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Visualizzazione dei post da febbraio, 2013

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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Casinò rustico (con foto) - Puerto Princesa, Filippine


Siamo nei pressi di Junction 1, un incrocio importante di Puerto Princesa, nell'isola di Palawan. Ci sono delle specie di capanne di legno vicino alla strada, a fianco di un bar, e un crocchio di persone sotto una di esse. Ci avviciniamo, facendoci spazio lentamente, mantenendo un basso profilo. Quando siamo abbastanza vicini capiamo di cosa si tratta. E' una specie di roulette un po' artigianale: sembra quasi un baraccone da sagra ma si tratta in realtà di un settore di un casinò di campagna. E le altre capanne sono i banchi per gli altri giochi, che sono chiusi al momento: la gente infatti sta tutta accalcata qui. 

Il croupier ha un mazzo di banconote ordinate per valore in mano, sembra il bigliettaio di una corriera popolare laotiana. Ci sono delle specie di fiches in una cesta accanto a lui, ma tutti i giocatori sembrano utilizzare le banconote. Quella che nella roulette è una ruota girevole qui è una matrice fissa di quadrati colorati, ognuno di una tinta diversa e con una scanalatura tonda al centro. I bordi del banco sono coperti con piastrelle di colori diversi, corrispondenti a quelli dei quadrati. C'è una recinzione a circa mezzo metro dalla struttura: i giocatori ci stanno appoggiati e fanno le loro puntate gettando delle banconote sulle piastrelle colorate.

Il croupier e i suoi assistenti si muovono nel corridoio tra il banco e la recinzione. Poi tre persone qualsiasi prendono in mano dei palloni, simili a quelli da basket ma più piccoli, e li gettano sul piano centrale. Le palle rimbalzano sulle pareti, si scontrano, ruotano e infine si fermano sulle scanalature dei quadrati. Chi ha puntato sui colori giusti vince. Il croupier passa a raccogliere prima tutto il denaro non vinto, che va al banco, e poi premia i vincitori. Una, due o tre volte la posta a seconda di quante palle sono cadute nel colore puntato o anche mezza se i giocatori avevano puntato a cavallo tra due colori. Le puntate sono basse, ma considerando il fatto che questa è gente semplice, in canottiera e ciabatte, credo che alcuni si giochino fette consistenti del loro stipendio quotidiano.

Comunque si tratta di un gioco molto onesto: a differenza della roulette, dove c'è una sola pallina e ben trentasette numeri, qui ci sono tre palloni e soltanto sei colori. E' un po' come giocare sempre sul rosso o nero, o sui numeri pari e dispari, senza la scheggia impazzita dello zero. Si tratta di somme ridotte, è vero, ma le probabilità di vincere sono abbastanza buone.

Ecco altre foto del casinò:


L'elegante croupier
Una roulette chiusa
Il crocchio
Il casinò di giorno, con uno squatter di bonus

C'è una chiave puzzolente attaccata alle nostre caviglie

Il mio piede sinistro

Guardali lì, più settari di tutti i fascisti, classisti, razzisti da cui si sentono così lontani, più per auto-proclamazione che per effettiva condotta di vita. Ti guardano dall'alto in basso perché non ti vesti di straccetti svolazzanti come loro, ti snobbano perché non partecipi ai loro rituali, magari ti disprezzano per i frammenti della tua conversazione che sono riusciti a origliare. Se osi includerli nella variegata categoria dei turisti a cui ti sembra che ogni occidentale di passaggio in un'isola tropicale appartenga ti interrompono sdegnati e con presuntuosa arroganza ti fanno notare che io uno spregevole turista non lo sarò mai! Nemmeno un turista dal budget ristretto? No! Io sono un traveler! 

Ma il peggio di sé lo esibiscono quando camminano - quasi scorrono direi - sul mondo a piedi nudi, con l'aria di novelli Gesù riusciti finalmente a passeggiare sull'acqua, liberatisi di quel fardello borghese che sono le scarpe, ricevendo la luce di una risposta risolutiva a un fondamentale quesito esistenziale ogni volta che muovono un passo nudo su sterpaglia acuminata, merda di cane o liquame metropolitano che sia. 

Prova a chiedergli perché lo fanno. "Mi sento meglio quando cammino scalzo, più a contatto con la natura, meno oberato dagli inutili orpelli di una società sofisticata, occidentale e globalizzata che aborro." Oberato? Orpelli? Aborro? Me cojoni! No, amico mio. Anche dalle nostre parti circolavamo scalzi tanti anni fa. Le scarpe non le abbiamo inventate per far arricchire Ferragamo ma per scopi pratici e nobili quali ripararci da freddo e caldo eccessivi, le bestie, i parassiti, i funghi, gli oggetti acuminati e le infezioni. 

Buffo però, ti togli le scarpe senza nemmeno saperne la ragione. O meglio: il perché ti è utile toglierle ce l'hai ben chiaro, quel che non sai spiegare è la sequenza logico-storica che ti ha condotto a farlo. Io, che le scarpe me le levo solo in casa e in spiaggia (e non sempre), un'idea su quella sequenza invece ce l'ho. 

Di dove sei, Abebe Bikila in versione bianca (e lenta)? Svezia? Australia? Germania? Argentina? Bene, quel che stai facendo non ha nulla a che vedere con il tuo paese di provenienza. L'iter che al suo passaggio finale è riuscito a sfilarti le scarpe cominciò negli Stati Uniti d'America tanti anni fa. Curioso no? Proprio quel paese, la fonte del male contro cui fingi di batterti a colpi di gesti plateali e cazzate altisonanti. 

