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Immigrazione incontrollata: le teorie


Ho letto una vignetta provocatoria. Recitava più o meno così: <<Chi vorrebbe l'immigrazione incontrollata secondo i populisti? I "progressisti-buonisti". Ma chi la vuole davvero? Gli "industriali-capitalisti" (ovvero chiunque abbia bisogno di un bacino di manodopera a buon mercato).>>
Non sono mai stato un gran che come complottista, però la seconda tesi mi convince più della prima. Innanzitutto perché ha più senso. Per quale motivo infatti della gente qualunque, sulla base delle proprie idee politiche, dovrebbe augurarsi l'immigrazione incontrollata, con tutti i problemi di ordine pubblico che questa comporta? Gli altri, quelli del secondo scenario, hanno invece degli interessi molto concreti ad importare lavoratori a basso costo. E poi, come dicono gli americani, se vuoi sbrogliare una matassa, "follow the money", segui i soldi. Ed è abbastanza chiaro dove conduca la traccia del denaro.
Attenzione però, questo smonta totalmente l'altra tesi cospiratoria a riguardo. Quella della sostituzione etnica, che secondo gli amanti delle ipotesi più fantasiose sarebbe perseguita dalla solita cupola pluto-giudaico-fascio-marxista-supercazzolosa-con-scappellamento-a-destra-come-se-fosse-antani.
Chi vuole manodopera a basso costo è interessato, come dice la stessa espressione, al costo di tale manodopera, non alla sua etnia. La sostituzione etnica sarebbe semmai una conseguenza e non il fine del meccanismo.
Per assurdo, a sostituzione avvenuta, gli "industriali capitalisti", o chi per essi, per risparmiare sui costi del lavoro andrebbero in cerca di cristianissimi bianchi emarginati, mettendo in moto dunque un processo di sostituzione etnica a parti invertite.
Un circolo vizioso insomma. Il solito vicolo cieco in cui si ficca chi crede a teorie fantasiose solo perché hanno il fascino, appunto, delle teorie fantasiose.

Neo-schiavismo


Sul problema dello schiavismo dei rider pensavo di non voler scrivere nulla, perché ha una soluzione talmente banale che non meriterebbe grosse attenzioni. Invece ho deciso di scriverne proprio per affrontare il motivo per cui tale soluzione non viene applicata.
Partiamo con la soluzione. Il costo totale della consegna deve includere una parte per il contributo del rider più alta di quella attuale. Molto più alta. E deve pagarla chi ordina.
Se non vuoi o non puoi farti da mangiare e preferisci il cibo del ristorante, ma al ristorante non ci vuoi andare, né per mangiarci né per ritirare il tuo pasto di persona, e ti aspetti che qualcuno ti effettui la consegna a casa, beh quel servizio devi pagarlo, perché chi lo eroga è lì per servirti, non per farti da schiavo.
L'esercente potrà farti un minimo sconto sul menù perché non occupi spazio in sala e non ti deve servire al tavolo, ma qualcuno deve pur lavorare per il confezionamento e la consegna del tuo pasto.
Il costo del rider lo paghi tu, e attualmente è troppo basso. Lo capisce anche un fesso.
Quindi perché un problema così banale non viene risolto?

I bei tempi inventati


Che ci siano a tutt'oggi problemi di sicurezza nelle città italiane è innegabile.
Ma il paragone con i presunti fiabeschi anni '70, '80 e '90 è un falso storico. Lo si potrebbe anche archiviare come ridicolo, se non fosse utilizzato per biechi fini propagandistici.
Le ultime decadi del secolo scorso sono state segnate da ondate di fenomeni criminali di svariati tipi. Le strade non erano per nulla sicure, le proprietà private men che meno, per non parlare dei veicoli. Piazze centralissime e parchi pubblici in mano alla mala dello spaccio, dove dopo una certa ora era folle incamminarsi.
La situazione era quindi molto tesa, anche tralasciando problemi gravissimi come le organizzazioni mafiose al picco della loro potenza, racket, rapimenti, terrorismo di diversa matrice.
Personalmente ricordo quattro o cinque svaligiamenti a casa, auto rubate, non parliamo di biciclette, portafogli e documenti; mia nonna, così come molti altri anziani, trascinata a terra da due ceffi in motorino che le strapparono la borsa di mano; mia madre terrorizzata con i figli piccoli in una piazza trasformata in campo di battaglia tra celerini e manifestanti.

