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Visualizzazione dei post da agosto, 2010

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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Mai più come prima - Bangkok, Thailandia

Foto di Rizalis (CC)
Era uno dei miei locali Isan preferiti e ora non riuscirei più ad andarci a mangiare. Il marito di una mia amica ha contratto un'intossicazione alimentare e secondo il parere del medico i batteri che gliel'hanno trasmessa proliferano generalmente nelle feci degli scarafaggi. Feci con le quali si sospetta sia venuto in contatto proprio ai tavoli di quel ristorante.  
 
Purtroppo le conseguenze dell'evento sono di portata ben più vasta e non mi riferisco soltanto all'intestino di quel povero diavolo. Dal momento in cui ho ricevuto la notizia, quando sto seduto in un ristorantino qualunque immagino spesso che degli scarafaggi se ne stanno accovacciati su mini-water imbullonati al bordo del mio piatto. Esserini multizampa color mattone in posture innaturali che si distraggono leggendo micro-riviste patinate con veline o attrici antennute in copertina, mentre sforzano e fanno smorfie quasi umane per espellere granelli scuri di feci contaminate, pronti a pulirsi il fondoschiena e gettare la carta igienica sporca nel mio piatto.
 
Dannati scarafaggi, non sarà mai più come prima: la mia passione per il cibo di strada è seriamente compromessa!

L'inoculazione - Kunming, Cina

Tagliolini cinesi, di Fabio
È una calda serata estiva, una leggera brezza spazza la terrazza e il cielo terso permette alla luna di specchiarsi vanitosa sulla superficie immobile e densa del lago.
 
Alcuni amici italiani sono venuti a trovarmi a Kunming. Dopo aver bighellonato in città per alcune ore è giunta l'ora di portarli a cena. Per attutire lo shock culturale vorrei evitare i posti più semplici dove spesso vado a mangiare, non tanto perché non mi fidi della qualità del loro cibo quanto per le condizioni al contorno che potrebbero impressionare i nuovi arrivati. La scelta è caduta su questo localino carino, con i tavoli sul tetto di un edificio affacciato sul Green Lake, proprio vicino a casa mia. 
 
Una cameriera graziosa e raffinata ci sorprende con un inglese piuttosto corretto: tra sorrisi e cortesie ordiniamo una serie di specialità nazionali e locali. Una ventina di minuti più tardi - un tempo più che sufficiente per preparare ognuna delle pietanze che abbiamo ordinato - un altro cameriere si avvicina al nostro tavolo. La conversazione è interrotta ma non l'ilarità. Ci aspettiamo una qualche sua mossa impeccabile, in armonia con l'umore drogato dall'atmosfera che ci fluttua attorno: che ci versi da bere, che sposti il contenitore del sale o una sedia, o che ci chieda se gradiamo dell'altra birra o una salsa particolare.
"Mi dispiace signori ma l'anatra che avete ordinato è finita."
 
La notizia ci coglie con tale sorpresa che la delusione monta senza toglierci dalla faccia il sorriso, distorcendolo soltanto in una variante un po' ebete. Si sono accorti di aver finito le scorte d'anatra più di venti minuti dopo che l'abbiamo ordinata? Vabbè, hanno toppato, può capitare.
 
"Non fa nulla, vorrà dire che ordiniamo il pollo."
"Certo signore, il pollo va benissimo."
 
E siccome il pollo va benissimo ci rimettiamo a chiacchierare, con la birra che carbura i discorsi e il venticello che fa vibrare i tovaglioli.
 
Un buon quarto d'ora più tardi, praticamente quaranta minuti dopo aver ordinato, il cameriere si avvicina nuovamente al tavolo, con la faccia imperscrutabile del giocatore d'azzardo, di nuovo rigorosamente senza piatti in mano. Questa volta i sorrisi svaniscono immediatamente mentre la tensione solleva le nostre schiene dalle sedie.
 
"Mi dispiace signore, ma la verdura saltata che avete ordinato non è disponibile."
"Ma come? E ve ne accorgete soltanto ora?"
"Sì signore. E abbiamo terminato pure il pollo."
"Pure il pollo!"
 
Sarà che la Cina tende ad amplificare ogni tipo di sensazione ma mi sembra di non essere mai stato così deluso e frustrato in vita mia. La mole delle informazioni è troppo pesante da sopportare. Ogni frase di questa faccia di bronzo è uno schiaffo in faccia. Non so se mi irriti di più il fatto che sono finite le verdure, ordinate tre quarti d'ora or sono, o il pollo che, lo ricordiamo perfettamente, andava benissimo.
 
Ciò che segue è una serie di commenti e domande da cui cerchiamo di limare via le tracce più evidenti di quel sarcasmo e quell'indignazione che in Italia avremmo ogni diritto di esercitare ma che in Cina sono totalmente fuori luogo.
 
