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Visualizzazione dei post da gennaio, 2013

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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Dopo vari birboni, ecco un paio di signori - Mandalay, Birmania

Il treno per Hsipaw

Basandoci sui miei ricordi di dieci anni fa abbiamo deciso di viaggiare in treno da Mandalay a Thibaw (Hsipaw). Il tragitto è scomodissimo, lento e movimentato, su un convoglio di antichi vagoni dotati di panchine in legno che scorrono rimbalzando su binari a scartamento ridotto. Abbiamo già prenotato due moto-taxi che per una cifra irrisoria ci porteranno alla stazione alle tre e mezzo di notte. Mentre cerco delle guest house in internet mi imbatto in una pagina di informazioni sul viaggio. E mi rendo conto di aver sbagliato tutto. Quel che in realtà vogliamo fare è raggiungere su strada Maymyo (Pin oo Lwin), una tappa intermedia, visitare la cittadina e cominciare il viaggio in treno da lì. Il tratto che ci interessa, quello che comprende il viadotto Gokteik, si trova oltre quella località e così facendo ci risparmiamo varie ore di montagne russe. 

Mentre usciamo per cena ci fermiamo alla reception, chiediamo alle addette di far sapere ai tassisti che abbiamo deciso di non partire a quell'ora e, senza svegliarci, dare comunque loro la somma pattuita. Consegnamo le banconote e usciamo. Al ritorno ci restituiscono la chiave della stanza, assieme a qualcos'altro. All'inizio non riconosco l'oggetto, mi sembra quasi un'altra chiave e sono un po' confuso. Poi mi accorgo che si tratta di soldi. Gli stessi che avevamo lasciato per i tassisti! "Never mind..." ci fanno sapere. Non importa. Hanno chiamato i tassisti e questi devono aver apprezzato il fatto che li abbiamo informati in anticipo, risparmiando loro la levataccia. E hanno fatto sapere che non ci avrebbero fatto pagare la corsa. Loro, due poveretti disposti a venire a prendere due ricchi stranieri (non è vero, non siamo ricchi, ma dal loro punto di vista sì) nel cuore della notte e ad accompagnarli in stazione per quattro spicci, avrebbero potuto intascare il denaro, che stava lì ad aspettarli, rispettando semplicemente un accordo già preso. Persino nel benestante occidente ho incontrato molta gente che lo farebbe. "Incredibile!" continua a ripetere I. "E' l'unico paese che ho visitato in cui può succedere una cosa simile…" E forse ha ragione.

La scenetta è arrivata a proposito, proprio quando avremmo potuto cominciare ad avere la tentazione di farci strane idee sui tassisti locali. Ma funziona quasi sempre così. Sia chiaro, certi tassisti birmani restano degli stronzi di cui il paese dovrebbe sbarazzarsi, soprattutto quelli appartenenti alle cricche mafiose delle stazioni e degli aeroporti. L'aneddoto dimostra solo che, ovviamente, non sono tutti così.

Internet in Birmania, accessibilità e libertà di navigazione


Teahouse a Mandalay con accesso internet gratuito
Quando ci venni per la prima volta, alla fine del 2002, entrare in internet era impossibile in tutta la Birmania. Il massimo a cui si poteva aspirare era mandare un'email, non dal proprio indirizzo ma da quello privato dei proprietari di un paio di negozi a Rangoon, e solo da lì.

All'inizio del 2013 la situazione è radicalmente diversa. Le aperture in tema di libertà di stampa e censura hanno coinvolto anche la rete. Ora nelle grandi città è possibile trovare un punto di accesso wifi praticamente in tutti gli hotel e caffè. A Mandalay e a Pagan mi è capitato addirittura di entrare in alcune teahouse (locali che a livello di sofisticazione si possono paragonare alle osterie italiane degli anni '50) che offrivano l'accesso wifi gratuito. Alcuni amici che vennero qui un paio d'anni fa mi dissero che i collegamenti erano terribilmente lenti. Ora anche quella barriera è stata abbattuta, perlomeno in parte e in certi posti. 

La nota più positiva tuttavia è relativa alla libertà di navigazione.

Non mi è capitato finora di imbattermi in alcun sito oscurato o censurato. Sono riuscito ad accedere a tutti i social network e i blog che ho provato a visitare. Considerando che il modello di governo birmano, nonostante i cambiamenti, resta comunque dittatoriale e che fino a un paio d'anni fa tutte le testate giornalistiche erano costrette a sottoporre ogni articolo al setaccio della censura ministeriale, questa è una notizia positiva. 

Per rendersene conto basta fare il confronto con la Cina, dove nonostante l'avanzatissimo livello tecnologico, Facebook, Twitter, Blogger e Wordpress restano a tutt'oggi inaccessibili. Si dice che per allentare la presa sull'informazione la giunta birmana si sia ispirata al sistema di censura soft della Cina appunto. Beh, se limitiamo il discorso a internet si direbbe che il meccanismo del chi-adotta-cosa-e-da-chi debba essere totalmente ridisegnato.

