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Gestire il caos: antisemitismo e anti-islamismo


Ci troviamo attualmente sul picco dell'ennesima onda che increspa quello storico mare di accuse d'antisemitismo e anti-islamismo che da secoli gli europei si lanciano o respingono con estrema virulenza e indignazione. Ma quindi, chi ha ragione?
Come al solito propongo di non affidarsi a macro categorie, tanto arbitrarie quanto poco aderenti alla realtà. Le interpretazioni binarie tipo bene-male, buoni-cattivi, ragione-torto lasciamole ai cartoni animati. E se vi servite di ragionamenti infantili di quel tipo, tornate pure a guardare i cartoni: non c'è niente di male, basta che, come i bravi bambini, non giochiate con le cose serie perché poi succede un casino. Le questioni socio-politiche — specialmente quelle delicate del tipo in oggetto — sono fatte per chi sa accettare e gestire caos, complessità e casualità. Per gli altri ci sono gli eventi sportivi, le ricette della nostra tradizione o i reality e i talent show.
Dunque, atteniamoci ad un approccio serio e giudichiamo caso per caso. Eccovi la linea guida che io suggerisco di applicare ad ogni singola istanza.
Accusare Israele, civili o militari israeliani, o comunque degli individui di religione ebraica, per aver inequivocabilmente commesso specifici atti criminali o anche eticamente spregevoli — come colpire bambini innocenti o occupare proprietà altrui — secondo me NON è antisemitismo. Così come accusare dei musulmani per efferati atti di terrorismo o per non rispettare e magari oltaggiare costumi e valori dei paesi che li ospitano NON può essere considerato anti-islamismo.
Questo per la parte "no". Veniamo ora alla parte più sensibile: quella "sì".
Attribuire la responsabilità di qualsiasi evento di geopolitica a presunte cupole giudaiche, lobby ebraiche, reti internazionali sionistiche o operazioni del Mossad, a naso, senza prove — perché dai, di sicuro ci sono sempre dietro loro — questo, oltre che costituire calunnia, è SÌ, per quanto mi riguarda, antisemitismo. Dello stesso tipo usato qualche decennio fa per scatenare pogrom o giustificare stermini.
Allo stesso modo rivolgere accuse vaghe e generalizzate di barbarie, bigottismo e arretratezza al mondo islamico — perché dai, è evidente, basta guardarli — è SÌ, secondo me, anti-islamismo. Dello stesso tipo utilizzato in passato per bandire crociate o cacce alle streghe.
Personalmente mi attengo ai primi scenari. E di atti inequivocabilmente criminali o eticamente spregevoli per cui condannare gli uni o gli altri ce ne sono eccome.
Gli scenari del secondo tipo invece mi sembrano, oltre che squallidi, anche parecchio irresponsabili.

Gestire il caos: fascismo e antifascismo


Un'altra illustre vittima dell'incapacità dell'individuo medio(cre) di accettare e gestire il caos è il dibattito su fascismo e antifascismo. O meglio, su fascismo e non-fascismo. Il distinguo verrà chiarito alla fine.
Chi sente di appartenere ai gruppi socio-politici che vengono accusati di fascismo-filia, nega per convenienza l'esistenza del fascismo. Chi di contro si identifica con le fazioni votate all'antifascismo, accusa in blocco i suddetti di apologia di fascismo.
Mi tocca, come al solito, dare ragione e torto un po' a tutti: è il destino di chi si trova a proprio agio nella gestione del caos ed è chiamato a valutare le posizioni di chi, non essendo in grado di apprezzare l'estrema complessità della realtà, ha bisogno di utilizzare dei modelli semplificati per facilitarne la comprensione, finendo tuttavia per non capirci una mazza.
Hanno torto i primi nel negare l'esistenza del fascismo. Hanno ragione invece a rifiutare la spiegazione polarizzata che poggia sui campi politici tradizionali: "il fascismo sta tutto a destra e l'antifascismo tutto a sinistra" (l'utilizzo di questi termini ha su di me lo stesso effetto dello stridio di unghie su una lavagna). Gli altri invece, ovviamente, hanno torto e ragione a parti invertite.
Bene, ma qual è quindi la spiegazione non semplificata? Eccola. Il fascismo come forza politica ben definita non esiste più. Esiste invece, altroché, come atteggiamento.
Quello che oggigiorno ha senso chiamare fascismo è in realtà un tratto culturale atavico, strisciante e trasversale della società italiana. Un tratto che precede il ventesimo secolo, presente probabilmente già al tempo del rinascimento, e forse anche prima. Il ventennio lo ha incarnato come segno distintivo di un movimento politico specifico, gli ha dato un nome e lo ha miscelato con altre componenti, personalizzandolo.
Questa è la fonte di tutte le incomprensioni, degli equivoci e della confusione. E chi non è per natura in grado di cogliere le sfumature di una realtà complessa, invece di accettare il proprio limite cerca di oltrepassarlo tramite interpretazioni semplificate. Semplici quindi, ma purtroppo errate.
Se smettete di considerare il fascismo come forza politica e lo identificate invece con un atteggiamento intollerante, prepotente, aggressivo, subdolo, opportunista e vigliacco, vi renderete conto (se non siete dei casi disperati) che innanzitutto il fascismo è vivo e vegeto, e che inoltre, pur potendo alle volte risultare più frequente in seno a certi gruppi socio-politici piuttosto che altri, è comunque un fenomeno trasversale.
Chiamarsene fuori — negandone l'esistenza in un caso o dichiarandosi antifascisti nell'altro — non è sufficiente, cari miei. Per essere sicuri di non essere fascisti bisogna assicurarsi di non esserlo davvero. E l'unico modo per farlo è comportarsi come dei non-fascisti.
Sempre.

Il talento


Il mondo, parliamoci chiaro, è pieno di gente ordinaria, se non addirittura mediocre.
Trovare una persona con del talento in un campo — sia esso musica, letteratura, pensiero critico, arte, scienza o sport — è da considerarsi evento raro.
Molta gente però fa un ragionamento stranissimo. Nonostante accetti senza batter ciglio l'assenza totale di talento nella maggioranza delle persone, da questi casi speciali — quelli con un talento mono settoriale — si aspetta invece del talento a tutto tondo. Cioè a uno che canta bene si richiede ottima capacità di comunicazione. A un bravo scrittore visione politica. A uno sportivo l'integrità morale. E via dicendo.
Eppure si tratta di banale calcolo delle probabilità: se è raro, come è vero, trovare una persona talentuosa in un campo, pensate a quanto difficile possa essere trovarne una con del talento multi settoriale!
Magari qualcuno starà pensando a Leonardo da Vinci come controesempio. Va bene, il da Vinci era un personaggio incredibile, dal talento eclettico. Però è vissuto cinque secoli fa. E ancora se ne parla come un caso più unico che raro!
Semmai il suo è un esempio che prova proprio il punto di vista appena esposto.

Il divertimento secondo me


Mi sono sempre saputo divertire, in qualunque posto e modo, in qualsiasi momento. Frequento anche i tipici luoghi del divertimento. Non tutti, sia chiaro, ma alcuni sì. Li riconosco subito: possiedono qualche ineffabile caratteristica che soddisfa il mio istinto.
Ci vado anche da solo. Ho sempre amato farlo. A volte posso sembrare schivo, assorto, persino cupo. È soltanto apparenza. Forse sono brillo, e me la sto spassando davanti al palcoscenico della mia mente. Inoltre osservo e ascolto. La musica, certo, ma non solo.
Io lo so cos'è il divertimento. Lo so meglio di quello che sorride a tutti e "fa" l'estroverso. Ho conseguito una laurea, un master e un dottorato in divertimento. Tutto honoris causa, ovviamente. Semplicemente non mi diverto in modo prescritto, precostituito, prefabbricato. In generale i "pre-qualcosa" mi danno l'orticaria.
Il divertimento per me è qualcosa di spontaneo, istintivo, creativo. Il mio divertimento è, come un po' tutto il mio stile di vita, una forma d'arte — perdonate l'immodestia. È tuttavia una forma d'arte un po' insolita, esotica, che sembra appartenere ad altri lidi. Un po' come le maschere africane, le stampe giapponesi o le danze tahitiane che fecero il loro sbalorditivo e dirompente ingresso nel panorama culturale europeo dell'ottocento.
Credo che non smetterò mai di cercare di divertirmi. E nemmeno di riuscirci, se tutto va bene. È persino possibile che schiatterò divertendomi.
Sì, pensandoci bene, spero proprio che vada a finire così.

