lunedì 1 novembre 2010

Barriere (quasi) intangibili - Bangkok, Thailandia

Centro Servizi Governativi - Bangkok
Cittadino del mondo, anima cosmopolita, attitudine internazionale, spirito libero. Certo, sono espressioni suggestive. Evocano immagini di poeti e pensatori seduti a un tavolo, un bicchiere d'assenzio davanti e nella mano una penna d'oca. Hai voglia però ad autoproclamarti tale, poi devi fare i conti con chi non è d'accordo...e si tratta di un gruppo molto folto: legislatori, membri di governi centrali e locali, forze dell'ordine, ufficiali d'immigrazione, doganieri, movimenti indipendentisti e separatisti, sciovinisti, gruppi extra-parlamentari, xenofobi, fanatici religiosi, nazionalisti, campanilisti, regionalisti. Tutti, a modo loro, tendono a farti sentire un estraneo, uno straniero, un cittadino di un posto lontano, non del mondo ma di un paesino, di un quartiere, di un rione o di un isolato.
Attualmente vivo in Thailandia con un visto di studio, ottenuto tramite iscrizione annuale a una scuola di lingua a cui, come si usa da queste parti, ho dovuto corrispondere in anticipo la retta per l'intero corso. Non è poi una situazione così tragica: almeno qui l'affitto della casa lo pago ogni mese, a differenza della Cina dove mi vidi costretto a saldare il conto delle dodici mensilità, più caparra, sull'unghia - con un pacchetto di sudici bigliettoni da 100 RMB - al momento di ricevere le chiavi.
Ma torniamo a bomba: per fornire un esempio di come i succitati sabotatori agiscano in modo da farvi sentire sempre degli ospiti (non troppo) bene accetti, eccovi il racconto della mia ultima visita all'ufficio immigrazione.
Devo prendere due piccioni con una fava: il rinnovo del permesso di soggiorno e un re-entry permit per un imminente viaggio in Malesia (per la spiegazione di questi termini vedi l'appendice in coda al post). Insomma, si tratta di due pratiche, due numeri, due code, due sportelli, due timbri, due palle, due tutto. Ho bisogno di una quasi perfetta combinazione di eventi e di un allineamento astrale propizio per non essere costretto a passare tutto il giorno in ufficio.
Arrivo a un'ora scelta con casualità piuttosto accurata: non troppo presto, per evitare la fastidiosa coda davanti alla porta chiusa - con occhiate di sfida tra i presenti e tacite intese sulla sequenza di entrata - e non troppo tardi per non vedermi consegnare un biglietto con un numero di tre cifre. 
Il numero non viene assegnato se non si è prima compilato il modulo. Mi munisco di quello apposito, lo riempio e ci appiccico la foto con la colla che sbava sul passaporto e i sui documenti della scuola. Ogni volta mi dico di metterne poca, ma è sempre troppa, troppo liquida, troppo unta e maleodorante.
Non ho le fotocopie del passaporto (fondamentali! L'originale per certa gente non è mai abbastanza...), ma decido di sfidare la sorte e di presentarmi comunque all'addetto che distribuisce i numeri, così da non scalare troppo indietro alla coda. Mi va bene, ottengo il 37, poi scendo al negozietto delle fotocopiatrici e fatte le copie mi avvio agli sportelli.
Hanno installato uno schermo su cui viene trasmesso un video in cui si spiega la procedura e il perché ogni pratica richieda almeno quindici minuti per essere sbrigata. Vengono fornite anche le probabili ragioni di un eventuale ritardo (riassunto: è tutta colpa del richiedente).
La trafila è complessa e una pratica deve passare attraverso un consistente numero di mani prima di essere approvata dal supervisore, ma considerata l'abbondanza di sportelli e il numero che ho in mano dovrei farcela in mattinata. È meglio però non contarci troppo, gli imprevisti sono sempre in agguato: quando sono in mano ai burocrati mi sento sempre come una pernice in un bosco battuto dai bracconieri.
La situazione è fluida, i numeri scorrono senza troppi intoppi, arrivati al 30 manca ancora parecchio alla temuta soglia del mezzogiorno, l'ora della pausa pranzo. Una signora riceve un passaporto, ma invece di togliersi dai piedi felice e sollevata si rimette a sedere. Dopo alcuni minuti ne riceve un altro. E si risiede. Mannaggia, è un'agente che rappresenta un folto gruppo di birmani, il che equivale a un solo numero per varie pratiche. Questo provoca uno slittamento piuttosto consistente del mio turno, ma dovrei ancora farcela. 
Il mio momento di gloria infatti arriva in fretta: consegno passaporto, documenti e denaro, va tutto bene e torno dunque al mio posto. L'addetta ora inserirà e controllerà dei dati al computer. La tengo d'occhio, non ci sono problemi e il tutto passa all'ufficiale finanziario. Da qui in poi è difficile monitorare con precisione l'avanzamento, perché le pratiche sono impilate e c'è un nugolo di addetti che ronza attorno al tavolo. Procedo a intuito.
Quando reputo che il mio passaporto sia già sul banco del supervisore - il passaggio finale - viene chiamato il numero di una signora dall'incedere arrogante e lo sguardo torvo, i chiari segni di uno che ha un problema ma è disposto a vendere cara la pelle prima di arrendersi. Infatti la pivella del primo livello della procedura scrolla leggermente la testa e fa per spiegare qualcosa, ma l'altra la zittisce con due parole taglienti e la costringe a chiamare il suo superiore. E questo risulta essere il supervisore che era in procinto di timbrarmi il passaporto.
Me la vedo brutta. Il supervisore prende il posto della pivella, dà un'occhiata alla pratica e poi comincia sorridente e con calma a spiegare il regolamento alla signora. Questa ribatte colpo su colpo, arringando, indicando, riferendo, citando. Io trotterello, zompetto e borbotto per sfogare l'irritazione. Vanno avanti in questo modo per un periodo lunghissimo, prima che il supervisore decida di darle un'altra chance mandandola da un collega che sta altrove. E non poteva farlo prima?
Il mio turno arriva, mi consegnano il passaporto con il rinnovo, ma sono già le dodici. Esco e cerco di iniziare la pratica per la richiesta del re-entry permit prima che tutti se ne vadano a mangiare, ma è troppo tardi. È tutto chiuso, mi toccherà richiedere il numero dopo l'una.
Scendo al piano interrato di questo nuovissimo e maestoso Centro Servizi Governativi che assomiglia all'aeroporto di una grande città cinese: un'ostentazione di apparato e ricchezza, una prova di forza. Passeggio, osservo, mangio qualcosa, mi faccio un caffè e torno all'ufficio immigrazione.
Altro modulo, la colla e le foto. Dove sono le foto? Maledizione, devo averle perse stamane. Ora mi tocca scendere di nuovo. Ci metto poco: benedetta sia l'era del digitale. Una volta ascoltai qualcuno che vi si riferiva con una sorprendente espressione: "crisi". Era il proprietario di un laboratorio di sviluppo e stampa fotografica: solo a loro può venire in mente di chiamarla così.
Riprendo da dove avevo interrotto. Questa è una procedura più semplice di quella precedente e verso le due sono già fuori.
Mentre salgo sul taxi do un'altra occhiata all'edificio e penso che dovrò tornarci molto, troppo presto. Il riso e le verdurine picchiettano sulla bocca dello stomaco. Cittadino del mondo, spirito libero: chissà se anche Diogene e Voltaire dovevano rinnovare il visto ogni tre mesi.

