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Servire ed essere serviti


Non tutti i lavori sono uguali. Un conto è lavorare, un altro è lavorare e servire.
Attenzione, quando dico "servire" non intendo genericamente "servire i clienti", intendo proprio agire momentaneamente e volontariamente da loro servo, eseguendo per loro azioni che potrebbero altrimenti sbrigarsi da soli: portare il caffè, pulire il tavolo, lucidare le scarpe, lavare i capelli, tagliare le unghie, consegnare una pizza.
Non è una cosa da dare per scontata. È un'enorme gentilezza prestata dalla persona che vi serve, qualcosa che va ben oltre le mansioni ordinarie di un qualsiasi altro tipo di lavoro con salario equivalente. Ci vogliono qualità umane e dedizione per farlo bene, con gentilezza e dignità.
Io a volte me ne dimentico, ma mi sono preso l'impegno di tenerlo sempre in considerazione. Quando il gesto è eseguito con grazia e chi lo riceve ne diviene consapevole - interrompendo per un attimo il flusso dei pensieri, la conversazione con gli amici o il messaggio che stava scrivendo - avviene uno scambio di segnali specifici che entrambe le parti captano. L'intensità dell'interazione sale di livello e perfino il caffè assume un sapore più intenso.
Se non avete mai provato, fatelo. Non ve ne pentirete.

Amen - parte seconda: l'arringa


Qualcuno avrà pensato che le mie riflessioni su paradiso e inferno (le potete trovare seguendo questo link) siano blasfeme, o magari senza senso: dabbenaggini completamente infondate.
Obiezione, Vostro Onore. Per fugare ogni sorta di malinteso chiamo a testimoniare niente popò di meno che la Bibbia, proprio lei, in carta e inchiostro.
Il libro della Genesi si apre, come tutta la grande letteratura, "in media res", con Dio che, tutto solo chissà da quanto tempo, asfissiato dalla noia cade preda di un creazionismo compulsivo, in seguito al quale ha inizio la storia del mondo. 
Anche il mondo però, così inanimato, non lo salva dal tedio. Quindi, con del materiale di riciclo, come fanno tutti i bimbi svegli per ovviare a quel fastidioso stato d'animo, si costruisce un giocattolino: l'uomo. Poi pianta il giardino dell'Eden e ve lo piazza dentro.
L'uomo però è un po' come me, voleva nascere all'inferno, dove se la sarebbe sicuramente spassata. Invece si ritrova in quel bellissimo posto che assomiglia un po' alla Svizzera o a Singapore: resta per qualche momento imbambolato ad ammirarne lo splendore, ma quando l'effetto "wow" svanisce si comincia a rompere seriamente le palle.
Dio, che in quanto ad empatia ha pochi rivali al mondo, anche perche al mondo c'è solo lui, se ne accorge: come ricordate c'era passato anch'egli poco prima. Gli crea quindi gli animali, ma il trucco si rivela un buco nell'acqua: l'uomo ci giochicchia brevemente e poi se ne stanca.
Dio allora ci riprova generando la donna. Anche questo espediente, a suo modo, ha a che fare con un buco, ma non è di certo un buco nell'acqua. E l'uomo stavolta gradisce. La donna stuzzica la sua curiosità e lo tenta a infrangere il divieto di mangiare i frutti dell'albero della conoscenza. I due birichini, prendendo a pretesto il consiglio di un presunto serpente parlante, mangiano la simbolica mela, avviandosi così sul fantastico sentiero epistemologico che da allora non abbiamo mai abbandonato. 
Il permalosone però li scopre, si infuria e li caccia agli inferi.
Dunque, riassumendo: in paradiso tutti tendono a scassarsi il cazzo, padrone di casa incluso. Non appena cercano di intrattenersi un po' - scopando, curiosando, campando dubbi e facendo domande scomode - vengono invitati ad avviarsi all'inferno, evidentemente un luogo più adatto a quel genere di attività.
Ora, prendendo in considerazione tale fonte al di sopra di ogni qualsivoglia sospetto, ditemi voi, Esimi Membri di questa Illustrissima Giuria: quando ho affermato che l'inferno sarebbe un luogo più interessante del paradiso, dove avrei sbagliato?

Vendattori nati


Osservo una tizia che vende fiori in strada. Adocchia una coppietta e le si lancia contro, sventolando il mazzo di rose. Sul viso indossa il sorriso più raggiante, felice e penetrante che tu abbia mai visto.
Non appena capisce che la coppietta non comprerà, quel sorriso sparisce, così, all'improvviso, senza lasciare alcuna traccia su un volto che si è immediatamente riconfigurato in un'espressione arcigna su supporto marmoreo.
Ad ogni nuova coppia di potenziali clienti il rito della sostituzione delle "maschere" si ripete. Un cambiamento così brusco da un assetto estremo all'altro, talmente improvviso e netto che non sapresti dire in quale dei due "stati d'animo" si identifichi la ragazza.
Ma come cazzo fanno?
Vendattori nati.