(Dis)informazione emotiva


La notizia deve trasmettere informazione. Arricchire il bagaglio conoscitivo dello spettatore. Niente di più è niente di meno.
Se quando guardate un telegiornale o un video vi sentite invece colpiti a livello emotivo — indignati, arrabbiati, intristiti, euforici o impietositi — siete il bersaglio di tecniche manipolatorie atte a raccogliere consenso su qualche tema. Il fine può essere politico, economico, bellico, strategico in genere. Di sicuro non si sta cercando di informarvi.
Gli organi governativi, i propagandisti, i cosiddetti "spin doctor" sono maestri nell'utilizzo di queste tecniche e si servono di media accondiscendenti per metterle in atto.
Non sto parlando solo delle TV e dei giornali di stato. Ne sei vittima anche tu, che credi di abbeverarti alle pure sorgenti del fantasmagorico bluff chiamato anti-mainstream.
Le tecniche sono subdole, ma gli effetti sono talmente plateali da renderle inoffensive, a patto che uno ne sia consapevole e tenga alto il livello di attenzione.
Per sfuggire all'incantesimo basta porsi la domanda implicita nell'incipit: la notizia mi colpisce a livello emotivo? Se la risposta è "sì": spegni immediatamente il baracchino gracchiante, usa il lercio foglio per pulirti il culo o poggia il cellulare su quella pila di carte che stanno volando via.
Disciplinati a sottoporti sempre a quel semplice test. E agisci di conseguenza quando l'esito è positivo. Non ti preoccupare: quella a cui rinunci non è vera conoscenza.

L'aspra vecchiaglia


Puotesi addulcir l'aspra vecchiaglia
aizzando'l foco a la spezial paglia.

Sentono il tempo


Mi capita ogni tanto di origliare, senza averne in realtà intenzione, le conversazioni di qualche gruppetto di giovani. Questi ragazzi adottano spesso un tono serio, o forse serioso, quasi offeso, con forti tendenze all'indignazione. Quando riesco fuggevolmente a carpire l'oggetto dei loro discorsi, mi rendo conto che si tratta di semplici chiacchiericci, quasi sempre a proposito di persone non presenti.
Certo, il pettegolezzo, altrimenti detto gossip, è sempre esistito. Questa però ne è una versione meno innocua, a mio modo di vedere. Non coinvolge vecchiette e vecchietti a cui il tempo e gli eventi hanno indurito l'anima, bensì ragazzi che dovrebbero essere travolti da sano entusiasmo giovanile.
Non può trattarsi di vittimismo generazionale: tranne poche eccezioni a ognuno di loro basterebbe salire di due o tre livelli lungo l'albero familiare per trovare individui a cui la vita ha riservato condizioni e circostanze ben peggiori.
Ma allora perché lo fanno? La prima reazione di un anziano che li osservi potrebbe essere la solita accusa: "Sono giovani viziati!". Io ho invece l'impressione che prendano a pretesto sciocche evenienze per cercare nei propri coetanei conferme, conforto, empatia.
Questa però è soltanto un'interpretazione del sintomo, che spinge quindi il problema più a monte. Quale orco interiore e intangibile squarcia la loro anima? Perché proprio in questo periodo storico? E perché proprio a questa generazione?
Forse, se mi si permette la citazione scomoda: "Sono come le bestie, sentono il tempo che cambia!" Dove il tempo ovviamente non è il clima, bensì la storia.
E il loro non è altro che naturale turbamento davanti a un futuro che, come forse mai prima d'ora, si preannuncia colmo d'incertezza.

Pane dei poveri


Tutto l'anno a far la fame
e ad agosto manco'l pane.

Le guerre e i sempliciotti: parte seconda


Potete trovare la prima parte qui.

Spieghiamo meglio perché i sempliciotti che tifano per l'uno o l'altro guerreggiante, pur essendo convinti di essere ispirati da fini intuizioni analitico-geopolitiche, in realtà non ci hanno capito un cazzo. Peggio ancora, fanno più o meno consapevolmente il gioco di qualche lurido propagandista.
Ricordatevi che non ci si riferisce qui ai fan di Putin o di Zelensky, degli israeliani o dei palestinesi, di Trump o Khamenei. Qui non c'è nessun "o", ci sono solo "e": si sta parlando di TUTTI costoro. Di chiunque semplifichi temi che sono in realtà complessi e che hanno radici ficcate molto profondamente nel suolo roccioso della storia. Storia che loro ignorano, ovviamente, a parte qualche sedimento filtrato ad arte qua e là. E che altrettanto ovviamente non riescono ad analizzare con un minimo di utilità ai fini del dibattito.
In guerra, qualsiasi guerra, ognuno ha poca ragione e tutti hanno molto torto. Non c'è giusto o sbagliato. E nemmeno vi sono buoni o cattivi. O meglio, tutto ciò non esiste in termini assoluti. Se ne può parlare soltanto in termini relativi: relativi alle motivazioni di ciascuna parte, che sono ispirate da criteri di sopravvivenza, di sicurezza e di prosperità, e quindi di sopraffazione. Si tratta di ottiche soggettive e faziose per natura, egoistiche e spietate. Anche, perché no, ancestrali, primordiali e tribali.
Spesso, come nelle faide tra famiglie o clan, i conflitti durano da talmente tanto tempo che nessuno ricorda più per quale motivo siano iniziati. Si tramandano di generazione in generazione, come se fossero parte del patrimonio genetico.
Inoltre, la matassa in cui sono avvolti è estremamente più caotica di come viene presentata dai portavoce delle parti, o percepita dai loro sostenitori.
Infine, in ogni guerra, la comunicazione è sempre inquinata da censura e propaganda. SEMPRE. Quindi, se leggete o ascoltare qualcosa che sembra dare ragione ad uno dei contendenti — magari il vostro beniamino — oppure dare torto all'altro, sappiate che non si tratta di un'informazione che conferma o confuta la vostra partigianeria — che è comunque per sua stessa natura mal riposta. Siete in realtà il bersaglio di becera pubblicità. Quella che appunto chiamiamo propaganda.
Se vi schierate dunque, non solo non ci avete capito un cazzo, ma siete pure complici, in quanto ripetitori di una squallida gran cassa.
Continuate pure, se vi va. Ma ora che lo sapete non potete più permettervi di atteggiarvi a paladini della giustizia.

Le guerre e i sempliciotti


I poveri illusi sono tanti, tantissimi, troppi.
Li vedi fronteggiarsi su due schiere dell'opinione pubblica create artatamente sul terreno di un conflitto, una diatriba o un contenzioso.
Sanno sempre con la sicurezza ostinata di un mulo chi ha ragione e chi ha torto. Tacciano gli illusi del campo opposto, altrettanto farlocco, di ingenuità o malizia. Accusano l'opinione pubblica avversaria di asservimento propagandistico e sbandierano le fonti schierate dalla loro parte come depositarie della pura verità.
Fanno il tifo, dandosi quella patetica, nonché irritante aria da analisti incompresi.
Il risvolto tragicomico di tutto ciò è che hanno ragione. Ognuno di loro ha ragione. Le accuse che scagliano contro i "nemici" sono vere. Lo sono da entrambi i lati, però.
Il perché di questa polarizzazione imbecillesca è noto: l'incapacità — che contraddistingue alcune semplici menti — di gestire il caos, la complessità insita in ogni settore della realtà, non solo sociale ma anche antropologico, biologico, naturale. Una complessità con cui fanno i conti ogni giorno nelle loro misere vite ma che paradossalmente non riescono ad accettare quando si tratta di eventi che hanno luogo ad un livello più alto, e quindi ancora più complicato.
Si potrebbe osservarli con tenerezza e lasciarli a sguazzare nella loro patetica piscinetta semplificata per bambini che non sanno nuotare in acque agitate.
Il problema è che il loro numero non è trascurabile, è anzi imponente, e influenza quindi la società in cui dobbiamo vivere pure noi. Chi esercita il potere — politico, mediatico o finanziario — questo lo sa e agisce di conseguenza, alimentando le spiegazioni polarizzate fornite a questi autodichiarati astuti. Riesce quindi a sfuggire al controllo che sarebbe necessario a fargli svolgere il suo compito a vantaggio della comunità e non di se stesso.
È il "divide et impera" di romana memoria. Tutt'ora estremamente attuale ed efficace.
Si tratta purtroppo di una spirale auto alimentata, un circolo vizioso, una tendenza quasi irreversibile.
Noi abbiamo comunque il dovere — morale, umano, laicamente sacro — di continuare a provarci. Se sarà stato invano, per lo meno non avremo nulla da rimproverarci.
E se sarà catastrofe, potremo puntare il dito e affermare: "Noi ve l'avevamo detto!" Una magra consolazione è sempre meglio di una pingue e vile inazione.