Tra la fine degli anni '40 e l'inizio dei '50 l'America usciva da un periodo difficile, iniziato con una devastante crisi finanziaria, proseguito con una durissima depressione economica e culminato nella partecipazione a una sanguinosa guerra mondiale. Il paese decide quindi di mettersi il peggio alle spalle e si tuffa in un mondo soffice, dipinto con colori a pastello e allietato da canzonette dai testi mongoloidi, un bozzolo imbottito di velluto rosa, fatto di soldi, televisione, pubblicità, consumi, moda, vizi e nevrosi. 

Verso la fine dei '60 alcuni giovani, nati troppo tardi per aver vissuto i tempi difficili, non si sentono a proprio agio in un sistema pingue ed esagerato che li dovrebbe ricompensare per torti e ristrettezze che non hanno subito. In California si cominciano a predicare modi di vita, valori e obiettivi diversi. Qualcuno parte per l'Asia, l'India in particolare, per cercare degli esempi da seguire, oltre a droghe purissime a basso costo. Si imbatte nei sadhu, mistici barbuti, capelloni, vestiti di stracci arancioni, che vivono con poco e...camminano scalzi! Torna in patria e poggia i piedi nudi sul pavimento disinfettato del LAX, dopo aver gettato le scarpe al terminal delle partenze di Bombay e aver asfissiato per ore i vicini di posto nel Boeing in cui ha viaggiato. Possiamo anche prenderlo per il culo alla Newyorkese, come faceva Woody Allen in "Io e Annie", o alla napoletana (guarda o fess'), o alla veneta (varda chel mona). L'intenzione iniziale però era nobile. 

Successivamente qualche sciocchina ai campus di Oakland, Berkley o San Francisco pensa che oltre a dire delle cose diffizili ma bellizzime questo tipo è anche precchio cool. E se lo scopa. Come al solito chi inventa o importa la chiave che apre le gambe delle donzelle riesce a venderne qualche milione di copie in poche ore. Tant'è vero che, a distanza di decenni, riescono ancora a venderne. Tu, per esempio, ne hai appena comprata una. L'hai fatto perché hai capito qual'è il suo utilissimo effetto collaterale e poco ti importa se la funzione per cui era stata ideata, che ignori, era tutt'altra. 

Ma non ti preoccupare, non fai nulla di grave, né di originale ovviamente: continua pure così quindi, a scassinare cinture di castità con le unghie annerite dei tuoi alluci puzzolenti.

Una versione minore (e un po' grottesca) di Pattaya - Angeles, Filippine

Come a Pattaya, peggio che a Pattaya

Gli hotel squallidi in cui i clienti rientrano sbronzi aggrappati alle tette di qualche prostituta, le camere a ore che puzzano di ogni tipo di scarto del corpo, gli spacciatori di viagra e cialis di imitazione, i mendicanti mignon, bambini e nani, con la mano sempre tesa, le mamme o le mogli seminascoste che li sorvegliano e aizzano, i cannibali d'anime alla guida di taxi creativi, la Walking Street annunciata dall'insegna gigante all'ingresso, i bar-beer con le bar-ladies (quasi tutte ragazze madri), i go-go bar dove donnine nude, con le tette piatte, raggrinzite o rifatte, ballano il pole-dancing su banchi di simil-marmo, i locali indefinibili in equilibrio precario sui bordi di mille categorie, i poliziotti che fanno finta di mantenere l'ordine in mezzo al bordello generale, i puttanieri pelati, rigonfi di steroidi, vestiti di cuoio, catenacci e tatuaggi, i vecchi paralitici che utilizzano le puttane emarginate più come badanti che per ragioni di sesso. 

La stessa umanità alla deriva, schiuma d'anime putrescenti attorno al perimetro di una discarica sociale galleggiante, quella sensazione di ultima fermata prima del terminal psico-spirituale. Persino il termine "decadenza", qui, non si può usare come spiegazione ma va spiegato esso stesso.

Il parallelo con Pattaya calza quasi a pennello. Angeles è situata a ridosso della Clark Freeport Zone, il progetto urbano che ha preso il posto di una vecchia base americana, con tanto di aeroporto militare convertito in civile, ed è nata come centro di svago (principalmente sballo e mignotte) proprio ai tempi in cui i militari statunitensi vi erano stazionati. Pattaya, dal canto suo, sta giusto a pochi chilometri dalla vecchia base di U-Tapao, convertita in aeroporto civile, e veniva utilizzata dai G.I. americani impegnati nelle operazioni di guerra in Vietnam e Laos come centro di svago (principalmente sballo e mignotte, che coincidenza...) nei giorni di licenza.

Sembra quasi la stessa storia. Ma non è la stessa storia. L'una è la versione ammaccata dell'altra. Due immagini dello stesso paesaggio, prima e dopo il cataclisma. La foto del soggetto e il suo ritratto grottesco. Il gadget elettronico originale e la sua copia malfatta, malfunzionante, malferma, scricchiolante, scolorita: se sono entrambi Made in China devono essere per forza due China diverse. 

A Pattaya il vizio viene esposto in teche di cristallo e spolverato ogni sera. Le gamme di modelli rinnovate a ogni stagione. Le luci brillano, i suoni vibrano limpidi, le superfici lucide scintillano, quelle opache assorbono, ciò che è morbido ammortizza e ciò che è duro non cede.

Angeles è sbilenca, offuscata, sbiadita. I piani sono ondulati e le curve a spigoli. Le luci sono smorzate, i suoni si fondono in un unico rumore di fondo, la consistenza dei solidi va dal molliccio al turgido. 
Pattaya è acciaio, velluti, titanio, broccati, diamanti, oro e incensi.

