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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

L'etichetta, con foto - Belgrado, Serbia

Il vecchio edificio della TV, distrutto dai bombardamenti 

Scherzavo, a Belgrado poi ci sono andato. E ho fatto bene. Al suo posto ho deciso di escludere il Montenegro, i cui luoghi migliori stanno sulla costa. E quella non è la mia priorità.

La differenza tra Bosnia e Serbia è marcata. Appena passato il confine spariscono le abitazioni malmesse, diminuiscono le fattorie, le strade di raddrizzano e si intensificano le attività industriali e commerciali. Sembra la pianura padana. Magari quella dei primi anni novanta.

Dal punto di vista estetico la città è carina, niente di più. Però l'atmosfera è speciale, e come al solito la differenza la fa la gente, soprattutto i giovani, molti dei quali sono

colti, attivi, curiosi. Sembra ci tengano molto a rimuovere l'etichetta del cattivo che qualche anno fa la comunità internazionale ha appiccicato addosso a questo popolo. Per quanto mi riguarda ci sono riusciti, ma non ci voleva molto. La patetica scenata dell'ubriacone che ha rotto le balle all'amico David perché non voleva vedere americani in un pub (irlandese) di Belgrado si è rivelata un'eccezione. 


Il museo di Tesla

Scassone dei tempi andati 

Carro armato italiano 

Chiesa ortodossa 

Stereotipi a sproposito. (E se poi per qualcuno il Big Mac rappresentasse la cucina italiana?)


Un riccone indonesiano si è comprato una squadra della Serie A. Non vi preoccupate, non mi metterò certo a parlare di Inter, di Thohir o di calcio qui. E' soltanto una notizia che prendo come spunto per altre osservazioni.

E' il segno dei tempi, l'occidente è in crisi e gli investitori arrivano da zone del pianeta dove un tempo europei e americani andavano a spadroneggiare. Se trovate questa affermazione banale e noiosa, o semplicemente fuori luogo in questo blog, potete pure tranquillizzarvi, nemmeno questo è l'argomento del post.

Vengo allora al dunque.

Ho letto numerosi commenti ironici sulla notizia, commenti nei quali vari italiani facevano gli spiritosi attribuendo a Thohir il più classico degli stereotipi sugli emigranti cinesi: la pronuncia della L al posto della R. "FoLza InteL". "LossoneLi di quà, LossoneLi di là" e altre battutine del genere. Tra questi vi erano persino dei giornalisti, o presunti tali, suppongo.

Uno stereotipo sui cinesi, dicevo. Peccato che il personaggio in questione sia indonesiano. Certo, magari è di lontane origini cinesi, come la maggior parte dei membri dell'élite economico-finanziaria di Giacarta. Tuttavia a differenza di quel che succede negli stati limitrofi, come Malesia e Singapore, i cinesi in Indonesia non parlano le lingue e i dialetti dei loro antenati, bensì la lingua nazionale, cioè l'indonesiano, o giavanese.

Gli indonesiani la R la pronunciano come noi, anzi forse la aRRotolano anche in modo più esagerato di noi. Basta fare attenzione al modo in cui il signor Thohir pronuncia nomi come "MoRatti", "MazzaRRi" e "InteRnazionale". Tutte le R sono al posto giusto e non c'è alcuna L usurpatrice nella sua pronuncia.

Attribuire a uno che parla indonesiano i difetti di pronuncia di un madrelingua cinese è un po' come confondere il greco con l'islandese, solo perché due individui che parlano quelle lingue sono entrambi biondi. 
La vicenda mi ricorda di quando un gruppo di ragazze malesiane (di etnia cinese) mi spiegò che a loro la nostra cucina, cioè quella occidentale, non piaceva molto. Che la consideravano di livello inferiore a quella cantonese o hokkien, tanto per fare qualche esempio.

 - Scusate, ma a quale cucina occidentale vi riferite?
Quasi non capirono la mia domanda. Sfuggiva loro la ragione per cui puntualizzassi.
- La vostra! Il fast food, gli hamburger e le patatine, il ketchup...insomma, Mc Donald's, Burger King, quella roba lì...