Immigrazione incontrollata: le teorie


Ho letto una vignetta provocatoria. Recitava più o meno così: <<Chi vorrebbe l'immigrazione incontrollata secondo i populisti? I "progressisti-buonisti". Ma chi la vuole davvero? Gli "industriali-capitalisti" (ovvero chiunque abbia bisogno di un bacino di manodopera a buon mercato).>>
Non sono mai stato un gran che come complottista, però la seconda tesi mi convince più della prima. Innanzitutto perché ha più senso. Per quale motivo infatti della gente qualunque, sulla base delle proprie idee politiche, dovrebbe augurarsi l'immigrazione incontrollata, con tutti i problemi di ordine pubblico che questa comporta? Gli altri, quelli del secondo scenario, hanno invece degli interessi molto concreti ad importare lavoratori a basso costo. E poi, come dicono gli americani, se vuoi sbrogliare una matassa, "follow the money", segui i soldi. Ed è abbastanza chiaro dove conduca la traccia del denaro.
Attenzione però, questo smonta totalmente l'altra tesi cospiratoria a riguardo. Quella della sostituzione etnica, che secondo gli amanti delle ipotesi più fantasiose sarebbe perseguita dalla solita cupola pluto-giudaico-fascio-marxista-supercazzolosa-con-scappellamento-a-destra-come-se-fosse-antani.
Chi vuole manodopera a basso costo è interessato, come dice la stessa espressione, al costo di tale manodopera, non alla sua etnia. La sostituzione etnica sarebbe semmai una conseguenza e non il fine del meccanismo.
Per assurdo, a sostituzione avvenuta, gli "industriali capitalisti", o chi per essi, per risparmiare sui costi del lavoro andrebbero in cerca di cristianissimi bianchi emarginati, mettendo in moto dunque un processo di sostituzione etnica a parti invertite.
Un circolo vizioso insomma. Il solito vicolo cieco in cui si ficca chi crede a teorie fantasiose solo perché hanno il fascino, appunto, delle teorie fantasiose.

Disegno sinistro - parte settima: l'estremizzazione


Trovate le altre puntate della saga "Disegno sinistro" seguendo questo link.

Lo sbilanciamento che genera la polarizzazione alimenta — ed è alimentato da — un circolo vizioso di natura socio-politico-mediatica per mezzo del quale la polarizzazione stessa viene amplificata ed esaltata piuttosto che attenuata o placata.
Alla lunga questo processo instabile volto alla crescita costante non può che portare all'estremizzazione.
Oggi stiamo appunto in uno dei picchi dovuti a questo diabolico meccanismo, i cui effetti e sintomi sono evidenti osservando il tono ed il livello del dibattito in seno all'opinione pubblica.
Dibattito che riassumerei così: cialtroneria cazzara urlata a pieni polmoni.

Quanto fa male


quanto fa male accorgersi
di aver ferito qualcuno
senza farlo apposta
senza farci caso

Il doppio problema del caldo


Il caldo è un problema oggettivo, fisico e praticamente irrisolvibile da parte dei singoli individui. La reazione mentale al caldo però è soggettiva, arbitraria e almeno in parte controllabile.
Quando fa molto caldo, come ora, il nostro sistema lo percepisce e reagisce in maniera biologicamente prevedibile. La nostra reazione mentale però dipende totalmente da noi.
Io in questi giorni percepisco il caldo come tutti. Sudo, mi stanco, cerco sollievo al fresco. Non posso dire però che stia soffrendo. Non come la maggior parte delle persone con cui interagisco, almeno.
Probabilmente sono fortunato, il mio sistema regge il colpo un po' meglio rispetto alla media. Ma credo che questo sia un elemento trascurabile.
Il fatto è che non ci penso, non ne parlo, non mi lamento. Utilizzo un approccio per così dire buddhista o meditativo. Non lo faccio in maniera totalmente intenzionale. Io di natura tengo sempre la mente concentrata su qualche obiettivo: un ragionamento, un ricordo, una fantasia. È un po' come focalizzarsi sulla respirazione quando si medita. Il pensiero del caldo è quindi tenuto lontano. E non mi assilla.
Avere caldo è un problema. Pensarci in maniera ossessiva, negativa, lamentandosi, invece che risolverlo lo aggrava. Aggiunge un secondo problema, se così si può dire. E questo secondo problema non dipende dal clima, ma dalla nostra mente.
È un meccanismo normale, umano, ma non per questo inevitabile. Cadere in una spirale vittimistica crea dipendenza. Ci fa soffrire e ci soddisfa al tempo stesso. Lamentarsene con gli altri poi assolve due funzioni. Innanzitutto, come dice il proverbio: "mal comune mezzo gaudio". In secondo luogo, cerchiamo nell'interlocutore comprensione, simpatia ed empatia.
Purtroppo però questo meccanismo necessita una totale concentrazione della nostra mente su una condizione sgradevole — l'avere caldo appunto — e questo ci fa soffrire.
Può sembrare controintuitivo, ma per sopportare meglio il caldo, soffrendolo meno, è necessario lasciare che se lo sobbarchi il corpo, tenendo la mente ancorata a pensieri più piacevoli o comunque più utili.
Come direbbe un saggio delle banalità qualunque: avere un problema è brutto, ma accollarsene due è anche peggio.

Non sono vegano, semmai sono erbivoro


Da una decina d'anni a questa parte mi nutro di soli prodotti della terra: verdure, cereali, legumi, frutta. Niente carne, niente pesce. Evito anche uova e latticini, anche se ogni tanto mi ritrovo a mangiarne mio malgrado.
Ma allora sei vegano? NO!
Ma come? E quindi arriva la solita, pedantissima (nonché errata) classificazione a cavallo tra il burocratico e l'antropologico: se mangi uova e latticini SEI vegetariano, se non mangi nemmeno quelli SEI vegano.
Come ho già detto: NO!
Innanzitutto la dieta vegetariana non dovrebbe includere uova o latticini. E pensandoci un attimo lo si capirebbe subito. Le uova crescono sugli alberi? No. Il latte sgorga dalle piante? Nemmeno. Sono prodotti animali. La radice della parola "vegetariano" è "vegetale", quindi uova e latte NON sono inclusi. La vera alimentazione vegetariana è in realtà quella che viene comunemente (ed erroneamente) chiamata vegana. E quella che viene comunemente chiamata vegetariana, nel gergo dei nutrizionisti è definita ovo-lacto-vegetariana. Quindi NON vegetariana.
Okay, va bene, ma torniamo a bomba. Perché se mangi come un vegano non puoi essere definito vegano? Proprio per quello che hai detto, vecchio mio. Perché MANGIO COME un vegano, ma NON SONO un vegano.
Che significa? Qual è la differenza? Allora, premetto che non sono un esperto della materia ma, per il poco che so, il veganesimo è un movimento attivista che si batte in difesa dei diritti degli animali. Diritti che comprendono anche quello a non essere utilizzati per scopi alimentari. Si tratta di un gruppo che opera lobbismo a livello politico, effettua pressioni sociali, pratica l'evangelizzazione e cura il proprio marketing. Va da sé che se ti batti per il diritto degli animali a non essere sfruttati per fini alimentari, non puoi mangiare prodotti animali.
Avete colto la sottigliezza? Il vegano non è vegano perché mangia solo vegetali, bensì mangia solo vegetali perché è vegano. Se non vi è chiara la differenza (che è enorme) vi consiglio di riprendere in mano i testi di logica delle superiori.