Amen


Non che ci conti poi molto, ma se davvero ci fosse un aldilà, tra paradiso e inferno io sceglierei il secondo.
Dev'essere un posto pieno di anime che fanno baldoria, chiacchierano, urlano, bevono, fumano, si inebriano, scopano, si infatuano, ballano, cantano, leggono letteratura dissacrante, ascoltano musica tentatrice, pensano, mettono in dubbio, piangono commosse, ridono felici.
Il fuoco non mi fa paura, è solo un simbolo: rappresenta il calore, la gioia, la danza, l'amore.
Il paradiso invece? Due coglioni immani. Quei musi cinerei, i sorrisi spocchiosi, i sottanoni bianco paglierino. Basterebbe lo sguardo mesto da perseguitato politico del portinaio, il sor Pietro, per farmi sprofondare nella più opprimente forma di depressione.
Sinceramente preferisco lo stile carnevalesco, la sfacciataggine e il ghigno beffardo di Satana.
P.S. Quasi dimenticavo: Amen!

Disegno sinistro - parte quarta: Matrix


Potete leggere la terza parte seguendo questo link.
L'ho tirata in ballo spesso la Matrix ultimamente. È arrivato il momento di parlarne più diffusamente.
La stupenda trilogia interpretata da Keanu Reeves l'hanno vista un po' tutti. E molti dopo averla guardata si sono esaltati: "È una storia intelligente, io l'ho compresa, quindi sono intelligente anch'io." Pensano.
E in effetti il risultato appare incoraggiante. Poi però li osservi e ti risulta chiaro che non ne hanno colto tutti i lati simbolici, gli aspetti metaforici: ciò che la rende attuale anche senza l'apocalisse tecnologica. Si sono fermati alla trama delle macchine senzienti che succhiano l'energia degli umani facendoli vivere in un sogno simulato, la matrice stessa. Non riescono a fare due più due, ad unire quei benedetti puntini.
Spieghiamo quindi l'allegoria. Nella nostra realtà le macchine possono essere rappresentate dal livello del potere. I sogni - la matrice - sono invece le questioni polarizzate che da quel livello vengono fornite ai cittadini. L'energia succhiata è infine quella degli individui che abboccano al trucchetto e si dedicano anima e corpo a carburare il meccanismo.
Facciamo qualche esempio tratto dalla sequenza di polarizzazioni per volgo diffuse negli ultimi anni. Vi siete schierati, con elmetto e baionetta, prendendo posizione (qualunque posizione) sulle varie diatribe relative alla pandemia? Siete nella Matrix. Vi siete schierati sulla guerra Russia-Ucraina? Siete nella Matrix. Vi siete schierati sulla questione Palestina-Israele? Siete nella Matrix. Vi siete schierati sulla guerra USA-Iran? Siete nella Matrix.
E state sicuri che quando l'interesse sulla crisi del momento scemerà, i controllori della Matrix ve ne forniranno altre. Come già detto il contenuto non è la chiave. L'obiettivo è la distrazione, la spaccatura dell'opinione pubblica. Il divide et impera.
Okay, prendetevi un po' di tempo per rifletterci. Poi, chi non aveva colto il parallelo di cui sopra alla prima visione vada pure a rivedersi il film. Magari stavolta lo capisce davvero.

Trovate le altre puntate della saga "Disegno sinistro" seguendo questo link.

