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Visualizzazione dei post da marzo, 2012

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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

La notizia - Kuala Lumpur, Malesia

Alloggio in un albergo fighetto, che ovviamente non pago io. Non è certo un hotel di lusso ma è buono abbastanza per farmi sentire uno scroccone. Anche un po' fuori posto alle volte, come se fossi l'oggetto di uno scambio di nomi. Accadeva soprattutto all'inizio in realtà, perché purtroppo agli standard superiori ci si abitua in fretta e certi privilegi si comincia a darli presto per scontati. Fa niente, non c'è rischio di danni permanenti: fra pochi giorni la pacchia finisce, si salta giù dal comodo materasso coperto con lenzuola vellutate e cuscini soffici e si torna a masticare la polvere, quella sollevata dalle suolacce che pestano il duro manto stradale. Beh, insomma, si fa per dire, tanto per darci un paio di pennellate di vivido melodramma.

Uno dei vizi a cui mi sono assuefatto è quello del giornale fatto scivolare ogni mattina sotto la porta da un gentilissimo sconosciuto. Lo trovo già lì quando con due fessurine intagliate sugli occhi di talpa mi sollevo sul culmine della notte e striscio verso bagno per urinare le tazze di te bollente aspirate rumorosamente prima di addormentarmi, mentre guardo i film o i telefilm con cui di solito prendo a mazzate la superficie gibbosa di una lieve insonnia. 

Ricordo che una mattina ho pensato di aver preso in mano la copia del giorno prima. Non è possibile - mi dicevo - che una notizia del genere stia in prima pagina per due giorni di fila! A dire il vero già la prima volta avevo pensato che non dovesse essere lì. E invece, da ormai più di una settimana, il New Straits Times apre ogni giorno con degli aggiornamenti sullo stesso argomento: le nuove regole imposte dal governo indonesiano ai datori di lavoro malesiani per l'assunzione delle numerose donne di servizio che emigrano da quel paese.

"Il numero di assunzioni è destinato a decrescere fino a diventare nullo nell'anno..."
"Regole severissime per il controllo degli abusi e degli stipendi minimi!"
"Le lavoratrici dovranno percepire un minimo di RM 700 mensili per lo svolgimento di UNA SOLTANTO delle quattro mansioni per cui sono state formate."
"Il memorandum sottoscritto dai due governi entrerà in vigore dal..."

E giù con i commenti dei giornalisti malesiani preoccupati per le conseguenze del provvedimento, le interviste ai cittadini in preda al panico. Le madri allucinate, i padri atterriti, i figli affranti. Un paese sull'orlo di una crisi collettiva. Motivo: l'imminente estinzione delle inservienti indonesiane, una specie di animali domestici a cui tutti si sono affezionati perdutamente. Surreale.

Un argomento che in altri paesi interesserebbe a una sparuta minoranza dei lettori. 
Attenzione, non stiamo parlando di badanti per disabili o anziani, professionisti che offrono servizi spesso necessari anche da noi, ma di lavoratrici che svolgono ordinarie faccende domestiche. Insomma, quelle che da noi fino a qualche anno fa venivano volgarmente chiamate serve. Le bonazze sempliciotte con l'accento veneto (sono veneto, posso permettermi il commento razzista) delle commedie cinematografiche ambientate nella Roma degli anni '60. Privilegi per famiglie nobili o di magnati dell'industria.
Né io né la maggior parte delle persone che conosco, se non in casi speciali, ha avuto in famiglia una domestica. A casa mia chi ne svolgeva le mansioni era quasi sempre mia madre, quella santa donna. E per gran parte del tempo aveva anche un lavoro.

Considerando il peso che viene dato alla polemica e le reazioni scomposte dell'opinione pubblica viene da pensare che tutte le famiglie malesiane assumano una domestica. Non solo. Tenendo conto del livello medio dei salari, dei prezzi e del grado di tutela dei diritti dei lavoratori nel paese sorge il sospetto che forse le preoccupazioni del governo indonesiano siano ben fondate!

Il governo di Giacarta si diverte giocando al gatto e topo con quello malesiano. Con quest'ultimo che dopo aver forse sottovalutato la faccenda in fase di trattativa (sembra infatti esserci un memorandum firmato da entrambe le parti), sotto lo sguardo preoccupato dell'opinione pubblica è costretto a cascarci facendoci un po' la figura del fesso.