Conseguenze di tutto ciò (tra parentesi la mia posizione a riguardo):
- Un vegano potrebbe avere l'acquolina in bocca quando vede una bistecca, ma si impone comunque di non mangiarla. (Io mangio frequentemente seduto a tavola con onnivori e i loro piatti non mi fanno alcuna voglia. Se mi andasse di mangiare carne, mangerei carne. Non scelgo il menù per questioni di principio bensì di gusto.)
- Se vi sembra che il vegano rompa il cazzo, è perché è votato per presa di posizione alla pressione sociale e all'evangelizzazione. È il ruolo sociale che si è assegnato. Rompe il cazzo, sì, ma è coerente coi propri principi. (Come già detto, io mangio spesso con persone che ordinano carne o pesce e non rompo il cazzo a nessuno, anzi spesso succede l'esatto contrario: c'è gente che scassa la minchia a me. Inoltre io simpatizzo per i diritti degli animali ma comprendo che ci sono abitudini ancestrali che non possono essere ignorate.)
- La dieta vegetariana (quella vera, vedi sopra) viene chiamata vegana perché i vegani si sono dimostrati molto abili nello svolgere azioni di marketing. E quelli a cui i vegani stanno sul cazzo hanno abboccato al tranello come allocchi, finendo per fare loro pubblicità. (Io non ci ho abboccato e quello che scrivo ne è la prova. Inoltre cerco di attuare opera di divulgazione ma, credetemi, è come svuotare il mare con una paletta.)
- Il veganesimo è un movimento piuttosto recente (metà del ventesimo secolo) e occidentale (fu fondato nel Regno Unito). Tuttavia in oriente milioni di persone mangiano solo prodotti vegetali da millenni e non si sono mai sognati di farsi chiamare vegani. (Io prediligo alimenti vegetali fin da quando ero bambino. È una mia caratteristica personale, che mi differenzia persino da altri membri della mia famiglia. Sono passato ad escludere completamente gli ingredienti animali dalla mia alimentazione da adulto, sganciandomi da condizionamenti sociali e imparando a dare retta al mio organismo, dopo aver trascorso periodi più o meno lunghi in ambienti votati al vegetarianesimo, proprio in estremo oriente. Non ho mai avuto niente a che fare col veganesimo moderno, a vocazione attivistica e di stampo occidentale.)

Esclamazioni de-blasfemizzate


Supponiamo che qualcuno, quando per esempio si martella un dito, voglia sfogare la rabbia con un'esclamazione forte e blasfema — una bestemmia insomma — ma con garbo, senza urtare la sensibilità o la devozione di nessuno.
Certo, potrebbe ricorrere a versioni edulcorate usando paronimi eufemistici come "zio porco", "maremma maiala" o "bio parco". Io però ho escogitato una tecnica diversa e più versatile, che offre anche un certo spazio alla creatività.
Funziona così. Pensate ad una bestemmia. Createne l'acronimo. Poi "bacronimizzate", generando un'innocua espressione di vostra scelta. Quindi esclamate l'espressione testé ricavata.
Messa giù così può risultare poco chiara. Spieghiamola con un esempio. Ho immaginato una bestemmia. Ne ricavo l'acronimo: D.C. (avrete sicuramente indovinato la mia scelta). Ora genero un bacronimo, utilizzando un'espressione inoffensiva. Per esempio: [D]emocrazia [C]ristiana. La prossima volta che il ferro da stiro mi precipita sull'alluce, posso dunque urlare: "Democrazia Cristiana!"
È chiaro il meccanismo?

Altri suggerimenti:
Data Center!
District of Columbia!
Provincia di Padova!
Partito Democratico!
Decreto Legge!
Lavoro Digitale!
Diretto Piazze!
Democrazia Proletaria!
Monte Paschi!
Primo Ministro!
DataBase!
BirthDay!
Beni Demaniali!
E così via. Sbizzarritevi!

Troppo poco per troppo tanto


Si parla molto di salari bassi. Gente che si fa il culo sotto padrone per poco più di mille euro al mese. Un insulto in effetti.
Io ci ho provato (per poco a dire il vero) a fare il servo di lusso, con titoli, livrea e stronzate varie. Ho anche percepito stipendi invidiabili, diciamo del livello per cui un italiano medio ad oggi smetterebbe di lamentarsi.
Eppure mi sono sempre sentito defraudato. 8 ore o più in ufficio, 5 o 6 giorni alla settimana, un mese scarso di ferie all'anno. Orizzonte lontano quanto il giorno della pensione, cioè quando la parte piu bella della vita sarà stata sprecata tra open space e mense aziendali e resterà solo l'energia sufficiente per decidere come riposare.
Mi chiedevano ciò che di più prezioso avevo: la libertà di gestirmi le mie giornate. Ogni mattina al risveglio sentivo lo stomaco strizzato tra i magli di una morsa tanto invisibile quanto fisicamente reale: non riuscivo a dare un senso al genere di vita che stavo vivendo. Nessun aumento, bonus, incarico, titolo o ruolo mi avrebbe ricompensato per ciò a cui stavo rinunciando.
Tra l'altro nelle aziende in cui ho lavorato sono sempre stato trattato tutto sommato bene. Ho anche conosciuto delle belle persone, con alcune delle quali sono restato in contatto. Non era quindi una questione di posto di lavoro sbagliato. Si trattava proprio di una mia personale incompatibilità con quel tipo di vita.
La decisione di mollare tutto, che sembrava una follia — soprattutto ai tempi in cui il contratto a tempo indeterminato era praticamente blindato per legge —  per me fu quella piu facile che potessi prendere.
Ho sempre preferito fare il precario permanente, senza appigli, a volte al verde, ma spensierato, sereno. Anche, perché no, felice.
Finora, tra alti e bassi, l'ho sfangata. Magari un giorno sarà catastrofe. L'accetterò proprio perché fino ad un momento prima avrò fatto quello che volevo. Se non si può vivere a lungo è meglio almeno vivere bene.
Riassumendo il tutto con un aforisma potrei dire: "Il prezzo della mia libertà è la povertà materiale, perché ho detto no tutte le volte che mi veniva offerto del denaro per rinuciarvi."

Il ritorno di esse


Quando tali sciocchezze
avrai un giorno scordato,
sarà la vita sprecata
il tuo rimorso più grave.
Ora però ti preoccupi
proprio di quelle facezie,
non del tempo che invece
esse già ti han sottratto.

Evoluzionismo vs creazionismo: la complessità


Molti creazionisti sostengono che la complessità degli organismi avanzati è prova dell'esistenza di un creatore, perché solo una divinità potrebbe aver creato qualcosa di così complicato.
In realtà la complessità prova esattamente il contrario. L'evoluzione procede senza un piano, senza nemmeno un fine, per progressivi minuscoli passaggi di adattamento, nel corso di periodi di tempo lunghissimi, aggiungendo di volta in volta un tassello in maniera casuale, senza avere una direzione.
Proprio per questo solo l'evoluzione può arrivare a soluzioni così esageratamente complesse.
Se ci fosse stato un creatore le funzioni in natura sarebbero le stesse (o anche migliori), ma sarebbero eseguite tramite strutture e meccanismi molto più semplici.
La complessità tipica di alcune strutture della natura non può quindi essere utilizzata come prova conclusiva dell'ipotesi creazionista. 