Dinamismo costituzionale


Io al referendum sulla riforma costituzionale non ho votato. Ero all'estero ed ero pure contento di avere una buona scusa per non partecipare all'ennesima pagliacciata scarica barile orchestrata dai nostri disastrosi politic(ant)i. Gentucola che per limiti personali e faziosità di schieramenti non riesce a trovare un accordo su questioni fondamentali, riducendo tutto alla solita zuffa polarizzata e condannando il paese al collasso istituzionale. Con le patate bollenti che questi mediocri incompetenti non riescono a gestire e che passano invece ai cittadini io non mi scotto le mani.
Se avessi votato forse avrei scelto il no. Non per le ragioni fuffa avanzate dall'opposizione, che sul tema è tanto colpevole quanto la maggioranza, bensì per consapevolezza della mia inadeguatezza ad affrontare un quesito inadatto ai non esperti in materia.
Non mi è assolutamente piaciuto invece il ragionamento (ragionamento si fa per dire) di chi ha proposto di votare no perché la nostra costituzione è una creazione perfetta, infallibile ed eterna che non va quindi toccata. Mai. A prescindere. Ma dove vivono costoro, in una campana di vetro?
Innanzitutto i padri costituenti, consapevoli che il loro lavoro era solo l'inizio dell'opera, hanno inserito con lungimiranza il meccanismo di modifica. Quindi chi è aprioristicamente contrario alle riforme costituzionali abbia almeno le palle di prendersela con quelli che fa invece finta di osannare.
In secondo luogo la carta iniziale si inquadra in un preciso momento storico. Il mondo cambia di continuo, e nell'ultimo secolo lo ha fatto in maniera vertiginosa. Pensare che una costituzione stesa alla fine della guerra possa resistere, immutata e monolitica, a sconvolgimenti geopolitici, tecnologici e sociali quali quelli degli ultimi decenni è allucinante.
Prendete come esempio l'apertura: l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. A parte che non mi è mai stato chiaro perché proprio sul lavoro? Perché non sulla dignità, o l'autorealizzazione o lo sviluppo sociale e culturale degli individui? Ma va beh, mettiamo che a quei tempi, a cavallo tra monarchia e repubblica, col paese da ricostruire, un po' di propaganda motivazionale potesse starci. Vi sembra tuttavia che oggi, quando chiunque rischia di essere rimpiazzato al lavoro dalle nuove tecnologie, possa ancora avere senso un articolo del genere? Cioè l'Italia dovrebbe essere una repubblica fondata sul lavoro svolto da Gemini o C1-P8?
E questo è solo un esempio. Molti degli articoli potrebbero rivelarsi inadeguati al continuo cambiamento. La costituzione non è una fortezza assediata da difendere. È uno strumento che deve essere coerente con l'attualità della congiuntura nazionale e internazionale. Se questa cambia e la carta non è più adeguata, le modifiche si rendono necessarie. Ma certa gente ripete a pappagallo, per giunta urlando, slogan che non hanno alcun significato, senza nemmeno interrogarsi sulla liceità di ciò che dice.
Disarmante, davvero, deludente ed estremamente deprimente.

Disegno sinistro - parte terza


Potete leggere la seconda parte seguendo questo link.
Spieghiamo ora meglio il punto di vista del cittadino.
Quando questi si pone al livello delle polarizzazioni e seleziona una fazione per una o più delle questioni polarizzate, ha già scelto di operare al livello subordinato: è già quindi entrato nella Matrix.
Il cittadino può dunque scegliere se gettarsi nella mischia o no e quale polo preferisce. Non può però decidere il merito della questione polarizzata, in quanto l'ha già scelta e dunque approvata così com'è.
Quindi al livello superiore, quello del potere per capirci, vengono selezionate e poi diffuse tramite media compiacenti le polarizzazioni del momento. Queste vengono offerte alla scelta dei cittadini, un polo o l'altro fa poca differenza, l'obiettivo come ormai sappiamo è la distrazione, non il contenuto.
È come se dicessero: "Questa è la questione calda del momento (il tema polarizzato). Queste sono le fazioni, scegline una e impegnati a supportarla. Cerca fonti, fai propaganda sui social, in piazza, al bar. Insomma impiega delle ore della tua vita al nostro servizio, su argomenti che non puoi davvero capire in profondità e su cui non hai alcun potere di intervento. Ovviamente lo fai gratuitamente. E non ti preoccupare di cosa noi facciamo mentre tu sei distratto a quel modo. Ai tuoi interessi ci pensiamo noi."
E a questo invito al suicidio intellettuale, culturale e morale il cittadino picchia i tacchi e risponde: "Signor sì!"

Trovate le altre puntate della saga "Disegno sinistro" seguendo questo link.

Disegno sinistro - parte seconda


Potete leggere la prima parte seguendo questo link
Vorrei spiegare meglio come credo funzioni la manipolazione delle masse tramite la tecnica della polarizzazione su temi "lontani", quelli per cui non esiste possibilità di verifica diretta da parte dei cittadini.
Bisogna astrarre dalle questioni polarizzate stesse e immaginare un livello superiore, dove tali questioni vengono accuratamente selezionate, alimentate e guidate per spaccare l'opinione pubblica in fazioni contrapposte. Fazioni che sprecano tempo ed energie supportando l'uno o l'altro polo, senza come detto poter verificare nulla.
Quelli che scelgono uno degli schieramenti sono già stati risucchiati da questa specie di Matrix, quindi restano all'oscuro del livello superiore. Credono che il piano su cui si sono posizionati sia quello attinente alla realtà, dove avrebbero libera scelta, e si fidano ciecamente delle fonti di informazione a cui si abbeverano. Ovviamente vale per ogni fazione. Tutti sono convinti di avere ragione. In realtà hanno tutti torto, non tanto per quanto riguarda il merito delle questioni, ma proprio per aver abboccato all'amo ed aver preso posizione.
Al livello superiore, nel frattempo, attivata così la modalità "divide et impera", è possibile agire indisturbati sulle problematiche "vicine", quelle su cui i cittadini avrebbero facoltà di verifica e controllo, ma su cui nessuno ha tempo o voglia di ficcare il naso, dato l'impegno a tempo pieno profuso infruttuosamente sulle crisi "lontane".
In sostanza ci vengono tesi dei tranelli. Evitarli sarebbe facilissimo, basterebbe resistere alla tentazione di prendere partito su faccende che comunque non sono verificabili. Ma noi non riusciamo a resistere alla tentazione, mettiamo il piede nella trappola, sprechiamo energie dibattendoci e menandoci come i capponi di Manzoni. Nel frattempo qualcuno ci svaligia indisturbato la casa.
I maligni sono loro, al livello superiore. I fessi però siamo sempre noi quaggiù.

