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Visualizzazione dei post da settembre, 2012

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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Cittadinanza italiana a punti


Mi è capitato a volte di incontrare dei figli di stranieri, nati e cresciuti in Italia. Mi fa ancora un effetto strano. Non veniamo dall'America o l'Australia, dove queste situazioni si presentano da decenni. Da noi il fenomeno è ancora piuttosto nuovo. Ascoltare quello che sembrerebbe un indiano parlare con l'accento bolognese o una cinese che apre e chiude le vocali "al contrario", come una perfetta milanese, mi sorprende e affascina ancora parecchio. L'imperturbabilità in questi casi non mi riesce proprio di sfoggiarla.

I segni delle loro origini li portano evidenti sulla pelle, sui lineamenti, i capelli, la statura. Poi però ti spiegano che si sentono italiani, perlomeno in percentuale molto alta. Molti di loro non parlano la lingua dei genitori, si sentono a disagio quando stanno a tavola con i loro parenti lontani, preferiscono una pizza con gli amici italiani.

Eppure sono stranieri a tutti gli effetti. Hanno la cittadinanza dei genitori e vivono in Italia con un permesso di soggiorno. Parlano italiano perfettamente, hanno frequentato la scuola italiana, fin dalle elementari, hanno studiato storia, letteratura ed educazione civica italiana. Qualcuno non ci ha capito un gran che? Certo, così come molti italiani "veri". Beh, tutto ciò non conta nulla. La cittadinanza a loro non gliela danno quasi mai. Le loro domande si perdono tra procedure intricate, cavilli assurdi e strati di polvere depositata su scrivanie di funzionari pubblici recalcitranti. Il passaporto italiano è meglio darlo a un sudamericano o un australiano che vanta un trisavolo del Regno Lombardo-Veneto o di quello delle due Sicilie, magari pure tarocco, che non parla una parola di italiano e non sa nemmeno se l'Italia è una repubblica o un regno. Migliaia di passaporti sono stati distribuiti in quel modo negli ultimi dieci-vent'anni.

Immedesimarmi in un feroce razzista mi è davvero impossibile ma posso capire alcune argomentazioni dei nazionalisti soft, o meglio ancora quelle del comune cittadino, un po' confuso e timoroso. E se queste comunità crescessero a dismisura, restando fedeli ai valori e principi dei loro antenati, e riuscissero, tramite il voto a partiti politici nuovi, basati sull'appartenenza a una razza o una religione, a influenzare o addirittura a stravolgere il nostro sistema legislativo? O se sapendo che la nazionalità italiana verrebbe assegnata automaticamente ai propri figli migliaia di donne incinte si riversassero sulle nostre coste? 

Mi sembrano scenari vagamente apocalittici, fondati su premesse un po' paranoiche, ma si tratta comunque di eventualità non impossibili, che si potrebbero concretizzare, almeno in parte.
Il fatto è che gli italiani tendono a piegarsi a una tendenza un po' subdola: per evitare scenari catastrofici contrapposti preferiscono la pavida alternativa di mezzo, che non costringe a sforzi e decisioni drastiche e che non comporta grandi stravolgimenti, almeno sul momento. Domani chissà, che il cielo ce la mandi buona. D'altronde per il terrore della deriva fascista o bolscevica ci siamo tenuti la DC al governo per oltre quarant'anni.


Quindi il paese non applica politiche severe contro l'immigrazione illegale perché la mamma (la UE) e il papà (gli USA) non vogliono (la solidarietà è spesso utilizzata come un'ipocrita scusa). Poi però si evitano anche le politiche coraggiose a favore dell'integrazione perché abbiamo paura del babau. Più infantili di così è difficile.

L'Italiano, proprio lui, quello che sbandiera ai quattro venti le sue doti di creatività, flessibilità, intuito e improvvisazione, si ritrova incapace di decidere perché si fissa sulle due alternative più evidenti, vede soltanto il bianco o il nero, tutti o nessuno. La scelta sembra essere obbligata: nazionalità automatica o negata a prescindere.