Per ora infatti sono gli altri ad avere il coltello - o più precisamente lo scopettino - dalla parte del manico.

Nella foto, Vittorio Gassman e Carla Gravina ne "I soliti ignoti"di Mario Monicelli

Gelo tropicale - Kuala Lumpur, Malesia

Freddo. Sembra incredibile, ma ho davvero freddo. E mi succede spesso: essere costretto a ripararmi dal gelo in una città in cui per gran parte del giorno, dodici mesi all'anno, la lancetta del termometro traballa sfiancata sopra i 30 gradi.

No, non sono in preda a un violento attacco di febbre tropicale. Il fatto è che a Kuala Lumpur per qualche ragione che mi sfugge vige l'abuso dell'aria condizionata. Mi chiedo perché. Sarà il terrore atavico del clima equatoriale? La scelta alquanto discutibile di uno status symbol? Differenze sostanziali nella percezione del calore tra me e la popolazione locale?

Il tragitto in metropolitana dall'albergo al centro di formazione è corto, soltanto tre fermate, non più di dieci minuti. Eppure se non adotto tattiche da manuale per spedizioni polari rischio di uscire dal vagone muovendomi con il passo impacciato e simmetricamente zoppo del pinguino. O peggio, spanciato come un tricheco maschio adulto.

E allora, sotto lo sguardo confuso, attonito e vagamente compassionevole degli altri passeggeri, continuo a scattare da un angolo all'altro, di porta in porta, dal corridoio centrale al soffietto che unisce i vagoni, borbottando la mia frustrazione, imprecando inviperito addirittura, alzando un dito umettato come un pilota di aquiloni alla ricerca della folata giusta, ingegnandomi nello studio della direzione di questi getti di vento antartico alla ricerca di un "angolo cieco", una benedetta combinazione di coordinate che sfugga al fuoco incrociato dei bocchettoni che probabilmente funzionano anche come cannoni da neve. Inutilmente, perché dovunque mi nasconda ce n'è uno che mi centra tra nuca e spalla, ghiacciandomi in pochi secondi un numero insopravvivibile di vertebre. Esco dal convoglio immancabilmente sconfitto. Alle volte pinguino. Altre tricheco.

In hotel non va molto meglio. Appena arrivato, per due giorni ho condotto un'insensata rivolta idealista contro il sistema. Quello di climatizzazione d'aria intendo. Potenza al livello minimo e rotellina del termostato rivolta come un girasole verso il caldo, a tirare spallate contro il fondo scala: un piccolo 30 che pensavo stesse a rappresentare i gradi centigradi. In realtà devono essere quelli Fahrenheit(*), o magari si tratta effettivamente di scala Celsius, dal lato sbagliato dello zero però. 

Ho anche fatto presente alla reception che ero stato costretto a trovare rifugio all'interno del frigo-minibar per arrivare in vita alla fine della prima notte. "Certo signore, provvediamo subito!" Ma se variazione c'è stata il mio corpo non l'ha rilevata. Chissà, forse durante le prime ore di acclimatamento ho compromesso irrimediabilmente la sua sensibilità termica. 

Poi, quando ho notato che tra armadio e tavolo una stalattite e una stalagmite si stavano per congiungere, mi sono deciso. Ho spento il condizionatore, ho atteso un tempo sufficiente affinché l'effetto del ciclo inverso svanisse e quando ho notato che la temperatura era perfetta (anzi, ancora di un pelino sotto quella ideale) non l'ho più riacceso. Non capisco questo miracolo della termodinamica: fuori fa un caldo torrido, mentre dentro aleggia un'atmosfera da tersa serata primaverile, con l'aria condizionata spenta. 