Eccovi le foto di altre due teahouse di Pagan con accesso internet gratuito:


Reporter, ragazze e Facebook - Rangoon, Birmania

Un'altra foto dell'amico IZ

E' quasi ora di cena. Siamo in Birmania da pochi giorni e non siamo ancora stanchi di esplorare e facci sorprendere, magari anche soltanto da un mucchio di spazzatura sull'argine di un fiume. Vale anche per il cibo. Finora abbiamo messo alla prova le probabilità di beccarci un'intossicazione alimentare provando sempre localini diversi e per questa sera abbiamo già ristretto la scelta a un paio di ristorantini birmano-indiani. Ma abbiamo pranzato tardi e ci siamo pure fatti un dolcetto all'ora del tè: non abbiamo ancora l'appetito necessario a gustarci il pasto come si deve. Ci fermiamo per una aperitivo-birretta in un locale fighetto: nome in giapponese, menù in inglese, cibo internazionale, gente del posto coi soldi e qualche expat.

La birretta è quasi finita e stiamo pensando di andarcene quando il mio amico I e un birmano che ci siede davanti, entrambi muniti di macchina fotografica da professionisti, si guardano, si studiano, si intendono e poi cominciano a chiacchierare. All'inizio si tratta solo di tecnologia fotografica. Sto ad ascoltarli in impotente silenzio. Quando passano ad argomenti da generalisti afferro la fune che penzola dalla loro mongolfiera, mi alzo in volo e li raggiungo. Il birmano è un fotoreporter che lavora per un periodico in inglese del posto.

Per un'oretta si presta all'interrogatorio a cui lo sottoponiamo con il dovuto tatto e ci spiega che dopo le riforme dell'anno scorso la stampa è ad oggi praticamente libera. Se un paio d'anni fa ogni articolo doveva essere sottoposto al setaccio dei censori ora può essere pubblicato direttamente, a discrezione della redazione. Il mercato dei professionisti non ha ancora raggiunto livelli di eccellenza, se arriva un top-gun da 2000 dollari al giorno è costretto a ridimensionare le sue pretese o a cambiare posto. Ma nel complesso ci sono degli ottimi professionisti che scelgono il paese perché ci sono affezionati o per il grande interesse che sta suscitando dopo i recenti cambiamenti. 

Quando ci chiede di cosa ci occupiamo I è un po' restio a dirgli che lavora come cameraman per la TV: il tam-tam che si ode da decenni consiglia vivamente di non farne menzione nel modulo per la richiesta del visto. I membri della stampa internazionale non sono mai stati ben accetti in un paese dove la dittatura ha puntellato il suo potere col controllo dell'informazione in entrata e in uscita. Il birmano ci dice che ora non è più il caso di preoccuparsi. I visti vengono concessi un po' a tutti. Persino uno dei pezzi grossi del FCCT (Foreign Correspondents' Club of Thailand), da anni sulla lista nera del governo, è stato recentemente autorizzato a visitare il paese. E probabilmente i servizi segreti non si prendono nemmeno più la briga di mettere un tail alle calcagna dei potenziali ficcanaso. Il reporter ricorda ancora i tempi in cui circolava in città con la macchina fotografica per fare pratica e a ogni angolo incontrava lo stesso passante. Tempi andati, a sentire lui. A dire il vero a giudicare da quel poco che abbiamo provato a leggere a me sembra che tutti stiano ancora attenti a quello che pubblicano, some se da un controllo governativo si sia passati all'autocensura, ma speriamo che il suo ottimismo si riveli fondato. In effetti alcuni anni fa uno come lui non avrebbe nemmeno avuto il coraggio di iniziare una conversazione simile con due stranieri, specialmente in un luogo pubblico.

Il reporter passa poi a un altro argomento che ci interessa: il patrimonio architettonico coloniale. Da tre giorni giriamo tra i marciapiedi del centro guardando per aria come degli idioti, imbambolati dalle finestre, i cornicioni e le decorazioni di palazzi stupendi su cui gli strati di fuliggine fluttuano come veli di pashmina e le crepe sull'intonaco sono intriganti cicatrici. "Anch'io come voi credevo che il nostro patrimonio coloniale fosse tutto qui, poi sono andato a fare dei servizi in alcuni paesini sperduti e vi ho trovato dei gioielli che nulla hanno da invidiare a posti come Malacca in Malesia" (Il centro storico di Malacca, mix di architettura coloniale portoghese, olandese, inglese, edifici cinesi e luoghi di culto è oggi un curatissimo sito Patrimonio dell'Unesco). 

Ordiniamo un'altra birra e lasciamo perdere per una sera il nostro tour gastronomico, accontentandoci di due piatti di noodles senza pretese, per poter ascoltare quel che il reporter ha da aggiungere. Sfortunatamente per noi però, come ha già commentato lui più volte, anche la Birmania si va sviluppando in fretta: televisione via satellite, telefonia mobile, collegamenti internet. La donna a cui fa il filo da qualche settimana ha finalmente risposto a un suo messaggio in Facebook. Si attacca allo smartphone come un soldato in trincea alla foto della bella che lo aspetta a casa. Se ne staccherà solo per farci sapere che vorrebbe corteggiarla di persona ma per ora questo è tutto ciò che riesce a strapparle. "I know, it's not romantic, but..."