Angeles è un fossile calcificato in epoche diverse: un nucleo asiatico misto, uno strato spagnolo nel mezzo e all'esterno un guscio americano dolciastro. L'animismo sepolto dal cattolicesimo, interrato a sua volta nel soffice capitalismo. 

Pattaya è Las Vegas trapiantata in Asia.
Angeles è Las Sfigas trapiantata in un cadavere.
Anche i nomi poi possono dirci qualcosa sui caratteri. 
Pattaya è Puttana, sbruffona, arrogante. 
Angeles è modesta, camuffata, un po' meschina. 


Altre foto scattate a Walking street (la versione di Angeles):


Chissà che avevano combinato...
Sembra che non vigili perché dorme, in realtà non lo fa perché è un pupazzo...
Come a Pattaya, peggio che a Pattaya/2

Bestie che pungono, con foto - Thailandia

Fucking insects/0
Siete ossessionati dalle zanzare? In questo pezzo cercherò di darvi il modo di rallegrarvi per non aver trovato di peggio. Forse addirittura di cominciare ad apprezzarle un po'. Aspettate, leggete il seguito prima di cominciare a dileggiarmi.

- Iniziamo con il capitolo sonno.
Non sono una persona molto esigente quando c'è da trovare una stanza per passare una notte. Per lo meno quando si tratta di un viaggio di piacere, magari in posti non troppo sviluppati. Mi sembra che abbia poco senso pretendere standard da paese ricco in un posto che ricco non è.

L'unica fobia, l'incubo, la paranoia che mi fa stringere i denti e chiudere forte gli occhi per alcuni minuti dopo essermi messo a letto ha un nome un po' buffo: bedbugs! Ho sempre utilizzato il termine inglese, perché in Italia non ne avevo mai sentito parlare. Noi occidentali infatti ci siamo praticamente sbarazzati dei bedbugs ai tempi in cui spruzzavamo allegramente il contenuto di una bomboletta intera di DDT per uccidere una mosca. Dopo che questo prodotto, estremamente tossico, è stato abolito per evitare che assieme ai parassiti ci sbarazzassimo anche di qualche milionata di esseri umani, in alcune aree il problema ha cominciato a ripresentarsi. 

Bedbugs quindi. La traduzione in italiano è "cimici dei letti", o "cimici dei materassi".

Si tratta proprio di cimici, simili agli insetti verdi che torturavo da bambino, quelle che se schiacciate si vendicano liberando un odore molto sgradevole (noi ci lamentiamo per un po' di puzza ma dovremmo ricordarci che quelle poverette per liberare il liquido fetido devono schiattare). Gli esemplari di cui parlo qui però sono molto più piccoli, pochi millimetri di lunghezza, e hanno un colore che varia dal rosso mattone al marrone scuro, a seconda di quanto sangue hanno in corpo. Sangue di qualcun altro, voglio dire. Infatti queste bestie bastarde sono dei parassiti e per pasteggiare in santa pace coi tuoi globuli rossi ti iniettano una dose di anestetico che ai soggetti più sensibili (alzo la mano) provoca dei gonfi bognoni, rossi e molto pruriginosi. A differenza delle punture di zanzara queste hanno un effetto che dura una settimana o anche più, con intensità di rossore e prurito che può calare momentaneamente, illudendoti, per poi crescere di nuovo provocando dei violenti attacchi di isteria accompagnati da manifestazioni di blasfemia piuttosto audace e creativa.

Queste piccole merde utilizzano delle tattiche di guerriglia molto elaborate ed efficaci. Stanno nascoste all'interno di materassi e fessure del mobilio, sopravvivendo anche dei mesi senza nutrirsi, e non escono allo scoperto prima che la vittima si sia addormentata (guidate probabilmente dalla sequenza dei movimenti). Quindi la più temeraria e affamata esce dalla tana, zompetta sulle lenzuola e sulla tua pelle cercando la zona più favorevole e quando è soddisfatta ti punge in vari punti disposti in una linea quasi retta, succhiando a sazietà e ritornando alla fine al sicuro. Tu te ne accorgi, ma sei mezzo addormentato, ti gratti, pensi sia soltanto una zanzara e torni a dormire, ma nel frattempo ne è già uscita un'altra. Se l'infestazione è molto grave la processione zamputa può proseguire per ore. Insomma, se hai capito di che si tratta è meglio se rinunci a dormire su quel letto, ti alzi, metti al sicuro i bagagli e cominci a controllarli attentamente. Perché è proprio così che si diffondono: saltando da un letto a uno zaino e poi a un nuovo letto. Quindi, se non vuoi portartele appresso per sempre, devi cercarle sotto i bordi ripiegati dello zaino, tra le cerniere, sotto le cuciture dei vestiti. Un incubo. Notte in bianco assicurata.

Subite in: tutto il Sud Est asiatico e l'India.

- Continuiamo con quello della spiaggia.
Te ne stai spaparanzato sulla sabbia bianca, il mare quasi piatto, il fruscio delle ondine che fanno il solletico al bagnasciuga ti concilia la siesta, è tutto perfetto. Quasi tutto. Ahia! Dolore acuto! E poi prurito, quindi il bognone rosso che si gonfia e si sgonfia per una settimana, un po' la stessa trafila seguita dalle punture di bedbugs.