Analizziamo seriamente il problema, parliamo di grandezze misurabili e non di opinioni e fobie campate per aria. In un barcone con cinquecento disperati a bordo ce ne saranno almeno qualche dozzina che si portano nel bagaglio culturale e cromosomico un buon mix di caratteristiche positive quali l'onestà, la buona volontà, un quoziente di intelligenza elevato, intraprendenza, un buon fisico, buona salute, ecc.

Allora venga stilato un programma di assimilazione progressiva limitato agli individui nati e cresciuti in Italia. Ogni anno vengano messe in palio un certo numero di cittadinanze. Ci si basi su un sistema a punti. Titolo di studio = tot punti. Punteggio conseguito = tot punti. Giudizio complessivo degli insegnanti = tot punti. Esito del colloquio con una commissione specificamente selezionata = tot punti. Problemi con la legge = - tot punti. Altro (certificazioni varie, conoscenza comprovata di lingue straniere, meriti sportivi, artistici, scientifici, umanitari) = tot punti.

Se funziona il programma viene potenziato, se sorge qualche problema lo si ridimensiona o interrompe. 

Facile? Forse anche troppo, per un paese come l'Italia. Meglio sollevare obiezioni contorte e complesse...sarà così più semplice non prendere alcuna decisione e addossare il problema sulle spalle delle generazioni future.

Foto di 7bart (CC)

L'opera d'arte - Padova, Italia



Spesso in Italia ci lamentiamo delle autorità, della loro incompetenza, disorganizzazione o malafede. E facciamo bene, ovviamente. A volte però qualche dirigente o dipendente pubblico qualcuna la azzecca. Ci pensa quindi il cittadino qualunque a sistemare (cioè rovinare) la faccenda all'italiana.

L'anno scorso, nel centro di Padova, la mia attenzione era stata catturata da alcune affissioni del comune in cui si fornivano informazioni sulla città medievale. Molto interessanti, almeno per chi aveva promosso l'iniziativa e per me, e spero pure per qualche altro cittadino o turista. A un anno di distanza ci sono tornato per rinfrescarmi la memoria. Ricordavo un pannello affisso in via Zabarella, a proposito del macello carrarese, la fraglia dei beccai (corporazione dei macellai), le licenze e le procedure di quel settore nel tredicesimo secolo. 

Beh, nella foto potete ammirare cosa vi ho trovato sopra. Un ignoto artista locale ha deciso di impreziosire il pannello con uno dei suoi ormai celebri scarabocchi. Non si legge più nulla, ma ovviamente per ammirare un simile capolavoro saremmo disposti a sacrifici ben più seri.

Calandomi per un minuto nel delicato ruolo di critico d'arte (pur sapendo che non mi compete affatto) mi sorgono un paio di curiosità che vado qui di seguito a elencare:

1) Bimbo bello...ma non potevi imbrattare la parete della tua cameretta? Utilizzando magari una tonalità bruna di quella vernice speciale ottenuta da pigmenti di produzione animale dalle ottime capacità fertilizzanti?
2) Ma poi che significa...come si legge...insomma, CHE CAZZO HAI SCRITTO???

Segnali buffi/6

Spesso mi imbatto in segnali, cartelloni, scritte o etichette divertenti. Quando capita mi assicuro sempre di non andarmene senza una foto. Le propongo a rate anche qui.

Da fuori questo sembrerebbe soltanto un altro di quei go go bar thailandesi, con le ragazze del pole dancing, gli spettacoli erotici, le hostess disponibili, ecc. Poi leggi quell'insegna e ti sorge qualche dubbio...forse è qualcos'altro...una steak house australiana o un ristorante di barbecue coreano...(Pattaya, Thailandia)

Dal momento che questo è un segnale fisso deve trattarsi per forza di un incidente permanente. Vale a dire che c'è sempre un incidente più avanti (Pattaya, Thailandia)

Noi ti vendiamo le pannocchie arrosto...tu ci ringrazi...ADESSO! (Koh Samui, Thailandia)

Guardali lì, SPORCACCIONI! Anche all'estero vanno a fare queste cose...e lo scrivono persino sulla corriera...SPUDORATI!  (Pattaya, Thailandia)

Rinnovo passaporto creativo - Bangkok, Thailandia



Ricordi dell'agosto 2006

Ho deciso di sottoporre il passaporto a un'altra di quelle sessioni intensive che gli ho imposto così spesso negli ultimi anni asiatici. 

