venerdì 6 febbraio 2015

Sul caso "Oliviero Toscani contro il popolo veneto".

Questo è l'ennesimo esempio di un errore che si tende a commettere spesso: dare troppa importanza all'opinione di un personaggio che ha ottenuto la fama grazie al talento in una disciplina specifica (che non coincide necessariamente con quella dell'opinionista). L'errore, ovviamente, è imputabile anche al personaggio in questione, che si fida troppo della propria opinione.
In genere si tende ad ingigantire il peso delle parole dei personaggi famosi. Famosi per eccellere in un campo preciso. Diamo gran risonanza a quel che dichiara una stella del rock, uno scultore, un romanziere, uno scienziato. Persino al pensiero di un calciatore.
Cerchiamo di utilizzare il buon senso e la statistica.

martedì 13 gennaio 2015

Je suis qua, je suis là: una colossale esibizione di vacuità e narcisismo

Ci ho provato seriamente per qualche giorno. A capire quale fosse la strategia, l'idea di fondo, il messaggio forte dietro alle manifestazioni dei giorni scorsi. Deluso ma non sorpreso mi sono accorto di aver trovato il vuoto.
Milioni di individui, aizzati dai media, da qualche politico e dalla loro stessa vanità, hanno fatto finta di farsi coraggio e hanno marciato lungo le vie di una città blindata, protetti da migliaia di poliziotti, militari e agenti segreti, da elicotteri, batterie contraeree e persino cecchini, tutti assieme, bianchi, neri, musulmani e cristiani, tenendo i piedi in dieci staffe, per ribadire, tra la retorica e l'ipocrisia di qualche slogan ad effetto, la loro ferma volontà di opporsi al terrorismo e agli attacchi alla libertà di stampa, rivolgendosi non si sa bene a chi e senza spiegare come, per poi tornare a farsi i cazzi loro come hanno sempre fatto, anche dopo gli attacchi alle torri di New York, alla metro di Madrid e a quella di Londra. Incolonnati dietro a una manciata di capi di governo che, cadendo dalle nuvole per questi attentati a sorpresa, dichiaravano di essere pronti a prendere questo o quel provvedimento, per poi tornarsene, assieme a chi li seguiva nella processione, a farsi i cazzi loro, come hanno sempre fatto. 
Una colossale esibizione di vacua mediocrità e squallido narcisismo, utilizzata da molti per apparire in TV con il cartello più sagace, farsi un paio di selfie, dire c'ero anch'io e sentirsi in pace con se stessi per essere riusciti ancora una volta a non uscire dal gregge. 

mercoledì 3 dicembre 2014

Tradizionale, un concetto relativo

Incontro vegetariani, vegani e crudisti vari che ironizzano, o addirittura spargono acredine, sulle mie abitudini alimentari, piuttosto tradizionali, onnivore e quindi (anche) carnivore. 
Sbalordito e un po' scosso rifletto, e penso che in effetti non hanno poi tutti i torti. Il concetto di “tradizionale” è infatti relativo. Ai tempi in cui mio nonno era un ragazzino, la gente nei paesini degli Appennini si svegliava quando fuori era ancora buio, partiva con l'asino o le pecore e andava in campagna. A metà giornata, quando la fame stritolava lo stomaco, i nostri avi tiravano fuori il pezzo di pane secco dalla saccoccia, sradicavano una carota da terra, la pulivano col coltello a serramanico e sgranocchiavano lentamente il loro pasto vegano e crudista, seduti con la schiena appoggiata al tronco di un albero bello frondoso. Per dessert masticavano una mela rinsecchita colta strada facendo. Essendo in gran parte frutta e verdura selvatica molto probabilmente si trattava pure di alimenti bio.

