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Un antico detto veneto applicato a un centro commerciale di lusso - Kuala Lumpur, Malesia

Ma guarda che bel cesso tondo tondo...
Un antico detto veneto recita: "El tempo, el cul e i siori li fa sempre quel che vol lori." 
In effetti dieci minuti fa ero circondato da arroganti stronzetti a caccia di regali di natale tra i negozi di lusso di questo centro commerciale fighetto, mentre fuori infuriava una tempesta monsonica. Eccovi serviti, amanti dei proverbi, tempo e signori stanno facendo la loro parte. Mancherebbe il culo, pensavo, ma sottovalutavo il getto di atmosfera plutoniana che mi centrava le viscere mentre osservavo distratto quell'andirivieni di invasati. Io riflettevo e l'aria fredda mi lavorava ai fianchi e, soprattutto, al ventre.
E sarà per quello che questo branetto lo sto ideando in bagno, mentre seduto sulla tazza del cesso cerco di rilassare le viscere irrigidite. Anche il culo (mai così proverbiale) si è messo infine a fare quel che vuole. Per fortuna in questi centri commerciali persino i bagni sono lussuosi e immacolati. E poi, potrà anche sembrare un paradosso, ma gli stronzi che fluttuano qua dentro hanno meno puzza sotto il naso di quelli che trottano là fuori.

Il rubinetto - Birmania

Photo by malla_mi (CC)
L'ultima cena a Pagan si è tenuta in un ristorantino affacciato su una strada sterrata, nell'area turistica. Pochi clienti, niente apostoli, soltanto qualche compagno di viaggio conosciuto di recente. Ma un Giuda birmano nascosto in cucina mi aveva già tradito.
Per fortuna la corriera si ferma in una rudimentale stazione di servizio, qualche altro chilometro e non ce l'avrei fatta. I passeggeri scendono con calma, si accendono le sigarette, stiracchiano la schiena, comprano qualcosa al bar. Io scivolo in posizione da discesa libera verso il bagno nel retro. Chiudo la porta in fretta, armeggiando impaziente con il chiavistello arrugginito. Mi strappo di dosso i pantaloni, squarcio i boxer e mi acquatto sulla turca. Osservo il legno della porta davanti a me, le grosse venature e i solchi levigati dagli anni: assomiglia alle porte delle stalle che vedevo da piccolo durante le settimane estive di villeggiatura nell'appennino calabro-lucano. Pensieri estemporanei da posizione scomoda. La distrazione è interrotta da un suono: come acqua che sgorga da un rubinetto e cade in un contenitore capiente o molto profondo, producendo un suono echeggiante. In effetti un rubinetto c'è: è quello che si usa per riempire il secchio dell'acqua con cui ci si pulisce e si "tira" lo sciacquone. Ma è chiuso, e sorprendentemente con ottima tenuta: di liquido non ne esce nemmeno una goccia. Che strano. Do un'occhiata rapida attorno ma non ne vedo altri, fino a quando una sensazione lieve dalle parti del fondoschiena mi fa venire un dubbio sorprendente: eccheccappio...il rubinetto sono io! La diarrea è talmente liquida e omogenea che faccio davvero fatica a sentirla uscire. Il flusso continua ancora per un po', dandomi l'impressione di essere un otre in pressione a cui è stata aperta la valvola. Poi - all'improvviso, senza prima diminuire di portata - si ferma. Quando mi alzo do un'occhiata alla porcellana su cui praticamente non è rimasta traccia.
Quando esco i conducenti hanno finito di riparare un guasto al mezzo (ce ne saranno vari prima dell'arrivo a Rangoon, per la disperazione di tutti i passeggeri stranieri, tranne me, per ovvi motivi di tornaconto personale).
Facciamo altre due soste a causa di qualche nuovo danno e io puntualmente apro il rubinetto e do sfogo alla pressione che mi gonfia la pancia.
La crisi successiva sfortunatamente non coincide con un problema all'autobus. Io tengo duro, stringo i denti, come dice il manuale del viaggiatore mai scritto, ma dopo un po' non ce la faccio più. Chiedo all'autista se si può fermare. Questi non capisce l'inglese ma un monaco di mezza età mi viene in aiuto. In un paese di devoti buddhisti come questo il suo intervento è perentorio e l'autobus viene così parcheggiato al bordo della strada. La folla si disperde su di un prato ombreggiato dalle fronde brillanti di alberi tropicali enormi. Mentre tutti cercano un tronco o un cespuglio per fare pipì, io mi infilo in un angolo nascosto e riapro la valvola. Sono diventato una celebrità tra i passeggeri, che mi hanno osservato mentre chiacchieravo con il monaco. Durante il tragitto mi consiglia di stare attento a quel che mangio. Mi si avvicina anche un uomo d'affari thailandese che bisbigliando per non farsi riconoscere - i siamesi, pur essendo passati secoli dalle devastanti invasioni birmane, sono ancora molto diffidenti - mi confida che certi ristoranti da queste parti hanno condizioni igieniche pessime, come se questo fosse un segreto.
A metà del viaggio - che durerà quasi dieci ore più del previsto - all'improvviso sto bene. Riesco persino a dormire, svegliandomi nel cuore della notte quando siamo di nuovo fermi e l'autista sta prendendo a martellate qualche pezzo di metallo. I birmani subiscono in religioso silenzio, gli altri turisti si svegliano e sbuffano. Finalmente posso concentrarmi su questi particolari senza che ogni cinque minuti le mie viscere mi strattonino l'attenzione: mi giro verso il finestrino, osservo la luna che illumina le risaie, le palme e lo squallore della stazione di servizio, appoggio la fronte oleosa sul vetro, lo appanno con un lungo sospiro e poi, senza farmi sentire, comincio a ridacchiare con grande gusto.