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Il disegno sinistro


Qualcuno ha notato che i cittadini non si misurano quasi più su questioni di condominio, quartiere o comune - che li interessano in prima persona e che possono toccare con mano - e si confrontano invece quasi esclusivamente su crisi lontane, come Israele-Palestina, Russia-Ucraina, USA-Iran - su cui hanno informazioni di terza mano (quando va bene) e possibilità di intervento efficaci come le mosse di una partita di Risiko giocata a Natale?
Se stavate per rispondere che lo fanno per altruismo lasciate perdere, con me non attacca. Il carico egotico e il livello di certezza (per non parlare della cialtroneria) che molti convogliano nelle proprie arringhe non lascia spazio ad interpretazioni benevole del loro atteggiamento.
Ho un sospetto. Lasciate che faccia un po' il complottista. Non vi viene in mente che possa esserci un tacito disegno, strumentale alla politica e implementato con l'ausilio dei media, per tenerci lontani dalle problematiche che ci interessano direttamente e su cui avremmo sia la facoltà di intervento che il diritto di avanzare richieste, dirottando la nostra attenzione e le nostre energie su argomenti che non sono alla nostra portata e su cui non abbiamo possibilità di manovra?
Il motto sembra essere questo: "Occupatevi pure di crisi lontane, che mentre siete distratti vi fottiamo per bene a casa vostra." Sarebbe un piano diabolico, tuttavia molto, molto efficace.
Ma non preoccupatevi, ovviamente sto vaneggiando e la mia è un'idea improponibile. Continuate pure come avete sempre fatto. Di sicuro riuscirete a fermare le guerre negli altri continenti, mentre a casa i nostri governanti si occuperanno al meglio e spassionatamente delle vostre esigenze. Fate benissimo.

Trovate le altre puntate della saga "Disegno sinistro" seguendo questo link.

Tra psicologia profana e filosofia pratica


Quando abbiamo avuto un diverbio con qualcuno, di solito tendiamo a liquidare la faccenda sentenziando: "Ma è tutta colpa sua, dai, è evidente!" Senza tenere conto del fatto che, ovviamente, è anche ciò che pensa il nostro interlocutore di noi.
Il problema è che prima o poi il nostro subconscio, dopo aver ruminato la questione dietro le quinte, esce allo scoperto e ci dice: "Sì, però anch'io, in effetti, potevo dare un'altra risposta, o evitare di dire quella cosa, oppure cercare un punto d'incontro." Questa rivelazione arriva all'improvviso, tempo dopo i fatti, quando non ci pensavamo esplicitamente da un pezzo. E ci colpisce in maniera frastornante.
Sono arrivato alla conclusione che sia meglio fare proprio il contrario di ciò che il nostro istinto ci suggerisce. Nel momento stesso in cui abbiamo liquidato tra noi e noi la questione, incolpando l'altro incondizionatamente, è meglio aggiungere: "Sì, okay, le sue colpe sono chiare, non serve ribadirle, ora però cerca anche qualche falla nel TUO comportamento." E in men che non si dica trovi subito due o tre circostanze che non hai gestito al meglio.
A quel punto è possibile cercare una riconciliazione. O per lo meno evitare di beccarsi il montante del subconscio poche settimane più tardi.

In prestito dall'arte astratta



Questi sono due quadri di arte astratta molto famosi. Non sono un esperto d'arte e non mi metterò certo a parlare della materia. Trovo però che l'arte sia un ottimo strumento per comunicare visivamente delle idee che sarebbero altrimenti contro intuitive, anche idee che non hanno nulla a che fare con i lavori in sé.
Utilizzerò il quadro di Kandinsky - "Composition VII" (il primo) - per rappresentare la realtà. Il quadro di Rothko - "No. 4, two dominants" (il secondo) - può invece essere preso in considerazione per simbolizzare una semplificazione polarizzata della stessa realtà.
Ora provate a immaginare di voler comprendere la complessità inerente alla prima rappresentazione utilizzando la seconda come modello di studio. Ridicolo, no?
Ancora peggio è pensare di voler non solo capire, ma addirittura manipolare la realtà complessa utilizzando il modello polarizzato.
Per quanto assurdo possa sembrare, questo è ciò che molti di noi fanno ogni giorno, in qual si voglia ambito.
Io credo che questo sia uno degli aspetti più tragici dei nostri tempi.