Finiamo i noodles e la birra e lo salutiamo. L'avessimo saputo prima saremmo andati a mangiare da un'altra parte, specialità più saporite, meno care e comunque - a giudicare dalla pulizia della cucina che bisogna attraversare per andare in bagno - dotate della stessa capacità di agganciarci al cesso per un paio di giorni. Ma Hemingway me l'ha insegnato tanto tempo fa: quando un marlin si attacca alla lenza fai di tutto per portarlo a riva, anche se sai che gli altri pesci se lo papperanno lasciandoti solo una lisca spolpata e scintillante.

E poi in un solo giorno abbiamo chiacchierato con un giovane fotoreporter birmano e un corrispondente americano giramondo in pensione che vuole viaggiare fino a quando creperà....tutto sommato la pesca poteva anche andarci peggio.

PS Avete osservato bene la foto? Titolo vagamente ispirato a ideali pacifisti e immagine di artiglieri che sparano colpi di mortaio in prima pagina...

I bambini della slum dietro la stazione di Rangoon (Yangon), con galleria fotografica - Birmania

Bacio tra padre e figlio alla stazione centrale di Rangoon

La maggior parte dei monumenti e musei a pagamento non ci interessa: le tariffe d'ingresso sono spropositate e non si sa in tasca di chi vadano e per cosa vengano utilizzate. E poi per un occidentale non esperto in arte buddhista le pagode tendono a diventare tutte uguali. Ogni giorno in tarda mattinata usciamo, macchine fotografiche in mano, pranziamo e poi passeggiamo, con una vaga idea in testa per la prima mezzora, poi completamente a caso. Ci imbattiamo in angoli, scene, persone, palazzi curiosi, e i pomeriggi passano veloci. 

Dalla stazione imbocchiamo un vicolo, passiamo un cumulo di spazzatura dove banchettano due cani spelacchiati, procediamo tra due file di ristoranti, barbieri, tabaccai e teahouse di legno, strutture sempre più malmesse, giriamo a destra, attraversiamo un ponticello su un canaletto la cui acqua radioattiva scorre attorno a degli isolotti di rifiuti ed entriamo in una slum, o baraccopoli, bidonville, favela.

Gli adulti ci osservano curiosi, alcuni sorridono, altri no. I bambini si avvicinano con timidi passetti e poi, quando mostriamo loro le foto che abbiamo scattato, ci assalgono, si offrono per altre pose, portano degli amici o i fratellini piccoli per un servizio personalizzato, ci strattonano per vedersi nelle immagini e prendersi in giro. Hanno i vestiti sporchi e i capelli infestati, io che soffro di numerose dermatiti immaginarie sento già prurito, ma me lo fanno dimenticare in fretta. Cadono sulla terra battuta, le loro ciabatte scivolano sui canali di scolo, si impolverano, si imbrattano e ridono, imbarazzati o divertiti, chi lo sa. Qualcuno ci apre anche il cancello che dà sui binari, dove la gente bivacca e passeggia tra i treni che stanno fermi o procedono a passo d'uomo. C'è persino un pastore con tre capre. 

Ecco un po' di foto (sono state scattate con una macchina point&shoot e di fotografia ci capisco poco, ma credo che quel che conta siano i soggetti):


Avvolto in un sacco nel vicolo fetido

Non riuscirai a fotografarci, turista maledetto!

Il novizio

Gruppetto

Tiè, beccati anche il mio fratellino

Vittoria

Sconfitta

Equilibrio instabile

Altro gruppetto

Linguaccia

Fammi un po' vedere che c'hai lì?

Questo è davvero forte, ve lo ripropongo

Altre foto della slum e dintorni


Seduti a chiacchierare...in strada

Negozietto con sedia sul tetto

Altro squallido negozio, con tizio che saluta

Un rocker birmano passeggia tra i treni

Pastore e capre sui binari

Binari al tramonto

Famiglia tra i binari

Ladyboy birmano

Carretto-barchetta di un venditore ambulante

Hmmm buona la spazzatura

Il canale radioattivo

Doccia

Bucato

Tipica abitazione della slum

Quel che un paese ti può dire nelle prime ore dopo il tuo arrivo - Rangoon, Birmania

Foto del mio amico IZ

Se non ti sei preparato troppo, ti lasci andare, hai la tendenza a vedere il lato divertente delle cose e magari sei in buona compagnia, quel che ti succede nelle prime ore ti può dire molto sul posto in cui sei appena arrivato. Vediamo...io non mi preparo MAI troppo, anzi a volte non mi preparo proprio, mi lascio spesso andare, mi concentro sugli aspetti divertenti di una situazione anche quando non dovrei e sono in viaggio con I, ottima compagnia direi. E infatti Rangoon (cioè Yangon), o la Birmania in genere, mi dicono molto in pochissime ore. E lo fanno subito, proprio la prima sera.

Abbiamo messo giù le valige nell'hotel che abbiamo prenotato online prima di imbarcarci a Bangkok (un'idea di I, che come viaggiatore è un po' meno cialtrone di me). Non siamo contenti: è carissimo, vecchio e pretenzioso, va bene per una notte, ne dobbiamo cercare immediatamente uno per domani. Abbiamo un nome senza indirizzo e un vago punto di riferimento. Informazioni che il tassista ci ha dato mentre ci portava dall'aeroporto all'hotel. Partiamo alla ricerca tra la rete di strade non illuminate di Rangoon.

