Post

Visualizzazione dei post da luglio, 2010

Entra da qui

Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Ci sono riusciti - Guangzhou, Cina

Aeroporto di Guangzhou, di Fabio
È una di quelle notti in cui ti lasci trasportare dal profumo del vento, dagli incontri, da quel che la vita ti mette a disposizione, non per l'anno prossimo o per domani, ma sul momento, su quel marciapiedi, molte ore prima che il giorno arrivi a farti razionalizzare tutto. E la cosa, almeno per me, riesce meglio quando sto all'estero, preferibilmente in un luogo in cui non conosco nessuno, non ho alcun aggancio, alcuna boa a cui aggrapparmi quando la corrente mi trascina alla deriva. Se poi gli eventi si snodano in Asia, o meglio ancora in Cina, dove nemmeno gli appigli culturali ti danno una mano, il tutto è ancora più rischioso, succulento ed eccitante. 
 
Il posto giusto, almeno per questa notte, è Guangzhou, una città dove la maggior parte degli stranieri sbarca attratta da quel colosso sproporzionato che qui chiamano fiera. Per cercare fortuna, fare soldi, spremere una delle tette meridionali di questa mucca, la Cina, che sembra crescere in maniera incontrollata, vittima di qualche cellula impazzita. E dove io, non per fare l'originale ma per naturale matrice cialtrona, sono arrivato per caso, proveniente da Hong Kong e diretto a Kunming, una località del sud ovest dalla cui tranquillità mi lascio cullare da ormai più di un anno.
 
Appena sbarcato dal treno programmavo - un verbo che se associato alla mia vita ha sempre lo strabiliante effetto di spaventarmi e divertirmi al tempo stesso - di fermarmi per un paio di giorni soltanto. I due giorni sono scaduti da circa due settimane e considerando le condizioni al contorno, in questa notte limpida, con la brezza che soffia dal Fiume delle Perle e mi spolvera la nuca, non vedo certo come potrei partire domani, o anche dopodomani, per quel che può contare. 
 
Sono uscito da un locale, una ragazza che ho conosciuto all'interno sta per tornare a casa, dove con gli amici continuerà a chiacchierare, ad ascoltare musica, a bere e a mangiare. Con mia sorpresa mi invita a seguirli. Ci sarebbe sempre quell'istinto atavico che mi spinge a farmi pregare un po', non tanto per fare il difficile quanto forse per camuffare questa condizione di vulnerabilità che spesso mi porto addosso, ma lo lascio da parte e salgo nel taxi. Il viaggio è lungo, lunghissimo, nonostante sia notte e non ci sia traffico ci mettiamo un tempo che ho smesso di calcolare, durante il quale una Volkswagen che esiste solo qui ci porta sempre più lontani dal fiume, dal centro, lungo un viale, attraverso alcuni incroci, poi lungo un altro di quei larghi stradoni cinesi, pianificati per sopportare non certo il traffico di oggi ma forse quello che le batterà fra alcuni anni. 
 
Arriviamo in un tipico complesso residenziale di periferia - incredibilmente non siamo ancora in aperta campagna - con i palazzi tutti uguali, le sbarre, i negozietti al piano terra, la desolazione notturna delle vie circostanti. Compriamo da bere e da mangiare in uno squallido tugurio che sembra un pizzicagnolo medievale con un edificio moderno in cima. Saliamo, per fortuna c'è l'ascensore, un accessorio che in Cina non è mai da dare per scontato. 
 
Trascorriamo varie ore storditi dalla birra, dalle chiacchiere, dal torpore e alla fine anche dalla luce dell'alba. Gente va e viene: a un certo punto mi ritrovo persino sdraiato sul divano con la ragazza, noi da soli, nell'intervallo di qualche istante o di qualche ora che scorre troppo rapida tra la partenza di un gruppetto e l'arrivo di un altro. Poi la curiosità, la magia della situazione, il fascino di una lingua che ancora non comprendo bene e di una cultura che forse non capirò mai svaniscono così, quasi d'un tratto, con il cip di un uccellino che si poggia sul davanzale. 
 