Cortocircuito anacronistico


C'è una domanda che mi assilla da molto tempo. Perché in Italia, a così tanti anni dai fatti salienti, ci sono ancora tante persone che si identificano nello scontro tra fascisti e anti-fascisti? Perché l'anacronismo dei temi del dibattito non ha relegato ai libri di storia anche i dibattenti?
Una risposta potrebbe essere formulata tracciando un parallelo con la genetica.
Quando il trauma collettivo causato da una spaccatura sociale è troppo lesivo, quando i fatti hanno ecceduto il limite della capacità di gestione umana, il meccanismo cicatrizzante che solitamente si occupa di farci voltare pagina e far fermentare la cronaca perché si trasformi in storia fallisce. Semplicemente non entra in funzione. La ferita non si rimargina, il trauma rimane, la spaccatura sociale stessa non viene riparata e i lembi della carne lacerata restano divaricati.
Bene, questo è il risultato, ma come funziona il flusso? Così come il patrimonio genetico dei genitori viene trasmesso ai figli, le polarizzazioni in oggetto - quelle "gravi",  a differenza di quelle che sono state disinnescate - vengono erroneamente trasmesse da una generazione all'altra assieme ai tratti culturali "sani". Ricordiamoci, per restare nell'ambito della genetica, che anche il meccanismo di propagazione del DNA può commettere degli errori.
L'appartenenza ai gruppi contrapposti di una certa epoca, che normalmente perde di valore quando la storia passa al capitolo successivo, viene in questi casi estremi perpetuata. Ciò avviene non soltanto nella direzione genitore->figlio, ma anche in quella insegnante->studente, anziano->giovane, gruppo->individuo, guru->seguace e via dicendo.
Un effetto collaterale del processo in atto, che diventa anche propulsore di un ciclo retroattivo autoalimentante, è il fatto concreto che chi è stato assorbito da uno dei due gruppi dichiara apertamente di appartenervi e quindi si trova davanti degli individui che altrettanto effettivamente appartengono allo schieramento "nemico". E si sente dunque legittimato a continuare a combattere le sue battaglie. È una guerra illusoria, come quella dei militari giapponesi rimasti in agguato nelle foreste filippine decine d'anni dopo Hiroshima e Nagasaki. Illusoria nelle istanze, ma reale nella sua concretezza. In sostanza è una divisione effettiva ma non più supportata dalle fondamenta storiche che l'hanno generata e sostenuta.
Fascismo e antifascismo, pur non avendo da tempo alcuna motivazione storica, sono visti come movimenti necessari proprio perché le persone non hanno smesso di rappresentarli. Cioè non hanno senso e hanno senso allo stesso tempo.
La soluzione all'inghippo, che comunemente si pensa debba essere politica, o peggio ancora militare, dovrebbe invece essere cercata nelle cassette degli attrezzi proprie di altre discipline: sociologia e psicologia. La contrapposizione è una vera e propria patologia di gruppo, che come qualsiasi patologia non va discussa, bensì curata.
Perché sarebbe importante curarla? Innanzitutto perché, come qualsiasi problema fisiologico, è causa di conseguenze disfunzionali. Inoltre, trovandoci evidentemente sull'orlo di un cambiamento epocale su cui dovrebbero essere concentrate tutte le energie a disposizione, sperando bastino, essa rappresenta un pericolosissimo elemento di distrazione dagli obiettivi fondamentali di un sistema paese.
Ovviamente non credo affatto che saremo in grado di prendere coscienza, svegliarci e uscire da questo sogno ambientato nel passato per affrontare le sfide del presente. Temo invece che le legnate inferte da tali sfide ci costringeranno ad un risveglio molto traumatico.