Il cameriere invece si rifugia come una tartaruga in quella corazza di atteggiamenti che i cinesi per una sorta di pulsione genetico-culturale adottano in casi come questo. Annuisce senza rispondere, aspettando evidentemente che ci riprendiamo da questa reazione ingiustificata, la finiamo di lamentarci come dei bambini pedanti e ci decidiamo infine a ordinare qualcos'altro.
Dopo alcuni secondi ci riprendiamo dalla reazione ingiustificata, la piantiamo di fare i bambini pedanti e finalmente gli facciamo una domanda che lui reputa accettabile, anche se leggermente insolente.
 
"Insomma, ci dica che cosa vi è rimasto, poi ordiniamo!"
 
Alcuni minuti o qualche ora più tardi ci servono. I piatti arrivano a rate, con intervalli inconcepibili e il tempismo sbagliato. Il riso - alimento base che dovendo accompagnare ogni pietanza dovrebbe essere la prima cosa ad essere servita - non arriva e dobbiamo chiederlo due o tre volte.
 
Il cibo potrebbe essere delizioso o schifoso, non se ne accorgerebbe nessuno. Lo buttiamo giù in fretta, con il solo intento di riempirci lo stomaco e andarcene di qui. Il vento che alza i lembi della tovaglia ora ha rotto le balle e il riflesso della luna sul lago ha il solo effetto di portare alla luce i sedimenti di mucillagine e rifiuti che lambiscono la sponda di ogni specchio d'acqua cinese.
 
La dose di impatto culturale sufficiente a vaccinare i miei ospiti è finalmente stata inoculata. Al diavolo i ristorantini eleganti, mutuati da un occidente nemmeno autentico, distorto dal filtro di programmi TV per nuovi ricchi: domani per pranzo li porto in quella bettola sporchissima ed efficiente a mangiare er zi, i miei tagliolini preferiti.

Kunming, Cina, agosto 2006

Il passato continua a bussare

Neuroni, di Hljod.Huskona (CC)
Da quando tengo questo blog - ma già dai tempi in cui aggiornavo un vecchio sito in Geocities - l'intenzione è sempre stata quella di cercare di fissare nero su bianco qualcosa che mi ha colpito, un particolare che ho osservato, un personaggio originale, un profumo squisito o un odore da voltastomaco, ma anche solo un pensiero, una fantasia, un'impressione. Normalmente giro, osservo, fantastico, poi qualcosa raggiunge il mio radar e butto giù un appunto. Più tardi, una volta davanti al PC, ne tiro fuori un post. 
 
Ultimamente però vengo perseguitato da episodi del passato, più o meno remoto, che non ho catturato nemmeno in un fazzoletto di carta. E mi ritrovo a scrivere della mia vita in Cina, in Laos o a Singapore. Fortunatamente il ricordo è spesso ancora vivido. O a volte magari faccio un miscuglio di realtà e immaginazione talmente realistico che inganno pure me stesso. 
 
Ma questo è secondario. La domanda che mi stuzzica è un'altra: tutto ciò è casuale? Qualche strano trucco del cervello? Flussi mnemonici intrappolati in quei canaloni di materia grigia che come orbite di corpi celesti si incrociano ora e poi chissà, di nuovo tra cent'anni, due ere glaciali o mai più? O questo passato che mette la testa fuori dal buio del dimenticatoio ha un senso? 
 
Queste immagini, aneddoti, personaggi di anni fa che credevo perduti tornano ora a bussare alla porta della memoria per comunicarmi qualcosa, un significato generale, al di là di quello dei singoli racconti? La risposta me la potrebbe dare un analista, ma non ho né i soldi né la voglia per andarglielo a chiedere.
 
E poi chi lo sa? La spiegazione alla fine forse è più semplice. In fondo io col passato ho un rapporto speciale: sono da sempre un nostalgico cromosomico. Ve l'ho già detto qui e più recentemente anche qui. 
 
E allora sotto col prossimo post dal passato.

Rigorosamente ambientato a Chengdu - Cina

Domenica al parco, Chengdu. Di Fabio
Il taxi - quella berlina Volkswagen verde metallizzato prodotta e distribuita soltanto in Cina - sferraglia e sfumazza tra gli stradoni elevati che tagliano a fette il centro di Chengdu. Sovrappensiero osserviamo i piazzali, i parchi, i megaschermi e i cartelloni giganti. C'è anche una barca ristorante, attraccata lungo la riva di quello che potrebbe essere un fiume agonizzante o un canale sozzo. Per essere una metropoli cinese però questa città non è per niente male: ci si può passeggiare, la gente è cordiale e simpatica, i prezzi sono contenuti e la cucina è buona, quando il peperoncino non ti fa fuori la lingua.
 
È il fine settimana e siamo diretti verso una di quelle zone in cui le autorità di ogni città cinese amano concentrare (per direttive di partito?) la maggior parte dei locali notturni. Essendo praticamente dei supermercati del divertimento questi posti appartengono a catene e grandi società e quindi hanno spesso gli stessi nomi ovunque: puoi cambiare provincia, ascoltare nuove lingue, osservare facce e costumi diversi ma troverai un Babyface, un Mix o qualcosa del genere dovunque tu vada.
 