Progressismo de noantri


Breve riflessione a proposito dei progressisti in Italia. Innanzitutto il nome. Li chiamo così per mancanza di un termine migliore: "sinistra", così come "destra", ormai rendono patetico chiunque li pronunci.
Il loro problema, perché è evidente che da qualche anno in qua hanno un problema, è in parte identitario e in parte di approccio.
In un mondo in cui la classe proletaria e operaia di una volta non esiste più, hanno dovuto, per loro stessa natura, identificare delle nuove battaglie, dei nuovi deboli i cui diritti vanno difesi.
Questa è la fonte del primo problema, perché questi gruppi di cui hanno preso le difese sono eterogenei, con istanze spesso in contrapposizione tra loro (ad esempio le minoranze gender e gli immigrati provenienti da luoghi con retroterra culturale estremamente tradizionalista e spesso bigotto), avversate persino dai loro elettori storici.
Io in realtà sono anche d'accordo su alcune loro posizioni. Innanzitutto perché spesso sono anti populiste, e questo già è un merito.
Non sono d'accordo invece sul metodo che adottano. E qui entra in gioco il secondo dei problemi a cui accennavo.
Non si possono forzare sulla società visioni che per quanto possano essere giuste sono comunque rivoluzionarie rispetto a modi di pensare antichi e radicati. Le persone vanno accompagnate verso la modernità con umiltà, comprensione, spiegazioni facili da afferrare. Non vanno insultate, disprezzate, snobbate e fatte sentire arretrate solo perché sono titubanti di fronte al cambiamento. Anche dove il cambiamento si rende necessario o è addirittura inevitabile.
Ho letto alcune reazioni di illustri intellettuali e artisti veneziani alla vittoria del candidato sindaco di "destra". Sproloqui superbi, disprezzo per la plebaglia, disinteresse per i problemi della gente comune da parte di chi non si rende conto di non avere gli stessi problemi di quelle persone non perché ha un'idea del mondo migliore, ma solo perché è privilegiato, e crede che quel privilegio durerà in eterno.
Non ci siamo. Se questo è il loro stile comunicativo, anzi il loro stesso manuale di condotta, finiranno per essere sempre più distaccati da un elettorato che fa fatica a capire di cosa stiano parlando. Anche quando in realtà stanno cercando di fare passare un messaggio giusto.

Venite, venite


Venite, venite,
io sono un muro
su cui qualcuno
ha dipinto un tunnel.
Venite, venite,
tirate dritto,
cadete nel tranello,
entrate in galleria!

A chi...


A chi non accudisce
la propria integrità,
sembrerà normale,
fors'anche virtuoso,
trasformare in falsità
una sgradita verità.
A chi invece coltiva
il seme dell'inganno,
naturale apparirà,
e magari pure scaltro,
un'opportuna falsità
tramutare in verità.

Una parola


Se quello che vuoi dire
puoi dirlo con una parola,
dillo con una parola.

Cognomi buffi

Ho un cognome particolare: Pulito. Fin dai tempi delle elementari ha sempre suscitato l'ilarità dei miei compagni, che bonariamente ci scherzavano su. Le loro battute non erano proprio ricercatissime (Sporco, Onto, bla-bla-bla...). Non mancò qualche eccezione: la più bella fu quella di uno spiritoso liceale di Piove di Sacco che durante la ricreazione mi chiamò "Rotowash" (nome di pulitrici industriali rese famose da un popolare spot che andava in onda nelle tv locali durante gli anni ottanta).
La migliore ironia sul nostro cognome però l'abbiamo sempre fatta noi stessi Pulito.
Una mia compagna di classe mi ricorda che, mentre eravamo in gita in Toscana o in Umbria, facevo il bulletto accanto ad un cartello che recitava: "Pulito è più bello!"
Un'altra volta ero al mare con mio fratello. Ci facemmo immortalare avvinghiati accanto ad un'insegna su cui stava scritto: "Tenere pulito in spiaggia!"
C'è anche una versione internazionale della satira. Quand'ero al liceo chiacchieravo sempre disturbando le lezioni. Una volta stavo rompendo le palle al prof di inglese, confabulando con un mio amico, che di cognome fa Righi. L'insegnante interruppe la spiegazione, attese che sulla classe calasse il silenzio, cominciò a scuotere la testa e ripeté come un mantra una battuta che divenne leggendaria: "Clean and Stripes, Clean and Stripes, Clean and Stripes...". Pulito e Righi, appunto.
Morale della favola: se avete un cognome buffo e ve ne crucciate, non disperate. La creatività, vostra o altrui, è sempre dietro l'angolo.

L'illusione dei gruppi


I gruppi politici, economici o religiosi non esistono nel mondo reale. Sono un prodotto della nostra mente.
Ovviamente, nonostante questi gruppi non esistano in qualità di vere e proprie entità fisiche, sono trattati come tali, e le persone si identificano come membri di uno o più di essi. Questi individui esistono eccome - sono reali - e dal momento che dichiarano la loro affiliazione ad un gruppo, noi siamo indotti a postulare anche la realtà del gruppo stesso.
Questo è il punto in cui inizia l'illusione, ma non quello in cui finisce. I gruppi noi li profiliamo, ottenendo così serie piuttosto precise di caratteristiche a loro associate. Di conseguenza tendiamo ad attribuire un pacchetto di caratteristiche a tutti i membri di un gruppo, come se questi non fossero esseri umani dotati della loro unicità, bensì semplici ripetizioni di un dato modello. Un procedimento che se applicato a noi stessi ci sembrerebbe inaccettabile viene allegramente utilizzato per semplificare il resto del mondo.
Ciò può anche andare bene in certe specifiche circostanze. Tuttavia dobbiamo sempre tenere a mente che quasi nessuno dei membri di quel gruppo è correttamente descritto da quella serie di tratti identificativi. Di fatto, la maggior parte di essi potrebbe non essere associabile ad alcuno di quegli attributi.
Questo distinguo non è solo importante: è fondamentale. Le conseguenze di una tale trappola mentale possono infatti risultare socialmente disastrose.
I gruppi possono essere molto utili come strumenti concettuali. Fate però sempre attenzione a non prenderli troppo seriamente.

Disegno sinistro - parte sesta: la follia collettiva


Trovate le altre puntate della saga "Disegno sinistro" seguendo questo link.

Il disegno sinistro ha però anche un effetto collaterale che, chissà, potrebbe persino giocare a sfavore di chi lo causa.
Gli italiani, ma forse non solo loro, stanno progressivamente e inesorabilmente scivolando in un baratro di follia collettiva. Vivono ormai in un mondo virtuale in cui credono di essere coinvolti e impegnati in lotte sempre più lontane dalla trama delle loro vite, crisi di cui conoscono solo ciò che la propaganda rifila loro, a qualunque fazione si ispirino.
Un tempo litigavano per la recinzione in comune col vicino, per il prezzo delle uova, per la manutenzione della caldaia. Ora si trovano in piazza e si mandano in culo in nome di paesi, popoli ed eventi lontani.
Per non parlare del tempo e dell'energia che impiegano gratuitamente, accettando acriticamente le direttive di parte, quando per richieste più ragionevoli e retribuite non esitano a mostrare il dito medio al proprio datore di lavoro.
Davvero incredibile la potenza della propaganda, la minuziosità del lavaggio del cervello impartita.
Goebbels sembrava uno sfigato che senza l'ascesa del nazismo sarebbe stato destinato all'oblio. Ma è incredibile la quantità di talento, anche maligno, che le vicende storiche possono lasciare sotterrata o portare alla luce in maniera assolutamente arbitraria.
Li hanno sconfitti i nazi, certo, ma alcune loro tecniche se le sono studiate minuziosamente.

Il disturbo patologico


Non capirò mai cosa animi quelle persone che hanno già tanti soldi e continuano a volerne accumulare.
Credo sia un disturbo patologico, perché non ha alcun senso razionale o pratico.
Per me i soldi portano un unico grande vantaggio: il non doversi più preoccupare di farne. Potersi finalmente dedicare a tutto il resto. Cioè la parte bella della vita. 

P.S. Mi riservo di confermare il tutto quando avrò finalmente scavalcato la soglia della povertà.

Accettare il caos


Le persone spesso fanno fatica ad accettare l'elusività di una realtà estremamente complessa, globalizzata e interconnessa, dove un evento apparentemente minore che ha luogo in un oscuro punto del mappamondo possa stravolgere le loro comode vite a migliaia di chilometri di distanza.
Tendono quindi a prediligere spiegazioni che sono al contempo semplici da comprendere e affascinanti da seguire. Un po' come la trama di un blockbuster hollywoodiano, quando invece il modello cinefilo simbolicamente più adatto sarebbe quello dei drammi esistenziali da cinema d'essai.
Le più tipiche tra queste spiegazioni contemplano piani di controllo delle masse monolitici, operati da un piccolo gruppetto di individui super potenti, tutti d'accordo tra loro, per fottere noi miliardi di poveri pedoni.
La realtà ovviamente è più simile ad un groviglio caotico, in cui si intrecciano numerosi schemi di controllo, potentati, mandarinati, eventi casuali, opportunismo, intuizioni, visioni, errori, colpi di culo, rapporti di forza. È un po' la traslazione su un livello globale di ciò che ci accade quotidianamente nelle nostre piccole e insignificanti vite. Siamo noi stessi dei minuti nodi di un grafo estremamente complesso, lo constatiamo di persona ogni singolo giorno: come possiamo pensare che l'intero mondo sia invece semplificabile con una narrativa da cartone animato giapponese?
Più riesci ad accettare, comprendere e gestire il caos, più resti coi piedi ancorati a terra e hai possibilità di rimanere a galla. Seguendo le teorie del piano supremo ti perdi invece in una realtà virtuale-parallela che può facilmente tramutarsi in un vero e proprio manicomio.
Il mio consiglio: stanne fuori. Meglio confusi che impazziti.