Il piano è questo: da Bangkok a Hong Kong, dove incontrerò Lu e Lo provenienti da Venezia, poi col ferry a Macao, quindi ritorno assieme a Hong Kong. Ottenere lì il visto per la Cina, passare il confine via terra e da Shenzhen volare fino al limite occidentale del paese, nello Xinjiang - con capatine a Urumqi, nel deserto, a Turpan e a dei sudici, stupendi mercatini rurali -, fare quindi di nuovo rotta a est sbarcando a Chengdu e da lì calare sullo Yunnan per fermarci a Kunming, dove da sei mesi affitto un appartamento assieme a dei compagni di studi (lingua cinese presso la Yunnan Normal University). I miei ospiti torneranno quindi a Hong Kong da dove si imbarcheranno nel loro volo di ritorno per l'Italia. Io invece mi ci fermerò un po' per poi puntare di nuovo su Bangkok, da cui anch'io ho un volo (A/R) per l'Italia. Ogni anno ci torno per un mese a visitare famiglia, amici e luoghi cari. Infine, una volta lasciata l'Italia, da Bangkok tornerò a Kunming, per restarci qualche mese.

Faccio sempre così: periodi di stazionarietà, a godermi una città o una spiaggia dove mi piace bighellonare o dove ho un contratto di lavoro, poi all'improvviso parto, senza salutare nessuno (spesso perché non c'è nessuno da salutare) e nelle settimane che seguono lascio che dei simpaticoni ai punti di frontiera o nelle ambasciate mi flagellino le pagine del documento di viaggio a colpi di timbro o le ingessino con degli adesivi che sembrano delle marche da bollo giganti. Gli spostamenti diventano ancor più frenetici quando qualcuno viene a trovarmi dall'Italia, come in questo caso. Col tempo e con l'esperienza infatti sono diventato un viaggiatore (o turista?) tendenzialmente lento: se con un posto non c'è intesa parto subito, altrimenti ci passo una settimana almeno, anche soltanto per fare qualche passeggiata e leggermi a rate un libro in un caffè che dopo un paio di giorni mi sembra già il salotto di casa. Ma gli amici o parenti che vengono a trovarmi hanno le ferie di ordinanza da venti giorni e fremono dalla smania di visitare il maggior numero possibile di località. Io per il piacere del viaggiare in compagnia (quella buona, altrimenti gli spostamenti solitari mi vanno benissimo) sono ben lieto di adeguarmi. Come questa volta.

Riassumendo, nel giro di due mesi il mio passaporto subirà quattordici timbri, tra entrate e uscite, ci saranno poi due passaggi di frontiera gratuiti (quella italiana) e in più dovrò ottenere un visto cinese. Il documento deve avere più di sei mesi di validità (ok, ce li ho) ed essere in condizioni almeno accettabili. Controllo: le copertine sono a posto, le pagine anche, la serie di sigilli e visti pure. Sembra tutto in regola...un attimo...NO! Ma che cazzo è successo alla foto? L'immagine è pesantemente offuscata, non era così l'ultima volta che l'ho guardata, ma chissà quand'è l'ultima volta che l'ho guardata. Non mi si riconosce nemmeno, potrebbe esserci chiunque dietro quella nebbiolina lattea. Sarà stata la carta da stampa scadente, o il processo di sviluppo, che ne so. Comunque è un problema serio, ho bisogno di un altro passaporto. All'ambasciata...subito!

Riconoscimento al cancello, saluti al caramba, coda (è pieno di italiani che cercano di ottenere un visto per la donna che quest'anno hanno deciso di portare a casa). Passa un po' di tempo poi arriva il mio turno. Compilo il modulo, lascio le foto, le fotocopie, i soldi e me ne vado. Mi faranno sapere.

Il giorno dopo ricevo una telefonata.
"Lei il passaporto originale ottenuto presso la questura di Padova lo ha già rinnovato due volte...una volta a New Delhi e un'altra qui."
"Esatto...in entrambi i casi erano finite le pagine..."
Silenzio all'altro capo della linea.
"Quindi?"
"Quindi visto che queste sono praticamente tre copie dello stesso documento abbiamo bisogno dei tre libretti per poterle fare l'estensione, lei ce ne ha consegnato soltanto uno, ne mancano due..."
 