Sono le maledette sandflies, altro insetto che ho imparato a chiamare in inglese per non averne mai visto uno in patria. Coerentemente agghiacciante la traduzione in italiano: flebotomo. A differenza del cugino che vive nei materassi questo è delle dimensioni di un moscerino, mezzo bianco e mezzo nero, e punge solo una volta, prima di svolazzare satollo verso il fogliame di una palma, se non si fa schiacciare sul polpaccio della vittima incazzata.

Subite in: Thailandia, a Hua Hin e Koh Phayam.

- E per finire ecco il pericolo che ti attende in mare.
Isola di Phayam, Mar delle Andamane. Fiaccato dal caldo ti alzi e ti avvii stancamente verso l'acqua. Ci metti dentro i piedi, è appena fresca, la temperatura perfetta per farci il bagno. Avanzi un po' e quando il liquido ti arriva al ginocchio qualcuno ti pizzica il polpaccio: ma chi è stato? Qui non c'è nessuno...sarà un pelo annodato, una reazione al cambio della temperatura, l'immaginazione...boh. Quando l'acqua tocca la vita senti un'altra fitta sulla coscia, poi sull'inguine, una zona dalla pelle sottile, molto sensibile. Porca puttana, che male! Guardi bene verso il fondo: non c'è assolutamente nulla. Chiedi informazioni al tuo amico, per scoprire se sei rincoglionito o meno. Non hai nemmeno bisogno di sentire la risposta, gli effetti della tortura che sta subendo glieli leggi in faccia. Beh, almeno non sei rincoglionito, ma non c'è molto tempo per rallegrarsene. Passa un secondo e il fantasma acquatico allunga due dita verso le tue palle e te le pizzica. E che cazzo, basta! Fuori dai coglioni! Ti giri e scappi verso riva con il passo dell'oca, poi quando senti un'altra puntura acceleri come un campione di salto triplo. Arrivi sul bagnasciuga con un tuffo al contrario, dall'acqua a terra insomma. Salvo, grazie a dio. Mai più là dentro: meglio la doccia marroncina e puzzolente del fetido bungalow per rinfrescarsi.

Più tardi sento un francese che parla proprio di questo con una coppia di tedeschi. Quando questi se ne vanno mi avvicino e gli chiedo se sa di che si tratta.

"All'inizio qualcuno mi ha detto che in questa baia ci sono delle micro meduse..."
"Micro meduse???"
"Ecco, appunto, sembrava una cazzata pure a me, quindi ho chiesto a qualcun altro."
"E quindi?"
"Plancton, una specie particolare, ti attacca perché il tuo corpo è più caldo dell'acqua..."

E' un'immagine suggestiva: mi distraggo un attimo e mi vedo di nuovo in riva al mare, mentre immergo una mano nell'acqua e poi mi tocco le palle. Ma sarebbe un'operazione due volte inutile: sia come gesto scaramantico (il plancton se ne sbatte dei tuoi riti propiziatori) che come esperimento scientifico. Non mi serve quel test per capire perché mi hanno punto lo scroto.

Il francese continua, un comico nato, e quel suo accento che carezza l'inglese lo aiuta parecchio.

"Insomma: sand flies, bed bugs, persino il plancton aguzzino...un viaggio in Asia serve anche a farti apprezzare le nostre buone vecchie zanzare, una volta che sei tornato in Europa."

Ecco, ve l'avevo detto che l'avrei fatto...anzi, l'ho fatto fare al francese.

Altre foto qui sotto:
Fucking insects/1

Fucking insects/2
Fucking insects/3 (e non ce l'ho con la mosca...)
Fucking insects/4
Fucking insects/5

Lingua franca/2 - Da Hua Hin a Koh Phayam, Thailandia

L'amico I regge sul polso una mini mantide religiosa a Koh Phayam

Oltre che nell'Europa di lingua tedesca l'italiano può funzionare come lingua franca anche nel S.E. asiatico. 

Siamo a Hua Hin, golfo del Siam, due o tre ore a sud di Bangkok. Ristorantino con terrazza sul mare, pesce sui piatti davanti a noi. Siamo a tavola con un gruppo di zurighesi, e come al solito almeno un paio di loro parlano italiano quasi perfettamente. Paese buffo la Svizzera: tutte quelle lingue ufficiali e nessuna che lo unifichi, i suoi abitanti costretti alle volte a parlare in inglese tra di loro. Mi intrigano, mi incuriosiscono, ma non mi sorprendono più. 

Poche ore più tardi, mentre aspettiamo la corriera per Ranong, un ragazzo mi chiede se so qualcosa a proposito del bus per Phuket, che è già parecchio in ritardo. Ha parlato in italiano correttamente, c'è un po' di rumore e non sono riuscito a concentrarmi sui dettagli dell'accento. Scopro quindi che è inglese, della Cornovaglia. Ha vissuto per vari mesi a Caserta e poi a Ravenna. Mi racconta che all'inizio parlava persino con un vago accento campano.

In corriera chiacchieriamo un po' con una coppia di ticinesi. In italiano, ovviamente: ma almeno questi sono giustificati. La mattina, arrivati a Ranong, ci facciamo accompagnare al molo, dove ci imbarcheremo sul battello per Koh Phayam. Siamo arrivati prima dell'alba e dobbiamo attendere alcune ore. Chiediamo a una signora tedesca se possiamo sederci al suo tavolo presso un caffè, per ammazzare il tempo facendo colazione. E questa, ovviamente, comincia a conversare in italiano, lingua che ha imparato andando in vacanza in Toscana, a Venezia e in qualche altro posto. L'accento è più marcato di quello del ragazzo inglese, ma anche lei utilizza un vocabolario eccellente. 