Italia vs Germania, la speciale normalità

Ed ecco che ci tocca ascoltarla di nuovo. L'incensazione lagnosa, patetica, tardiva e tendenziosa dell'esempio tedesco. Ma piantatela!
La Merkel non è un genio, il popolo tedesco non è sempre e comunque un modello inimitabile di organizzazione ed efficenza. Semplicemente da quelle parti fanno collettivamente quello che ogni individuo, anche italiano, preso singolarmente, fa nel suo piccolo ogni giorno. C'è un problema di ordine pratico: lo analizzi, lo scomponi per capirlo, lo osservi da varie angolazioni e cerchi quindi di farti venire in mente una buona soluzione. Quando credi di averla trovata, la applichi.
Noi italiani non manchiamo certo di intelligenza, creatività e astuzia. Siamo semplicemente ostacolati dal nostro atavico impulso alla caciara, alla vanità, all'orgoglio, all'immobilismo, allo scontro verbale, all'arrocco su posizioni pseudo-ideologiche totalmente fuori luogo. Dal presidente del consiglio di turno all'ubriacone d'osteria, tutti adepti e vittime del passatempo nazionale: la divisione in fazioni, il ridurre ogni questione, politica, economica o umanitaria che sia, a una sorta di Palio di Siena o di derby della Madonnina.

La fortuna di essere nati in Europa

Ho appena letto un interessante articolo sul Corriere che mi ha dato la possibilità di riflettere su tante cose osservate durante i miei viaggi in Asia. Ecco il link.
Quel che dice l'autore è tutto vero.

Rilassatevi, la colpa del dramma dei migranti non è tutta vostra

Sicuramente bisogna fare qualcosa per risolvere il problema dell'immigrazione clandestina, dei barconi che affondano, dei poveracci che annegano, del traffico brutale di esseri umani. Molto probabilmente si sarebbe già dovuto prendere qualche serio provvedimento in passato. Ed è comprensibile che la dimensione della tragedia tocchi la sensibilità della gente. Chi ha un po' di cuore non può che essere colpito dalle notizie e dalle immagini diffuse di recente. Non sono quindi giuste (non sempre almeno) le accuse di buonismo a chi esprime solidarietà o anche solo dispiacere e sgomento.
L'orda di flagellanti virtuali che ha tramortito il web a colpi di commenti penitenti è però sconcertante. Va bene, è vero: tra i vari motivi che hanno portato alla situazione attuale ci sono ANCHE il colonialismo, l'imperialismo, lo schiavismo e lo sfruttamento delle risorse in Africa e nelle altre aree in via di sviluppo. Non sono però le uniche ragioni, e non è detto nemmeno che siano quelle preponderanti. 
Qualcuno saprebbe dire in che condizioni sarebbe il continente africano se la storia fosse andata in modo diverso? Io no, e non sono assolutamente sicuro che la situazione sarebbe tutta rose e fiori. Di sicuro quando le potenze occidentali hanno spalleggiato dei dittatori compiacenti si sono verificate gravi violazioni dei diritti umani. Ma quando hanno dato assistenza alle forze popolari e rivoluzionarie, o anche (e specialmente) quando si sono tenute in disparte, la situazione è spesso degenerata in conflitti tribali, guerre civili, massacri, perfino genocidi. La tratta degli schiavi c'è stata, è innegabile, perché c'era chi li comprava (in Europa, in Africa e altrove), ma anche, ed è innegabile pure questo, perché in Africa c'era chi li vendeva (così come succede adesso con il contrabbando dei migranti). Da decenni le risorse del territorio vengono sfruttate e vendute al miglior offerente da spietati faccendieri del posto (sottolineato, del posto), spesso con corollari di violenza, sofferenze e stenti. 

Il costo della sicurezza - Cebu, Filippine

La teca con le armi bianche
Aeroporto internazionale di Mactan-Cebu. Qualche metro prima del controllo bagagli finale, l'ennesimo, c'è una teca in vetro. E' colma di oggetti requisiti. Ce ne sono di ogni tipo. Da quelli potenzialmente pericolosi - forchette, coltelli a serramanico, forbici, bombolette di lacca - ad altri apparentemente più innocui, come bottigliette di shampoo, collutorio, deodorante, palline da golf, spazzolini, nastro adesivo, rotelle metriche. Subito dopo la barriera a raggi X c'è un tavolo pieno di bottiglie d'acqua. Tutta roba proibita in volo per la nostra sicurezza, dicono. Persino l'acqua. Se te la porti da fuori te la strappano dalle mani come se stessi cercando di contrabbandare una tanica di kerosene. Solo quella che vendono ai gate sembra essere sicura. Sarà, io di sicuro ci vedo solo il fattore 2 o persino 3 per cui moltiplicano il prezzo.