Ah davvero? Ma quando mi avete fatto il terzo non avete voluto le due copie precedenti. Questo commento però lo penso soltanto. Non servirebbe a nulla. E' soltanto frutto della frustrazione del momento. In più lo so che queste persone stanno sinceramente cercando di aiutarmi e di fare il loro lavoro, non di ostacolarmi. Chi se ne frega del perché servono tutte le copie, servono e basta. Il problema è che... in effetti ho un problema...
 
"Il fatto è che ne ho uno con me, l'originale rilasciato dalla questura di Padova, ma...ehm...l'altro, quello fatto presso l'ambasciata in India...beh...è in casa a Kunming, in Cina."
"Senta, se lei non aiuta noi, noi non possiamo aiutare lei."
C'era una punta di irritazione nella voce dell'addetto. Avrà avuto una giornata difficile, con tutti quegli italiani dalla fidanzata facile...meglio gettare acqua sul fuoco.
"No no, si figuri se non voglio aiutarvi. Solo che sto pensando al modo di procurarmelo. Vi posso richiamare più tardi?"
"Va bene"

Ci penso, qui ci vuole flessibilità, improvvisazione...una procedura creativa. Mando un SMS ad A., il mio coinquilino israeliano a Kunming, ricevo la sua risposta e poi richiamo l'ambasciata.
"Scusate, non è che vi andrebbe bene anche una copia via email?"
"Non ne sono sicuro, ma credo di sì."

L'indomani torno in ambasciata con il passaporto vecchio che ho con me. Riconoscimento al cancello, altri saluti al caramba, coda (è sempre pieno di italiani che cercano di ottenere un visto per la donna del momento). Quando arriva il mio turno lo consegno e confermo che copie scannerizzate dell'altro arriveranno via email direttamente al loro indirizzo.

Ora devo sperare che il passaporto sia effettivamente nel cassetto dell'appartamento a Kunming in cui credo di averlo lasciato, che A. lo trovi e che riesca a districarsi tra i casini cinesi e a mandarmene delle copie ben leggibili di tutte le pagine necessarie. Infine che il tutto sia sufficiente per le procedure burocratiche dell'ambasciata.

Non so quale dei passaggi sia il più rischioso, ma sono fiducioso. A. non è uno sprovveduto, è un ragazzo sveglio, che si è fatto pure tre anni di militare come ufficiale nell'esercito israeliano: di missioni gliene hanno affidate sicuramente di più complesse (e probabilmente di più pericolose). Poi è un amico affidabile, non uno che se ne sbatte: mi onora di quello spirito di fratellanza che normalmente gli ebrei riservano spesso soltanto ad altri ebrei. Inoltre l'addetto dell'ambasciata sembrava tranquillo quando ha sentito il mio piano. E il passaporto non può che essere dove credo sia.

Infatti funziona. Non appena mi arrivano i file li inoltro all'ufficio consolare. Quando mi chiamano non è per dirmi che hanno ricevuto l'email e che va tutto bene bensì per farmi sapere che il nuovo documento è già pronto per la consegna. Mi fiondo in ambasciata. Riconoscimento al cancello, porgo di nuovo i miei ossequi al caramba, coda (c'è sempre la stessa quantità di italiani che cercano di ottenere un visto per la donna di quest'anno). Quando mi consegnano il passaporto la prima cosa che controllo è la foto. Faccia da imbecille, non è una sorpresa, ma sono io, e mi si riconosce perfettamente. 

Ora non manca davvero più nulla. Che il viaggio abbia pure inizio.

Il barbone con la biciclettina - Pattaya, Thailandia


A Pattaya c'è un barbone con una bici scassata da cui penzolano le borse in cui tiene tutti i suoi averi. Nella vita dev'essere abituato a conquistarsi il misero spazio di cui gode a poco a poco, con cautela. Lo vedi da come attraversa la strada proprio adesso, per esempio. Se aspettasse sul ciglio nessuno si fermerebbe, d'altronde se agisse con troppa irruenza verrebbe punito, sgridato, magari investito. E allora avanza a piccoli scatti, fermandosi spesso per assicurarsi che gli automobilisti abbiano preso atto della sua presenza e delle sue intenzioni, mentre le sue labbra sfornano a getto continuo un mantra mesto, giustificatorio e riverente, una prece che gli esce di bocca quasi come se non se ne rendesse conto. Chiede scusa perché attraversa? O perché esiste? Magari ringrazia per non averlo (ancora) investito? A pensarci bene però potrebbe non significare nulla: la mandibola semplicemente carburata dal tic di uno che ha già perso tutti i denti.