Camminiamo un po', quando ci siamo persi e non abbiamo più idee cominciamo a chiedere in giro. Ognuno ci dice la sua, tutti vogliono aiutare, ci sorridono, ci chiedono di dove siamo, partono con la solita lista di calciatori italiani, ma sinceramente ne sanno meno di noi. A piedi potremmo metterci tutta la notte. Fermiamo un taxi e gli chiediamo se conosce il posto. Ripete il nome con un'espressione da paziente sedato. Gli diamo il punto di riferimento, ripete anche quello. Alla domanda "Do you know where it is?" risponde "...where it is..." Ringraziamo e passiamo oltre, lui ci osserva andare senza cambiare espressione.

Il tassista successivo ci ascolta attentamente, poi spara un prezzo. Gli facciamo delle domande incrociate per assicurarci che abbia capito e lui cede di schianto. Insiste sul prezzo e quando capisce che non vogliamo salire prova a farci lo sconto. Tra noi e lui c'è un evidente disallineamento di obiettivi. Nessuno però ci tratta male o se ne sbatte. Sono davvero tutti carini e gentili. Ci accerchiano, chiamano rinforzi, si mettono persino a telefonare. Qualcuno prova a distrarci con i soliti nomi dei calciatori. I più gettonati sono Baggio, Totti, Maldini e Balotelli.

Arriva un altro taxi, ripete con sicurezza il nome che gli diamo, fa un cenno con la testa, sembra proprio che sappia cosa sta facendo. Il prezzo sembra onesto, saliamo a bordo. Non ci sembra che la direzione sia giusta ma ci fidiamo, dopo alcuni minuti però notiamo dei dettagli familiari lungo il cammino. Cominciamo a preoccuparci, quindi dopo una svolta a U ci ritroviamo fermi davanti al nostro hotel, quello che intendiamo abbandonare. Lui capisce di aver sbagliato e sorride, annuisce, scuote la testa. Non è possibile irritarsi con uno così. Sorridendo e rassicurandolo proviamo a illuminarlo col nome del vago punto di riferimento: sembra aver capito, ma era già successo prima e la notizia non riesce a infonderci la necessaria fiducia. Ci molla davanti a un altro hotel, non è quello che cerchiamo ma lui continua a comportarsi come un cucciolo che esige coccole: ci arrendiamo e pur essendosi rivelato un disastro non riusciamo a non ringraziarlo sorridendo. Devo persino trattenermi per evitare di carezzargli la testa e lanciargli un bocconcino.

Pur non c'entrando un accidente, questo hotel in effetti non è lontano dal nostro vago punto di riferimento, un grattacielo giapponese. Ci camminiamo attorno senza successo. Chiediamo ad altra gente, si forma un nuovo capannello, tutti sorridono, vogliono sapere di dove siamo, noi insistiamo col nome dell'albergo, ognuno prova a dire la sua, nessuno ci azzecca, i nomi dei calciatori però sono sempre corretti.

Finalmente un tassista giovane e sveglio fa una telefonata e ci dice di aver scoperto dove si annida la stamberga. Sembra davvero sapere il fatto suo ma noi non ci fidiamo fino a che non vediamo l'insegna.

E' quello giusto, ce l'abbiamo fatta. In termini di ricerca è stata piuttosto dura ma il sottoprodotto che ne abbiamo ricavato è di prima qualità. Questo posto si presenta davvero bene...e allora eccovi un'altra foto.

Altra foto di IZ

Italiani in Thailandia/6: una storia di prostituzione molto bizzarra - Pattaya, Thailandia

Un dipinto appeso all'entrata di una guest house a Hua Hin

Mi è capitato di recente di ascoltare una storia di prostituzione davvero bizzarra. Proprio quando me ne stavo andando da Pattaya, la più grande fucina di racconti del genere, che nei vari mesi trascorsi lì me ne ha sfornati così tanti, così diversi e variopinti da farmi credere che non sarebbe più stato possibile sorprendermi. Eppure una storia come questa non l'avevo mai sentita.

Il protagonista anonimo, un puttaniere italiano in età avanzata che per l'appunto chiameremo PA, da Puttaniere-Anonimo, un bel giorno scende dalla stanza del suo albergo alla ricerca di ciò che i turisti della categoria a cui appartiene escono spesso a cercare quando sono da queste parti. Non è una missione tranquilla però, come qualcuno di noi potrebbe pensare. Non si tratta di far due passi, imbattersi nella prima delle migliaia di occasioni offerte dalla città e sbrigare la faccenda. No, PA è torturato dai dubbi, si arrovella per farsi venire un'idea che lo soddisfi. Rivolgersi a una delle mama-san che conosce? Procedure noiose, inutili rituali da celebrare, catene di approvvigionamento elaborate, numerosi ingranaggi da oliare, trattative da intessere, tutto molto caro e complesso. Le squillo free-lance del lungomare? Per carità, con le storie che circolano! Troppo rischioso. I massaggi erotici di Soi Honey? Mah, massaggi scadenti in squallidi tuguri che sfociano in rapporti affrettati con donne annoiate. Nemmeno quella soluzione va bene. Ci vuole qualcosa di originale, bisogna improvvisare utilizzando le condizioni al contorno, la fantasia e, perché no, l'audacia. Insomma: una coniglietta da tirar fuori dal cilindro.


