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Visualizzazione dei post da luglio, 2012

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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Italiani in Thailandia/4: ancora sulla cricca del lungomare - Pattaya

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Ci sono poi anche le truffe non caratterizzate dall'esca sessuale. 

- "Come dici? Ti scade il visto? Ma non c'è problema, ti organizziamo una gita fino al confine con la Cambogia, andata e ritorno. Ci vorranno non più di due, massimo tre giorni. Tu ci paghi e ci occupiamo noi di tutto...pensa un po'!" E giù con i prezzi gonfiati per il trasporto, l'alloggio, le pratiche doganali, il duty free, il casinò, i pasti, le baldorie, il Viagra di imitazione e, se proprio non se ne può fare a meno neanche per un paio di notti, qualche altra battona, tanto per immergersi un po' anche nella cultura khmer, oltre che in quella siamese, perché in fin dei conti il mondo mica lo si scopre soltanto ascoltando le storie degli altri, osservandolo da dietro un finestrino e leggendo un paio di paginette in una guida: sono necessarie le esperienze di prima mano, avere a che fare con la gente del posto...questo è il segreto!
"Allora di quel Viagra generico dammene pure altre due scatole va..."
Suppongo che in tutto la scampagnata fuori porta verrà a costare non meno di 10000-15000 baht (300-400 euro), cifra che può salire a dismisura a seconda dei vizi a cui il sempliciotto si abbandonerà. E pensare che in città ci sono varie agenzie che organizzano visa run in furgoncino, partenza alle 6 di mattina e ritorno alle 15 del giorno stesso. Costo (visto cambogiano incluso): 2000 baht (50 euro). Sarebbe sufficiente la conoscenza di dieci parole di inglese. O, ovviamente, l'assistenza di un italiano onesto...

- "Sei stanco di Pattaya, sempre la solita storia, troppi turisti, troppa confusione, troppo caldo? Davvero? Hai sentito dire che in Thailandia ci sono dei paesini affascinanti, tranquilli e con un'arietta fresca a nord o nord est e ti piacerebbe visitarli ma non sai come fare? Ma certo che ci sono! E pensa un po' che coincidenza, la mia donna viene proprio da uno di questi villaggi. Abbiamo aperto persino un ristorante italiano, così non ti fai mancare la pasta nemmeno in mezzo alla giungla, ha ha ha! Se vuoi domani ti ci accompagno." Segue ritornello: "Tu ci paghi e ci occupiamo noi di tutto...pensa un po'!"
Prezzi da limousine privata per il torpedone locale, spaghetti cinesi conditi con ingredienti thailandesi, cotti in una stufa posta nel garage della catapecchia in cui vive la famiglia della fidanzata. Birre comprate a prezzi esorbitanti dall'amico di famiglia ("shhh è passata la mezzanotte e non potrebbero venderle..."). Gli fanno pagare persino l'alloggio: un'esperienza esotica, autentica e originale che sa di stuoie sintetiche e cuscini impagliati, pavimenti di terra battuta, fruscio di topi, insetti e rettili a conciliare il sonno (un po' come il dolce scrosciare di una fontanella insomma) e il nonno che russa con la frequenza inconfondibile di un flessibile da cantiere a fare da sveglia (a intervalli regolari di un quarto d'ora).

Purtroppo non finisce mica qui. Perché ci sono anche gli aneddoti agghiaccianti (sì, più di quelli che avete letto finora) che si concludono con danni permanenti.