È ora di andare. Ho salutato, sono in strada, passa un taxi e lo fermo. Ho in tasca i soldi che sarebbero stati sufficienti per pagarmi il viaggio dal locale all'albergo e magari aggiungerci una bibita e uno spuntino, ma questa è una tratta molto più costosa. Con la metropolitana non ci sarebbero problemi, da dovunque parti e ovunque arrivi costa sempre pochi kuai, ma dove la prendo? Sono persino all'esterno del perimetro segnato sulla mia cartina della città. 
 
Salgo, dico al tassista di portarmi alla stazione più vicina, ma con una certa fatica gli spiego anche che si deve fermare quando il tassametro segna la cifra che ho con me: da lì in poi proseguirò a piedi. Non credo sia una bella informazione con cui esordire in un taxi cinese, d'altro canto non avrei saputo cos'altro dire, se non la pura verità. Il tassista sorride, ha voglia di chiacchierare, mi chiede di dove sono, se mi piace qui.Chissà se ha capito. E chissà se ciò che non comprende è quel che dico o piuttosto quel che faccio. 

All'inizio, travolto dai dubbi, sono un po' irrigidito, non devo sembrargli un tipo molto amichevole, ma poi l'auto si ferma a un semaforo e mi lascio andare. Quando la conversazione si intoppa su una pausa lui mi guarda e sorride, coi denti anneriti dal tartaro che fanno a pugni con quegli assurdi guanti bianchi da chauffeur. "Non ti preoccupare, mi dai quello che puoi, ma io ti porto comunque alla stazione."  

Eccoli lì. Mannaggia a loro, ci stanno provando un'altra volta. Ma io non ci sto e allora provo la mossa d'orgoglio e dico che non c'è n'è bisogno, prenderò un autobus, camminerò, che ne so, tutto ma il taxi gratis no. Mi zittisce con un altro sorriso, borbotta qualcosa e preme sull'acceleratore.  

Gli ho pagato poco più di mezza tratta. A uno che non ha nemmeno i soldi per il dentista. Cammino veloce nel tunnel della metro. Cammino ed ecco che mi sta prendendo di nuovo. Lo sento formicolare un po' dappertutto, ma in particolare in gola e nel poligono tracciato tra occhi, zigomi e base del naso. Ci hanno provato ancora e come spesso accade ci sono riusciti. A sorprendermi, a mettermi in imbarazzo, a sbugiardare i miei sospetti, mettere sottosopra i miei pregiudizi e a farmi venire gli occhi un po' lucidi. Oh sì, ci sono riusciti, eccome se ci sono riusciti.  

Ma alla fine è bello essere sorpresi. E' un po' come se il sistema emozionale, appesantito da virus, trojan, dati inutilizzati e software troppo pesanti, si resettasse e ripartisse da zero, tabula rasa, pronto per essere nuovamente plasmato e istruito.

Guangzhou, Cina, maggio 2007

In giro per KL, Kuala Lumpur, Malesia

Case antiche a Kuala Lumpur. Di Fabio
A differenza delle città europee, ristrutturate pesantemente, in Asia i quartieri coloniali mantengono un'aria autentica. Nel retro delle bettole cinesi utensili ammaccati picchiano incessantemente tok-tok ipnotici sugli wok. Nei ristoranti indiani dita unte di curry mescolano riso e verdura su foglie di banano. Ma poi uno riprende il controllo del suo sguardo, lo alza sulla facciata e nota le tinte pastello, gli intonaci crepati e leggermente anneriti, i balconi decorati e magari anche una data in rilievo.

Le modelle nel mio condominio oltre alla bellezza e a bei vestiti posseggono degli stupefacenti poteri soprannaturali: quando le incontro in ascensore e abbozzo un sorriso sembra che riescano a vedere attraverso il mio corpo e osservano sovrappensiero la parete dietro di me.