Mentre pensa a tutto ciò passeggia avanti e indietro su di un marciapiedi, vicino a un incrocio: non ha percorso che pochi metri da quando è uscito dall'hotel. In quel momento un gruppo di manovali ha finito il turno presso un edificio in costruzione nelle vicinanze. Ci sono anche delle donne tra loro. Alcune se ne vanno chiacchierando e ridendo allontanandosi da PA, un'altra invece cammina proprio nella sua direzione. Quando gli passa vicino PA le sorride, non sapendo nemmeno lui esattamente cosa aspettarsi. La ragazza, in tuta da lavoro, elmetto in testa e stivali di gomma, risponde al sorriso: è il segnale! PA si tuffa nell'opportunità a capofitto. Allarga le mani, grida "nice lady!" e poche altre frasi che riesce a mettere assieme col suo misero inglese. Sorride platealmente. Ne segue una breve conversazione, fatta maggiormente di gesti e monosillabi. La ragazza non lo pianta in asso scandalizzata come tutti potremmo aspettarci ma se lo porta a casa, un monolocale a pochi metri da lì. I due si abbandonano a un rapporto sessuale che lascia PA pienamente soddisfatto. A sentire lui anche lei sembra essersi divertita parecchio. Prima di andarsene PA le lascia una mancia, accatastando una banconota dopo l'altra sul suo palmo aperto, fino a quando lei sorride felice. Lui è convinto di aver fatto un affare. Lei ovviamente starà pensando la stessa cosa. 

Noi ascoltiamo strabiliati, vagamente scandalizzati, vergognosamente divertiti. L'occasione fa l'uomo ladro. E alcune donne zoccole, verrebbe da dire. Poi però ci riprendiamo. Sarà anche triste, certo non è il mondo che ci avevano raccontato i preti, la pubblicità, le commediole americane o i cartoni animati giapponesi, ma se nessun altro si è intromesso, ci ha lucrato, ha forzato la mano, se va bene a loro, cioè a entrambi, chi siamo noi per giudicare? 


Beh dai, se giudichiamo soltanto un po' non può succedere nulla di male: DEPRAVATI SPORCACCIONI! Ecco, ecco, così...ora va un po' meglio.

Talk show all'italiana: il combattimento di galli...finti

Galli da combattimento a Bali, Indonesia, dell'amico Roberto TRM (CC)
Leggo i commenti da tifosi sull'ennesimo "dibattito politico" (hahaha) che ha inchiodato gli italiani davanti allo schermo e mi viene da ridere, poi da piangere, poi ancora da ridere, e così via...

"Hai visto, li ha distrutti un'altra volta!"
"Lo hanno massacrato!"

Io non l'ho guardato, per motivi che potrebbero sembrare ovvi (sto a diecimila km di distanza) ma non lo sono poi tanto: i combattimenti di galli finti non mi interessano. Perché dovrebbero poi, quando nel S.E.asiatico posso assistere a quelli dei galli veri, gli animali col becco, gli artigli e le penne, che fanno chicchirichì e non quaquaraquà?

Questi sono spettacoli di basso livello culturale, come una partita di calcio, uno strip o un balletto in un cabaret di serie b. Non c'è niente di male a guardarli, se non li confondi con la politica. 

Volete sapere chi ha vinto? Audience alle stelle, ricchi contratti pubblicitari, lauti compensi, giochi di potere: hanno vinto loro, tutti assieme intendo, e hanno perso gli spettatori, ma forse non è nemmeno vero, perché questi ultimi manco sapevano di essere in gara. Qualsiasi cosa sia successa è comunque successa di nuovo, e succederà ancora, potete starne certi.

Riusciremo mai a disattivare quest'assurda, inconcludente, accecante polarizzazione del paese? Quella che i furbacchioni dei talkshow e dei dibattiti manipolano e sfruttano così abilmente? Forse ha ragione quel mio amico che combatte da anni una crociata contro la religione. Deriva tutto da quella dannata contrapposizione cristiana tra bene e male, buoni e cattivi, fedeli e infedeli. O forse no. Sta di fatto che l'aspetto dicotomico in Italia si presenta in ogni ambito e a qualsiasi livello. Fascisti e comunisti. Credenti e laici. Lavoratori dipendenti e indipendenti. Juventini e milanisti. Terroni e polentoni. Omo e etero. Vino rosso o bianco. Grappa o limoncello. Fanta o Coca Cola. Il problema è che viene tutto affrontato (e banalizzato) allo stesso modo, che si tratti di cose serie come politica e filosofia o di argomenti futili come calcio e gusti eno-gastronomici.

Com'è raro imbattersi in qualcuno che pensi e agisca da individuo e non come membro del gruppo a cui ha deciso di appartenere, giudicando, analizzando, proponendo con la propria testa, senza pregiudizi, con onestà intellettuale. Soldi, sesso, potere, alcol, droghe, cene costose: piaceri frivoli che non durano nulla. Vera gioia per me è proprio questa: incontrare persone così.

Posto che vai...sistema per lavarsi il culo che trovi - con galleria fotografica

Bidè fiorentino dell'amico LMB

Ho sentito spesso degli italiani lamentarsi per aver scoperto che in alcuni paesi i bagni sono privi di bidè, scoperta che ha instillato in loro un dubbio atroce...ma quelli non si lavano il culo dopo aver cagato?