Cittadinanza italiana a punti

Mi è capitato a volte di incontrare dei figli di stranieri, nati e cresciuti in Italia. Mi fa ancora un effetto strano. Non veniamo dall'America o l'Australia, dove queste situazioni si presentano da decenni. Da noi il fenomeno è ancora piuttosto nuovo. Ascoltare quello che sembrerebbe un indiano parlare con l'accento bolognese o una cinese che apre e chiude le vocali "al contrario", come una perfetta milanese, mi sorprende e affascina ancora parecchio. L'imperturbabilità in questi casi non mi riesce proprio di sfoggiarla.
I segni delle loro origini li portano evidenti sulla pelle, sui lineamenti, i capelli, la statura. Poi però ti spiegano che si sentono italiani, perlomeno in percentuale molto alta. Molti di loro non parlano la lingua dei genitori, si sentono a disagio quando stanno a tavola con i loro parenti lontani, preferiscono una pizza con gli amici italiani.
Eppure sono stranieri a tutti gli effetti. Hanno la cittadinanza dei genitori e vivono in Italia con un permesso di soggiorno. Parlano italiano perfettamente, hanno frequentato la scuola italiana, fin dalle elementari, hanno studiato storia, letteratura ed educazione civica italiana. Qualcuno non ci ha capito un gran che? Certo, così come molti italiani "veri". Beh, tutto ciò non conta nulla. La cittadinanza a loro non gliela danno quasi mai. Le loro domande si perdono tra procedure intricate, cavilli assurdi e strati di polvere depositata su scrivanie di funzionari pubblici recalcitranti. Il passaporto italiano è meglio darlo a un sudamericano o un australiano che vanta un trisavolo del Regno Lombardo-Veneto o di quello delle due Sicilie, magari pure tarocco, che non parla una parola di italiano e non sa nemmeno se l'Italia è una repubblica o un regno. Migliaia di passaporti sono stati distribuiti in quel modo negli ultimi dieci-vent'anni.

Rinnovo passaporto creativo - Bangkok, Thailandia


Ricordi dell'agosto 2006

Ho deciso di sottoporre il passaporto a un'altra di quelle sessioni intensive che gli ho imposto così spesso negli ultimi anni asiatici. 
Il piano è questo: da Bangkok a Hong Kong, dove incontrerò Lu e Lo provenienti da Venezia, poi col ferry a Macao, quindi ritorno assieme a Hong Kong. Ottenere lì il visto per la Cina, passare il confine via terra e da Shenzhen volare fino al limite occidentale del paese, nello Xinjiang - con capatine a Urumqi, nel deserto, a Turpan e a dei sudici, stupendi mercatini rurali -, fare quindi di nuovo rotta a est sbarcando a Chengdu e da lì calare sullo Yunnan per fermarci a Kunming, dove da sei mesi affitto un appartamento assieme a dei compagni di studi (lingua cinese presso la Yunnan Normal University). I miei ospiti torneranno quindi a Hong Kong da dove si imbarcheranno nel loro volo di ritorno per l'Italia. Io invece mi ci fermerò un po' per poi puntare di nuovo su Bangkok, da cui anch'io ho un volo (A/R) per l'Italia. Ogni anno ci torno per un mese a visitare famiglia, amici e luoghi cari. Infine, una volta lasciata l'Italia, da Bangkok tornerò a Kunming, per restarci qualche mese.
Faccio sempre così: periodi di stazionarietà, a godermi una città o una spiaggia dove mi piace bighellonare o dove ho un contratto di lavoro, poi all'improvviso parto, senza salutare nessuno (spesso perché non c'è nessuno da salutare) e nelle settimane che seguono lascio che dei simpaticoni ai punti di frontiera o nelle ambasciate mi flagellino le pagine del documento di viaggio a colpi di timbro o le ingessino con degli adesivi che sembrano delle marche da bollo giganti. Gli spostamenti diventano ancor più frenetici quando qualcuno viene a trovarmi dall'Italia, come in questo caso. Col tempo e con l'esperienza infatti sono diventato un viaggiatore (o turista?) tendenzialmente lento: se con un posto non c'è intesa parto subito, altrimenti ci passo una settimana almeno, anche soltanto per fare qualche passeggiata e leggermi a rate un libro in un caffè che dopo un paio di giorni mi sembra già il salotto di casa. Ma gli amici o parenti che vengono a trovarmi hanno le ferie di ordinanza da venti giorni e fremono dalla smania di visitare il maggior numero possibile di località. Io per il piacere del viaggiare in compagnia (quella buona, altrimenti gli spostamenti solitari mi vanno benissimo) sono ben lieto di adeguarmi. Come questa volta.

La notizia - Kuala Lumpur, Malesia

Alloggio in un albergo fighetto, che ovviamente non pago io. Non è certo un hotel di lusso ma è buono abbastanza per farmi sentire uno scroccone. Anche un po' fuori posto alle volte, come se fossi l'oggetto di uno scambio di nomi. Accadeva soprattutto all'inizio in realtà, perché purtroppo agli standard superiori ci si abitua in fretta e certi privilegi si comincia a darli presto per scontati. Fa niente, non c'è rischio di danni permanenti: fra pochi giorni la pacchia finisce, si salta giù dal comodo materasso coperto con lenzuola vellutate e cuscini soffici e si torna a masticare la polvere, quella sollevata dalle suolacce che pestano il duro manto stradale. Beh, insomma, si fa per dire, tanto per darci un paio di pennellate di vivido melodramma.

