevi, continuate a sorridere, ostentate calma e cordialità. E soprattutto non entrate mai in conflitto, non prendeteli in giro, non siate ironici o sarcastici. E' un tranello in cui è facile cadere, ma stareste solo soddisfacendo una vostra necessità, non le loro. E se volete uscire dai guai in fretta è sulle seconde che dovete concentrarvi. Altrimenti non li convincerete ma li irriterete soltanto, rendendoli ancora più cocciuti.

Lasciate che passi. Sopra la vostra testa, attraverso il vostro corpo, tra le vostre gambe, sotto i piedi. In quel modo finirà tutto più in fretta. Sarà anche un buon esercizio di autocontrollo e riuscirete persino a riderci sopra. Non subito forse, ma tra un po' di tempo magari.

Provateci quindi. Lasciate che passi, non resistete, lasciate che passi, avete visto, siete già un po' più calmi, lasciate che passi...lasciate...che...passi...

Estate 2005 
 
Foto di un treno vietnamita di Khánh Hmoong (CC)

Pensieri, conto tondo!/17


Con questi tredici pensieri facciamo conto tondo e arriviamo a cento

- E' matematica, vecchio mio. La fine non si sposta: se passi troppo tempo a preccuparti di come vivere te ne resta meno da dedicare alla vita stessa.

- Crescere? Ma neanche per sogno! Preferisco morire così che vivere in quel modo.

- A volte mi sento come un eremita smarrito in mezzo a una folla.

- Circondati da tutta questa mediocrità...e non riuscire nemmeno a trarne vantaggio.

- Per sentirsi vivi ogni tanto bisogna farla grossa.

- A nostro modo poi siamo degli artisti anche noi. La nostra forma creativa? Quella più rudimentale e istintiva: la vita.

- E' meglio rischiare di annoiarsi che far finta di divertirsi.

- E...per combattere la noia ci vuole un certo talento.

- Libero? Tutt'altro: sono schiavo della mia irrequietezza e la libertà che mi impongo serve solo a darle sfogo.

- Ma perché certi uomini si slacciano la cintura e sbottonano i pantaloni per fare la pipì? Non hanno notato quella apertura con cerniera alcuni centimetri più in basso?

- Accidenti, questo mondo è una trappola, e io continuo a cascarci...

- Li vedi quelli? Fanno un sacco di chiacchiere per guadagnarsi da vivere. A me a volte sembra di vivere solo per farmi quattro chiacchiere.

- La delusione è spesso figlia della sopravvalutazione.

Altri pensieri qui.

Il silenzio non è una necessità assoluta

Il ristorante (in Thailandia).
Stai cenando in un bel ristorantino, il vapore che sale dalla bottiglia di birra ghiacciata sfiora le tue guance arrossate mescolandosi all'aroma delle spezie che impregnano i frutti di mare sistemati davanti a te. La brezza di un ventilatore in lontananza si affanna a intermittenza per deviare il corso delle gocce di sudore che scivolano sulla tua fronte. Fa un caldo asfissiante, il caldo di una stagione che terminerà in fretta, spazzata via dalla violenza dei monsoni, ma tu hai imparato a respingere queste ondate di calore e a tenerle fuori dal bozzolo pacifico e fresco in cui ti piace rintanarti. Forse è il tuo atavico spirito di adattamento o forse alcune delle capacità nirvaniche dei monaci buddhisti sono state finalmente assorbite da un non identificato elemento spirituale nascosto da qualche parte dentro di te. Potresti addirittura goderti il momento. Perché in effetti dovrebbe essere un momento piacevole. Potresti, come dicevo, se non fosse per le vibrazioni di una chitarra elettrica e le urla feline di un cantante che colpiscono i tuoi timpani da distanza ravvicinata. Capisci che questo posto ti sta davvero cambiando quando scopri che invece di imprecare e insultarli canticchi il ritornello tra un boccone e l'altro, mentre la tua suola destra tiene il tempo sotto il tavolo scacciando al contempo uno scarafaggio o un topo venuto a banchettare tra gli avanzi.

Il cinema (in Cina).
Un trillo. Cerchi di indovinare a quale dei personaggi che appaiono sullo schermo sta suonando un cellulare. Non ci riesci, la curiosità ti rode, ma fra qualche istante il regista svelerà il mistero. Nulla, dopo dieci secondi nessuno nel film ha ancora ricevuto una chiamata. Noti invece che tre file sotto a te un cinese chiacchiera allegramente al cellulare. Stupore. E non si preoccupa di non alzare la voce quando gli sembra opportuno farlo. Doppio stupore. Con l'altra mano fa ruotare nell'aria una sigaretta accesa, da cui ogni tanto, mentre è il suo interlocutore a parlare, tira delle gran boccate di fumo che poi disperde a ventaglio sulle teste degli altri spettatori, con i movimenti invariabili e l'energia costante di un ventilatore. Stupore triplo, anche se questo non conta, perché fumare non fa rumore e si tratta di un problema totalmente diverso. Lo stupore cala invece il poker quando ti rendi conto non solo che nessuno gli dice nulla ma soprattutto che sembri essere l'unico in sala a dare importanza alla faccenda. That's China, mormori ricordando il mantra che ti è stato insegnato quando sei arrivato nel paese. Poi ti rimetti a seguire il film. Non sono stati comunque dei minuti sprecati. Controlla: sei già un po' più cinese di quanto lo fossi quando sei entrato. Beh magari più cinese no, ma un po' meno del posto da cui provieni forse sì, e di conseguenza un po' meno vulnerabile alle insidie della Cina.