"Sai dov'è Luca adesso?"
 
La voce di Lorenzo mi sbroglia dal nodo intricato di pensieri casuali che come al solito ha cominciato a intrecciarsi nella mia mente dopo il trentesimo secondo di silenzio. La natura stessa della domanda mi lascia intendere che la risposta ha a che fare con qualche informazione che lui possiede e che io ovviamente ignoro. E che questo è lo strumento retorico con cui ha deciso di farmela desiderare, pregustare e indovinare. O più probabilmente per fuorviarmi: e infatti io, forse a causa delle fantasticherie appena interrotte, ci casco piuttosto pesantemente.
 
"No! Dov'è?"
"Ma dai, dove vuoi che sia? A letto o in bagno, no? Io dico che in questo preciso istante è acquattato sulla sua turca preferita!"
 
La risatina che mi si è accesa in faccia viene prontamente smorzata da un improvviso soffio di tristezza, mentre osservo la skyline che ondeggia oltre il finestrino. Lorenzo e io stiamo esplorando la città, verso qualche locale dalla musica terribile, colmo di maschi cinesi con gli ormoni traditi dalle politiche demografiche maoiste prima e dai drastici provvedimenti di controllo delle nascite poi. E ragazze che sapendo di essere una succulenta minoranza li sfogliano come petali di margherita. Ci avviamo verso la via dei balocchi di Chengdu disposti a sopportare tutto ciò pur di farci quattro risate e scoprire nuove sfaccettature della cultura e dei costumi di un paese spesso misterioso e a tratti incomprensibile, con il solo aiuto di una bottiglia di birra - brandita come se fosse una torcia in una grotta - mentre Luca stringe i denti e strizza le budella per liberarsi di qualunque sia quel veleno, virus o batterio che da un paio di giorni lo costringe a non avventurarsi oltre un raggio di venti metri tracciato idealmente attorno a un bagno di fiducia.
 
La cosa che mi rattrista è che pur avendo superato i trent'anni già da un po' Luca è pur sempre il mio fratello minore. Non che abbia costantemente bisogno di me al suo fianco, come quando scendevamo dal condominio alla vietta, un bimbo indifeso di sei anni e uno un po' meno indifeso di otto, incaricato da sua mamma di badare al fratellino che gli stava aggrappato con la mano destra mentre con la sinistra faceva strisciare un peluche sul marciapiedi. Il fatto è che è venuto in Cina per trascorrere le vacanze con me. In un paese che può essere ostico se non ti ci sai muovere e se non parli una parola di cinese. Ma soprattutto se sei stato centrato all'intestino da un'intossicazione alimentare, una dissenteria che come un sacco di cemento ti pressa le spalle mentre stai accovacciato a subirne i colpi, coi piedi incollati ai supporti del bagno asiatico fino a che non sai se ciò che più ti fa male sono le viscere o le cosce.
 
Mentre lui cerca di alleviare le sofferenze con una misteriosa scatola di pastiglie cinesi e dei Gatorade noi ordiniamo la prima birra e ci osserviamo attorno, indicando e commentando i siparietti e i personaggi che popoleranno i nostri ricordi per i prossimi anni. 
 
Persino i locali-catena col nome sempre uguale a Chengdu sono più accoglienti: c'è spesso un palco da cui qualcuno canta dal vivo e non sempre si tratta della solita sequela di brani di pop cinese. Ci sono anche delle aree libere, spaziose, che chi non vuole ballare attorno ad un tavolino senza seggiole può utilizzare per ritagliarsi un piccolo angolo, sgambettare, avventurarsi tra la gente o come stiamo facendo noi fermarsi a osservare.
 
Mio fratello si sta disintossicando, tra crampi in uno squallido cesso e sudori freddi in una stanza minuscola - lui che potrebbe permettersi un hotel a cinque stelle o un ospedale internazionale - mentre io chiacchiero e rido con Lorenzo. E poi quasi per caso incontro una ragazza, che alcuni mesi più tardi passerà per Kunming dove assieme...un attimo, ma cosa mi metto a raccontare, perché divago? Questo era, è e rimarrà un post rigorosamente ambientato a Chengdu.
 
Chengdu, Cina, agosto 2006

Pensa e ripensa/9

Addormentato
"La mia non è insonnia, solo un po' di sbadataggine: a volte comincio a fantasticare e mi dimentico di addormentarmi."

"Il settore del mio cervello dedicato alle lingue deve aver raggiunto il suo limite di capacità: quando ci infilo una nuova parola thailandese, una cinese apre la porta e se ne va."

"Hai chiesto da quanto? Ma sono un nostalgico da sempre! Quando sono nato ho pianto perché mi mancava già il grembo di mia madre."

"Quando mi chiedono qual è il mio lavoro rispondo che sono un freelance...poi penso tra me e me: 'molto free...e poco lance'".

"Dopo aver sopportato la timidezza per tutti questi anni saresti in grado di indicarne un lato positivo?"

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