Nemmeno un cameriere - Kuala Lumpur, Malesia

Foto di Keven Law (CC)
Osservando con attenzione e tenendo le antenne della propria sensibilità ben sintonizzate si possono captare dettagli interessanti anche in una scena apparentemente priva di originalità. Ne ho un esempio proprio qui davanti a me, in questo ristorante all'aperto. Quella sua solita sequenza di mosse studiate ma eseguite in fretta e con approssimazione, in maniera istintiva, come una lepre che sfugge a un branco di lupi: scuote lo sgabello, china la testa, sgrana gli occhi, dà un colpo col panno umido a un angolo del tavolo di plastica. E' il suo messaggio in codice per il cliente indeciso, blandamente criptato: "mangia da noi, siediti qui, non continuare a cercare, passando oltre, verso il prossimo ristorante della fila immensa che corre lungo tutta Jalan Alor. Resta, vedi come ti sistemo lo sgabello e mi assicuro che il tuo tavolo sia lindo?"
Messaggio che potrebbe essere facilmente frainteso, visto che il cliente potrebbe notare le macchie di unto sullo straccio e pensare "ma se ora hai bisogno di pulirlo quel tavolo significa che prima era sporco, e in che condizioni sarà il resto della superficie (la sua parte più estesa) che non hai ancora strofinato: sporca perché non l'hai pulita o pulita perché lo strofinaccio sozzo non ci è ancora passato sopra?" E magari deciderà di andarsene, per scoprire che il prossimo locale non è certo meglio di questo. Anzi, a conti fatti, essendo ubicato all'inizio della via, questo è forse il migliore, se non altro perché fermandoti qui ti risparmi inutili metri di caos e scocciature, ed è proprio per questo che da qualche anno quando sono a Kuala Lumpur e vengo a mangiare in questa zona scelgo senza nemmeno pensarci.
Ma questo bambolotto, questo peluche, questo cucciolo di procione è davvero irresistibile: dolcissimo, commovente, fa tenerezza e un po' pena. Con quella faccia scura, lo sguardo guizzante, terrorizzato, che sgorga da quegli occhietti da cerbiatto braccato, i movimenti scattanti e il broncio implorante.
Non si può nemmeno chiamarlo cameriere, perché...beh semplicemente perché non lo è. E' qui per fare soltanto quello che sta facendo ora, e che fa ogni giorno: una rete che il proprietario getta in strada per accalappiare il maggior numero di passanti in cerca di un posto per mangiare qualcosa di semplice, genuino e a buon mercato. E magari per farsi pure una birra all'aperto. Lui è qui per far finta di sistemare il tavolo e aprire un menu dalle pagine plastificate e unte davanti ai clienti. Per poi fuggire, prima che qualcuno gli faccia una domanda a cui non saprebbe rispondere, lasciando che i camerieri, quelli veri, che parlano inglese, malese, mandarino e altri tre o quattro dialetti cinesi, vengano a occuparsene.
Perché lui è solo un povero immigrato, probabilmente birmano, come i tanti che arrivano qui e in altri paesi dell'area alla ricerca di una vita migliore e che, almeno per qualche anno, trascorrono trenta giorni al mese scuotendo sgabelli e strofinando tavoli, lavando cessi, trasportando secchi, spaccando strade e rovistando tra la spazzatura. Qualcuno farà fortuna, perché ha i soldi per lanciarsi in qualche impresa o l'abilità di farsi strada a spallate tra le fronde di quella giungla di opportunità, corruzione, anarchia organizzata, energia, ottimismo e spinta inerziale che è al giorno d'oggi gran parte dell'estremo oriente. Altri invece se ne torneranno a casa, ma non a mani vuote, perché il gruzzoletto di valuta pregiata che avranno accumulato qui, nel loro paese varrà come un piccolo tesoro. In fin dei conti è quella che in inglese si chiama una situazione win-win. Comunque vada, vinci sempre. Soprattutto se sei partito da zero.