Figli


Ogni tanto capita di leggere di genitori che si suicidano e portano con sé, all'aldilà, anche i figli. Si tratta evidentemente di estremizzazioni, allucinazioni, follie.
Queste patologie però camuffano una tendenza che è invece molto diffusa, talmente diffusa da apparire normale, quando invece normale non lo è per nulla: la genitorialità vissuta come senso del possesso. Anzi, della proprietà.
Dal momento in cui nascono, i tuoi figli sono e rimarranno per sempre i tuoi figli. Nel senso che sono figli tuoi piuttosto che di qualcun altro, non nel senso che ti appartengono. "Tuoi" in questo caso è aggettivo, non pronome, per chi fa ancora riferimento alla grammatica.
Nessuno appartiene a nessuno. Questo diritto fondamentale dell'individuo si applica anche al rapporto genitori-figli. I tuoi figli appartengono dunque solo a se stessi, tu sei lì per accompagnarli nella maniera migliore alla maggior età. La maniera migliore per loro, non per te.
Si nota da parte di vari genitori un continuo interferire nella vita istintiva dei figli, quella che dovrebbe portarli a realizzarsi come individui, come umane unicità. Non parlo di interferenze in ambito di sicurezza o educazione civica, dove va anche bene, anzi è auspicabile, bensì su vere e proprie questioni di PREFERENZA. E questa è un'ingerenza inaccettabile. Tra l'altro una volta diventati adulti i figli queste prepotenze le rinfacceranno ai genitori. E ovviamente avranno ragione.
In alcune famiglie funziona addirittura alla rovescia: fai quello che vuoi, vai dove vuoi, torna quando vuoi, usa il web come vuoi, frequenta chi vuoi, non mi rompere i coglioni, ma mi raccomando, fai il classico e giurisprudenza, perché l'artistico e filosofia sono robe da perdigiorno, e io voglio avere il figlio col lavoro "rispettabile", altrimenti che racconto in giro? Rispettati lo saranno anche, magari, ma in contesti un po' diversi da quelli previsti, del tipo "bacio le mani..." o "bro, spacchiamogli le ossa..."
Mio fratello ed io siamo cresciuti in un ambiente umile e sano, origini rurali e artigiane, tradizioni pre-industriali adattate alla modernità. Siamo stati seguiti con regole ragionevoli, presenza, discrezione. Fermezza e flessibilità venivano dosate con un occhio alla sicurezza ed un altro al rispetto. Per le decisioni essenziali non ci sono stati dati ordini tassativi: è bastato passarci del DNA di buona qualità e linee guida essenziali (se vi va chiamatele pure "valori").
I gradi di libertà messimi a disposizione mi hanno a volte offerto l'opportunità di fare qualche cazzata, le linee guida di base mi hanno tuttavia aiutato a comprendere e raddrizzare la rotta.
A qualcuno il mio stile di vita può anche sembrare un pastrocchio, ma è il MIO e mi ci trovo assolutamente a mio agio: me lo sono modellato grazie al rispetto che i miei genitori hanno avuto delle mie scelte, anche quando non erano in linea con le loro visioni o aspettative. Questo proprio perché hanno sempre pensato a me come il loro figlio, non come una loro proprietà.
Sarò sempre loro grato per questo: mi rendo conto che molta gente non ha avuto la stessa fortuna.

Il consiglio - CONTENUTO ESPLICITO!


Una volta - ero un ragazzino e andavo ancora al mare coi miei - stavo seduto nel cortiletto di una pensione romagnola, dove tutti gli ospiti si riunivano con i proprietari, prima e dopo i pasti.
La situazione era sempre dinamica: ad un tratto tutti potevano sparire e succedeva che ti trovavi seduto a fianco di un tizio che non conoscevi.
Quella sera uno di quei tizi mi squadrò e mi disse solennemente: "Non li ascoltare, cercheranno di raccontarti un sacco di cazzate. Tu non dare loro retta. Nella vita, ogni volta che ne hai l'occasione, sco-pa, sco-PA, SCO-PA!"
Tutto in crescendo. Poi di nuovo zitto, un'ombra, per sempre. Sembrava che un oracolo lo avesse posseduto, giusto il tempo di darmi quella direttiva, per poi lasciarlo alla sua tenue vita di ragioniere lombardo in vacanza in Romagna.
Io rimasi sbigottito. Ero un ragazzino spigliato, ma piuttosto impacciato e confuso in quell'ambito. Cominciavo proprio allora ad affrancarmi dal giogo dell'indottrinamento ecclesiastico.
Forse era semplicemente un porco ossessionato dal sesso, cioè, in fondo, una persona qualunque. Io col tempo però ho interpretato la sua iniziativa come il gesto coraggioso di un uomo che ha capito tardi l'inganno di cui era rimasto vittima lui stesso, e che cercava di mettere in guardia un giovane da attacchi coordinati alle sue pulsioni naturali. Parlava di sesso, grande leva di marketing, ma si riferiva in generale alle inibizioni, ai sensi di colpa, alle insicurezze, ai condizionamenti sociali.
Se è così, da allora nessuno mi ha mai dato un consiglio migliore.
Ci ho messo un bel po' per capirlo.
E non l'ho ancora compreso del tutto!

I am "italiano"


Non sono mai stato nazionalista in vita mia. Campanilismo e tribalismo sono sentimenti che non solo mi sono estranei, ma mi turbano pure un po'. Identificarmi come italiano, però, mi dà sempre una soddisfazione particolare. Non è una questione di orgoglio, bensì di opportunità, di risorse, di patrimonio. Non si tratta di patriottismo, è "teoria dei giochi" pura e dura.
Ma vi rendere conto? Quando vi chiedono "Where are you from?" e voi rispondete "Italy", gli state scaricando addosso Roma, Venezia, Napoli, Firenze, Milano, Palermo. L'impero romano, la chiesa, il rinascimento. Poeti, musicisti, esploratori, filosofi, pittori, scultori, scienziati, registi, sportivi. Le Dolomiti, il lago di Garda, le Cinque Terre, la Costiera Amalfitana, la costa Smeralda, l'Etna. Il Colosseo, il Duomo di Milano, il ponte di Rialto, la Torre di Pisa, gli scavi di Pompei, i Trulli. Gli spaghetti, la pizza, le bruschette, il cappuccino. La Ferrari, Armani, Ferrero.
Non serve nemmeno che facciate l'elenco: "Italia" è l'etichetta su un pacco il cui contenuto conoscono tutti. È un colpo da KO, uno scacco matto, un'offensiva inarrestabile.
Poi lo sanno che magari hanno davanti uno stronzo. Però è uno stronzo italiano. Vuoi mettere?