Sorprendente, tutto in poche ore. Ma non è finita qui. Entriamo in un internet caffè per informarci sulla situazione degli alloggi nelle varie spiagge dell'isola. E qui ci accoglie una ragazza thailandese che ci spiega tutto...in italiano. E non sono le solite quattro parole: riesce ad articolare delle frasi decisamente sopra la media. Dove cavolo l'avrà imparato questa? Ci confessa che ha lavorato per alcuni anni in un ristorante italiano a Phuket. Lo parlava col proprietario e coi clienti. 

E non poteva mancare l'italofilo anche sull'isola. E' una donna della Repubblica Ceca, sulla quarantina, molto bella, con le puppe rifatte che prorompono ad arte da dietro la scollatura molto tropicale di un vestitino leggero e colorato. Ha lavorato per anni con una società di produzione cinematografica italiana. E ha vissuto a lungo a Milano. Sa pure parecchie cose sulle isole meno affollate della Thailandia. Ci racconta dei suoi viaggi negli anni ottanta in un italiano forbito. La stiamo ad ascoltare imbambolati, e non soltanto dal quel suo magico paio di...occhi. 

Mentre torniamo ai nostri bungalow ci viene quasi voglia di parlare inglese tra noi, tanto per rompere la monotonia...


Testa di geco gigante che spunta dal tetto del mio bagno all'aperto a Koh Phayam
Fortezza di sabbia a Koh Phayam
Pineta in stile europeo ai tropici

Birmania in un elenco puntato (con foto)

Il tè sul piattino e le sigarette sfuse alla teahouse

Alcune le sanno (quasi) tutti, altre (forse) no.

Le tazzine di caffè e tè vengono riempite fino all'orlo. Mentre vengono trasportate ai tavoli il liquido fuoriesce e cade sui piattini. Succede sempre, sembra sia un effetto cercato.

Nelle teahouse oltre a bere il tè si mangia, e pure bene.

I venditori di noce di betel, le teahouse e molti altri negozi vendono sigarette sfuse.

Ci sono negozi di telefonia mobile ovunque. Sono davvero tanti, troppi, molti infatti sono spesso vuoti.

In alcune teahouse degli accendini vengono appesi ad una carrucola elastica collegata al soffitto. I clienti sono liberi di tirarli giù e utilizzarli quando vogliono.

C'è una rete di telefonia mobile GSM e altre due CDMA, una a 450 MHz e un'altra a 800.

Molti luoghi nel paese hanno due nomi, uno risalente ai tempi dell'impero inglese, o forse anche più vecchio, e un altro più recente, ideato da qualche membro delle varie giunte militari. Esempi: Birmania-Myanmar, Rangoon-Yangon, Pagan-Bagan, Maymyo-Pin Oo Lwin, Thibaw-Hsipaw, Moulmein-Mawlammyine, ecc.

Spesso i venditori di ghiaccio lo servono col badile.

Ovunque in Birmania il cibo viene cucinato su fuoco a legna. Di sera infatti sulle città aleggia sempre una foschia grigio-azzurra.

Nonostante si circoli a destra le vecchie auto hanno ancora il volante a destra. Un tempo infatti, essendo il paese un'ex colonia britannica, si circolava a sinistra. Alcuni anni fa il dittatore di turno si consultò con il suo indovino di fiducia, il quale gli confidò che il pericolo sarebbe giunto da sinistra (o qualcosa del genere). Il boss, preoccupatissimo, fece cambiare il senso di marcia nell'intero paese dal giorno alla mattina. 

Per ragioni simili lo stesso dittatore fece anche stampare delle banconote col valore (folle) dei suoi numeri fortunati: 45, 90, e via dicendo.

I birmani sono con buona probabilità il popolo più socievole e sorridente del S.E.Asiatico. Ancora per un po', almeno...

Gli alloggi in Birmania sono quelli col peggior rapporto qualità/prezzo del S.E. asiatico. E di nuovo: ancora per un po', almeno...

Le valute straniere vengono cambiate solo se le banconote sono nuove di zecca. Basta una piega, un taglietto o un angolo sgualcito e il vostro dollaro viene rifiutato con sdegno e fermezza.

L'illuminazione pubblica è scarsa e i black out sono frequenti. Molti edifici hanno un generatore di corrente privato.

Gran parte degli operai nei cantieri pubblici (ponti, strade, ecc.) sono donne.

Le canzonette pop sono quasi tutte copiate dai brani americani e inglesi di successo. Quelle che non riconoscete sono probabilmente dei cloni di canzoni cinesi. Perché sforzarsi per creare? Così si fa prima...

Le donne birmane indossano delle eleganti e colorate gonne lunghe, che piegano e annodano in vita.

Gli uomini invece...anche.

Gli uomini hanno tutti i denti marci e le gengive rovinate perché masticano noci di betel avvolte in foglie spalmate con della calce. Sì, ho scritto proprio calce, il materiale da costruzione.

Le donne invece...anche.

Gli uomini birmani che indossano il tipico gonnellone (longyi) appaiono dignitosi e a loro agio. Gli stranieri che se ne comprano uno per imitarli, invece, mi fanno crepare dalle risate.

Accendino appeso al soffitto in una teahouse
Ghiaccio venduto a badilate
La signora si cucina la cena sul fuoco a legna
Lo so, le foto non sono molte. Mi trovo in un'isoletta nel Mar delle Andamane. I collegamenti internet qui fanno abbastanza schifo. Appena torno sulla terraferma ne carico altre.