Appendice
Allo scopo di chiarire alcuni dubbi che possono essere sorti leggendo la prima parte del post, faccio seguire una breve digressione sulle tipologie dei visti di studio in Thailandia.
Il mio visto, essendo stato ottenuto all'ambasciata thailandese di un paese limitrofo - nel mio caso il Laos - è di tipo single entry e pur essendo di durata annuale va comunque rinnovato all'ufficio immigrazione ogni tre mesi. La tipologia single entry comporta inoltre l'obbligo di richiesta di un re-entry permit nel caso si voglia uscire dal paese, pena la scadenza immediata del visto.
Se avessi seguito l'iter in Europa avrei invece potuto far domanda per un permesso di tipo multiple entry: non ci sarebbe stato così bisogno di recarsi al Centro Servizi Governativi tre volte all'anno (come minimo). Anche questo tipo di visto presenta però i suoi svantaggi in quanto costringe chi ne è provvisto a uscire dal paese non meno di una volta ogni novanta giorni, senza bisogno di un permesso di rientro, in questo caso. Vi sembra che non abbia senso? Non vi preoccupate, probabilmente in effetti non ne ha, a meno di non entrare nei dettagli della logica dell'apparato burocratico di un paese del sud-est asiatico.
Vi sono, tra l'altro, altre complicazioni. Mettiamo che l'attuale rinnovo vi scada il giorno 31 del mese. Come già detto siete tenuti a presentarvi entro quella data per ottenere il permesso di soggiorno per ulteriori novanta giorni. Seguendo il consiglio del Dipartimento di Immigrazione e della vostra scuola vi recate all'apposito ufficio con alcuni giorni di anticipo, diciamo il 25. Il visto sarà ovviamente rinnovato a partire dalla data di scadenza, cioè il 31, ma c'è purtroppo una fastidiosa appendice al regolamento. Ogni tre mesi è infatti necessario anche dare notifica del proprio indirizzo. Fortunatamente le due cose (rinnovo del visto e notifica dell'indirizzo) si possono fare contemporaneamente, nel nostro esempio il 25 del mese. Il visto verrà come detto rinnovato per novanta giorni a partire dal giorno della scadenza, ma i tre mesi per la successiva notifica dell'indirizzo sono invece calcolati a partire dal 25! Insomma, prima della fine della durata annuale del vostro visto sarete costretti a presentarvi un'ulteriore volta per la sola notifica dell'indirizzo. A voi sembrerà inutile, ma soltanto a voi. A loro, a giudicare dai foglietti che attaccano alle pagine del passaporto, dal tono intimidatorio degli ammonimenti, dall'uso del MAIUSCOLO, del grassetto e di un numero consistente di punti esclamativi!!!, la cosa deve sembrare dannatamente cruciale.
Lo status di studente è comunque sempre meglio di quello di turista in quanto evita di dover effettuare ogni due mesi una di quelle gite fuori porta che in gergo vengono chiamate visa run (per informazioni e aneddoti sui visa run vedi qui).