Barriere (quasi) intangibili - Bangkok, Thailandia

Centro Servizi Governativi - Bangkok
Cittadino del mondo, anima cosmopolita, attitudine internazionale, spirito libero. Certo, sono espressioni suggestive. Evocano immagini di poeti e pensatori seduti a un tavolo, un bicchiere d'assenzio davanti e nella mano una penna d'oca. Hai voglia però ad autoproclamarti tale, poi devi fare i conti con chi non è d'accordo...e si tratta di un gruppo molto folto: legislatori, membri di governi centrali e locali, forze dell'ordine, ufficiali d'immigrazione, doganieri, movimenti indipendentisti e separatisti, sciovinisti, gruppi extra-parlamentari, xenofobi, fanatici religiosi, nazionalisti, campanilisti, regionalisti. Tutti, a modo loro, tendono a farti sentire un estraneo, uno straniero, un cittadino di un posto lontano, non del mondo ma di un paesino, di un quartiere, di un rione o di un isolato.
Attualmente vivo in Thailandia con un visto di studio, ottenuto tramite iscrizione annuale a una scuola di lingua a cui, come si usa da queste parti, ho dovuto corrispondere in anticipo la retta per l'intero corso. Non è poi una situazione così tragica: almeno qui l'affitto della casa lo pago ogni mese, a differenza della Cina dove mi vidi costretto a saldare il conto delle dodici mensilità, più caparra, sull'unghia - con un pacchetto di sudici bigliettoni da 100 RMB - al momento di ricevere le chiavi.
Ma torniamo a bomba: per fornire un esempio di come i succitati sabotatori agiscano in modo da farvi sentire sempre degli ospiti (non troppo) bene accetti, eccovi il racconto della mia ultima visita all'ufficio immigrazione.
Devo prendere due piccioni con una fava: il rinnovo del permesso di soggiorno e un re-entry permit per un imminente viaggio in Malesia (per la spiegazione di questi termini vedi l'appendice in coda al post). Insomma, si tratta di due pratiche, due numeri, due code, due sportelli, due timbri, due palle, due tutto. Ho bisogno di una quasi perfetta combinazione di eventi e di un allineamento astrale propizio per non essere costretto a passare tutto il giorno in ufficio.
Arrivo a un'ora scelta con casualità piuttosto accurata: non troppo presto, per evitare la fastidiosa coda davanti alla porta chiusa - con occhiate di sfida tra i presenti e tacite intese sulla sequenza di entrata - e non troppo tardi per non vedermi consegnare un biglietto con un numero di tre cifre. 
Il numero non viene assegnato se non si è prima compilato il modulo. Mi munisco di quello apposito, lo riempio e ci appiccico la foto con la colla che sbava sul passaporto e i sui documenti della scuola. Ogni volta mi dico di metterne poca, ma è sempre troppa, troppo liquida, troppo unta e maleodorante.
Non ho le fotocopie del passaporto (fondamentali! L'originale per certa gente non è mai abbastanza...), ma decido di sfidare la sorte e di presentarmi comunque all'addetto che distribuisce i numeri, così da non scalare troppo indietro alla coda. Mi va bene, ottengo il 37, poi scendo al negozietto delle fotocopiatrici e fatte le copie mi avvio agli sportelli.
Hanno installato uno schermo su cui viene trasmesso un video in cui si spiega la procedura e il perché ogni pratica richieda almeno quindici minuti per essere sbrigata. Vengono fornite anche le probabili ragioni di un eventuale ritardo (riassunto: è tutta colpa del richiedente).
La trafila è complessa e una pratica deve passare attraverso un consistente numero di mani prima di essere approvata dal supervisore, ma considerata l'abbondanza di sportelli e il numero che ho in mano dovrei farcela in mattinata. È meglio però non contarci troppo, gli imprevisti sono sempre in agguato: quando sono in mano ai burocrati mi sento sempre come una pernice in un bosco battuto dai bracconieri.
La situazione è fluida, i numeri scorrono senza troppi intoppi, arrivati al 30 manca ancora parecchio alla temuta soglia del mezzogiorno, l'ora della pausa pranzo. Una signora riceve un passaporto, ma invece di togliersi dai piedi felice e sollevata si rimette a sedere. Dopo alcuni minuti ne riceve un altro. E si risiede. Mannaggia, è un'agente che rappresenta un folto gruppo di birmani, il che equivale a un solo numero per varie pratiche. Questo provoca uno slittamento piuttosto consistente del mio turno, ma dovrei ancora farcela. 
Il mio momento di gloria infatti arriva in fretta: consegno passaporto, documenti e denaro, va tutto bene e torno dunque al mio posto. L'addetta ora inserirà e controllerà dei dati al computer. La tengo d'occhio, non ci sono problemi e il tutto passa all'ufficiale finanziario. Da qui in poi è difficile monitorare con precisione l'avanzamento, perché le pratiche sono impilate e c'è un nugolo di addetti che ronza attorno al tavolo. Procedo a intuito.
Quando reputo che il mio passaporto sia già sul banco del supervisore - il passaggio finale - viene chiamato il numero di una signora dall'incedere arrogante e lo sguardo torvo, i chiari segni di uno che ha un problema ma è disposto a vendere cara la pelle prima di arrendersi. Infatti la pivella del primo livello della procedura scrolla leggermente la testa e fa per spiegare qualcosa, ma l'altra la zittisce con due parole taglienti e la costringe a chiamare il suo superiore. E questo risulta essere il supervisore che era in procinto di timbrarmi il passaporto.
Me la vedo brutta. Il supervisore prende il posto della pivella, dà un'occhiata alla pratica e poi comincia sorridente e con calma a spiegare il regolamento alla signora. Questa ribatte colpo su colpo, arringando, indicando, riferendo, citando. Io trotterello, zompetto e borbotto per sfogare l'irritazione. Vanno avanti in questo modo per un periodo lunghissimo, prima che il supervisore decida di darle un'altra chance mandandola da un collega che sta altrove. E non poteva farlo prima?
Il mio turno arriva, mi consegnano il passaporto con il rinnovo, ma sono già le dodici. Esco e cerco di iniziare la pratica per la richiesta del re-entry permit prima che tutti se ne vadano a mangiare, ma è troppo tardi. È tutto chiuso, mi toccherà richiedere il numero dopo l'una.
Scendo al piano interrato di questo nuovissimo e maestoso Centro Servizi Governativi che assomiglia all'aeroporto di una grande città cinese: un'ostentazione di apparato e ricchezza, una prova di forza. Passeggio, osservo, mangio qualcosa, mi faccio un caffè e torno all'ufficio immigrazione.
Altro modulo, la colla e le foto. Dove sono le foto? Maledizione, devo averle perse stamane. Ora mi tocca scendere di nuovo. Ci metto poco: benedetta sia l'era del digitale. Una volta ascoltai qualcuno che vi si riferiva con una sorprendente espressione: "crisi". Era il proprietario di un laboratorio di sviluppo e stampa fotografica: solo a loro può venire in mente di chiamarla così.
Riprendo da dove avevo interrotto. Questa è una procedura più semplice di quella precedente e verso le due sono già fuori.
Mentre salgo sul taxi do un'altra occhiata all'edificio e penso che dovrò tornarci molto, troppo presto. Il riso e le verdurine picchiettano sulla bocca dello stomaco. Cittadino del mondo, spirito libero: chissà se anche Diogene e Voltaire dovevano rinnovare il visto ogni tre mesi.