Eh, purtroppo in alcuni paesi non lo fanno. Usano la carta, grattano, grattano, e poi gettano, gettano, fino a quando l'ultimo rettangolino bianco che hanno utilizzato non presenta più le classiche tracce a frenata marroni. Purtroppo alle volte hanno dovuto grattare talmente tanto che alla scomparsa dei residui di merda si è accompagnata l'apparizione sulla carta del rosso del sangue. La cute nella zona del corpo interessata all'operazione di levigatura è infatti piuttosto delicata.

A volte però l'assenza del bidè non significa necessariamente che in quel posto non ci si lavi il sedere prima di alzarsi dal cesso. Ecco appunto, sottolineo il prima. In Italia infatti per lavarci dobbiamo necessariamente alzarci, fare un paio di passi, girarci e sederci di nuovo, su una superficie di ceramica tra l'altro, che non essendo protetta dalla tavoletta di plastica in inverno può diventare fastidiosamente fredda. Il bidè in effetti non è necessariamente la soluzione migliore al problema del sedere smerdato.

Oltre alle difficoltà collegate alla manovra a cui accennavo poco fa (a me tra l'altro non va molto a genio cambiare posizione quando le chiappe sono ancora imbrattate), il bidè presenta anche altri impicci: è pur sempre un blocco di ceramica in più nello spazio già angusto del bagno, con le sue tubature, i rubinetti e i sistemi di scarico. In termini di costi e di spazio occupato non si tratta di un'ottima idea. Visitando paesi e utilizzando i loro bagni mi è capitato di imbattermi in sistemi che, magari non subito, ma dopo un po' di tempo, mi hanno convinto.

Nel S.E. asiatico - in Thailandia per esempio - utilizzano quello che io chiamo lo spruzzino. Un tubo di plastica o metallo snodabile con una pistoletta collegata all'estremità libera, sistemato sulla parete a ridosso del water. Uno non deve nemmeno alzarsi, impugna la pistoletta, sceglie la direzione del flusso che più gli aggrada e preme il grilletto. Fatto. Se il getto è troppo debole o troppo forte si può regolarne la portata agendo sul rubinetto collegato alla parete. Eccone uno qui sotto:

Lo spruzzino thailandese, versione delux
In Malesia ho trovato un sistema simile a quello thailandese, ma senza pistoletta. Si prende la mira con l'estremità libera del tubo e si apre il rubinetto oppure si preme un pulsante, a seconda dei casi. Non male, anche se personalmente preferisco la pistola. Forse dipende anche un po' dai sogni che ognuno covava da bambino: da grande ti sarebbe piaciuto diventare un cowboy (pistola) o un pompiere (tubo)? Comunque sia, ecco la relativa foto:

Il tubo malesiano, versione normale

Questi sistemi vengono distribuiti in versione economica (plasticaccia zigrinata) o di lusso (parti cromate e dal design elegante).

Sempre in Asia, in alcune stamberghe economiche mi è capitato di trovare bagni in cui doccia, lavandino e water erano stipati in ambienti molto piccoli, alle volte persino allineati lungo un asse verticale all'interno di uno spazio di un metro quadrato (è il caso delle famigerate Chungking e Mirador Mansion a Hong Kong). In posti così può essere che vi tocchi utilizzare la doccia snodabile quando siete ancora seduti sulla tazza. Questo sistema, per quanto improvvisato, offre comunque la possibilità di regolare la temperatura dell'acqua.

Sempre in Malesia, presso l'aeroporto internazionale di Kuala Lumpur (KLIA), dopo aver fatto la pipì, mentre stavo per uscire ho letto questo cartello incollato alla porta:

Per piacere utilizzate il bidè incorporato per lavarvi (il culo)

mi sono quindi voltato e ho notato il bidè incorporato in questione, che avevo erroneamente scambiato per un componente del sistema di scolo. Eccolo, lo si aziona con la manopola sul lato della tazza, che a volte è sostituita da un pulsante:

Il bidè incorporato nei cessi del KLIA

Ricordo di aver utilizzato un sistema simile anche in Argentina, ai tempi in cui abitavo a Buenos Aires. Una volta organizzammo una festa a casa. Quando tutti se ne furono andati io e D, il mio coinquilino di Madrid, notammo una chiazza gocciolante sul soffitto. Uno degli invitati, probabilmente ubriaco, aveva azionato il bidè quando non ci stava seduto sopra. Il getto era talmente forte da aver raggiunto quel lontano bersaglio. Dovrebbe essere in grado di eliminare in pochi secondi anche le incrostazioni più tignose, quelle da cui il vostro culo proprio non si vuole separare.

Il luogo dalle soluzioni più sorprendenti però, come spesso accade, è il Giappone. Solo lì potevano pensare di installare la tavoletta computerizzata. E' questo un sistema commercializzato dalle note case nipponiche che producono elettrodomestici, sistemi idrosanitari e impianti di aria condizionata. Si tratta di una tavoletta da cesso in plastica, con una centralina dotata di tastiera. Eccone qui una (le vecchie foto del Giappone purtroppo non le trovo, questa l'ho scattata al centro commerciale Terminal 21 di Bangkok, in Thailandia, un sito giapponesizzato):

La tavoletta da cesso computerizzata

Utilizzando detta tavoletta è possibile azionare:
1) una resistenza elettrica che riscalda la superficie in plastica.
2) due getti d'acqua: uno unisex e l'altro per signora.
3) un regolatore della temperatura della suddetta acqua.
4) un getto d'aria calda per asciugare la pelle bagnata.
5) un aspiratore d'aria per eliminare i cattivi odori.