Birmania, settembre 2002

Questo pezzo fa parte della Saga della sciolta, gli altri episodi li potete trovare qui

Intrappolato - Malesia

Segnale in una corriera thai, di Fabio
Avevo captato il primo segnale quando gironzolavo nel terminal. Il sussulto di un muscolo, un'ondina, nulla più. L'avevo ignorato come si fa con la pulsazione improvvisa di una vena sulla tempia, un nervo del braccio che scatta di suo. O come uno di quei pensieri che si lasciano dietro una sensazione ma non un ricordo preciso. Probabilmente l'ho portato a galla dal fondo del Mar della Coscienza soltanto a posteriori, per associazione di idee, collegando gli eventi. Gli eventi, appunto, andiamo a seguire il loro sviluppo.
Un'ora dopo, quando già sono intrappolato tra i sedili di una corriera sottozero, quel primo movimento ha cominciato a riprodursi: onde e sussulti si susseguono come bolle nell'acqua in una pentola. Sfortunatamente però, la pentola è il mio ventre e l'acqua bollente è un lancinante attacco di diarrea. All'inizio cerchi di tenere la situazione sotto controllo, rilasciando con discrezione un filino di pressione, respirando a fondo, contraendo e distendendo a ciclo continuo. Ma hai voglia a controllare la situazione quando attraversi la Malesia per lungo. Nel giro di poco hai esaurito i gradi di libertà. 
Percorro il corridoio e mi avvicino al conducente, gli chiedo di fermarsi ma questo non mi sente. Ripeto, nulla, lo imploro ma lui sembra una sfinge baffuta appollaiata sul volante. Ha sentito benissimo ma se ne frega: vuole arrivare alla sua stazione di servizio di fiducia dove percepisce una commissione per ogni passeggero depositato.
Vorrei imitare il protagonista di una leggenda dei backpackers d'India. In una situazione simile questo viaggiatore mitologico ha richiesto la fermata, l'indiano ha sorriso e l'ha accontentato. Poi un secondo attacco e un'altra richiesta di sosta. Questa volta l'autista ha sbuffato ma si è comunque fermato. Alla terza supplica però non l'ha più ascoltato. Lo straniero mestamente si è sfilato la maglietta, l'ha stesa sul sedile e ci ha scaricato sopra tre buoni minuti di crampi, tra il caldo, le mosche e gli sguardi schifati dei vicini. Poi l'ha raccolta, come un fagotto da picnic, ha dato un'occhiata fuori e l'ha gettata dal finestrino.
Ma io non ho la stoffa dell'eroe leggendario e questa non è l'India, dove l'inverosimile accade. Mi tocca guadare le fitte, contando le contrazioni. Lo faccio all'entrata, di fianco al mio torturatore, che almeno il senso di colpa gli eroda l'arroganza. Quando arriviamo alla stazione mi faccio spazio a spallate, corro in bagno e poi starò bene. Dopo lo sbandamento iniziale i miei anticorpi si sono riorganizzati: memori dei mesi asiatici di duro allenamento si sono ricompattati in fretta per respingere l'assalto. 
Ma di sicuro per un po' me la sono vista brutta.