- Come quelli che hanno per coprotagoniste delle ragazze (procurate magari dai soliti faccendieri, ma per interposta persona, tramando nell'ombra, perché questa storia è troppo grossa anche per loro) che si fanno sedurre e poi vedono bene di restare incinte con qualche trucco meschino. Alcuni mesi dopo l'ignaro papà riceve la visita di una dozzina di allegri giovanotti in sella a motorini truccati, di notte, in un vicolo scuro, dove brillano soltanto le lame dei coltelli che impugnano. Gli mostrano una foto, quella del bambino in braccio alla giovane donna, e chiedono una ingente somma di denaro come prima rata per il mantenimento. Il "Ma voi chi siete?", il "che significa prima rata?", il "Figli? Io non ho figli!" e altre puntualizzazioni del genere le pensa soltanto, perché quell'acciaio scintillante gli ha provocato una certa raucedine e di parlare troppo proprio non se la sente. Si fa seguire fino al bancomat, preleva e consegna.
Continuano a chiamarlo a intervalli regolari, con altre richieste di denaro. Ormai il topo è caduto nella trappola, lo si può molestare a piacere. Le chiamate arrivano anche quando è tornato in Italia; per rispetto degli usi e costumi locali le richieste vengono ora formulate in migliaia di euro. Nel frattempo era riuscito a incontrare la madre e a procurarsi un capello del bimbo o qualche altro campione che una volta arrivato a casa ha portato ad analizzare. Il test del DNA conferma tutto, ma dopotutto gli era bastato soltanto dare un'occhiata al pargolo. Di portarsi via il figlio non se ne parla nemmeno. Per vigliaccheria o minacce, vallo a sapere. E poi chissà che complicazioni ci sono con la legge thailandese.
Dopo l'ennesima estorsione decide di darci un taglio, getta tutte le SIM card e quando torna in Thailandia non si fa più trovare negli stessi posti. Nel frattempo è anche uscito dalle grinfie della cricca italiana, ha imparato le poche parole di inglese che gli servono per acquisire un po' di indipendenza, ha fatto un giro a nord e si è trovato una donna per bene, con un lavoro, integrità morale e dignità, che lo vuole sposare. La gang dei coltelli non si è più fatta viva. Per ora.
Ah, il protagonista di questa vicenda, un po' come Q, è ignoto. Potremmo quindi chiamarlo I. L'identità resterà un mistero ma di sicuro I non è l'unico a essere stato tritato dagli ingranaggi di questo crudele meccanismo (crudele per l'uomo, il piccolo e in un certo senso anche per la ragazza).

Sono poi andato a cercarlo il monumento dei delfini. Sta proprio dove Pattaya Klang sfocia sul lungomare, in corrispondenza dell'incrocio a T.  E' un posto vagamente sconcertante, che ti turba, ti tocca dove credevi di essere protetto. Perlomeno di notte. Una specie di non-luogo che sfugge alle categorie. Mi ricorda un po' il locale sciacallo di Sukhumvit a Bangkok, ma all'aperto. Decine di donne e uomini stanno seduti o in piedi attorno e al centro di uno spiazzo. Alcuni parlottano a gruppi di due o tre, altri se ne stanno in silenzio. La stessa impressione di un locale notturno senza musica, dove gli effetti sonori sono forniti più che altro da chi nelle vicinanze bada ai fatti suoi. I camerieri che spostano le sedie e raccolgono i bicchieri lì, le auto, i motorini e la gente nei bar qui. L'interazione è quasi ridotta a zero. E anche questo è un paradosso perché si sa che cosa gran parte di questa gente venga a fare qui. Alcuni uomini sorseggiano una birra comprata in un negozietto, ma la maggior parte si astiene anche da quel vizio. Vedo persino una donna che lavora la maglia ai ferri. Ci sono poi i soliti domiciliati del marciapiede, alcuni dormono, altri mangiano, chiacchierano, osservano annoiati, chiedono spiccioli. Sento parlare in tedesco, inglese, francese e ovviamente thailandese. Faccio due o tre giri, scatto foto, ascolto, ma di italiani non ne scorgo. Mi ricordo allora le parole di Q: "Sono già stato a controllare dopo essere tornato, in questo periodo non ci sono. E poi, ascolta me, lascia perdere le crociate, i nomi, le foto, le lettere, i manifesti, gli avvertimenti, quelli non hanno nulla da perdere, chissà cosa sono disposti a fare. Cerca semplicemente di starne alla larga..."
Ma questo è un semplice post in un blog che leggono in pochi (ma buoni haha), non ha i requisiti per fregiarsi del titolo di crociata. E comunque la storia non riuscivo a tenerla tutta per me.