L'informazione sfuggente - Mandalay, Birmania

Tre bonzi fanno i fighi col gelato in mano al giardino botanico di Maymyo

Mandalay l'abbiamo visitata. A modo nostro ovviamente: niente monumenti, castelli, vecchie capitali, cose che ho già visto anni fa, per cui bisogna pagare delle tariffe in dollari, banconote nuove di zecca, ovviamente. Solo passeggiate, giri in bici, perdendosi per i quartieri sudici e rumorosi, scattando foto, osservando, chiacchierando con qualcuno, sorseggiando dello zucchero liquido servito in tazzine da tè.

E' arrivata l'ora di proseguire. Prossima tappa: Maymyo, detta anche Pin Oo Lwin. Abbiamo letto su una guida che i pick-up con le panchine sul retro, da condividere con una quindicina di persone, borse, sacchi di riso, galline e porcelli, partono dall'incrocio della torre dell'orologio. Per conferma chiediamo alla reception dell'alberghetto. Rispondono sicuri: "Dovete prendere l'autobus alla 83esima strada." Ma noi non vogliamo prendere l'autobus, che è troppo lento. Insistiamo per il pick-up e ci dirigiamo all'incrocio della torre. Appena arrivati cambiamo dei dollari in banca e chiediamo da dove partono i mezzi. Anche qui sono sicuri: "Dall'incrocio tra la 84 e la 23!" Cioè non da qui. Appena usciti interroghiamo un ragazzo che guida un mototaxi. "Maymyo? Dovete prendere l'autobus" Stesso consiglio ricevuto all'albergo. La stazione però sembra aver cambiato indirizzo: secondo lui nell'ultima mezzora è stata trasferita alla 79esima. Decidiamo di seguire il consiglio dei bancari e arriviamo all'incrocio della 23. Anche qui non c'è traccia dei pick-up. Fa caldo e cominciamo a essere stanchi. Ci sediamo al tavolo di una teahouse e chiediamo consiglio ai camerieri. "Maymyo? Ah no, avete sbagliato, dovete tornare all'incrocio della 28esima..." che sta prima della torre dell'orologio. Con questa versione fanno cinque, e chissà per quanto potrebbe continuare.

Quando un muro massiccio ti sbarra la strada non ti conviene cercare di abbatterlo a testate, devi aggirarlo, scavalcarlo, scavarci sotto un tunnel o aprire una breccia con un oggetto appuntito. Decido di ricorrere a un vecchio trucco. L'incrocio è adatto all'operazione: pochi veicoli, un paio di ristorantini, negozietti, gente che passeggia, altre persone stanno affacciate alle finestre delle case. Faccio sapere a due o tre passanti che cosa sto cercando. Parlo ad alta voce, gesticolo ampiamente ma lentamente, con movimenti leggiadri, degni di un imperatore. Sto in piedi sul marciapiedi, osservo un punto lontano, a petto in fuori, lo sguardo in alto. L'importante è che mi vedano, sentano, persino annusino se necessario. Funziona: arriva il cameriere che mi chiede di seguirlo al tavolo di un cliente. Questo mi fa sapere che ci può trovare due posti in un taxi collettivo. Si tratta di pochi dollari a testa e ci vengono a prendere qui, fra poco. Fa una telefonata e dieci minuti dopo la solita berlina bianca scassata con la guida sul lato sbagliato si ferma davanti alla teahouse. Paghiamo il conduttore che di nascosto molla un dollaro al nostro "agente". Perché poi tanta segretezza? Credono che siamo fessi? Lo sapevamo che ci sarebbe stata una commissione da pagare. E che la tariffa è più alta di quella che pagano i birmani. Lasciamo fare. 

Viaggiamo assieme a due giovani monaci buddhisti che scendono presso un bel monastero, nuovissimo, alcuni chilometri prima della cittadina. Chiediamo all'autista se possiamo andare in bagno e i due bonzi ci fanno usare quello della loro stanza. Che è molto più carina e pulita di quelle per cui di solito gli strozzini birmani ci chiedono 30 dollari.

L'aria è fresca, ogni cosa attorno a noi è di una sfumatura diversa di verde, immaginiamo già le belle passeggiate che ci faremo. Sfortunatamente però l'arietta fresca di sera diventa gelida e con le nostre belle camminate ci beccheremo un raffreddore, ma chi se ne frega...

Politicamente scorretto e vagamente pessimista su sviluppo, globalizzazione, paesi ricchi e poveri, ecc. - Birmania

Una specie di semaforo a "risparmio energetico" a Thibaw

La Birmania è un'opportunità. Un'opportunità a orologeria, col display del conto alla rovescia nascosto. Un'occasione, un modellino, un esempio concreto per riflettere sui temi dello sviluppo, la globalizzazione e le relazioni internazionali che fra qualche anno potremmo non avere più. Uscire dall'aeroporto di Rangoon significa entrare in un mondo che negli ultimi sessant'anni si è sviluppato poco, o per certi versi nulla. Un sistema che per alcuni aspetti è addirittura tornato indietro nel tempo. Un luogo in cui la gente gira a piedi, in bicicletta o in auto scassate su strade polverose che tagliano distese di spazzatura, sale in autobus con un sacco di riso e due galline, non si lamenta se il treno procede ai venti all'ora rimbalzando su rotaie ondulate e sconnesse, si cucina la cena su un fuoco a legna, se un dente fa male a causa di una carie lo toglie, non si preoccupa della moda e degli ultimi ritrovati tecnologici (anche se quest'ultima affermazione ormai è vera solo in parte). E nonostante tutto appare poco stressata, moderatamente felice, sorride spesso, vive con un certo ottimismo. 