P.S. A proposito, alla domanda "Where are you from?", anche se parlo piuttosto bene l'inglese, rispondo sempre "Italia!" o "Italiano!", in italiano appunto. E si comincia subito con una bella risata.

Ritratto


Sto seduto su uno sgabello, al bancone di un locale thai, sorseggiando il Negroni che il barista mi ha appena preparato - buono il Negroni. Dopo qualche minuto lo stesso barista mi allunga un blocchetto per appunti che sa di scuole medie anni '80. Sulla pagina aperta c'è uno sketch a matita.
È un volto, di profilo.
Spalanco la bocca sorpreso, e poi gli sorrido.
Quel volto è il mio.
Non so quanto mi somigli, ma sono sicuramente io. E meno mi assomiglia, più mi piace l'idea, perché significa che osservandomi e liberando la sua creatività ha saputo immaginarmi a suo modo.
Non so nemmeno se sia un buon disegno, tecnicamente parlando. A me piace, però non me ne intendo. Posso avere un'opinione competente su un testo, un pensiero, un film, una musica, ma di disegno ci capisco poco. Per me tutti gli sforzi di GENUINA creatività sono bellissimi. I disegni della mia nipotina mi sono sempre sembrati opere d'arte, nel loro genere.
In un mondo in cui devi stare all'erta e defilarti per non finire come comparsa in una "video story" del cazzo, imbattersi in qualcuno che ti fa un ritratto, mentre tu neanche te ne accorgi, è un gradevole ritorno al passato. Un ritorno al passato che nel disorientamento del presente sa di auspicio per il futuro.
Complimenti al "bartista".

L'inversione


Si è ormai quasi completamente invertito il flusso di informazioni tra elettore e politico.
Quest'ultimo, proprio per il fatto di essere un professionista della politica, dovrebbe, in base alle proprie conoscenze, esperienze e abilità, essersi formato una propria visione da presentare ai cittadini.
Un po' per colpevole incompetenza, un po' per vile convenienza, un po' per subdolo calcolo, molti politici hanno smesso di proporre la loro visione, e hanno deciso invece di assecondare le istanze dell'elettorato, così come le captano in piazza, al bar o in spiaggia. Istanze che spesso alimentano essi stessi, tramite media compiacenti, facendo leva su fobie ancestrali, complessi di inferiorità e istinti tribali.
Non solo abdicano al loro ruolo di guida, ma finiscono per vanificare lo scopo stesso della loro funzione: riconciliare le esigenze collettive con gli interessi individuali.
E proprio a questo, paradossalmente, devono il loro successo.
Tutto ciò io lo trovo vomitevolmente distopico.

La caccia farà schifo, certo, però...


Personalmente la caccia mi inorridisce. Il povero animaletto che si fa gli affari propri, programmato dall'evoluzione per recepire come segnali di pericolo l'avvicinamento di altri animali, suoni, odori, colori, mutamenti del meteo, colpito da un proiettile che nulla della natura, dentro o fuori di esso, poteva aiutarlo ad evitare, mi sembra la vittima di una vigliaccata immane. Specialmente al giorno d'oggi, quando non possiamo più campare la scusa della sopravvivenza per impallinare povere bestie indifese.
Mai quindi avrei pensato di spezzare una lancia a favore di tale pratica. Eppure...
L'accanimento contro i cacciatori, in effetti, mi sembra utilizzato in maniera strumentale, con funzione di capro espiatorio.
Mi spiego. Una società che comunque utilizza altri modi per uccidere, schiavizzare e sfruttare gli animali, che diritto ha di puntare il dito contro i cacciatori? Stanno sempre a citare il Vangelo. Come suona questa allora? Chi è privo di peccati scagli la prima pietra! 
La preda del cacciatore, nella maggior parte dei casi, ha vissuto il miglior tipo di vita possibile, secondo la propria natura, fino al momento in cui è stata colpita. E quello che subisce è un colpo di grazia, per lo meno quella è l'intenzione del tiratore.
Perché lasciare un pesce a soffocare, intrappolato nella rete o dentro un secchio, fuori dall'acqua, fino a che la morte per asfissia non sopraggiunge a graziarlo, sarebbe un crimine relativamente "più etico"? 
E l'animale che nasce in una gabbia sporca e ci rimane, in condizioni pietose, fino a quando viene portato al macello? Davvero la colpa di cui si macchia il cacciatore è più grave? 
In realtà chi si nutre di prodotti animali le bestie dovrebbe proprio essere costretto a cacciarle. Ci sarebbero vari vantaggi. Le persone si renderebbero conto che il macinato con cui fanno il ragù è in realtà un trito della gamba di un essere che hanno visto vivo nel suo ambiente naturale, non un semplice "ingrediente" astratto, comprato in pacchetti al supermercato del quartiere. Inoltre la gente mangerebbe carne quanto basta, visto che non la troverebbe sugli scaffali ma se la dovrebbe procurare con fatica. E poi sarebbe preferibile proprio per una questione morale: l'animale lo lasci vivere libero fino a quando ti prendi personalmente la responsabilità di ammazzarlo per pappartelo. Non lo fai soffrire inutilmente e sadicamente in una caraffa o in una cella. E nemmeno deleghi ad un sistema nascosto dietro le quinte il lavoro sporco. Lo fai tu.
Viene il sospetto che la campagna contro i cacciatori la alimentino proprio i colossi dei settore ittico o degli allevamenti. Per convincere la gente che i cattivi sono quelli che in realtà praticano l'attività meno nociva, e continuare ad arricchirsi con le loro pratiche eco-mafiose, spacciandosi pure per l'alternativa "meno crudele".
Mi tocca di nuovo citare Nietzsche, ma che volete farci, ha scritto più di cento anni fa cose che sono sempre attuali, e temo rimarranno attuali ancora a lungo. 
"La follia è molto rara nei singoli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche, essa costituisce la regola".