Non trattandosi di vicende che mi sono capitate personalmente vi è poi sempre l'eventualità che si tratti di fantasie o esagerazioni, in quel caso questo si riduce a uno scadente raccontino dell'orrore e nessuno ci rimette nulla. Ma dalla serie di indizi, incroci e mezze conferme che ho raccolto la possibilità che si tratti della sconcertante realtà è molto elevata. La serie di fortuite coincidenze sarebbe da record.

Sebbene queste siano storie molto tristi non dovreste farvi un'idea sbagliata del paese. Se passate di qua non vi preoccupate. La Thailandia è in generale un posto sicuro e divertente. Basta soltanto fare un po' di attenzione. Se qualche ceffo sospetto vi si avvicina o vi importuna fate come dice Q: cercate semplicemente di starne alla larga...

Fine...almeno spero.

Visto che le foto sono state scattate di notte con un telefono un po' antiquato (e da un fotografo incapace) ne pubblico altre tre...non è che me ne intenda ma magari quando si tratta di "foto-reportage" in luoghi malfamati quattro scatti scadenti equivalgono a uno accettabile.


Due vecchietti in primo piano e sullo sfondo un branco di puttane e puttanieri...e ora datemi pure del prevenuto e del maleducato!

Alcuni dei soliti domiciliati del marciapiede. Sullo sfondo, quasi indistinguibile, la statua dei delfini

 Altri disperati a caccia di disperate

Thailandia traviata, in rima/1 - Il ladyboy

Posi rigida in sella con dignità altezzosa
di turgido broncio e schiena a trapezio,       
atteggiata a madama che va in centro a far spesa
fai a fette la notte ed assecondi il vizio.
Metti in vendita un corpo con cui vorresti esser nata,
metamorfosi di polimero e lama affilata.
Poi osservi le donne, quella disinvoltura,
dai un'occhiata allo specchio e ti riscopri insicura.

Pattaya, 27 luglio 2012

Foto di Roberto Trm (CC)

Italiani in Thailandia/3: la cricca del lungomare - Pattaya

Se non l'avete già fatto potete leggere questo post propedeutico prima di proseguire.

"Sono dei disperati, vivono di espedienti. Se ne stanno a bighellonare nei pressi della statua dei delfini e spesso litigano per un baht..." (1 baht è pari a 1/40 di euro al cambio attuale, ovvero 2,5 centesimi, N.d.F.)
Comincia così il racconto di Q. Non perché questa sia la prima cosa che mi ha detto ma in quanto è la definizione più precisa e lapidaria che è riuscito a darmi di quei farabutti. Poche parole chiave dalle implicazioni pesanti: disperati, espedienti, bighellonare, litigano, un baht.
Tra il mare in piena di difetti in cui da anni mi dimeno uno dei pochi pregi su cui so di poter contare è quello di riuscire a infondere fiducia in chi ha una storia da raccontare. Sarà che non ho mai sputtanato nessuno e chi mi sta davanti sente che non ho intenzione di utilizzare le sue parole contro di lui: sono vibrazioni che lo raggiungono al cuore, al cervello, all'anima - o qualunque altro elemento ove si annidino i sensori di questo tipo di onde - e lo rassicurano. Perché Q ha un intero sacco di letame da vuotare: se lo porta in groppa da tempo ma non vuole rischiare di scaricarlo davanti a qualcuno che lo utilizzerà per ricoprirlo di escrementi. Io ho solo intenzione di dargli un'occhiatina, magari un'annusatina per potervene poi parlare, ma di maneggiarlo e scagliarglielo in faccia non ne ho proprio voglia. E' per questo che Q per tutta la storia rimarrà solo e semplicemente Q. Che non è l'iniziale del suo nome ma quella di qualunque, uno qualunque. E vedrò bene di non svelare alcuna informazione che potrebbe contribuire a identificarlo, anche se di dettagli su di sé e sul suo passato me ne ha forniti molti, alcuni anche molto scabrosi. Questo post serve soltanto a raccontare una (brutta) serie di storie che in cinque o sei anni sono capitate non solo e non tutte a Q ma anche ad altri italiani che ha conosciuto, e chissà a quanta altra gente. E magari anche a mettere in guardia chi rischierebbe di cadere negli stessi tranelli in cui è caduto lui. Punto. Veniamo alle storie dunque.