5 commenti:

niki ha detto...

Concordo, la storia dei visti è orribile, ti fa sentire così precario. Ma non per scelta tua, per scelta loro...

Fabio ha detto...

Niki: non me ne parlare...ne discutevo proprio oggi con un amico slovacco a cui stanno facendo passare l'inferno, e ha pure un passaporto in regola! Per non parlare degli israeliani che non riescono ad ottenere un visto per la Cina a Hong Kong (a Hong Kong!!!), mentre ce la fanno in qualunque altro stato della regione...misteri delle leggi sull'immigrazione...

Fabio ha detto...

Volevo dire "lavoro in regola", non "passaporto in regola"...ci mancherebbe che non avesse il passaporto in regola. Penso ai visti e mi si grippa il cervello :)

Quello di Hong Kong ha detto...

"quando sono in mano ai burocrati mi sento sempre come una pernice in un bosco battuto dai bracconieri."

E' estamente quella la sensazione, anche quando esci dall'ambasciata e gli hai lasciato il passaporto in attesa del visto.

Fabio ha detto...

Quello di Hong Kong: l'hai detto!
C'è comunque da ricordare che a noi va anche piuttosto bene. I cittadini di alcuni paesi devono passare attraverso procedure estenuanti per ottenere certi visti.
Ma è vero fino a un certo punto perché purtroppo negli ultimi anni hanno dato vari giri di vite anche per noi, almeno da queste parti.