McDonald's...Burger King...quella roba lì?! A un italiano! E' vero che non sono certo il tipo di patriota che va in giro per il mondo a sbandierare il proprio orgoglio per la pizza, la Ferrari e Giorgio Armani (soprattutto per la Ferrari e Giorgio Armani, di cui davvero non me ne frega nulla), ma se provavo a pensare ai piatti di mia madre o di mia zia la storia di McDonald's mi sembrava davvero una cagata roboante.

Non sapevo se rispondere ironicamente o spiegare seriamente come stavano le cose. E non mi ricordo esattamente cosa feci. So solo che l'equivoco mi fece riflettere molto su giudizi generalizzati, convinzioni assurde e la fama sbagliata. 

Se utilizzati bene gli stereotipi possono anche risultare divertenti, ma chi li tira fuori a sproposito rischia di fare delle figure di merda piuttosto memorabili. Anni fa magari sarebbe stato anche comprensibile scambiare un qualsiasi asiatico per un cinese, ma al giorno d'oggi certe generalizzazioni più che divertenti suonano ridicole, e infantili. La prossima volta che vi viene in mente di dare a un indonesiano del coreano, o del giapponese a un birmano, o di fare la stessa cosa con due persone qualsiasi che hanno in comune qualche caratteristica somatica, ricordatevi che state autorizzando qualcun altro a scegliere Big Mac, patatine fritte e Coca Cola per rappresentare il pasto tipico della tradizione italiana. 

Concentratevi, pensateci intensamente, cercate di visualizzare l'affronto. Poi, se la cosa non vi irrita, continuate pure a usare gli stereotipi alla cazzo di cane.

Quei cinesi continentali - Hong Kong

Vista della skyline da Tsim SHa Tsui

M sta completando un master in scienze dell'educazione presso una famosa università di Hong Kong. E' cinese, della Cina Popolare, la conosco da anni. Una ragazza simpatica, dolce, educata, molto per bene. Niente a che fare con lo stereotipo del cinese che sputa, si pulisce in pubblico le orecchie, il naso o qualcos'altro, mastica semi e radici seduto accanto a te, succhiando rumorosamente e sputacchiando gusci sfasciati e fibre spappolate. Ma da quando è arrivata a Hong Kong quello stereotipo non smette mai di frustrarla, metterla in imbarazzo e umiliarla.

A volte, quando in un negozio fa un paio di domande sul prodotto che intende acquistare, un commesso le risponde: "Oh, questa è Hong Kong, mica la Cina continentale!" Mi racconta che i cinesi vengono accusati di "rubare" i posti di lavoro ai cittadini del luogo oppure, e questo la coinvolge personalmente, le posizioni disponibili per master e dottorati nelle migliori università. Lei il master se lo è pagato da sé, e molto più di quel che paga un cittadino di Hong Kong. Questo genere di accuse generalizzate le trova quindi piuttosto irritanti.

Passeggiamo per le vie di Kowloon e quando arriviamo a un incrocio dal momento che la strada è sgombra io, come faccio sempre, attraverso, a prescindere dal colore della luce del semaforo.

Come attenuante c'è da dire che metto in pratica anche la tecnica inversa: se la luce è verde non passo col pilota automatico ma controllo che non ci sia qualche pazzo in motorino che se ne sbatte del rosso e si appresta a disegnare una sagoma a forma di me sull'asfalto. La invito a seguirmi ma lei si ferma sul ciglio del marciapiedi e aspetta il verde: mentre la osservo non so se mi ricordi di più una signora per bene d'altri tempi o un mulo testardo (mi riferisco all'atteggiamento, non all'aspetto...). Poi mi spiega che se qualcuno di qui la vedesse attraversare col rosso e scoprisse che è cinese si aggrapperebbe al solito stereotipo e l'accuserebbe di essere una rozza incivile, insultandola sfacciatamente o in modo più subdolo.