Oltre a bighellonare e litigare per un baht nello spiazzo che circonda la statua dei delfini gli italiani della cricca tengono sempre le orecchie ben aperte. Quando passa di lì qualche connazionale - soprattutto se ha l'aria di essere un po' spaesato, timoroso, ingenuo, frustrato, curioso, ansioso, incline a buttarsi nella mischia ma totalmente privo delle chiavi che servono ad aprire le porte giuste, in particolare la lingua inglese - si affrettano a tessere una tela e ad assicurarsi che la vittima ci si impigli in fretta. La tattica, come tutte quelle più vigliacche del resto, risulta essere di grande efficacia, proprio perché il poveraccio tutto si aspetta tranne che di essere fregato da dei compaesani a diecimila chilometri da casa.  
Da esperti predatori cominciano dunque a imbrattarlo di parole che colano saliva fortemente adesiva, arrotolarlo in un bozzolo di storie suggestive, iniettargli narcotizzanti prospettive tentatrici, pungerlo con il timore velenoso di numerose insidie e tamponare le ferite testé prodotte con le garze asettiche delle dritte preziose e il disinfettante indolore dei saggi consigli. A procedura ultimata il pollo è totalmente stordito e pronto per essere elettrizzato, spennato, bruciacchiato e impacchettato in una delle numerose truffe confezionate da questa ditta specializzata in bassezze e codardia. 

- Paisà, vuoi scopà? Eccoti qui una ragazza di fiducia. Le abbiamo persino insegnato una serie di utili frasi in italiano. Ovviamente non ti veniamo a dire che dopo il ciao e il bello di rito (tenete a bada l'ego, lo direbbero anche all'uomo tricheco), appena varcata la soglia della stanza d'albergo, col vocabolario a disposizione riusciranno solo a mettere assieme dei meno lusinghieri e molto più contundenti: tu dare me soldi cinquo (ora mi consegni una cifra pari a cinque volte quella pattuita, N.d.F.), tu no dare io bruciare letto, io fa rumore, venire polizia, cellulare amici problema (mannaggia, per quest'ultima non la possiamo certo biasimare: cellulare in effetti inganna, così simile a un verbo all'infinito). E a questo punto il tizio, anche se fosse in grado di parlare l'italiano meglio di lei - impresa ardua per alcuni dei nostri che arrivano qui - non ha certo il tempo di correggerle gli errori e fornirle una panoramica seppur concisa sulle coniugazioni dei verbi, i pronomi, i numeri cardinali. Più semplicemente mette mano al portafoglio e se la leva di torno, senza probabilmente riuscire a sfilarle nemmeno una infradito. Poco importa, la voluttà lussuriosa infatti era sfumata da un pezzo. Pochi minuti più tardi quelli della cricca si staranno sfregando le mani dopo essersi spartiti il bottino con la ragazza.

- A questo comunque è andata anche bene. Perché a volte, e chissà in base a quali requisiti viene scelto il malcapitato, la donna non ha nemmeno bisogno di fare la scenata. Lo porta subito in un 7/eleven, gli fa comprare due caffè e versa in quello del cliente una polverina che lo metterà al tappeto. O più probabilmente al pavimento di linoleum sbrindellato del tugurio che ha scelto come nido d'amore. Purtroppo spesso si tratta di donne con scarse conoscenze in ambito farmacologico e il poveraccio si sveglierà due, persino tre o anche quattro giorni dopo. Sì, avete letto bene, giorni, non ore. Spogliato di tutti gli averi ovviamente, ma a quel punto anche contento per non essersi destato davanti a San Pietro, o a chiunque sia il tizio munito di aureola e preservativi che accoglie all'aldilà i puttanieri raggirati. Ah, ovviamente...pochi minuti più tardi quelli della cricca si staranno sfregando le mani dopo essersi spartiti il bottino con la ragazza. Scommetto che quest'ultima frase vi sembra di averla già letta.

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Ulisse - di William Stabile

Riporto qui un'altra poesia di William Stabile, un amico, scrittore, poeta e viaggiatore.