In palestra
A: Qual'è l'attività in palestra che preferisci?
B: [Serio] La sauna
A: hahaha! Beh quella piace anche a me. E poi?
B: [Ancora più serio] La doccia calda.

Ho incontrato di nuovo le bellissime modelle. Ci siamo incrociati nel corridoio stretto e ho fatto spazio per lasciarle passare. Mi sono sfilate a fianco senza curarsi della mia presenza, come fossero principesse in un antico reame ed io soltanto un semplice intoccabile pariah. La prossima volta che le incrocio camminerò sui i loro corpi. Considerata la loro statura, mi toccherà scalarle...

Ancora in palestra
A: Hey, perché non metti dei pesi su quel bilanciere?
B: [Serissimo] Perché poi faccio fatica...

Se a KL smette di piovere quando il sole è appena sceso si può osservare la città come su uno schermo HD: l'atmosfera è tecnologica, come in un gioco al computer, e i contorni sembrano cosparsi di polvere d'oro.

La chiamano pianificazione, lo chiamano sviluppo. Ma questi termini in realtà hanno una connotazione positiva. E pianificatori a KL stanno sviluppando un disastro.

L'italiano sfregiato/3 - Varie

Foto "Spaghetti indigesti" di Nardino (CC)
Una raccolta di errori ed equivoci molto diffusi

E anche per il terzo capitolo vi rimando alla sezione in inglese. Credo si capisca perché non l'ho tradotto in italiano.

Pensando a Kuala Lumpur/8

Little India, Kuala Lumpur. Di Fabio
"La stagione secca a Kuala Lumpur è quel periodo dell'anno in cui piove un po' meno che nella stagione delle piogge..."

"...o forse la città ha 365 stagioni secche, ognuna delle quali dura soltanto qualche ora."

"Se le donne a Kuala Lumpur fossero audaci come i gay un eterosessuale qualunque si sentirebbe una superstar."

"'Consigli dello chef', 'Prime scelte senza orario', 'Estintori della sete', 'Dolci abbandoni'...sono alcuni dei frutti della gara non ufficiale per il ristorante con il menu più originale in città."

"Bukit Bintang a Kuala Lumpur è l'unico posto al mondo dove il rapporto protettori/prostitute e' maggiore di 1."

Per gli altri pensieri clicca qui

L'italiano sfregiato/2 - Capitolo caffè

Caffè a Kuala Lumpur, di Fabio
Una raccolta di errori ed equivoci molto diffusi.

Anche questo post leggetelo nella sezione in inglese. Capirete perché non l'ho tradotto in italiano.

"L'italiano sfregiato/1 - capitolo cibo" invece lo trovate qui.

Scarsa possibilità di pioggia - Kuala Lumpur, Malesia

Isola di Sentosa, Singapore. Di Fabio
El tempo, el cul e i siori li fa sempre quel che vol lori (Antico detto veneto)

Il cielo sembra limpido, c’è una nuvoletta laggiù, ma non è del tipo che preannucia un temporale. Forse stamattina salta. Magari, come fa spesso, sfogherà il suo pianto rabbioso soltanto quando è sera. Ecco un taxi. Ma dai, vai a piedi, stamattina sembra che la possibilità di pioggia sia scarsa. La tratta costa pochi spicci, ma non lo faccio per risparmiare. Il fatto è che mi toccherà stare seduto tutto il giorno.
 
Va tutto bene fino a metà strada, quando vedo la gonna ampia di una ragazza che fluttua. Dapprincipio non mi preoccupa il fosco presagio, concentrato come sono sulla pelle liscia del ginocchio, sul polpaccio affusolato, quel muscolo del basso coscia che soltanto a intermittenza sbuca dall’orlo...
 