Eppure se uno osserva bene non potrà non notare le prime avvisaglie di uno sviluppo che probabilmente nel giro di pochi anni stravolgerà tutto. E ogni o volta che ciò accade si cominciano a sentire i triti commenti di alcuni visitatori stranieri.

Commenti che io dividerei in due categorie. I primi sono quelli che suonano pressapoco così: "Che tristezza pensare che tutto ciò verrà presto barattato per un po' di modernità." I secondi si possono esemplificare nel seguente modo: "E' sempre la stessa storia, arriviamo noi, i ricchi, gli irrispettosi, gli occidentali, gli europei, i cinesi, gli indiani, gli australiani, gli AMERICANI, gli lasciamo quattro gingilli scintillanti e con un gioco di prestigio facciamo sparire tutto il resto."

Commenti apparentemente profondi, ma in realtà un po' superficiali, figli di un atteggiamento che potrebbe sembrare romantico, e magari pure lo è, ma che denota anche un certo egoismo.

Cercherò di spiegarmi meglio. Cominciamo con la prima categoria. Osservando il paese dalla posizione privilegiata di un turista in visita per poche settimane, un volontario di una ONG, un insegnante di informatica all'università, ci potremmo anche augurare che questo posto non cambi mai, perché è tanto bello vederlo così. Potremmo però farlo a cuor leggero solo se mentre lo osserviamo stiamo rintanati dietro lo schermo antiproiettile del nostro status di stranieri, consapevoli che non appena la situazione dovesse mettersi male possiamo sempre dare fondo alla mazzetta di dollari che abbiamo in cassaforte, comprarci un volo per Bangkok, Kuala Lumpur o Singapore, essere fuori di qui in un paio d'ore e sbarcare in un paese dove gli ospedali sono moderni, i servizi efficienti, la tecnologia avanzata e il cibo buono, igienico e magari anche bio.  

Ma perché uno il cui unico passaporto dice "Unione del Myanmar" (sempre che ne abbia uno) e che guadagna cinquanta dollari al mese (sì, sì, 50, come un tizio che lavora in una delle guest house dove abbiamo dormito) dovrebbe trovare triste lo sviluppo tecnologico e sociale? Perché non dovrebbe aspirare a viaggiare con mezzi più comodi su strade più sicure, in un paese con un sistema sanitario efficiente e moderno, tecnologie avanzate e perché no, anche qualche nuovo stupido vezzo? Così come facciamo noi d'altra parte? Perché lui in fondo non sa cosa vuole e noi lo assicuriamo che è meglio se il suo paese rimane così com'è ora? Non credo proprio.

Parliamoci chiaro, una delle ragioni principali per cui uno stato che alla fine della seconda guerra mondiale era assieme al Giappone il più avanzato dell'Asia è rimasto così, o meglio è diventato così, è rappresentata dalla serie di regimi dittatoriali che lo hanno sigillato dal resto del mondo, perseguitando i dissidenti, sparando sulle folle di manifestanti disarmati, mandando ai lavori forzati persino dei comici che avevano fatto una battuta su un pezzo grosso dell'esercito rivelatosi piuttosto permaloso, tenendo agli arresti domiciliari la leader del movimento di opposizione, il partito di maggioranza effettiva. Una maggioranza che chiede di non essere più immortalata in una foto scattata sessant'anni fa, di essere, o meglio di diventare finalmente come tutti gli altri. Che a questi altri piaccia oppure no.

Passiamo alla seconda categoria di commenti. La viscida globalizzazione e la ghiandola pulsante che la secerne: l'America. Gli Stati Uniti fino a un paio di secoli fa erano un luogo scarsamente abitato (o meglio abitato da una popolazione che è stata poi sterminata) che si è in seguito popolato grazie all'immigrazione proveniente da tutti gli angoli della terra: inglesi, irlandesi, tedeschi, italiani, russi, nigeriani, coreani, cinesi, libanesi, messicani, cubani. Gente di tutto il pianeta è andata in America. Persone che in alcuni casi sono arrivate lì con buona volontà e qualche idea e trovando un ambiente idoneo hanno realizzato un buon prodotto o un servizio, l'hanno commercializzato e infine esportato, persino nel paese da cui erano partite. L'America avrà anche tante colpe e difetti ma, per questo aspetto almeno, siamo tutti americani. Addossare la responsabilità dello sviluppo globalizzato all'America significa addossarla al globo intero. Tutti responsabili, nessun responsabile. Ma responsabile di cosa poi? Di vendere qualcosa a qualcuno che la vuole comprare? Chi compra è responsabile tanto quanto chi vende. Certo, chi vende fa pubblicità, e la pubblicità crea necessità che fino a un secondo prima non esistevano, è vero. Ma queste necessità sono generate andando a colpire gli individui in un punto sensibile, una zona grigia, un tasto rosso che abbiamo tutti. E, ognuno a suo modo, proviamo tutti un certo piacere, forse perverso, quando quel tasto viene premuto. E poi il meccanismo non si applica soltanto a rossetti e telefoni: può funzionare anche col cibo sano o i medicinali, beni immateriali come un romanzo o un bel film, o anche idee nobili come il rispetto dei diritti umani e dell'ambiente. 

Non c'è nessuna colpa. Siamo fatti così. Questo è il cazzo di modo in cui funziona l'essere umano, la nostra natura, il nostro mondo. Forse la cosa più strana, cioè meno naturale, è che a qualcuno tutto ciò possa sembrare triste, ingiusto o addirittura...sbagliato.