Ulisse 

“ l’uomo senza dei é nulla ”
Nettuno a Ulisse naufrago

vento caldo tra i rami
dell’uliveto sull’isola
Itaca
cipressi annuiscono al vento
e ai pentagrammi
dei cancelli cani
ululano alla luna
vento a pelo d’acqua
che sale sui declivi e
ti viene a cercare
tra gli orti
passeggiando
tra gli orti
tra muri a secco chiusi
di pietra sull’isola
vedo l’uomo
svoltare l’angolo
chi è ?

forse Nessuno ?

Il lungomare abbandonato - Pattaya, Thailandia


Sarebbe anche bello il lungomare di Pattaya. Il suo marciapiedi largo dove poter camminare, correre o sedersi a osservare la baia, le sue file di palme, la colorata baraonda multietnica alle spalle. Persino la scarsa profondità della spiaggia, lunga soltanto pochi metri, da questo punto di vista diventa un elemento azzeccato nella composizione della foto: chi guarda il mare si gode l'ingannevole impressione di un piano orizzontale mono-fase che, seppur venato e striato da increspature e sfumature, nel quadro dei macroelementi (acqua, cielo, promontori, colline) appare comunque omogeneo, con tinte che a seconda dell'ora e delle condizioni meteorologiche vanno dal nevischio sporco alla corazza di rinoceronte, passando per le varie tonalità standard di vetro di fiasca e cielo estivo alpino.

Sarebbe anche bello, appunto. Invece è una delle zone più decadenti (se non degradate) di Pattaya, che dal canto suo è una delle città più decadenti del sud-est asiatico. Chissà perché le autorità hanno deciso di allentare a tal punto la presa, di sbattersene quasi completamente, quando esistono già altre zone a luci rosse, dedicate a vizi di vario tipo, e quest'area potrebbe essere l'habitat naturale della fetta più innocente del turismo in città.

Non che voglia lanciare una crociata contro la decadenza, per carità, certi scorci anzi hanno sempre esercitato sul mio lato più oscuro un certo magnetismo, una sorta di fascino sinistro, Baudelaireiano, se mi si passa il parallelo alquanto pretenzioso. Infatti vengo spesso anche qui a osservare il carosello di prostitute free lance sedute accanto alle aiuole, quelle che non vogliono, ma spesso anche non riescono a trovare un lavoro nei go go bar o nei bar beer di Soi Buakhao, Beach road o Walking street, o magari che il lavoro ce l'avevano e per chissà quale ragione (meglio non indagare troppo) l'hanno perso. I loro clienti che si avvicinano con circospezione, forse titubanti, come se passassero di lì per caso e fossero stati attratti da una vetrina in cui hanno visto il nuovo modello del loro telefonino preferito. I ladyboy più osceni della Thailandia orientale. Gli spacciatori di pastiglie placebo, fieno sminuzzato e grattate di intonaco. Quelli di roba autentica che magari dopo aver piazzato una bustina si rivendono il pollo di turno al poliziotto con cui stanno in combutta, col quale si spartiranno la somma estorta alla vittima per fargli evitare la trafila giudiziaria. Gli accattoni all'ultimo stadio (mi riferisco in particolare alla scala dell'igiene personale). Gli impostori dalle specialità più bizzarre. I venditori di zuppe puzzolenti. Tutto ciò mi intriga. Spaccati di società corrotta, spremute di vizio, liquame sociale con cui tampono le ferite all'anima provocate da dosi troppo pesanti di sofisticazione, perbenismo, etica da etichetta, patine asettiche e politicamente corrette. Una miscela nauseante e corrosiva che mi intacca gli strati metafisici più superficiali e che devo assolutamente diluire con un po' di sana, genuina schifezza.

Non propongo assolutamente di cancellare tutto ciò quindi, si dà il caso però che oltre a essere un libertino soft io sia anche un liberale tollerante, convinto che a questo mondo ci sia spazio per tutti. Visto che ci sono già vari gironi infernali sparsi per la città non vedo perché si debba fottere anche il lungomare alle famiglie coi bambini, a chi vuole portare a spasso il cane, alle coppiette che si vogliono godere il tramonto, a quelli a cui piace passare ore seduti a leggersi un libro a pochi passi dalla battigia (tra questi ci sono anch'io, i miei interessi sono infatti molteplici e polimorfi).