Alcuni giorni dopo, a Guangzhou - quindi già nella Cina Popolare - Y, una ragazza che mi ha aiutato a comprare una SIM card e a orientarmi quando ero appena arrivato, mi spiega che attriti simili si verificano anche tra città cinesi, o ancor più tra città e campagna. Gli abitanti di Guangzhou o Shanghai, posti industrializzati, sviluppati e - rispetto alla media del paese - molto ricchi, cominciano a mostrare alcuni sintomi di irritazione e intolleranza nei confronti degli immigrati delle province più povere. Siano essi contadini tramutati con un trucco da camerino teatrale in operai - quelli per intenderci che lavorando nelle fabbriche contribuiscono ad arricchire le province più avanzate -, laureati che lavorano negli uffici, studenti o insegnanti. Vengono forse risparmiati soltanto i membri del partito e gli imprenditori di successo, per motivi diversi ma in entrambi i casi ovvi.

Ho notato spesso che le persone - a prescindere da quale sia la loro nazionalità - tendono a essere gelose non solo di quel che amano o desiderano ardentemente, ma anche di problemi e disavventure, tendendo a volerne fare un caso proprio e di nessun altro. E' l'atteggiamento del "...sapessi cosa mi è capitato, tu non lo puoi nemmeno immaginare...". Ma, almeno in questo caso, si tratta di reazioni e dinamiche naturali, comuni a tutti gli esseri umani e non specifiche a questo spicchio del globo. 

Racconto a entrambe le ragazze che se uno svizzero mi vedesse attraversare la strada col rosso nella sua cittadina e venisse a sapere che sono italiano...chissà cosa penserebbe. Che nella stessa Italia italiani del nord e del sud si sbeffeggiano, insultano e diffidano gli uni degli altri da anni. Che la stessa cosa capita anche all'interno della stessa regione. Gli abitanti di Venezia solevano (e forse lo fanno ancora) utilizzare il termine "campagna" per riferirsi al resto del Veneto, includendo per intenderci anche i centri storici di Verona (la città dell'arena romana e di Shakespeare), Padova (con l'università del '200 e l'ospitalità a Galileo, Petrarca, Dante e di nuovo Shakespeare) e Vicenza (quella delle ville del Palladio). Niente da fare, incuranti di storia, arte, architettura, scienze e personalità illustri, i veneziani liquidano tutto ciò che sta al di là della loro amata laguna come rozza campagna. E succede persino all'interno delle stesse province: quando la mia famiglia si trasferì dalla città a un paesino ad appena dieci chilometri dal centro i miei nuovi compagni di scuola per alcuni mesi si riferirono a me come "quello di Padova". Quando in senso lato in fondo erano padovani pure loro. Nemmeno fossi stato londinese, parigino o newyorkese. O magari, che so, honkonghese.