Non posso permettermi di abbassare la guardia però, perché ogni qualvolta entro in stanza e inserisco la key-card nell'apposita toppa il "generatore di ecosistema invernale" si aziona automaticamente e io devo fiondarmi senza esitazioni a disattivarlo. Una minima svista può costarmi cara. La comparsa di un velo fitto di muschi e licheni sulla moquette è il segnale della catastrofe imminente. Cinque minuti di ritardo equivalgono a una valanga himalayana di diarrea. Altri cinque minuti: geloni. A quel punto ormai sono incollato per mezzo di uno spesso strato di ghiaccio alla tazza del water e osservo impotente il paesaggio che cambia attorno a me: il tappo di diarrea ha acquisito la durezza della superficie di un lago dello Yukon in pieno inverno, evocando così alcune delle scene più pittoresche delle storie artiche di Jack London, mentre una spolverata di brina di merda sta adagiata come praline di cioccolato su quella che è porcellana da cesso ma potrebbe essere benissimo un semifreddo alla vaniglia. Un asciugamano stropicciato si è trasformato in un pupazzo di neve. Io sto diventando un pupazzo innevato. Il fiotto di pipì che avevo cominciato a emettere si è congelato a mezz'aria come il Perito Moreno. Immortalato così in questa posa da presepio nordico non posso impedire che abbia inizio l'inevitabile escalation: a scatti regolari di cinque minuti perdo due dita dei piedi per congelamento, poi se ne vanno anche quelle delle mani. Una volta esaurita la serie di appendici sacrificali che mi è stata concessa come bonus per placare la sete di caldo sangue del dio del ghiaccio arriva inesorabile l'epilogo: perdita di coscienza per assideramento e ibernazione finale a beneficio di studi paleontologici che verranno condotti da generazioni future, da specie che ci succederanno o magari, chi lo sa, persino da altre forme di vita calate sulla terra dopo la nostra scomparsa. Scomparsa dovuta alla vittoriosa rivolta contro i loro creatori di una stirpe di avanzati e sofisticati impianti per il condizionamento d'aria.

Non appena entro in stanza quindi, ci fosse anche Claudia Cardinale ridiventata ventenne e stesa nuda sul letto in una posa da prime seghe, la prima cosa che faccio è gettarmi sul comodino su cui giace la centralina dei comandi e disinnescare il congegno che sta per dare il via alla prossima era glaciale. Una volta salvato il mondo mi volto verso Claudia per ricevere il suo doveroso sorriso di riconoscenza, quello che prelude alla scena che non va in onda né in prima né in seconda serata, farcita di tutte le ricompense che una figona del suo calibro deve per contratto a un eroe del mio. Lei però è sparita, o forse, statua di ghiaccio, si è soltanto liquefatta quando impavido, con uno scatto ferino, ho manomesso il controllo della temperatura del museo frigorifero.

Anche per stasera sarà quindi intrattenimento fai da te. Non c'è problema: per chi vigila a tempo pieno sull'equilibrio termico del mondo le notti solitarie non sono una novità.

(*) Pari a -1,11 gradi Celsius

Foto "The Ice Hotel" di nate2b (CC)

Fierezza mal riposta

Fieri di una nazione, di un ceppo culturale, fieri di una fede, fieri di questo, fieri di quello, fieri, fieri, fierissimi! Ma fieri perché poi? Per quale motivo dovrei essere fiero di essere italiano? O europeo, o veneto o bianco per quel che può contare? Cosa giustifica l'orgoglio per l'appartenenza a una nazionalità, a un gruppo etnico, a una regione piuttosto che a un'altra?

Un attimo, non abbiate fretta a liquidare la faccenda...questo non vuole assolutamente essere un intervento buonista, politicamente corretto o cerchiobottista. Atteggiamenti che non mi interessano affatto. Che spesso anzi mi infastidiscono pure. Ho parlato di europei e di bianchi ma ovviamente le domande che rivolgo a me stesso se le possono fare tutti. Perché un individuo dovrebbe sentirsi fiero di essere americano, pechinese, nero, musulmano? La questione è esattamente la stessa.

Sono europeo, italiano, veneto, bianco, battezzato cristiano ma non proprio credente. Magari posso essere contento di essere tutte o perlomeno alcune di queste cose, la circostanza può farmi sentire fortunato, o non troppo sfortunato.
Può farmi piacere per esempio avere a che fare con un certo bagaglio culturale, una storia, una madrelingua, una cucina. Anche se poi bisognerebbe stabilire che grado di relazione io abbia con questi aspetti del gruppo o dei gruppi a cui appartengo. Cioè, se io ho il diritto di andare fiero di tutto ciò, che cosa dovrebbero dire un luminare, un grande critico, un sommo poeta o uno chef sopraffino?