Disegno sinistro - parte quinta: la traslazione


Trovate le altre puntate della saga "Disegno sinistro" seguendo questo link.

Ma poi notate: le polarizzazioni che funzionano meglio nel contesto della "matrix" sono proprio quelle "traslate".
Gli esempi sono i soliti. Ci sono due popoli che combattono una guerra vera, a migliaia di chilometri da qui. E parallelamente da noi si sviluppano due fazioni, per l'appunto "traslate", che simulano un conflitto le cui radici, motivazioni e ideali appartengono a ecosistemi totalmente estranei al nostro e per ciò difficilmente comprensibili nei loro più minuti dettagli culturali e anfratti antropologici. Questi sono gli elementi della contesa più reconditi e ancestrali, e proprio per questo i più fondamentali. Tale inafferrabilità è la ragione per cui tutta la questione viene semplificata in maniera banale, patetica e tristemente ridicola.
Lo stesso succede per altre questioni, traslate su dimensioni diverse da quella spaziale: fascismo e antifascismo sulla dimensione temporale, virus e vaccini su quella scientifica, capitalismo e comunismo su quella economica.
Ciò che rende queste polarizzazioni efficaci è proprio l'elusività dei temi, lontanissimi dagli ambiti concreti della vita delle persone che vi abboccano, e quindi persistenti in quanto non direttamente verificabili.
Il motto ormai è noto: "Lascia che i polli si azzuffino su questioni traslate. Sarà poi facile fotterli nel loro contesto più intimo."

Grigia periferia, domenica sera


Grigia periferia
Lampade al neon
Pioggia fine
Gelido vento
Pozzanghere untuose
Vetri appannati
Cartoni bagnati
Suole zuppe
Passi svelti
Cicche ciacche
Alito umido
Naso chiuso
Corvi in posa
Blatta spiaccicata
Poster slavati
Semaforo spento
Zebrate sbiadite
Aiuola scarna
Ombrello divelto
Cigolio di cardini
Zerbino liso
Lume intermittente
Impronte melmose
Scalini concavi
Corrimano lucido
Puzza di muffa
Chiavistello arrugginito
Strattone alla porta
Luce fioca
Piatti sporchi
Pantofole sfondate
Tendina strappata
Gocce sulla finestra
Mezza boccia di rosso
Avanzi di frittata
Pane raffermo
Moka annerita
Doccia che perde
Dentifricio rappreso
Letto sfatto
Libro ingiallito
Falena che sbatte
Occhi pallati
Lucida insonnia
Spunta l'alba
È già lunedì

Cronaca nera


Il vero squallore sta da parte dei media nel dare in pasto al pubblico tragedie come se si trattasse di telenovelas.
E da parte del pubblico nel predarle come se fossero blocchi di carne gettati nella gabbia delle tigri.
Una cosa disgustosa. Sia da parte dei media sciacalli, sia da parte dei cittadini morbosi.
Porco mondo, che schifo.

Sveglia!


Non è che se scrivi "Sveglia!" alla fine della frase trasformi la cazzata che hai testé sparato in una genialità.
Resta una cazzata, seguita da "Sveglia!"
Quindi, facendo bene i conti, fanno due cazzate: 1) quella che hai scritto prima di "Sveglia!" e 2) "Sveglia!
P.S. Sveglia!

La truffa


Molta gente è convinta che una fresca ondata di scienza arrogante, gretto materialismo e freddo ateismo cerchi da qualche secolo in qua di spazzare via l'edificio nobile di una tradizione filosofico-religiosa che esiste da sempre, che è in un certo senso innata alla cultura europea. Forse addirittura alla natura umana. Mi riferisco ovviamente a tutte le correnti di pensiero ispirate all'idealismo, laiche o religiose che siano.
La vita, la nostra natura, quella che ci circonda, la voglia di realizzarci nel mondo che scopriamo attorno a noi: questo è il vero punto di partenza, l'impianto fisso su cui costruire qualsiasi struttura culturale. E lo stimolo a comprendere tutto ciò è il tipo di curiosità che ha guidato l'attività umana per decine e decine di migliaia di anni, fin da prima che si parlasse di scienza, materialismo o ateismo. Questa è la nostra vera tradizione.
Solo poco più di duemila anni fa sono iniziati i deliri (anche belli e interessanti, per carità) degli idealisti e dei loro vari spin-off mistico-metafisici. Ci hanno spiegato che tutto quel che vediamo e sentiamo non è reale, anzi è materiale immondo da cui tenersi alla larga. I sensi sono fallaci, l'universo va interpretato con la narrativa, o addirittura con la fantascienza. Le idee superiori sono tutto ciò che conta. Il cavallo idealizzato, che non vedrete mai, è più importante di quelli che vi è capitato di osservare dal vero: bellissimi, certo, ma insignificanti. E poi il corpo è pattume, mentre l'anima è sublime. La vita che conduciamo è spregevole, e per questo va vissuta nel disprezzo di sé stessi, nel senso di colpa, nel pentimento e nell'espiazione, possibilmente nei pressi di una caverna, a schernire i coglioni che si godono lo spettacolo delle ombre sul fondo, in attesa di quella, sublime e veritiera, che verrà dopo la morte, la quale non è quindi la fine bensì l'inizio della vera esistenza. 
Concezioni spirituali e antropologiche antichissime come quelle animistiche e dionisiache, ma anche politeistiche, che celebravano natura e vita, e che erano pienamente in linea con ciò che sentiamo e intuiamo, sono state sostituite da idee astratte, demiurghi, entità manichee. Tutta paccottiglia a cui la nostra mente fin da subito oppone i suoi legittimi dubbi. Dubbi che i cattivi maestri non sono mai stati in grado di dissipare con argomentazioni oneste, costretti sempre a rifugiarsi in risposte sleali, assurde e soprattutto non falsificabili, quindi intellettualmente meschine per definizione: la conoscenza superiore, gli spiriti sacri, la fede, i miracoli, i miti, il regno dei cieli, il giudizio universale.
Prendersela con scienza, ateismo e quant'altro è come notare il dito che punta alla luna. La verità l'abbiamo sempre osservata con i nostri occhi, ascoltata con le orecchie, toccata con le dita e respirata con il naso, e fino a quando Platone, o chi per esso, introdusse come nuovo paradigma l'idealismo, era stata nota a chiunque. Ed è una realtà bellissima, non qualcosa di cui diffidare.
Chi rigetta gli idealismi e i loro sviluppi, religiosi o filosofici che siano, cerca solo di capire questa realtà. Mettere in discussione sistemi idealistici è una normalissima conseguenza di questa nobile, antica, umana attività.
L'idealismo non ha subito un vile attacco alle spalle. È l'idealismo che ha aggredito la natura dell'uomo. E finalmente, dopo secoli bui, è arrivato qualcuno a vendicarla.
L'inganno era già stato esposto da Galileo Galilei, Giordano Bruno e altri poveracci emarginati, ingattabuiati o addirittura arsi sul rogo nei secoli. È stato infine demolito da Nietzsche con la trasvalutazione dei valori e frantumato da Popper con il principio della falsificazione.
È incredibile che sulla poltiglia che ne rimane scivoli ancora tanta gente.

L'acquario


Per quanto a chi sta sguazzando dentro a un acquario
si cerchi di spiegare che sta sguazzando dentro a un acquario,
questi non capirà che sta sguazzando dentro a un acquario,
proprio perché sta sguazzando dentro a un acquario.