Dopo tanto miele...finalmente un po' di fango (con foto) - Birmania

Suggestiva visione d'insieme della stanza

Dopo averci versato sopra tanto miele è finalmente arrivato il momento di gettare un po' di fango anche sulla Birmania. Lo faccio sia perché sono un po' stronzo e non riesco a evitarlo, sia perché non credo che esaltare i pregi di una cosa e insabbiarne i difetti giovi alla cosa stessa, di qualunque cosa si tratti. 

Come avrete già notato se avete letto i post precedenti questo paese simpatico e affascinante ha anche le sue macchie. La Birmania innanzitutto non è un posto pulito. La spazzatura è accumulata ovunque, lungo le strade, sulle pendici delle colline e le sponde dei corsi d'acqua: se un birmano si ritrova con un sacchetto di plastica vuoto in mano lo getta, ovunque si trovi. Io comunque, dopo tutti gli anni passati a viaggiare nel S.E. asiatico, ci sono abituato. Sarò uno svitato ma un po' di sudiciume, diroccamento e colorata confusione spesso più che deprimermi mi tira su il morale. Il racket dei tassisti alle stazioni di autobus e treni o agli aeroporti è invece piuttosto fastidioso. Anche perché, dopo aver contrattato come uno strozzino per farti fregare comunque, ti accorgi che poche centinaia di metri più in là ci sono quelli più onesti a cui ovviamente non è permesso andare ad aggredire chi è appena arrivato. Soluzione: cercare appunto quelli onesti e contrattare, con decisione ma anche comprensione. Pure le possibilità di beccarsi un'intossicazione alimentare, viste le condizioni igieniche, sono abbastanza alte: bisogna stare attenti, ma senza paranoia, altrimenti non ci si diverte più. Male che vada si tratta solo di pisciare un po' di vellutata di merda col culo. Dopo un po' non ci sarà più nulla da espellere, e in breve il tutto ritornerà al buon vecchio stato solido.

Ma l'aspetto peggiore del paese per chi lo visita è, per il momento, la situazione degli alloggi.

Nell'ultimo anno, in seguito all'introduzione delle riforme del governo, il numero di turisti (e investitori, uomini d'affari, giornalisti, studiosi) si è moltiplicato. Non sono però stati costruiti nuovi hotel, ostelli e alloggi in genere, e molti di quelli che non avevano la licenza per ospitare gli stranieri non l'hanno nel frattempo ottenuta. Il risultato è che per 30 dollari a notte vieni infilato in un bugigattolo per cui non ne pagheresti 10-15. E se vuoi pagarne 10 è meglio che ti tappi gli occhi e il naso prima di entrare nel loculo che ti viene proposto. Io ho viaggiato spesso sintonizzato su queste ultime cifre (anche più basse a dire il vero: ricordo di aver vissuto per settimane a Chiang Mai in una squallida celletta da un euro a notte, con bagno privato!). L'ho fatto persino qui in passato. E per 5-10 dollari mi sono sempre state offerte stanze come quelle per cui ora i ragni birmani ne esigono 25-40. Parliamoci chiaro, non sono il tipo che si fa problemi a dormire in posti semplici, è essere preso per il culo che mi provoca dei violenti attacchi di allergia. Un paio di settimane fa, appena arrivato, mi è capitato addirittura di mettere il naso in una stanza da 80 dollari, per nulla migliore delle altre. Eh no signori miei, accà nisciun è fess'...

Purtroppo negoziare il prezzo, cosa comune qui e nel resto del sud est asiatico, in queste condizioni è impossibile. In pratica gli albergatori si sono visti tramutati, a loro insaputa, in una cricca di oligopolisti, hanno fissato dei prezzi assurdi e sono diventati dei pigri parassiti che osservano le mazzette di dollari entrare nelle loro casse senza muovere un dito per dare una mano di vernice alla parete scrostata, per riparare la serratura scassata, per cambiare la lampadina fulminata, spesso nemmeno per lavare il pavimento o il bagno. Chiedendo in cambio cifre per cui nei paesi limitrofi si trovano stanze di alta categoria in posti stupendi o centralissimi. Certo, nel giro di pochi anni chi ha proprietà e capitali costruirà dei nuovi alberghi, ostelli, guest house, resort e i pigri proprietari di questi tuguri saranno costretti a farsi il mazzo per sistemare le loro strutture cadenti, abbassando drasticamente i prezzi. Per ora però la situazione è assai frustrante.


Ecco le foto di una stanza a Mandalay. Prezzo: 30 dollari, non negoziabili. Non mi lamento dello squallore, non sono il tipo. Sono semplicemente allibito dal prezzo.


Ehi, c'è il condizionatore! Sì, sì, ma guarda anche che c'è attorno...

Un complesso intrico di tubi che termina con una doccia

Strato di muffa dietro al quale si possono notare dei minuscoli settori di parete

Altra doccia. Questa perde, quindi va poggiata a terra altrimenti il gocciolio riverbera nel bagno e ti tiene sveglio tutta la notte

Cavi scoperti, segni misteriosi, crepe, ecc...

Botola marcia che dà su una soffitta in cui non me la sono sentita di avventurarmi

La lampada senza lampadina

Simpatiche e creativissime decorazioni sulle pareti

Le ultime tre le ho prese in prestito dall'amico I

Strappi, sangue, fori di proiettile, boh

Vernice scrostata accanto al cuscino, con ogni probabilità un rudimentale messaggio lasciato da uno dei vecchi prigionieri

Nylon hotel, lo hanno chiamato...Nylon, cazzo...e pure hotel...doppio cazzo!