Malesia, settembre 2003

P.S. Come chi mi legge regolarmente avrà notato, per qualche insondabile ragione ultimamente mi tornano alla mente vari aneddoti con un argomento in comune. Involontariamente sto redigendo una sorta di Saga della sciolta. Gli altri episodi li potete trovare qui.

Mai più come prima - Bangkok, Thailandia

Foto di Rizalis (CC)
Era uno dei miei locali Isan preferiti e ora non riuscirei più ad andarci a mangiare. Il marito di una mia amica ha contratto un'intossicazione alimentare e secondo il parere del medico i batteri che gliel'hanno trasmessa proliferano generalmente nelle feci degli scarafaggi. Feci con le quali si sospetta sia venuto in contatto proprio ai tavoli di quel ristorante. 
Purtroppo le conseguenze dell'evento sono di portata ben più vasta e non mi riferisco soltanto all'intestino di quel povero diavolo. Dal momento in cui ho ricevuto la notizia, quando sto seduto in un ristorantino qualunque immagino spesso che degli scarafaggi se ne stanno accovacciati su mini-water imbullonati al bordo del mio piatto. Esserini multizampa color mattone in posture innaturali che si distraggono leggendo micro-riviste patinate con veline o attrici antennute in copertina, mentre sforzano e fanno smorfie quasi umane per espellere granelli scuri di feci contaminate, pronti a pulirsi il fondoschiena e gettare la carta igienica sporca nel mio piatto.
Dannati scarafaggi, non sarà mai più come prima: la mia passione per il cibo di strada è seriamente compromessa!

Rigorosamente ambientato a Chengdu - Cina

Domenica al parco, Chengdu. Di Fabio
Il taxi - quella berlina Volkswagen verde metallizzato prodotta e distribuita soltanto in Cina - sferraglia e sfumazza tra gli stradoni elevati che tagliano a fette il centro di Chengdu. Sovrappensiero osserviamo i piazzali, i parchi, i megaschermi e i cartelloni giganti. C'è anche una barca ristorante, attraccata lungo la riva di quello che potrebbe essere un fiume agonizzante o un canale sozzo. Per essere una metropoli cinese però questa città non è per niente male: ci si può passeggiare, la gente è cordiale e simpatica, i prezzi sono contenuti e la cucina è buona, quando il peperoncino non ti fa fuori la lingua.
È il fine settimana e siamo diretti verso una di quelle zone in cui le autorità di ogni città cinese amano concentrare (per direttive di partito?) la maggior parte dei locali notturni. Essendo praticamente dei supermercati del divertimento questi posti appartengono a catene e grandi società e quindi hanno spesso gli stessi nomi ovunque: puoi cambiare provincia, ascoltare nuove lingue, osservare facce e costumi diversi ma troverai un Babyface, un Mix o qualcosa del genere dovunque tu vada.
"Sai dov'è Luca adesso?"