Il passaporto giusto - Confine Malesia-Singapore

L'ufficiale di frontiera ha il timbro a mezz'aria mentre cerca sul passaporto una pagina libera. Poi si ferma, scruta, si acciglia e borbotta: "Perché continua a entrare ed uscire dal paese?"
A volte, oltre ai sigilli, anche la sfortuna e il fato si abbattono sulle pagine di un banale passaporto. Faccio notare che questa è soltanto la seconda volta, le visite precedenti risalgono a più di un anno fa. Per coincidenza i visti stanno su pagine adiacenti. 
Controlla le date, si rilassa, ma non troppo. "Non importa lo potrà comunque spiegare al mio superiore." Vengo accompagnato in una stanza, niente finestre, luci al neon. È piena di immigrati, la maggior parte sta in piedi. È un mappamondo di volti, un ronzio di lingue: indiani, pachistani, cingalesi, indonesiani, filippini, cambogiani, thailandesi e birmani. 
Sono l'unico occidentale, l'ufficiale mi chiama e nel giro di un minuto sono già un gradito ospite. I miei compagni di cella continuano ad aspettare, dovranno aspettare ancora, aspettano da sempre. Hanno gli occhi gonfi e le guance tese, ma qualcuno mi osserva e mi lancia un sorriso. Io al loro posto sarei crepato d'invidia. 
Mi avvio verso la sopraelevata, diretto a Singapore, questo gran centro commerciale travestito da stato e mentre la mente scorre sui pensieri a scivolo, ho già scordato quel tipo di potere ineffabile conferito a un nessuno...se ha il passaporto giusto.

Confine tra Malesia e Singapore, dicembre 2003

Foto "Frontiera tra Thailandia e Laos", di Fabio

Itamil (non è una medicina) - Bangkok, Thailandia

Una notte a Bangkok incontro D. Se chiudi gli occhi mentre lo ascolti dopo cinque secondi sai già che è emiliano. "Sono nato a Reggio ma sono bolognese..." Piccolo, minuto, la chioma nera che ondeggia. Sotto la pelle scura scorre sangue tamil, i lineamenti indiani seguono una variante del sud. Dopo aver detto a me di essere bolognese, confessa a degli inglesi di non essere italiano. "Se hai un genitore italiano o sei stato adottato ottenere la cittadinanza è una formalità. Ma chi, come me, ha la famiglia straniera può provarci per anni e per anni non farcela." D. è spigliato, ha studiato in Italia e in Australia, è intraprendente, sveglio, una risorsa umana preziosa. Mangia ragù e tortellini con gli amici italiani e si sente a disagio ad un pranzo tamil. Sono stupito e sbalordito, non me lo levo dalla testa, una frazione di colpa mi pesa sullo stomaco. Penso al dibattito in corso sulla cittadinanza agli immigrati. Ma di che parlano, con quale credibilità? In Italia come D. ce ne sono decine di migliaia.

Foto di un passaporto italiano del 1901 (PD), da wikipedia.org

Un mese sull'ovatta - Padova, Italia

Sono in Italia già da due settimane. Il tempo è un cucciolotto che barcolla sull'ovatta. È l’unico mese dell’anno che trascorro qui. Pur senza fare nulla di speciale, la noia non stiracchia ancora l’elastico delle giornate. Scrivo qualcosa, passeggio, mi faccio coccolare da mamma e papà, rivedo i vecchi amici, riscopro il senso delle serate trascorse a casa, mi aggiro tra le stanze con un libro al guinzaglio.