Pluck! Mi ha centrato sul cucuzzolo del cranio una goccia delle dimensioni di una nespola giapponese. Pregusto l’occhiata sulla prima vetrina scura, l’immagine riflessa del mio volto accigliato, l’espressione di chi è cosciente di essere osservato. E poco importa se il voyeur alla fine è se stesso. La sensazione è di aver la testa di un vitello appena nato. Mi passo con disinvoltura una mano tra i capelli per ottenere almeno un effetto bagnato omogeneo. Strano come ci si preoccupi di certe minuzie estetiche persino di fronte alle avvisaglie di un ciclone. Alzo gli occhi al cielo: è uno specchio che riflette - con toni più arrabbiati - il colore di asfalto, metallo e grattacieli.
 
Faccio posare un ultimo sguardo sulle gambe della ragazza. Magari sarà l’ultima cosa bella che osserverò per un po’. Mi sbagliavo: è l’ultima cosa - ma purtroppo in assoluto - che vedrò limpidamente per qualche buon minuto. 
 
Swosh! Una folata di vento frettolosa, sbucata da chissà dove, mi si è parata di fronte, ha aspettato che distraendomi alzassi lo sguardo e quando era sicura di arrecare il massimo danno mi ha scagliato una manciata di polvere unta sul volto. Mi sembra di essere Mr. Magoo che brancola in una camera oscura, o una talpa astigmatica immobilizzata da un riflettore. 
 
Slap! Ma come, chi è stato, inconcepibile! Che vada a quel paese! Questo pezzo di mota mi ha schiaffeggiato di soppiatto. E solo perché ho sbandato e procedevo a tentoni. Mica l’ho fatto apposta: è colpa della polvere! Apro gli occhi di un micron, stringo la mascella in una faccia aberrata per respingere il dolore che mi si aggrappa alle palpebre. Mi osservo attorno, vedo tutto sfocato, come se fossi precipitato in una città sommersa. Poi comincio a distinguere qualche figura qua e là. L’irascibile villano che mi ha tirato una sberla è una foglia tropicale di un verde scintillante. Per chi se lo può permettere è un effetto accecante. Ha le dimensioni della foglia d'acero, quella della bandiera del Canada per intenderci, ma la consistenza e il peso sono quelli di una copia rilegata de “I fratelli Karamazov”. 
 
Inzuppato dal cielo, accecato dal vento e con la guancia anestetizzata da una pianta grassa, comincio ad affrettarmi, mentre la pioggia aumenta. Nel giro di poco non distinguo più le gocce, è come se un pompiere mi stesse mirando con un getto. Ma dove corro, e per evitare che? Rallento il passo e cerco un riparo. I tassisti sembrano dirmi: “Non ci hai voluto quando ti chiamavamo? Ora resti lì, e va' a morì annegato!” Aspetto che smetta. Il monsone almeno ha una caratteristica positiva: l’acqua scroscia così intensamente che la riserva delle nubi-spugna si esaurisce in fretta, in meno di mezz’ora. Mi incammino, si affianca un taxi, vorrei quasi non prenderlo in segno di protesta. Ma salgo e il tassista chiede se mi sono bagnato. Allora - penso sardonico - forse non è evidente.
 
Entro al centro di formazione ancora grondante. La segretaria è sorpresa. “ Ma come, sta piovendo?” Ecco il paradosso di questi scrigni di cemento, con i vetri scuri, le pareti insonorizzate. Se c’è il diluvio universale e passa Noè con l’arca, non vi preoccupate di questa gente: non vi ruberà di certo il posto a bordo.

Seduto a pensare/7

Pensando, di Fabio
"Liquidarla come 'semplice narrativa' è un grosso errore: la letteratura può rappresentare il lato peggiore della realtà."

"I tuoi doveri e i diritti degli altri...il contrario è troppo facile."

"Maledetta palestra: mi fa diventare come Hulk...non muscoloso, intendevo dire verde..."

"La comunità italiana a Bangkok è composta da un buon numero di cuochi e proprietari di ristoranti, alcuni imprenditori (settori alimentare, moda e meccanico), un po' di pensionati, un gruppetto di studenti e altri.  Quest'ultimo è uno dei miei vari nomi: Fabio P. Altri..."

"Resistere? Sì. Accontentarmi? Non ci riesco."

Per gli altri pensieri clicca qui