Oppure può essere una questione meno romantica e più pratica: potrebbe infatti farmi comodo avere un passaporto con cui posso entrare in molti paesi senza trafile burocratiche troppo complesse, aver ricevuto un'istruzione di un certo livello a costi ridotti, usufruire di buone infrastrutture e servizi pubblici. Persino avere le stesse caratteristiche somatiche di molte delle celebrità di Hollywood. Potrei addirittura invidiare qualcun altro per essere nato dove e come non sono nato io. Ma di sicuro se lo fossi non sarei fiero di esserlo.
Il fatto è che io non ho dovuto muovere un dito per avere tutto ciò - anzi per essere tutto ciò (e la differenza tra i due verbi non è per nulla marginale). Devo il tutto al fatto che sono nato qui e non lì, da questa coppia di genitori piuttosto che da quella. Insomma, niente a che fare con qualcosa che ho fatto io.

Tralasciando il fatto che fierezza e orgoglio si rivelano spesso essere vizi più che virtù, o quello che il nazionalismo funziona alla perfezione come miccia per conflitti e che l'orgoglio religioso o di razza sono causa di genocidi e pulizia etnica, ho sempre creduto che uno fosse autorizzato ad andare fiero di qualcosa che dipende da lui, che ha fatto personalmente, che si è in qualche modo meritato. Ma essere fieri di essere nati in un posto o di appartenere a una certa etnia è giustificabile tanto quanto vantarsi per un titolo nobiliare o un patrimonio ereditati, o sentirsi colpevoli per una sventura che ci è capitata per pura casualità, atteggiamenti che generalmente chiunque tende a scoraggiare. Perché quindi accettare di buon grado, o magari addirittura alimentare questa forma bislacca di orgoglio? 

Non solo siamo orgogliosi di qualcosa su cui non campiamo alcun merito, siamo pure orgogliosi di esserle orgogliosi! 

Questa non è nient'altro che un'illusione: l'illusione di una moltiplicazione virtuosa quando invece tutto ciò che facciamo non è nient'altro che aggiungere vizio al vizio.

Foto di Sirsnapsalot (CC)

Bigoli nel mondo

Viaggiando capita spesso che la curiosità prenda il sopravvento sulla cautela. Ecco allora che ci mettiamo a provare, osare, sperimentare. Magari rischiamo e ci cacciamo pure nei guai. Forse è proprio l'adrenalina che il guaio sintetizza il fattore X che rincorriamo. Altre volte invece, un po' stanchi delle sorprese dopo le prime settimane di avventura (mai annoiati però), cominciamo a scandagliare i luoghi alieni a caccia di angoli più familiari, dove le complicazioni della vita da straniero vengono temporaneamente risolte. Lassi di tempo semplificati. Un po' finti insomma, ma sufficientemente realistici.

Quando si tratta di cibo io sono piuttosto intrepido ma ogni tanto, soprattutto se ho una cucina a disposizione e non sono costretto a servirmi dei ristoranti italiani all'estero, mi piace rinfrescare la memoria dei sapori familiari, talmente familiari in effetti da essersi quasi incollati ai cromosomi. Una versione gourmet del richiamo della foresta insomma.

Col tempo ho imparato però che esiste anche una via di mezzo. Alla fine ce n'è sempre una, no? Ad esempio cercare nella cucina straniera similitudini con la nostra. Delle affinità alimentari che plachino la nostalgia del palato alimentando al contempo il sempre vivo spirito esploratore.

Alcuni anni fa per esempio mentre mi trovavo in Thailandia venne a trovarmi F, un amico abituato a sbafarsi una terrina da 400-500 grammi di spaghetti per cena. Le porzioncine di riso su cui adagiare cucchiaiate o bacchettate di pietanze prelevate da piatti distribuiti sul tavolo e da spartire tra i commensali non lo entusiasmavano. Aveva quindi trovato il suo equilibrio tra abitudini di madrepatria e specialità locali nel phat thai, un piatto di tagliolini saltati nello wok con verdure, carne o gamberi e salsa di soia, conditi alla fine con una spolverata di arachidi macinate. Amava accomodarsi presso uno dei tipici ristorantini da marciapiede e ordinarne a ripetizione, provocando la reazione divertita dei thailandesi che al secondo piatto stabuzzavano gli occhi e dal terzo in poi lo servivano con urletti e risatine sempre più eccitate. "One more!" "hahaha" "Another one!" "hihihi"

Tornando ai paralleli culinari l'esperienza mi ha insegnato che cugini della pizza se ne trovano un po' ovunque, e spesso si tratta di scoperte deliziose. Per quanto riguarda la pasta invece, per ovvi motivi di provenienza, l'Asia è la scommessa più sicura. Dalla Cina all'Indonesia, dalla Corea al Laos, spaghetti, maltagliati, capelli d'angelo e ravioli sono quasi sempre a portata di mano. Niente grano duro magari, ma farina di altre granaglie, riso, soia e versioni orientali della pasta all'uovo si rivelano dei sostituti validissimi.