Foto di {e u g e n e} (CC) 

Abilità notevole - Thailandia


Due cose sorprendono spesso gli asiatici quando mi conoscono.

Una è l'età, e questo non mi stupisce affatto: dai dieci anni in poi mi sono sviluppato (esteticamente) più lentamente rispetto ai miei coetanei. Alle medie e alle superiori la cosa mi creava dei problemi. Venivo spesso trattato come un bambino delle classi inferiori, specialmente dalle ragazze...e non potevo certo consolarmi con le attenzioni di quelle più giovani: a quell'età una differenza di due anni pesa come un'era geologica. Potevo solo aspettare e sperare, non c'era altra soluzione. L'attesa pagò: dai vent'anni in poi la mia babyface mi è pesata sempre meno. Ora è diventata quasi un motivo di vanto, specialmente quando rivedo amici dei tempi di scuola o università diventati canuti, calvi, rugosi e rigonfi.

L'altra caratteristica che fa strabuzzare gli occhi a molti orientali è la mia nazionalità. Italiano? Davvero? Non l'avrei mai detto! Avrei pensato che tu fossi...e poi partono a elencare una serie incongruente di paesi da cui potrei provenire: Francia, Inghilterra, Svizzera, Belgio, persino l'Olanda! Confusione totale, qualsiasi posto va bene, tranne l'Italia.

In realtà io come italiano non sfiguro affatto, nessuno in patria mi ha mai scambiato per straniero, se non magari quando camminavo in Piazza San Marco o della Signoria guardando distrattamente per aria. Di sicuro non incarno l'ideale dell'uomo mediterraneo (così come molti altri italiani, anche meridionali tra l'altro): non ho i capelli neri, gli occhi scuri, la pelle perennemente abbronzata, la barba folta e il petto villoso. La peluria sulle braccia è molto chiara e sottile, risultando quasi invisibile. Questo sembra comunque bastare per squalificarmi, perlomeno a est degli Urali.

Gli unici che non sbagliano mai quando tirano a indovinare sono quegli indiani che nelle zone turistiche della Thailandia campano vendendo abiti su misura agli stranieri. Con pochissimi secondi a disposizione (la distanza che mi separa da chi mi precede su un marciapiedi affollato non è mai superiore ai cinque metri e loro possono solo lavorarsi un passante alla volta) mi danno un'occhiata e porgendomi la mano sparano sicuri: italiano? buonasera!
Io ovviamente tiro dritto...di abiti non ne compro dal '36 e quelle tecniche di vendita aggressive - il corpo a fare da blocco, il sorriso provato allo specchio, la mano tesa a chiunque, inflazionando un gesto che, bello o brutto, è comunque serio - mi infastidiscono un po'. Inoltre il riconoscimento - ormai abituato a non essere facilmente classificato da anni - mi fa sentire improvvisamente vulnerabile, smascherato, quasi nudo.

Pensandoci a freddo tuttavia, supponendo che riescano a riconoscere anche i turisti di altre nazionalità, la loro è un'abilità sorprendente. Certo, come in tutte le attività, dedicandocisi per ore e ore al giorno, tutti i giorni, con un campionario di bersagli vario e numeroso, alla fine credo che imparerebbero tutti. Ma non avendoci mai provato mi sembra comunque notevole. E per questo ogni volta che mi succede mi sembra di tornare alle scuole medie, quando un compagno ti si avvicinava da dietro e ti abbassava i pantaloni della tuta da ginnastica, lasciandoti lì ad affrettarti goffamente per rialzarli, paonazzo e indeciso se guardare il simpaticone in cagnesco o sorridere agli altri che si sbellicavano dalle risate. Sperando che tra loro non ci fossero donne...il look da bamboccione va anche bene, ma da fesso...mai!

Foto di b.frahm (CC)