Il vero complotto


Non ho mai capito per quale ragione chi non resiste al fascino delle teorie del complotto, invece di occuparsi di casi non verificabili - lo sbarco sulla luna, l'undici di settembre, la cupola pluto-giudaica e via dicendo - non si concentri invece sulle cospirazioni che sono sotto gli occhi di tutti, da secoli se non addirittura da millenni.
Mi riferisco ai meschini, vili, subdoli e delinquenziali lavaggi del cervello operati su bimbi e ragazzini, per fini religiosi, patriottici, militari o politici.
A chi cazzo verrebbe in mente, in età adulta, di credere a regni dei cieli e giudizi universali, a supremazie su popolazioni che vivono su territori al di là di confini tracciati arbitrariamente, a ragioni supreme per farsi ammazzare, a sistemi di governo fallaci, se tali convinzioni non fossero impiantate nella testa degli individui quando la loro mente è in fase di formazione, ancora vulnerabile e incapace di valutare cosa sia meglio per il proprio benessere?
Credo sia il crimine collettivo più squallido ed efferato che sia stato commesso e si continui a commettere a livello globale. Una schifezza contro cui tutti, avendola subita, dovremmo ribellarci. E da cui dovremmo soprattutto tenere al sicuro i nostri ragazzi.
Paradossalmente sono spesso gli stessi genitori che offrono i loro figli in sacrificio sull'altare della convenienza sociale. Gli stessi genitori che magari si indignano se i loro ragazzi prendono un'insufficienza in matematica. L'onta del voto negativo no, la circonvenzione e la manipolazione mentale sì. Pazzesco. Un obbrobrio per cui riesco a trovare poche giustificazioni accettabili, ma molte bieche motivazioni.
È arrivata l'ora del risveglio: complottisti di tutto il mondo: unitevi! Lasciate perdere le vostre inutili speculazioni su argomenti inverificabili e puntate il dito contro questo evidentissimo scempio. Lottate finalmente per avere un mondo migliore. Salvate i nostri giovani dal plagio organizzato e legalizzato, mistico o secolare che sia.
Le generazioni future ve ne saranno grate. Se vi interessa essere ricordati per aver scelto il lato giusto della storia, questo è il vostro momento.

Diffidenza


Lo scettico e il bastian contrario sono personalità caratterizzate da atteggiamenti profondamente diversi.
Il primo è un virtuoso che coltiva il dubbio, prova a capire, sa sospendere il giudizio. È pronto a mettere tutto in discussione, ma procede con metodo, cerca prove, usa il ragionamento.
Il secondo è un collezionista di certezze ottuse, spesso vittima di ridicole polarizzazioni. Rigetta pregiudizialmente ogni affermazione ufficiale, alle volte anche solo per il gusto di farlo. Mosso dalla smania di apparire più "furbo" finisce per essere un negazionista compulsivo.
Lo scettico è ispirato da curiosità e senso critico. I suoi strumenti sono i fatti, i dati e la logica. Persegue il suo obiettivo con rigore e pazienza.
Il bastian contrario è spinto da fobia e vanità. Speculazione e diffidenza sono gli attrezzi nella sua cassetta. Non ha tempo per l'analisi, conclude in fretta.
Lo scettico studia il sistema, ne individua i vincoli e manovra con cautela i gradi di libertà.
Il bastian contrario strattona, si dibatte, scalcia, e finisce aggrovigliato in una matassa di fibracce alternative.
Lo scettico nuota controcorrente, da solo, verso la fonte. Il bastian contrario, invece, è risucchiato in un torbido gorgo, in fondo al quale non troverà niente.

Amen - parte terza: la superstizione


Chi per le mie affermazioni su paradiso e inferno non mi accusa di blasfemia o stupidità potrebbe però, anche solo per superstizione, tacciarmi di avventatezza: se l'aldilà esistesse, e l'inferno non fosse la locanda per bagordi a cui aspiri tu, non credi che potrebbero fartici ardere proprio per quello che hai scritto?
La risposta è semplice, anche se non intuitiva. Io il Nuovo Testamento me lo sono letto, in particolare le lettere di Paolo da Tarso alle comunità paleocristiane. Quando Paolone il persecutore si convertì e fu nominato capo delegazione apostolica per l'area dei gentili, perse il pelo ma non il vizio del bacchettone: i requisiti per andare in paradiso da lui fissati sono tanto bizzarri quanto rigorosi. Io mi vedo bene dal soddisfarli e, se tale realtà parallela davvero esistesse, finirei dunque dritto dritto ad arrostire alla "Churrascaria chez Satan".
Quello sarebbe il destino di uno con il mio stile di vita, i miei valori e le mie convinzioni. Lo sarebbe anche se da qui all'ultimo dei miei giorni mi mettessi a scrivere ipocrite leccate di culo all'intero corpo dell'establishment ecclesiastico.
Proprio per questo, visto che comunque mi attenderebbero all'inferno, mi converrebbe farmi amici i gestori di quel locale. Magari mi riserverebbero un angolino meno ardente, dove continuerei a tessere le lodi del padrone di casa.
Chi lo sa? Potrei persino diventare il propagandista ufficiale di corte. Niente male per uno che onde evitare l'uggia paradisiaca è pronto a rischiare di finire impalato ad un girarrosto per l'eternità. No?


Potete leggere l'intera saga "Amen" seguendo questo link.

Servire ed essere serviti


Non tutti i lavori sono uguali. Un conto è lavorare, un altro è lavorare e servire.
Attenzione, quando dico "servire" non intendo genericamente "servire i clienti", intendo proprio agire momentaneamente e volontariamente da loro servo, eseguendo per loro azioni che potrebbero altrimenti sbrigarsi da soli: portare il caffè, pulire il tavolo, lucidare le scarpe, lavare i capelli, tagliare le unghie, consegnare una pizza.
Non è una cosa da dare per scontata. È un'enorme gentilezza prestata dalla persona che vi serve, qualcosa che va ben oltre le mansioni ordinarie di un qualsiasi altro tipo di lavoro con salario equivalente. Ci vogliono qualità umane e dedizione per farlo bene, con gentilezza e dignità.
Io a volte me ne dimentico, ma mi sono preso l'impegno di tenerlo sempre in considerazione. Quando il gesto è eseguito con grazia e chi lo riceve ne diviene consapevole - interrompendo per un attimo il flusso dei pensieri, la conversazione con gli amici o il messaggio che stava scrivendo - avviene uno scambio di segnali specifici che entrambe le parti captano. L'intensità dell'interazione sale di livello e perfino il caffè assume un sapore più intenso.
Se non avete mai provato, fatelo. Non ve ne pentirete.

Amen - parte seconda: l'arringa


Qualcuno avrà pensato che le mie riflessioni su paradiso e inferno (le potete trovare seguendo questo link) siano blasfeme, o magari senza senso: dabbenaggini completamente infondate.
Obiezione, Vostro Onore. Per fugare ogni sorta di malinteso chiamo a testimoniare niente popò di meno che la Bibbia, proprio lei, in carta e inchiostro.
Il libro della Genesi si apre, come tutta la grande letteratura, "in media res", con Dio che, tutto solo chissà da quanto tempo, asfissiato dalla noia cade preda di un creazionismo compulsivo, in seguito al quale ha inizio la storia del mondo. 
Anche il mondo però, così inanimato, non lo salva dal tedio. Quindi, con del materiale di riciclo, come fanno tutti i bimbi svegli per ovviare a quel fastidioso stato d'animo, si costruisce un giocattolino: l'uomo. Poi pianta il giardino dell'Eden e ve lo piazza dentro.
L'uomo però è un po' come me, voleva nascere all'inferno, dove se la sarebbe sicuramente spassata. Invece si ritrova in quel bellissimo posto che assomiglia un po' alla Svizzera o a Singapore: resta per qualche momento imbambolato ad ammirarne lo splendore, ma quando l'effetto "wow" svanisce si comincia a rompere seriamente le palle.
Dio, che in quanto ad empatia ha pochi rivali al mondo, anche perche al mondo c'è solo lui, se ne accorge: come ricordate c'era passato anch'egli poco prima. Gli crea quindi gli animali, ma il trucco si rivela un buco nell'acqua: l'uomo ci giochicchia brevemente e poi se ne stanca.
Dio allora ci riprova generando la donna. Anche questo espediente, a suo modo, ha a che fare con un buco, ma non è di certo un buco nell'acqua. E l'uomo stavolta gradisce. La donna stuzzica la sua curiosità e lo tenta a infrangere il divieto di mangiare i frutti dell'albero della conoscenza. I due birichini, prendendo a pretesto il consiglio di un presunto serpente parlante, mangiano la simbolica mela, avviandosi così sul fantastico sentiero epistemologico che da allora non abbiamo mai abbandonato. 
Il permalosone però li scopre, si infuria e li caccia agli inferi.
Dunque, riassumendo: in paradiso tutti tendono a scassarsi il cazzo, padrone di casa incluso. Non appena cercano di intrattenersi un po' - scopando, curiosando, campando dubbi e facendo domande scomode - vengono invitati ad avviarsi all'inferno, evidentemente un luogo più adatto a quel genere di attività.
Ora, prendendo in considerazione tale fonte al di sopra di ogni qualsivoglia sospetto, ditemi voi, Esimi Membri di questa Illustrissima Giuria: quando ho affermato che l'inferno sarebbe un luogo più interessante del paradiso, dove avrei sbagliato?