La faccenda si fa ancora più sordida quando si scopre che il lungomare di Pattaya è anche il centro delle operazioni di una cricca di farabutti italiani (e chissà di quante altre nazionalità): disperati senza alcuna prospettiva che vivono di espedienti e restano a galla nello scarico di fogna in cui si dimenano (affossandosi anche l'un l'altro) raggirando i loro connazionali, quelli più vulnerabili, alla loro prima visita, appena arrivati, viaggiatori solitari (e molto soli), un po' avanti con gli anni, che non parlano l'inglese e prima di attraversare l'Acheronte asiatico non erano mai usciti dalla propria provincia. Ne avevo sempre sentito parlare, ma erano accenni, mezze frasi borbottate, informazioni ottenute per sentito dire, di terza o quarta mano. Poi un giorno ho incontrato Q che mi ha raccontato...ma fermiamoci pure qui, questo infatti sarà l'argomento di un altro post della serie Italiani in Thailandia.

Italiani in Thailandia/2: i ristoratori

Cervelli in fuga, una delle tante piaghe che ha colpito l'Italia negli ultimi anni. A dire il vero credo che abbia colpito soltanto il mondo dei media italiani, perché scienziati, economisti, medici, ingegneri, architetti, artisti e professionisti di ogni settore sono decenni, anzi secoli, che lasciano il paese per andare a cercare fortuna altrove. Non è che lo facciano tutti, ovvio, ma nemmeno pochi.
Io non sono certo uno di loro. Il mio cervello sarà anche fuggito, ma non dall'Italia...dal mio cranio! Per lo meno questo è quello che hanno affettuosamente pensato alcuni miei conoscenti dopo alcuni miei colpi di matto.
Comunque sia queste ondate di materia grigia, a differenza di quelle oceaniche dello tsunami del natale 2004, non si sono di certo abbattute sulle coste della Thailandia. Qui, dal bel paese, più che cervelli superdotati arrivano gambe leste, mani delicate, dita sensibili e palati sopraffini: chef, ristoratori e direttori di sala, sono queste le professioni che aprono sbocchi per gli italiani che si trasferiscono a Bangkok, Pattaya, Koh Samui e Phuket.
Di certo però non si tratta di una schiera omogenea di professionisti del buon cibo. Da profano osservatore io ho identificato quattro macro categorie, probabilmente suddivisibili a loro volta in gruppi più piccoli, a volte sovrapposte, con bordi sfumati e definizioni fluide. Eccole qui di seguito:

- I VIP, gli altolocati, quelli con ingenti somme da investire che probabilmente partecipano a gare d'appalto per aggiudicarsi la gestione dei ristoranti italiani negli hotel a cinque stelle sistemati lungo le sponde del Chao Phraya a Bangkok o dei resort di lusso nelle isole del sud. Il gruppo comprende anche come membri adottivi gli chef italiani che ci lavorano, gli aiuti cuoco, i direttori di sala, ecc.

- Le società califfato, come quella che possiede una catena di ristoranti italiani di alto livello nelle zone più costose di Pattaya: Walking street, Second Road e zona moli. Quest'ultima filiale, la più recente, secondo quel che ci ha raccontato uno dei soci è costata 1.5 milioni. "Di baht thailandesi?" Ha chiesto sovrappensiero il mio amico L. "No, di euro!" Una cifra stratosferica per un ristorante in Thailandia. "Ma c'è tutto quello che un qualsiasi operatore del settore può sognarsi di avere a disposizione...", aggiunge lui. Sarà, ma di sicuro hanno bisogno di un successo esplosivo se vogliono avere un ritorno sull'investimento in fretta, e per loro stessa ammissione non possono nemmeno contare su un gran numero di coperti. Dovranno lavorare abilmente sui prezzi del menù, per forza di cose.