Kunming - Cina, 4 marzo 2007

Sto seduto al French café quando mi arriva una chiamata di HLN (iniziali del nome cinese), una ragazza che ho conosciuto tempo fa, che ho incontrato soltanto due volte, e che da tempo non si faceva sentire.
Mi invita a raggiungerla per bere un te. Le chiedo se è lì con qualche amico. Mi risponde che non è da sola, quindi decido di invitare Aviv.
Con lui al mio fianco le conversazioni in cinese (quando non si tratta di dialetto locale, che qui parlano tutti) saranno meno imbarazzanti. E ci potremo dare i turni per chi deve piantare la faccia da babbeo, quando non capiamo qualcosa nemmeno dopo la seconda o terza spiegazione al rallentatore.
Ma Aviv non vuole accompagnarmi, è impegnato con una delle sue amiche dalla vita complicata. Le facce da babbeo oggi le ho vinte tutte io. Tornerò a casa con i crampi alla mandibola.
La serata invece si rivelerà piuttosto vivace. Arrivo al locale elegante in cui HLN ed un amico stanno giocando a carte mentre bevono un te.
Ci restiamo per poco, poi ci spostiamo in un ristorante Hui Zu (una minoranza etnica musulmana) in cui consumeremo una buona cena.
E da lì via verso un Karaoke. Qui trascorro alcune ore giocando a dadi e chiacchierando con HLN mentre i suoi amici storpiano una canzone dopo l’altra.
HLN è estremamente carina.
Fila tutto liscio fino a che non mi imbatto nell’unica nota stonata della serata (a parte ovviamente le grida da gatto in calore di quei cantanti da strapazzo).
E che nota stonata!
Impiegherò parecchio tempo (e un bel po’ di birra) per digerire il rospo e smaltire la rabbia.
Quasi tutti i personaggi che incontro questa sera con HLN sono musulmani, tutti tranne lei.
E si comportano quasi tutti molto bene.
Fino a che il capoccia del gruppo del Karaoke (c’è quasi sempre un capo riconosciuto all’interno dei gruppi di cinesi) mi spiega con una razionalità da gallina le sua agghiaccianti linee guida
“Di dove sei?”.
“Italia”.
“Ah, mi piace l’Italia. Invece non mi piacciono gli Stati Uniti, Israele ed il Giappone.
E poi segue la spiegazione che si sente in dovere di darmi. Da analizzare parola per parola.
“Essendo musulmano, ovviamente odio gli americani e gli israeliani. Essendo cinese poi, ovviamente odio anche i giapponesi”.
Quegli “ovviamente” sono come due pungiglioni nel costato.
Lo so che la tattica che ho adottato, quella di non dire niente e di fare in modo che al più presto si cambi discorso (o meglio ancora che si cambi posto), è quella giusta.
Non servirebbe a niente, ma proprio a niente, litigare con questo gibbone.
Quante parole sprecate in passato. Quanti inutili travasi di bile.
Ma per un bel po’, per non so quanti altri bicchieri di birra, non riesco a scrollarmi di dosso l’imbarazzo per non aver detto niente.
E devo buttarne giù ancora di bicchierini, e concentrarmi sulle altre note stonate, quelle vere, quelle che raggiungono l’orecchio ma non il cuore, per cercare di allontanare dalla mia testa le immagini di A e di Y, i due israeliani che frequento qui a Kunming. E degli altri amici israeliani, americani e giapponesi, che solo nella mia mente reclamano giustizia.
Già, perché lo so già che Y, quando glielo racconterò, liquiderà la faccenda sentenziando semplicemente qualcosa che in italiano suona come “La madre degli scemi è sempre incinta”.
Pochi minuti più tardi non riesco a trattenermi e racconto tutto ad A in un SMS. E anche lui mi risponde con intelligenza e un senso dell’umorismo tutto ebraico.
Per fortuna la birra, un ulteriore cambio di locale e la presenza della sempre più graziosa HLN a poco a poco allontanano quella fastidiosa sensazione.
Ma lo so bene che purtroppo non sarà l’ultima volta che la proverò.
Dopo l’ultimo locale mi portano in un altro ristorante Hui Zu.
Siamo in molti. A noi si è aggiunto un altro gruppo di uomini musulmani.
Due ragazzi, uno per ognuno dei due gruppi, inscenano un pietoso germoglio di rissa.
Gli altri uomini dei due gruppi, tutti ubriachi fradici, si barcamenano tra atti di machismo e tentativi di riportare la calma nella piccola sala della povera famiglia di ristoratori, musulmani anch'essi, che a quell’ora di mattina, invece di tornare a casa, sono costretti ad fronteggiare inermi un’eventuale distruzione del loro locale.
Le donne ed io, per nascondere l’imbarazzo, non stacchiamo le labbra dalle bacchette e continuiamo a succhiare i tagliolini piccanti.
Sedata la rissa e spolverati i piatti usciamo.
Il capoccia di turno, probabilmente innamorato di HLN, spinge lei in un taxi e me in un altro.
HLN se ne va senza nemmeno salutarmi, io aspetto che si siano allontanati, mi scuso con il tassista, esco dall’auto e ritorno a piedi.