Ognuno di noi però, oltre alle specialità di carattere nazionale, ha spesso anche un piatto regionale preferito. Io, essendo veneto, scelgo i bigoli. Il bigolo è una specie di spaghetto estremamente grosso (quasi mezzo centimetro di diametro), dalla consistenza particolare e la superficie ruvida, caratteristiche dovute all'utilizzo del grano tenero (a volte anche delle uova) e alla speciale "trafilatura" al torchio di bronzo (bigolaro - nella foto), che nella versione fatta in casa viene azionato a mano. Un tipo di pasta che in fase di masticazione mi trasmette una sensazione inconfondibile, semi-orgasmica, da assuefazione: provo quasi più piacere quando vi affondo i denti per la prima volta che assaporando il resto della pietanza stessa. Qualcosa di simile mi succede quando addento le orecchiette pugliesi, specialmente se ne trovo due appiccicate una all'altra.

E quindi ogni qual volta mi imbatto in un noodle asiatico di dimensioni e struttura simili mi ci fiondo, inforco con approccio scientifico, annuso come un cucciolo, tocco lievemente con labbra e lingua per registrarne la caratteristiche fisiche di superficie, quindi mastico, cautamente e lentamente all'inizio, poi sempre più audacemente, con violenza di macina, classificando, spuntando le caselle in una lista mentale di proprietà, sistemando le categorie, confrontando col lontano parente euganeo, berico o scaligero alla ricerca di similitudini e differenze.
Ed ecco quindi l'elenco dei miei simil-bigoli preferiti, compilato in una decina d'anni di viaggi in oriente. Purtroppo non è molto lungo ma stiamo parlando, dopotutto, di un prodotto di nicchia:

- Udon (Giappone): farina di grano, colore bianco opaco, ruvidità medio-alta. Serviti in brodo, asciutti (caldi o freddi) con salse a parte in cui vanno immersi prima di infilarseli in bocca, o anche saltati con verdure e carne.
- Mi xian (Yunnan, Cina): farina di riso non glutinoso, colore bianco ghiaccio, ruvidità bassa. Serviti in brodo o asciutti con un sughetto piuttosto piccante che vi viene versato sopra come si fa per la nostra pasta.
- Hokkien mee, la versione char di Kuala Lumpur (Malesia): farina di grano, colore giallo, ruvidità media. Saltati (o meglio ancora cotti su fuoco a carbone - da cui il nome char, abbreviazione di charcoal, ovvero carbone) seguendo una ricetta ricca e originale che prevede l'utilizzo di gamberetti, calamari, fish cake, carne e fegato di maiale, cubetti di grasso di maiale fritti fino a diventare croccanti, verdura e una salsa a base di soia molto densa e scura. Salsina piccante servita a parte.

Se ne avete trovati altri, fatemelo sapere.

Foto di Babo Style (CC)

Festa della donna: riconoscenti od offese?

8 marzo, festa della donna, anni '80, io sono ancora un liceale. Gli studenti maschi organizzano una colletta e comprano dei mazzetti di mimose da regalare alle ragazze. Decidiamo di donarne anche alle insegnanti che tengono lezione quel giorno.

La professoressa di scienze apprezza il dono. Durante la pausa poggiamo sulla cattedra i fiori per la professoressa di matematica. Quando questa entra e vede il regalo fa una smorfia strana, si rabbuia e poi, piuttosto alterata, comincia a rimproverarci per il gesto sfrontato.

È il discorso di una femminista, una sessantottina che si offende per essere trattata come un essere umano debole, di seconda categoria, per cui si organizza una festa che sembra un messaggio di scuse, buona secondo lei solo per un'ipocrita lavata di coscienza. E poi, che senso ha questo gesto di rispetto se lo si fa una sola volta all'anno? In un certo senso capisco a cosa si riferisce, anche se la sua reazione, in quel contesto, mi sembra esagerata e fuori luogo.