I libri. Ne ho ripreso in mano uno, comprato e letto anni fa a Singapore. È una cosa che faccio di rado, rileggere i libri. A volte ripenso a un bel capitolo, a una sensazione provata, che voglio rimettere alla prova a distanza di anni, ma c’è quasi sempre un nuovo volume che mi cattura, soffocando il proposito quand’è ancora nella culla.
Questo però è un libro unico, una raccolta di racconti brevi, anzi brevissimi, come dice anche il titolo, “Sudden fiction”. Ogni brano dura non più di due pagine, spesso una soltanto, in cui si concentra la magica pozione ottenuta con un personaggio azzeccato, una situazione tesa, un incipit fulminante seguito da un finale a sorpresa. Divori in un boccone i raccontini che ti piacciono e ti sbarazzi in fretta delle storie con cui non fai click. Un libro che, come e forse più delle altre raccolte, lo puoi leggere indifferentemente in un verso e nell’altro, dal primo racconto a seguire o dall’ultimo a ritroso, se ti va persino a saltelli qua e là.

Oggi in centro c’era una manifestazione. Un gruppo di immigrati sfila urlando slogan contro il razzismo, toccando i punti strategici dell’organismo cittadino: il comune, la prefettura, le piazze e la zona pedonale. A prima vista si tratta di un gruppo omogeneo, ma basta seguirlo e osservarlo un po’ per notare tutte le sue sfaccettature. C’è il leader naturale, che trova un piano rialzato per mettere alla prova le proprie doti di oratoria. Altri danno fondo al loro bagaglio di italiano per spiegare a due vecchietti la propria frustrazione. Ce ne sono alcuni, una minoranza a dire il vero, che si rivolgono ai passanti inermi con parolacce e gestacci. Sarà quel miscuglio di entusiasmo e luci della ribalta a proiettare ai loro occhi un mondo in bianco e nero, la divisione illusoria tra buoni e cattivi, loro da una parte e tutta l’Italia dall’altra. Dimenticando forse che anche nei cortei di questo tipo si annidano agitatori, opportunisti e volta gabbana. “Se questi italiani ci uccidono, uccideremo gli italiani nei nostri paesi” è uno slogan che può traghettarli dalla ragione al torto.
Ma la maggior parte dei manifestanti per fortuna si comporta bene: gridano la loro rabbia ma dialogano con i cittadini. Ce ne sono infine alcuni, con i quali mi identifico un po’, che incontrano una ragazza carina e si scordano del corteo.