- I professionisti da una vita: sono quelli che hanno sempre lavorato nel settore, magari da generazioni, e che si sono semplicemente portati in Thailandia le competenze, assieme alle quattro cianfrusaglie infilate in valigia. Personalmente ho conosciuto i fratelli napoletani del Via Vai di Koh Samui, dove fanno una pizza più buona di molte mangiate in Italia. E l'emiliano del Valentino di Pattaya, specializzato in pasta fresca, in particolare tortellini e ravioli. Ma ce ne sono molti altri.

- Per ultimi (in tutti i sensi) ci sono quelli che L - un amico toscano - definirebbe "i raccattati della piena". Bande di disperati in fuga. Arrivano in Thailandia, si trovano una donna, per vari motivi non se la possono portare a casa (spesso anche se potessero non lo farebbero comunque) e, provando a sfruttare come strumento di marketing il volano di buona reputazione creato e già avviato dai membri delle suddette categorie, aprono quello che loro osano addirittura chiamare "ristorante", ma che potrebbe essere più semplicemente una capanna di bambù con cucinotto, un magazzino di cemento con stufa elettrica, una roulotte o altra struttura prefabbricata munita di forno o anche semplicemente il piano di sotto di casa loro. Ricordo di aver mangiato una pizzetta (il diminutivo non si riferisce alla dimensione) cotta in un fornetto (idem) a gas presso una squallida baracca nei dintorni del molo di Tong Sala a Koh Phangan. Io e l'amico GM eravamo gli unici clienti, in quel momento di sicuro ma forse anche dell'intera giornata, o settimana. Alla fine del pranzo il simpatico romano per arrotondare propose di noleggiarmi il motorino della sua compagna per un giorno. Si potrà anche accusarlo di scarsa dimestichezza con taglieri, pentole e fornelli, ma certamente non di non aver provato a diversificare le attività.

Potete leggere gli altri brani della serie "Italiani all'estero" cliccando qui.

Nell'immagine il fotogramma di un celebre film di Alberto Sordi, utilizzato anche nell'insegna di un famoso ristorante italiano di Pattaya.

Cappuccino alla cannella - Bangkok, Thailandia

Alcuni giorni fa mi hanno servito il cappuccino con una spolverata di cannella in cima. Ho chiesto se avevano anche della noce moscata ma me l'hanno sconsigliata: col cappuccino non si sposa bene - sostengono questi cultori - a differenza della cannella ovviamente. E poi avrei dovuto pagare un sovrapprezzo, la cannella invece è gratis. Scacco matto: a quel punto ho potuto soltanto ringraziarli.

Foto di Bao Tri | P h o t o g r a p h y (CC)

Effetti collaterali del tempo libero


Alcuni anni fa, quando mi sono ritrovato tra le mani una dose supplementare di tempo libero, ho istintivamente cominciato a utilizzare l'incremento per le attività che più mi piacevano. Non appena l'entusiasmo ha cominciato ad affievolirsi mi sono accorto però che inconsciamente stavo intraprendendo anche un altro cammino.

Da tempo ormai non ci sono più dubbi: sono nato con molti difetti. Col passare degli anni sono cresciuti con me, appesantendosi e diventando sempre più ingombranti. Come se non bastasse poi, a quelli congeniti se ne sono aggiunti altri. Per molti anni non me ne sono occupato: da adolescente perché ero troppo impegnato a cercare di sentirmi inserito nel mondo che mi circondava e in seguito perché mi sono trovato ingarbugliato in una matassa di attività che, benché le avessi scelte io, sentivo in un certo senso imposte.

Dopo aver mollato quella zavorra ed essermi ritrovato con più tempo libero a disposizione ho iniziato quasi involontariamente a identificare quegli aspetti della mia personalità che non mi piacevano o che mi creavano dei problemi - soprattutto nei rapporti con le altre persone - e a provare ad affrontarli, a trovare una maniera per risolverli, o almeno per attenuarli. Non voglio certo vantarmi di esserci riuscito, ma almeno posso dire di aver cominciato a provarci.

Cominciato a provarci...detto così sembra un obiettivo da poco, quasi insignificante. E forse pure lo è...ma soltanto dopo che l'hai centrato.

Foto "Montmartre" di John Althouse Cohen (CC)