Un primo piano dei comandi

Non si tratta nemmeno di un ritrovato dell'ultima ora. Io le vidi per la prima volta a Tokyo nel 2002, e già non si trattava di una novità.

Fate attenzione quindi: se in un paese straniero non trovate il classico bidè per lavarvi il culo e avete la tentazione di abbandonarvi a uno sfogo orgoglioso, presuntuoso e neocolonialmente snob, accusando gli abitanti di cattive abitudini igieniche, datevi prima un'occhiata attorno. Potreste essere sorpresi da sistemi persino più funzionali di quello a cui siete abituati.

Italiani in Thailandia/5: i tipi loschi


Il buon vecchio Q
è ritornato a Pattaya, dove resterà per sei mesi. La sua fidanzata aspetta un bimbo e lui vuole starle vicino. Lo incontro al percorso della collina del Big Buddha, dove vado a fare una corsetta ogni sera. Ha in serbo per me un'altra delle sue vecchie, agghiaccianti bombe.


Alcuni mesi fa, sempre a Pattaya, aveva incontrato un italiano, uno di quei disperati che si arrangiano in maniera poco chiara. All'apparenza però era un tipo simpatico, alla mano, onesto. All'apparenza, appunto. Noi, che possiamo usare il senno di poi, non lo chiameremo l'onesto, bensì il losco. Un giorno il losco insiste per accompagnare Q in albergo. Q non ha motivi per dirgli di no. Una volta in stanza il losco si guarda bene attorno, poi si ricorda di non essersi portato dietro del contante e gli chiede un piccolo prestito. Q non ci trova nulla di male, in fondo si tratta di quattro spiccioli. Il losco però lo osserva con insistenza quando va a recuperare la scatoletta in cui nasconde i soldi. Per ogni evenienza, ma con un po' di leggerezza, Q ha deciso di portarsi in Thailandia una somma ingente, alcune migliaia di euro, in contanti. Il losco fa dei commenti del tipo: "Ma perché tanta segretezza?" "Ah madonna, ora capisco, guarda quanti soldi c'hai!"

Non lo conosco bene ma ci vuole poco a capire che Q, pur avendone combinate molte ed essendo schiavo di qualche viziaccio, è in fondo un ingenuo bonaccione che non farebbe del male a una mosca. E che di conseguenza non è istintivamente portato a intuire il lato malizioso e oscuro degli altri. Negli ultimi anni però questo sua indole candida l'ha pagata piuttosto cara e l'esperienza gli deve aver ispessito la cotenna. Ora per esempio ha fiutato qualcosa di putrido.

Il losco fa una telefonata, poi chiede a Q se ha voglia di andare a mangiare un boccone. Ovviamente offre lui (e ovviamente lo farà coi soldi che Q gli ha prestato). Q accetta l'invito, scende assieme al losco ma poi sostiene di essersi dimenticato qualcosa in stanza e gli dà appuntamento direttamente al ristorantino. Il losco fa una smorfia ma acconsente. Q ritorna in stanza, piglia la scatoletta dei soldi e cambia nascondiglio, poi raggiunge il losco che sta al tavolo con il losco 2, un turista marocchino, l'unico che in città non abbia smesso di frequentarlo, come Q avrà presto occasione di scoprire. Quando è il momento di ordinare il losco cambia idea (per modo di dire, perché l'idea laida invece ce l'ha fissa in mente dal primo momento), dice che ha un affare da sbrigare urgentemente (oh, eccome se ce l'ha...), si alza e li lascia lì da soli.

Al termine del pranzo il losco 2 (ovvero il palo, o la spalla) si offre per accompagnare Q a fare un giro in centro città, sostenendo che ha diverse novità da mostrargli. Dopo alcuni minuti però Q, sempre più insospettito, lo saluta e torna in albergo. All'arrivo trova la porta scassinata e la stanza a soqquadro. La scatoletta dei soldi per fortuna è rimasta inviolata.

I proprietari dell'albergo e alcuni vicini gli confidano di aver visto il suo amico (cioè il losco) entrare da solo in albergo. Nessuno ha sporto denuncia perché spetta a Q decidere che fare. Q si confida con l'addetto italiano della polizia turistica di Pattaya e questi gli suggerisce di denunciarlo, essendoci come prova anche delle immagini riprese dalle telecamere a circuito chiuso dell'hotel. Q risponde che non lo farà: il losco infatti finirebbe nelle grinfie della polizia ordinaria e, non essendo sicuramente in grado di pagare la somma necessaria per farsi tirare fuori dai guai, verrebbe sbattuto in galera. La galera per uno straniero in Thailandia equivale a poco meno di una condanna a morte. Ve l'ho già detto, Q in fondo è un buon tipo.