Le ragazze avevano sorriso e ringraziato. Mia madre aveva apprezzato il gesto di mio padre, così come molte altre donne che mi circondavano avevano fatto con i loro uomini. Oggi, a molti anni di distanza, milioni di donne in tutto il mondo si scambiano auguri tra di loro, di persona o nei social network. Ma anche quella professoressa era una donna, molto intelligente e sofisticata, così come tante altre che la pensano come lei.

Dopotutto ha davvero senso questa festa? Qual'è questo senso?
Chi ha ragione?

Foto: manifestazione femminista a Parigi, 8 marzo 2008 -  di looking4poetry (CC)

Risvolti imprevisti - Pattaya, Thailandia

Per quanto possa sembrare quasi impossibile temo sia già successo: il numero giornaliero medio di turisti russi a Pattaya potrebbe aver superato quello delle prostitute del posto, o così sembra, almeno in alta stagione. E apparentemente le cifre sono destinate a salire. Non so se mi spiego, stiamo parlando di Puttaya...ups, scusate, volevo dire Pattaya!

Il turismo cittadino da anni si fonda principalmente sull'ampia ed economica offerta di sesso, precisamente dai tempi della guerra del Vietnam, quando i G.I. americani venivano qui per rilassarsi, distrarsi e divertirsi.

Le ondate di turisti russi che si infrangono sulla costa del Golfo del Siam da alcuni mesi a questa parte sono invece composte da famiglie, giovani coppie o gruppi misti di amici alla ricerca di alcuni giorni di relax e divertimento, lontano dal duro clima continentale. Un paio di settimane di bel tempo, spiaggia, frutti di mare e vita notturna (che per molti di loro è quella di tipo non peccaminoso) in una località economica e accogliente, con servizi e infrastrutture di buona qualità. E' vero che le spiagge di Pattaya non sono suggestive come quelle paradisiache delle isole del sud ma considerando la vicinanza alla capitale e all'aeroporto internazionale la posizione risulta piuttosto strategica.

Se questa tendenza si rivelerà in grado di portare costanti aumenti dei profitti potrebbe persino convincere le autorità locali a smantellare l'industria del sesso (almeno in parte) allo scopo di sbarazzarsi di una reputazione che molti thailandesi trovano alquanto irritante, frustrante, offensiva e umiliante. Se poi aggiungiamo alle statistiche l'importante contributo del turismo organizzato cinese questa potrebbe non assomigliare per nulla a una storia di fantascienza. Il numero crescente di turisti arabi e indiani invece non conta molto, anzi forse rema contro, dal momento che la maggior parte di loro viene qui per il sesso.

Questo scenario avrebbe però anche dei lati negativi: le autorità dovrebbero infatti gestire la delusione e l'opposizione delle prostitute (non solo donne ma anche gay e travestiti) che per la stragrande maggioranza provengono dalle province più povere del paese e riescono a mantenere le loro numerose famiglie (compresi i figli che molte di loro crescono come ragazze madri) con i proventi del mercato del sesso. Soldi che sarebbero molto più difficili da guadagnare con i bassi stipendi dei lavori ordinari.

Non bisogna dimenticare infatti che in Thailandia la maggior parte delle prostitute si imbarca in quella professione autonomamente e di propria spontanea volontà. Non sono le schiave di alcun protettore, mafia o sistema. Se proprio sono schiavizzate da qualcosa, quel qualcosa è un insieme di necessità. O, in molti casi, la loro avidità.

Nel video: la famigerata "Pattaya, Pattaya song"

Sai cos'è l'amore?


"Come on, come on, lovin' for the money, come on, come on, listen to the money talk"
AC/DC, "Money Talks" 

"Forse hanno avuto ragione a mettere l'amore nei libri, forse non potrebbe esistere in nessun altro luogo"
William Faulkner, "Luce d'agosto"

"Ah, per vero amore lei intende quel fulmine che ti spacca il cuore, che non ti fa mangiare né lavorare, che ti porta di corsa a sposarti e fare figli. Il motivo per cui non l’ha trovato è che non esiste. Vede, quel tipo d’amore è stato inventato da quelli come me per vendere calze"
Don Draper, da "Mad Men" - guarda lo spezzone qui

In questo post mi rivolgerò ai lettori utilizzando la seconda persona plurale. E' un espediente narrativo vecchio quanto la storia della cultura occidentale. Può capitare che durante la lettura abbiate l'impressione che vi stia accusando. Ricordatevi questa cosa: se siete felicemente sposati, fidanzati, accoppiati, innamorati ancora come degli studenti alla prima cotta...allora non mi sto rivolgendo a voi. Rileggete bene quello che ho appena scritto. Per sicurezza lo ripeto: in quel caso non ce l'ho con voi! Mentre scorrerete queste righe, tuttavia, vi verrà forse in mente qualcuno di vostra conoscenza che assomiglia incredibilmente ai miei interlocutori.