Potete leggere l'intera saga "Amen" seguendo questo link.

Vendattori nati


Osservo una tizia che vende fiori in strada. Adocchia una coppietta e le si lancia contro, sventolando il mazzo di rose. Sul viso indossa il sorriso più raggiante, felice e penetrante che tu abbia mai visto.
Non appena capisce che la coppietta non comprerà, quel sorriso sparisce, così, all'improvviso, senza lasciare alcuna traccia su un volto che si è immediatamente riconfigurato in un'espressione arcigna su supporto marmoreo.
Ad ogni nuova coppia di potenziali clienti il rito della sostituzione delle "maschere" si ripete. Un cambiamento così brusco da un assetto estremo all'altro, talmente improvviso e netto che non sapresti dire in quale dei due "stati d'animo" si identifichi la ragazza.
Ma come cazzo fanno?
Vendattori nati.

Amen


Non che ci conti poi molto, ma se davvero ci fosse un aldilà, tra paradiso e inferno io sceglierei il secondo.
Dev'essere un posto pieno di anime che fanno baldoria, chiacchierano, urlano, bevono, fumano, si inebriano, scopano, si infatuano, ballano, cantano, leggono letteratura dissacrante, ascoltano musica tentatrice, pensano, mettono in dubbio, piangono commosse, ridono felici.
Il fuoco non mi fa paura, è solo un simbolo: rappresenta il calore, la gioia, la danza, l'amore.
Il paradiso invece? Due coglioni immani. Quei musi cinerei, i sorrisi spocchiosi, i sottanoni bianco paglierino. Basterebbe lo sguardo mesto da perseguitato politico del portinaio, il sor Pietro, per farmi sprofondare nella più opprimente forma di depressione.
Sinceramente preferisco lo stile carnevalesco, la sfacciataggine e il ghigno beffardo di Satana.
P.S. Quasi dimenticavo: Amen!

Potete leggere l'intera saga "Amen" seguendo questo link.

Disegno sinistro - parte quarta: Matrix


Potete leggere la terza parte seguendo questo link.
L'ho tirata in ballo spesso la Matrix ultimamente. È arrivato il momento di parlarne più diffusamente.
La stupenda trilogia interpretata da Keanu Reeves l'hanno vista un po' tutti. E molti dopo averla guardata si sono esaltati: "È una storia intelligente, io l'ho compresa, quindi sono intelligente anch'io." Pensano.
E in effetti il risultato appare incoraggiante. Poi però li osservi e ti risulta chiaro che non ne hanno colto tutti i lati simbolici, gli aspetti metaforici: ciò che la rende attuale anche senza l'apocalisse tecnologica. Si sono fermati alla trama delle macchine senzienti che succhiano l'energia degli umani facendoli vivere in un sogno simulato, la matrice stessa. Non riescono a fare due più due, ad unire quei benedetti puntini.
Spieghiamo quindi l'allegoria. Nella nostra realtà le macchine possono essere rappresentate dal livello del potere. I sogni - la matrice - sono invece le questioni polarizzate che da quel livello vengono fornite ai cittadini. L'energia succhiata è infine quella degli individui che abboccano al trucchetto e si dedicano anima e corpo a carburare il meccanismo.
Facciamo qualche esempio tratto dalla sequenza di polarizzazioni per volgo diffuse negli ultimi anni. Vi siete schierati, con elmetto e baionetta, prendendo posizione (qualunque posizione) sulle varie diatribe relative alla pandemia? Siete nella Matrix. Vi siete schierati sulla guerra Russia-Ucraina? Siete nella Matrix. Vi siete schierati sulla questione Palestina-Israele? Siete nella Matrix. Vi siete schierati sulla guerra USA-Iran? Siete nella Matrix.
E state sicuri che quando l'interesse sulla crisi del momento scemerà, i controllori della Matrix ve ne forniranno altre. Come già detto il contenuto non è la chiave. L'obiettivo è la distrazione, la spaccatura dell'opinione pubblica. Il divide et impera.
Okay, prendetevi un po' di tempo per rifletterci. Poi, chi non aveva colto il parallelo di cui sopra alla prima visione vada pure a rivedersi il film. Magari stavolta lo capisce davvero.

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Dinamismo costituzionale


Io al referendum sulla riforma costituzionale non ho votato. Ero all'estero ed ero pure contento di avere una buona scusa per non partecipare all'ennesima pagliacciata scarica barile orchestrata dai nostri disastrosi politic(ant)i. Gentucola che per limiti personali e faziosità di schieramenti non riesce a trovare un accordo su questioni fondamentali, riducendo tutto alla solita zuffa polarizzata e condannando il paese al collasso istituzionale. Con le patate bollenti che questi mediocri incompetenti non riescono a gestire e che passano invece ai cittadini io non mi scotto le mani.
Se avessi votato forse avrei scelto il no. Non per le ragioni fuffa avanzate dall'opposizione, che sul tema è tanto colpevole quanto la maggioranza, bensì per consapevolezza della mia inadeguatezza ad affrontare un quesito inadatto ai non esperti in materia.
Non mi è assolutamente piaciuto invece il ragionamento (ragionamento si fa per dire) di chi ha proposto di votare no perché la nostra costituzione è una creazione perfetta, infallibile ed eterna che non va quindi toccata. Mai. A prescindere. Ma dove vivono costoro, in una campana di vetro?
Innanzitutto i padri costituenti, consapevoli che il loro lavoro era solo l'inizio dell'opera, hanno inserito con lungimiranza il meccanismo di modifica. Quindi chi è aprioristicamente contrario alle riforme costituzionali abbia almeno le palle di prendersela con quelli che fa invece finta di osannare.
In secondo luogo la carta iniziale si inquadra in un preciso momento storico. Il mondo cambia di continuo, e nell'ultimo secolo lo ha fatto in maniera vertiginosa. Pensare che una costituzione stesa alla fine della guerra possa resistere, immutata e monolitica, a sconvolgimenti geopolitici, tecnologici e sociali quali quelli degli ultimi decenni è allucinante.
Prendete come esempio l'apertura: l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. A parte che non mi è mai stato chiaro perché proprio sul lavoro? Perché non sulla dignità, o l'autorealizzazione o lo sviluppo sociale e culturale degli individui? Ma va beh, mettiamo che a quei tempi, a cavallo tra monarchia e repubblica, col paese da ricostruire, un po' di propaganda motivazionale potesse starci. Vi sembra tuttavia che oggi, quando chiunque rischia di essere rimpiazzato al lavoro dalle nuove tecnologie, possa ancora avere senso un articolo del genere? Cioè l'Italia dovrebbe essere una repubblica fondata sul lavoro svolto da Gemini o C1-P8?
E questo è solo un esempio. Molti degli articoli potrebbero rivelarsi inadeguati al continuo cambiamento. La costituzione non è una fortezza assediata da difendere. È uno strumento che deve essere coerente con l'attualità della congiuntura nazionale e internazionale. Se questa cambia e la carta non è più adeguata, le modifiche si rendono necessarie. Ma certa gente ripete a pappagallo, per giunta urlando, slogan che non hanno alcun significato, senza nemmeno interrogarsi sulla liceità di ciò che dice.
Disarmante, davvero, deludente ed estremamente deprimente.