Birmania: sogni con la cravatta. Kuala Terengganu, Malesia

Seduto in un comodo autobus che scorre via lungo un'autostrada della Malesia, anche i drammi dei popoli e dei paesi più vicini sembrano problemi di un altro continente.
Mi ero preparato ad un lungo e noioso tragitto, da trascorrere leggendo ed ammirando, di tanto in tanto, la stupenda costa orientale della penisola. Come spesso accade invece, è il caso a riservarmi gli incontri più interessanti. Quello che mi attendeva oggi in quest'autobus cambia il sapore della mia comodità, strappa me e la Malesia dall'ovattata illusione dello sviluppo tecnologico e sociale, e ci riporta nel complesso contesto regionale in cui siamo inseriti.
Viaggia sul mezzo un folto gruppo di ragazzi che, a giudicare dall'aspetto e dalla lingua che parlano, non sembrano del posto. Durante una sosta presso una stazione di servizio faccio due chiacchiere con un cinese di Kuala Lumpur, il quale mi spiega che sta accompagnando il gruppo di stranieri nello stato di Terengganu, dove c'è già un impiego che li attende.
Sono birmani, appena arrivati da Rangoon. Ognuno porta al petto un tesserino identificativo. Indossano camicia e cravatta. L'unico di essi che parla un po' di inglese mi mostra orgogliosamente un foglietto su cui ha appuntato l'indirizzo della sorella che vive in California. Poi mi porge il suo passaporto e mi chiede se posso mostrargli il mio.
Il libretto che ho tra le mani mi fa tornare alla mente tante conversazioni avute in Birmania - a volte al tavolo di una "tea house", altre in uno scomodo autobus notturno. Quante volte a Rangoon, a Mandalay, al lago Inle ho sentito parlare di quel documento - apparentemente ordinario - come se fosse il simbolo del sogno di una vita, un tesoro tanto agognato, ma forse irraggiungibile.
Abituati ad averne uno tramite una semplice pratica burocratica, non immaginiamo nemmeno quanto prezioso possa essere un passaporto per il cittadino di un paese come l'Unione del Myanmar. Significa un lavoro all'estero - in Malesia, a Singapore, in Giappone -, significa un po' di denaro per sé e la famiglia, lo stomaco finalmente pieno, la possibilità di mandare il figlio o il fratello all'università o di aprire un'attività una volta tornati in patria. Con quel libretto in mano, mentre osservo il visto malesiano stampigliato sull'unica pagina utilizzata, penso alle probabili storie di quei ragazzi. Quanti sogni dietro a quel viaggio, a quella camicia e a quella cravatta - forse annodata dalla madre all'alba - che alcuni portano con l'aria di non averne mai indossata una.
Quanti sacrifici per pagare il mediatore che si è occupato di "oliare" tutti gli ingranaggi della macchina burocratica, nonché di far saltar fuori l'impiego all'estero. Lavori umili, nelle imprese di costruzione, in qualche fabbrica, i più fortunati in un ristorante. Lavori duri con cui nei paesi più ricchi nessuno più vuole avere a che fare ma che per questi ragazzi - e ancor più per le loro famiglie - valgono come l'oro.
Non hanno molte speranze a casa, in uno stato che al termine dell'occupazione britannica - in quanto a potenzialità - si collocava, in Asia, alle spalle del solo Giappone. Ricca di risorse, con un ottimo sistema educativo, un altissimo livello di istruzione e una diffusa conoscenza dell'inglese, la Birmania si preparava - alla fine della seconda guerra mondiale - a spiccare il salto verso lo sviluppo. E' invece caduta nel baratro della guerra civile, dell'involuzione, della dittatura e della povertà.
Per decenni il popolo birmano ha sopportato le angherie a cui la dispotica giunta militare lo ha sottoposto. A centinaia i dissidenti sono stati arrestati, torturati, mandati ai lavori forzati e uccisi. A volte anche solo per una battuta sui potenti, come successe a Par Par Lay, un componente del gruppo 'Mustache Brother' - i Beppe Grillo o i Roberto Benigni birmani - che andai a vedere una sera a Mandalay. Si esibivano - non essendo autorizzati a farlo in luogo pubblico - nel garage di casa, davanti a cinque o sei spettatori accomodati su semplici sedie da cucina. Durante lo spettacolo il fratello minore raccontò la triste storia di Par Par Lay, finito per sei anni in un campo di lavoro a Myitkyina - nel nord del paese - a causa di una battuta satirica all'indirizzo del governo.
Nonostante tutto i birmani hanno resistito, hanno piegato la testa e hanno continuato a vivere le loro vite, per quanto dure e umilianti queste potessero essere. Ora però devono far fronte ad un'ulteriore minaccia, forse la più tremenda: l'estrema povertà, e con essa la fame. L'incompetenza della giunta e le guerre che il governo centrale ha combattuto contro gli eserciti ribelli hanno messo in ginocchio l'economia del paese. Inoltre le sanzioni economiche internazionali applicate nei confronti della dittatura hanno avuto l'effetto di lasciare a casa migliaia di lavoratori, mandando le loro famiglie sul lastrico.
Mentre ero in viaggio nel paese lo scorso ottobre mi capitò spesso, troppo spesso, di ascoltare delle storie, tutte simili tra loro. Storie di uomini e donne, che si lamentavano per non essere ormai nemmeno in grado di comprare la quantità di riso necessaria a sfamare i loro figli. Storie raccontate solo per far sapere, senza secondi fini, con la dignità di chi non vuole l'elemosina.
Come quella di un tassista di Rangoon che incontrai sull'autobus che da Mandalay mi portava al lago Inle. Andava a trovare la famiglia che vive a Taunggy.
«Con il taxi riesco a mettere assieme una somma...che...qui da noi...è sempre stata più che sufficiente...sai...
«Ma c'è quella maledetta inflazione...e anche uno stipendio come il mio quasi non basta più a sfamare tutte le bocche che aspettano a casa...
«Il mio sogno è quello di raggiungere mia sorella a Singapore. Lì, potrei lavorare per qualche anno, poi tornare ed aprire la mia attività a Taunggy. Così potrei finalmente vivere con la mia famiglia...
«Lavorerei soltanto in un'autofficina...sai...solo lì, altrimenti preferisco continuare a guidare il mio taxi...»

Chissà se ce l'ha poi fatta...
Nel frattempo ce l'hanno fatta questi ragazzi, che si sbeffeggiano e ridono come degli scolari in gita, che sfogliano un dizionario per imparare un po' di 'bahasa Malaysia', che osservano curiosi il mio passaporto, con dignità, perché siamo alla pari, e anch'io sto osservando uno dei loro. E ce l'hanno fatta le loro famiglie, che presto riceveranno i primi 'interessi' sul capitale investito.
Non ce l'hanno fatta invece i sei birmani, tra i 20 e i 30 anni, che sono stati "pescati" in questi giorni dalla polizia malesiana dopo essere entrati illegalmente nel paese.
Non ce l'hanno fatta - non ancora almeno - altri milioni di famiglie, che continuano in Birmania la loro lotta quotidiana. Non già contro la dittatura, bensì contro le avversità, per portare a casa quel po' di riso che serve a tirare avanti.