Il parco (in Thailandia).
La gente va al parco per fare una passeggiata, leggere un libro, passare un momento romantico con la dolce metà, godersi la sensazione che soltanto una riserva naturale infilzata nel cuore della città sa trasmettere o anche solo appisolarsi su una panchina. Beh, provateci se ne siete capaci. Casse potenti pompano le note di sciocchi brani commerciali o, se siete più fortunati, di qualche pezzo folk. E quando quella playlist è terminata comincia la lezione gratuita di aerobica, musica irritante e urletti acuti dell'istruttore inclusi, ovviamente. L'unica cosa che resta da fare è lasciarsi andare e godersi lo spettacolo delle ciccione e dei vecchi che scimmiottano i movimenti del gay sulla pedana. 

Il Karaoke rudimentale (onnipresente nelle aree rurali del sud est asiatico).
Questo locale è allestito nel garage o addirittura nel giardino di una famigliola che per guadagnare qualche soldo ha investito una somma modesta in una specie di stereo con vari microfoni e una serie di dischi con canzoni sottotitolate e video inguardabili. Completano la scena un frigo colmo di birre e bibite gassate da mescolare con dei superalcolici. I clienti non sono mai più di una dozzina, spesso tutti i componenti di un'altra famiglia del paese o un gruppetto di colleghi o amici. Dopo un paio d'ore sono ridotti a degli stracci impregnati di alcol e fumo e sfogano tutta la loro allegria o la loro tristezza repressa sui microfoni, violentando dei brani che per fortuna se lo meritano, producendo suoni che si combinano in sequenze moleste e che per giunta vengono distorti da casse di dubbia qualità. Misteriosamente dalle finestre degli edifici adiacenti non vengono versate brocche di urina ed escrementi.

Il caffè (in gran parte dell'Asia).
Persino i caffè, proprio così, quei posti la cui colonna sonora dovrebbe essere quella dei cucchiaini che tintinnano sui piattini e sulle tazzine, delle dita che sfogliano le pagine delle riviste patinate, del lieve chiacchiericcio dei clienti seduti su un divano. Niente da fare. A volte è jazz, e quello lo puoi anche sopportare, ma più spesso si tratta di banale pop locale e dei pistolotti di un dj che ha trascorso troppo tempo a modulare il tono della propria voce e troppo poco a pensare a qualcosa di interessante di cui parlare.

L'autobus notturno (in Laos).
Il sole è tramontato da un pezzo. La sosta per la cena è già alle spalle. Sei quasi arrivato alla fine di un capitolo chiave del libro che ti inchioda a quel sedile da un bel po' di ore. L'autista spegne le luci principali. Tu armeggi con il comando della lampadina sopra il sedile ma, come succede sempre, è stato disattivato. In pochi secondi il getto dell'aria condizionata sistemato proprio lì a fianco ti ha congelato il polso in una posizione da Kung Fu. Non fa niente, leggerai domani, almeno si sono create le condizioni per godersi qualche ora di insperato sonno. Hai detto sonno? Ma come hai fatto a crederci seriamente, anche solo per alcuni istanti? Sei davvero un boccalone. Quel maledetto bastardo, invidioso dei passeggeri che potrebbero appisolarsi mentre lui deve guidare per tutta la notte, preme un bottone, gira una rotella e fa partire a tutto volume una sequenza di orridi brani da balera. Per un momento arrivi ad augurargli di trascorrere gli ultimi anni di vita sordo come un artigliere napoleonico. Poi tutti i tuoi vicini cominciano a cantare e all'improvviso orizzonti socio-antropologici finora sconosciuti si aprono davanti a te. Ti arrendi all'evidenza: il silenzio non è una necessità assoluta, un bisogno comune a tutti gli esseri umani. E mentre quel pensiero si assesta nella tua mente tu sprofondi con consistenza di invertebrato nel sedile in finta pelle.

Il rifugio (ovunque).
Fortunatamente c'è una soluzione a tutto questo casino. Si chiama farmacia. Ovviamente nemmeno quello è un luogo silenzioso, ma rovistando tra i suoi scaffali dovreste riuscire a trovarvi un buon paio di tappi per le orecchie. Da non dimenticare mai di mettere nello zainetto. Assieme al maglioncino, ovviamente.

Foto di Jenny Leigh (CC)

Traduzione goffa

"Fare sesso" è una traduzione abbastanza goffa dell'inglese "to have sex", e fa pure piuttosto schifo. Non soltanto da un punto di vista fonetico, anche se questo sarebbe già un motivo sufficiente per invalidare l'espressione. È la differenza stessa tra il significato dei due verbi a rovinare l'atmosfera: in un caso si fa, si agisce, ci si concentra sul lato meccanico dell'atto. Nell'altro si ha, si possiede in quanto si riceve, e siccome la cosa è reciproca ne consegue che qualcosa anche si dà. Non c'è paragone. Eppure i traduttori italiani la utilizzano spessissimo.

Ma sei ossessionato dal linguaggio anche nelle questioni di sesso? Starete pensando. Certo! La poesia, una delle più elevate espressioni dell'animo romantico, è in gran parte linguaggio. Se ne parli male non puoi che viverlo male. Se proprio di amore non si tratta e si vuole essere meno formali di un testo di medicina o psicologia allora preferisco utilizzare quei verbacci che hanno come radici scope, chiavi e trombe. Saranno anche volgari e vagamente maschilisti (tutti simboli più o meno fallici, non si parla mai di guaine, fodere o custodie) ma suonano più diretti, meno asettici, decisamente più sinceri. 

D'altra parte, come lessi una volta in un libro di un autore cubano, il sesso è bagnato, e non ha un buon odore. Perché quindi fare tanto gli schizzinosi quando se ne parla?

Immagine: copertina del libro in cui ho letto quella frase (non do garanzie sull'accuratezza della citazione)