venerdì 28 novembre 2014

Padovani, i globalizzati de noantri

Una quindicina di anni fa, a Padova, quando dicevo di aver provato il sashimi parecchia gente cominciava a sbeffeggiarmi, mimando vomitate, attacchi di tosse e dolori di stomaco, e mi dava dell'incosciente per aver mangiato pesce crudo. Oggi gli stessi saggi si incontrano in Piazza dei Signori (ah, l'ironia del nome...) e si salutano mormorando konnichiwa e konbanwa, con le braccia aderenti ai fianchi e l'accenno di un inchino, prima di buttarsi in una conversazione stereotipata che comincia sempre con: “Guarda, ieri ho mangiato un sushi che non ti dico...”. Sono gli stessi padovani della globalizzazione de noantri, quelli in onore dei quali le osterie del centro sono state sostituite dai wine bar, i geni che hanno preferito lasciare che si chiudesse Mirco Buso per aprire una trattoria toscana DOC, fallita miseramente nel giro di qualche mese.

lunedì 17 novembre 2014

L'eroe che non ti aspetti, con foto - Pristina, Kosovo

Eroe nazionale
Il Kosovo non era attrezzato per diventare uno stato indipendente. Questo è quello che ti spiegano i kosovari quando ti parlano della separazione dalla Serbia. Al massimo poteva ambire all'unificazione con l'Albania. Ma alla fine è andata come è andata e nel giro di una decina d'anni, con l'aiuto (?) delle organizzazioni internazionali, il paese è riuscito a crearsi l'amministrazione, le banche, le relazioni con gli altri stati, le infrastrutture, i sistemi di sicurezza. E il merito di tutto ciò è attribuito a chi proprio non ti aspetti. Non il capo della resistenza, l'ideologo del movimento di indipendenza o il leader degli alleati albanesi. No, l'eroe della guerra contro i Serbi non è kosovaro, non è albanese, anzi, non è nemmeno europeo. E' un americano: Bill Clinton, quello che quasi si faceva cacciare dalla Casa Bianca per un rapido pompino nello studio ovale e un sigaro aromatizzato al succo di fregna. Il Kosovo è l'unico posto in Europa in cui un presidente americano non solo non è visto con sospetto, ma è addirittura idolatrato. A Clinton qui hanno dedicato un viale importante e una statua in centro città, e la sua foto appare in vari manifesti. Nella scia della gratitudine nei confronti degli USA una via è stata dedicata anche a George Bush. E un'altra persino a Robert Doll, che non so nemmeno chi sia, a meno che non si tratti di Bob Dole, candidato repubblicano alle presidenziali del '96, con clamoroso errore di ortografia. Mi dicono persino che ci sia una Route 66. Non l'ho trovata. Ho invece passeggiato lungo via Garibaldi, che pur non essendo americano era pur sempre un eroe dell'indipendenza.
Segue rassegna fotografica.

giovedì 13 novembre 2014

La città e il suo plastico sono la stessa cosa, con foto - Skopje, Macedonia

Nel 1963 Skopje fu quasi totalmente rasa al suolo da un forte terremoto. Col tempo il centro è stato ricostruito. Dal punto di vista architettonico-urbanistico non ci sono andati molto per il sottile. Il colpo d'occhio, specialmente dall'alto, è piuttosto deprimente. Tra i palazzoni di epoca titina si annidano capannoni, fabbrichette, cantieri e autorimesse, tutta roba che starebbe meglio in periferia, o addirittura in provincia. Ultimamente, con l'intento di abbellire la città, i macedoni stanno riproducendo alcune delle strutture che occupavano gli spazi del centro secoli fa, per lo meno nella loro immaginazione.

martedì 11 novembre 2014

L'etichetta, con foto - Belgrado, Serbia

Il vecchio edificio della TV, distrutto dai bombardamenti 
Scherzavo, a Belgrado poi ci sono andato. E ho fatto bene. Al suo posto ho deciso di escludere il Montenegro, i cui luoghi migliori stanno sulla costa. E quella non è la mia priorità.
La differenza tra Bosnia e Serbia è marcata. Appena passato il confine spariscono le abitazioni malmesse, diminuiscono le fattorie, le strade di raddrizzano e si intensificano le attività industriali e commerciali. Sembra la pianura padana. Magari quella dei primi anni novanta.