Da più di dieci anni vivo all'estero per undici mesi all'anno, giorno più, giorno meno. Chi trascorre gran parte del tempo fuori dal suo paese tende ad accorgersi più facilmente, quando vi fa rientro, dei cambiamenti avvenuti. E non parlo soltanto di quelli materiali, architettonici o urbanistici, ma anche delle novità in ambito sociale e di costume.
Spesso l'italiano, così come i cittadini di molti altri paesi, tende a seguire una condotta diametralmente opposta a quella suggerita dal filosofo francese
Sartre: sfugge alle proprie responsabilità, non fa le proprie scelte e si adegua a una serie di aspettative borghesi, scivolando nella folla anonima e diventando così un uomo massificato.
Beh, non si tratta proprio di un cambiamento dell'ultima decade, dato che l'italiano tutto ciò l'ha sempre fatto. Tuttavia con l'apertura del terzo millennio si è reso conto che calcio e automobili come argomenti di conversazione da bar non bastavano più. L'alzarsi del livello di istruzione e di benessere, la globalizzazione, i sistemi di comunicazione sempre più rapidi e a portata di mano, il desiderio di sofisticazione - comunque esclusivamente superficiale - e l'allargamento dei confini per le chiacchiere banali oltre l'uscio del bar di quartiere hanno creato la necessità e la domanda di tratti di conformismo e segnali di appartenenza al gruppo nuovi, al passo coi tempi e che fossero in grado di abbattere quelle dannate insopportabili barriere regionali o - magari! - nazionali.
Tatuaggi, piercing e altri collanti di gruppo, da segni di trasgressione sono diventati strumenti di massificazione evidenti e spesso di dubbio gusto. Ma ce ne sono altri di più subdoli. Come dicevo prima ne ho notato l'avanzata galoppante negli ultimi dieci anni, facendo ritorno in Italia per non più di qualche settimana all'anno. Eccone una breve lista: