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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Neo-schiavismo


Sul problema dello schiavismo dei rider pensavo di non voler scrivere nulla, perché ha una soluzione talmente banale che non meriterebbe grosse attenzioni. Invece ho deciso di scriverne proprio per affrontare il motivo per cui tale soluzione non viene applicata.
Partiamo con la soluzione. Il costo totale della consegna deve includere una parte per il contributo del rider più alta di quella attuale. Molto più alta. E deve pagarla chi ordina.
Se non vuoi o non puoi farti da mangiare e preferisci il cibo del ristorante, ma al ristorante non ci vuoi andare, né per mangiarci né per ritirare il tuo pasto di persona, e ti aspetti che qualcuno ti effettui la consegna a casa, beh quel servizio devi pagarlo, perché chi lo eroga è lì per servirti, non per farti da schiavo.
L'esercente potrà farti un minimo sconto sul menù perché non occupi spazio in sala e non ti deve servire al tavolo, ma qualcuno deve pur lavorare per il confezionamento e la consegna del tuo pasto.
Il costo del rider lo paghi tu, e attualmente è troppo basso. Lo capisce anche un fesso.
Quindi perché un problema così banale non viene risolto?
Perché la causa siamo tutti noi, la responsabilità è altamente distribuita e quindi ignorata. In casi come questo è facile fare finta di nulla. Inoltre la parte lesa è minoritaria e debole, quindi la maggioranza se ne avvantaggia in maniera ignobile, facendola franca. Anche se alla fine il sacrificio sarebbe minimo, decide comunque di non farlo. Anche se a parti invertite, cioè quando è in gioco il nostro salario, campiamo diritti e denunciamo soprusi, che siano veri o meno.
Siamo egoisti e avidi, non per cattiveria bensì per natura. A questo servono la politica e la legge: a smussare i difetti naturali dell'individuo a favore della comunità. 
Purtroppo politica e legge non sempre fanno bene il loro lavoro. E nemmeno noi cittadini. A differenza dei rider, che nonostante ciò la prendono sempre e comunque lì dove non batte il sole.

Un giorno di ordinaria follia...sfiorato per pochi spiccioli - Kuala Lumpur, Malesia

Il maledetto pulsante oscurato
Capita a tutti almeno una volta di entrare in conflitto con le procedure automatizzare, la tecnologia, i controlli, le macchine. Anche se sei ingegnere, sai qualcosa di di elettronica, informatica e comunicazioni, non sei immune alla frustrazione indotta dalla modernità. A me è appena successo, e ho rischiato il tracollo.
Quelli dei corsi mi hanno chiesto di fermarmi a insegnare una settimana in più del previsto. Devo quindi cambiare la data del volo di ritorno. Recupero la prenotazione online e clicco il pulsante per modificarla. Trovo la soluzione che fa per me ma sono in classe e ho con me solo la carta di debito. Al momento del pagamento scopro che non può essere accettata. Devo aspettare di essere in stanza per poter usare quella di credito. 
Un'ora dopo arrivo in albergo, accendo il computer e con la carta giusta in mano mi appresto a completare la transazione. In casi come questo fino a quando non ricevo la conferma dell'avvenuto pagamento sono sempre piuttosto teso. Di solito è una sensazione ingiustificata, di cui non riesco a spiegarmi il motivo. L'esperienza che mi è toccata oggi mi chiarirà ogni dubbio.

Un pezzo d'anima - Singapore

Vecchia Singapore
Cosa si prova osservando le foto di un posto che conosciamo, quando le immagini risalgono a prima che noi nascessimo? Io ricordo cosa ho provato la prima volta che ho visto delle vecchie foto di Singapore. Le osservavo, cambiavo angolatura, leggevo la didascalia: un commento, una data e il nome di un posto che conoscevo ma non riconoscevo. Incuriosito tornavo in quei luoghi, convinto di essermi perso qualcosa, per distrazione o per scelta infelice del punto di vista. Vie, quartieri, piazze, ponti, moli: i nomi restavano gli stessi, il resto era irriconoscibile. Potevo posizionarmi dietro una colonna, fissare il panorama per minuti cercando di scorgere qualche dettaglio seminascosto, ma non c'era verso di resuscitare lo scorcio della foto, a volte nemmeno in parte.
È vero, succederebbe la stessa cosa un po' ovunque guardando delle immagini di sessant'anni prima, ma a Singapore il concetto di restyling è stato spinto a livelli forse mai raggiunti altrove. Demolizioni, ristrutturazioni, restauri, pianificazioni, sperimentazioni, regolamentazioni, standardizzazione, il tutto con un solo obiettivo in mente: la realizzazione di una visione. Quella di una città iper-moderna, tecnologica, funzionale, organizzata, controllata, pulita, sicura, ordinata. E dal momento che nessuna di queste qualità ha a che fare col passato (o meglio, sono tutte figlie sue, ma non ne hanno più bisogno...progenie irriconoscente), l'eredità di quel passato è stata ignorata. Quindi ciò che non costituiva un ostacolo è stato plasmato e rimodellato per centrare i nuovi requisiti, mentre ciò che risultava di impaccio è stato eliminato con zelo. E così facendo la città-stato ha inevitabilmente perduto carattere, si è disfatta di un pezzo d'anima, pensando forse di poter vivere di solo corpo. Il velo asettico e la sofisticazione non li osservi soltanto negli edifici, nei ristoranti, per le strade: li inali con l'aria che respiri, ti sfiorano la faccia come una brezza ogni volta che giri un angolo o varchi una soglia. Singapore poteva essere una versione ricca e avanzata di Rangoon, Malacca, Goa, Luang Prabang, Phuket town, Penang, Hoian. Ha deciso invece di essere la copia di qualche città immaginata da uno scrittore di fantascienza. Copia imperfetta, perché reale. E lo ha fatto senza tanti scrupoli.
Forse però qualche rimorso le zelanti autorità ce l'hanno, se amano recuperare queste foto ed esporne delle gigantografie in pubblico o se organizzano delle nostalgiche mostre di vecchie cartoline.
E allora a quei visitatori stranieri che arrivano a Singapore e sono ammaliati dall'organizzazione, dalla pulizia, dall'ordine e soprattutto dall'offerta di prodotti all'avanguardia, consiglio di cercare queste immagini, di osservarle bene, poi di voltarsi e guardarsi attorno, e chiedersi se valeva la pena passare un canovaccio sulla storia per offrire ai turisti questo plastico in dimensioni reali e tante vetrine piene di gingilli elettronici che nelle loro città arriveranno soltanto un paio di mesi più tardi.
Per quanto mi riguarda questo è uno di quei momenti in cui vorrei che uno dei miei sogni preferiti si avverasse: impossessarmi di una macchina del tempo e viaggiare all'indietro...di anni...indietro...indietro...di decenni, fino all'epoca in cui il fotografo realizzò quegli scatti. Anche un mondo in bianco e nero, vagamente lattiginoso, mi andrebbe bene.