Sistemato il disclaimer, possiamo cominciare.

Sto parlando con voi, voi che continuate imperterriti a farmi la stessa domanda. Quando mi chiedete se ho mai conosciuto l'amore io vi rispondo candidamente e un po' confuso. Perbacco, direi di sì...beh, anzi...hmm forse ero un po' troppo giovane, inesperto, immaturo. Il problema è che lo sono ancora. Inesperto e immaturo, intendo. Giovane, beh, quello un po' meno... Ma questa titubanza, direte voi, significa che la risposta è no! Lo ammetto, avete ragione. Credo proprio che la risposta sia no.

Io però almeno ci ho creduto e - magari con un atteggiamento diverso, dovuto a una consapevolezza che si sviluppa nel tempo - ci credo e ci crederò ancora. Sono convinto che il vero spirito romantico consista proprio in questo: credere che l'amore in fondo esista, anche se non l'abbiamo mai provato, anzi, proprio perché non l'abbiamo mai provato. Sarà ingenuo, sciocco, superficiale, leggero, ma è senza alcun dubbio un approccio romantico. Diverso da quello di chi si è convinto di averlo trovato - l'amore - solo perché è riuscito a raggiungere una misera serie di obiettivi pratici, prefissati, ereditati, imbullonati alla coscienza e incatenati a una sequenza senza fine di generazioni precedenti.

Amore? Ne vedo poco attorno a me, sopratutto se osservo chi mi guarda con sufficienza, col sorriso beffardo, dall'alto della presunzione di averlo in pugno - l'amore - quando io invece ammetto di non averlo mai incontrato.

Ma quale amore? Unioni messe su per reciproca convenienza, per soldi, per paura della solitudine, per convenzione, per dovere sociale, per ordine ricevuto, per timore di deludere qualcuno, per tentare di ingannare qualcun altro, o di illudere se stessi. Relazioni artificialmente rinforzate perché non naturalmente forti, e di conseguenza fragili, friabili e vulnerabili.

Attenzione, non dico che tutto ciò sia inutile o spregevole. Ma allora venitemi a dire con sincerità che l'avete fatto per dovere! In quel caso avrete il mio rispetto. Mi parlate di amore? Vi rido in faccia.

Si trattasse almeno di sesso. Quello già lo capirei di più. La biologia, se le sfiliamo di dosso strati di poesia, pensiero, arte, musica, letteratura, perbenismo e pudore, dice proprio che siamo fatti per quello: cercarci, accoppiarci, riprodurci. Ma come possono queste relazioni, questi fidanzamenti e matrimoni freddi come il ghiaccio, calcolati, razionalizzati, pianificati e controllati, avere qualcosa a che fare con il sesso? Che connessione possono avere con la sua energia, la calda passione, l'istinto, l'irrazionalità e la libertà che lo carburano? Sono rapporti frigidi, impotenti, sterili. Se esistesse un Viagra(*) per lo spirito, uno stimolatore d'anime che provochi erezioni metafisiche, quella sarebbe la medicina ideale.

Continuate a chiedermi se ho mai conosciuto l'amore quindi, con l'ansia di chi gode o si rincuora nell'ascoltare una risposta negativa, diversa da quella falsa che suole utilizzare. Chiedete cercando una magra consolazione, troverete la conferma della calcificazione del vostro cuore.

Ma io almeno ci ho creduto e in fondo a strati di disincanto, disillusione e cinismo, ci credo ancora. Voi, con i vostri surrogati dal profumo chimico, il gusto metallico e l'aspetto posticcio, da ormai troppo tempo ci avete rinunciato.

(*) Potete leggere una simpatica (si fa per dire) storiella sul Viagra - e sto parlando di quello vero adesso - cliccando qui.