Non è comunque un fesso e al ritorno in Italia decide di avvertire alcuni suoi amici finanzieri, temendo che il losco si faccia degli appartamenti anche in patria. Il losco probabilmente lo viene a sapere e non appena Q rientra in Thailandia lo avvicina e si scusa per quel che ha fatto. Q gli dice che sarebbe carino se almeno gli offrisse come segno di buona fede i 100 euro che si è dovuto accollare per il risarcimento dei danni all'hotel. L'altro risponde che non può. Poi lo invita a fare un giro nel suo furgoncino (di professione, oltre al ladro, fa anche l'elettricista e sostiene di aver messo su a Pattaya un'attività per l'installazione di...udite, udite...telecamere e impianti antifurto!) Q sospetta che lo voglia portare in un posto tranquillo dove menarlo in santa pace come rappresaglia per la soffiata in Italia. Quindi con una scusa si defila. 

Ora Q è combattuto, da un lato vorrebbe che la storia terminasse così, dall'altro l'orgoglio gli impone di non mostrarsi impaurito. Da allora viaggia armato di un coltellino. Spero che il losco e la sua coscienza non lo convincano mai a utilizzarlo.

Chirurgia cosmetica: facce da manga...ma per davvero!

Lamù, un tempo soltanto personaggio dei cartoni, ora potreste anche incontrarla in una metropoli asiatica

Recentemente, parlando con un'amica malesiana, ho scoperto che tra le ragazze asiatiche si sta facendo strada una moda agghiacciante. Agghiacciante per me ovviamente: per loro sembra invece essere un'idea fantastica. 

Sto parlando di chirurgia plastica. Beh, sai che moda, direte voi, sono cose che si fanno da decenni. Certo, ma qui non si sta parlando di rassodare le tette, spingere in su le chiappe, gonfiarsi le labbra o rimuovere delle rughe. Tanto meno di cambiare sesso. Queste pratiche già mi rendono perplesso, ma ho scoperto c'è persino di peggio. I modelli che queste donne cercano di imitare sono personaggi dei cartoni animati giapponesi. Vi ricordate Candy Candy, Lady Oscar o Lamù? Scusate gli esempi datati ma per motivi generazionali non ne conosco di più recenti. Insomma, l'ideale di donna occidentale così come la immaginavano i giapponesi negli anni '70 o '80, con gli occhioni ovali grandi e colorati come un lago di montagna, il naso a taglierino, la bocca a forma di cuore e il mento modellato a plettro. Guardate qui, qui, qui e qui. Queste tre addirittura si sono fatte rifare tutte uguali...ora hanno la stessa faccia! Insomma, avete capito cosa intendo. Non si tratta cioè di apparire più giovani o sexy tramite rimozione delle rughe o upgrade delle labbra alla versione-pornostar - debolezze in parte comprensibili - bensì di assomigliare a un personaggio che non esiste, inventato da un disegnatore di manga.

Mi ero già imbattuto in una situazione simile in Cina, quando conobbi alcune ragazze che si erano fatte operare le palpebre per ottenere l'effetto occhio europeo (la palpebra superiore degli orientali - cinesi, giapponesi, coreani e la maggior parte dei sud est asiatici per interderci - scende giù dritta come una tenda dal sopracciglio alle ciglia, senza la piega attorno all bulbo oculare che abbiamo noi occidentali). Avevo incontrato spesso donne che portavano sul viso il risultato finale dell'intervento ma fui totalmente scioccato quando una ragazza con cui facevo scambio linguistico, e che avevo sempre visto al naturale, mi si presentò con due cerottoni sotto le sopracciglia. Quando le chiesi cos'era successo non mi volle rispondere, ma in fondo già lo sapevo: si era sottoposta all'intervento palpebra-caucasica. Non fui più in grado di guardarla senza notarlo e perdermi in pensieri turbati, dimenticandomi di ascoltare cosa mi stava dicendo. Fu un dramma della comunicazione: lei parlava solo cinese, con un marcato accento yunnanese, e io normalmente facevo già molta fatica a capirla, figuriamoci senza ascoltarla. 

La mia amica malesiana mi aveva confidato qualche settimana fa che stava pensando di sottoporsi al trattamento-manga. Non si fida però delle cliniche nel suo paese. Sembra che le più prestigiose si trovino in Corea del Sud. Purtroppo sono anche le più care, per cui aveva dei dubbi legati al costo (notate bene, al costo, non alle condizioni della sua faccia!). Non appena arrivato in Malesia le ho scritto due righe per sapere se si trovava a Kuala Lumpur. Mi ha risposto che era a Seul per qualche giorno. Ho temuto il peggio e infatti col messaggio successivo mi ha confermato che ci era andata proprio per sottoporsi ad un intervento di chirurgia cosmetica. La chiamano proprio così, chirurgia cosmetica, come se prima di uscire per cena al posto del rossetto, del pennello col fondotinta o del mascara una si potesse dare un tocco di bisturi o siringa. 

La mia amica la ricordo carina e graziosa, sempre acqua e sapone, un modo tutto suo, molto delicato, di essere sensuale. Quando le ho chiesto come sta mi ha risposto che non va molto bene: il viso si è gonfiato e le fa male. Neanche avesse avuto un incidente. Penare per ragioni di cosmesi: che tristezza. Credo sia normale e che guarirà in fretta. Ovviamente glielo auguro, ma a me comunque rimarrà un cruccio: non riesco proprio a immaginarmela in versione cartonizzata. Forse sarà più bella, forse no, di sicuro non sarà la stessa che piaceva a me.