Tradizione


  • La tradizione è il risultato di una lunga sequenza di miglioramenti. Ed è essa stessa passibile di future migliorie.
  • La tradizione è come un segnalibro: serve a ricordarci a che punto siamo arrivati, non segnala la fine della storia.
  • La tradizione che adori come un feticcio immutabile ti è stata tramandata da una serie ininterrotta di generazioni, attraverso vari passaggi. Se ad uno qualunque di questi livelli qualcuno avesse pensato di essere arrivato al traguardo, ti sarebbe stato affidato qualcosa di più primitivo. Hai verso i tuoi discendenti il dovere, nonché la responsabilità, di lasciare aperte le porte al cambiamento, così come le hanno lasciate aperte coloro ai quali devi ciò che ti è stato consegnato in dono dal passato.
  • La tradizione è tanto, certo, ma non è tutto.
  • Le tradizioni di culture diverse non vanno mai messe in competizione: sono tutte complesse, articolate e sofisticate catene di adattamento a realtà circostanziate, fissate col primo anello allo stesso gancio, di cui ogni ulteriore inserto è un pezzo aggiunto ad un mosaico unico.
  • La tradizione può agire da freno sul presente o da acceleratore per il futuro: dipende solo dal pedale che tu hai deciso di premere.

I libri di storia del futuro


Ed ecco che per l'ennesima volta la nostra classe politica ci chiama alle urne per fare gratis il lavoro che dovrebbero fare loro, super stipendiati.
Un altro quesito per costituzionalisti rivolto agli elettori. Cioè il cuore della macchina dello stato dato in pasto ad un'equipe di profani, una parte dei quali soffre persino di una forma acuta di analfabetismo funzionale e non è in grado di comprendere un titolo di giornale che contenga più di cinque parole (tra l'altro anche questa è almeno in parte responsabilità della politica).
In parallelo ci tengono alla larga da questioni etiche o pratiche su cui anche un tizio con la quinta elementare tutto stadio e osteria riuscirebbe a formarsi un'opinione competente, che sia "Sì" o che sia "No": eutanasia, matrimoni tra persone dello stesso sesso, depenalizzazione della cannabis, introduzione di servizi tipo Uber e chi più ne ha più ne metta.
Un quesito referendario ideale dovrebbe puntare il più possibile al "sentimento politico" dell'elettore, non su sue presunte competenze in tema di giurisprudenza o di meccanica quantistica, e la risposta dovrebbe essere quasi immediata. Se io chiedo ad un passante in piazza: "Suicidio assistito: Sì o No?", "Matrimonio tra persone dello stesso sesso: Sì o No?, "Depenalizzazione della cannabis: Sì o No?", quella persona saprà quasi sicuramente darmi una risposta su due piedi, senza passare settimane a far finta di prepararsi per affrontare una domanda a cui non potrà comunque rispondere con piena cognizione di causa. Una classe politica (onestamente non mi sento nemmeno di fare troppe differenze tra gli schieramenti) che non prova nemmeno più vergogna nell'esporre in pubblico la propria incompetenza, l'inadeguatezza, i privilegi da casta e pure un pizzico di codardia davanti alle decisioni più importanti per il paese.
Io spero vivamente che i libri di storia del futuro li condannino duramente, come meritano. E che i nostri discendenti li conoscano per quello che sono stati, come a noi vengono presentati i peggiori imperatori, papi o tiranni del passato.
Personalmente mi sentirei pronto a maledirli dal più profondo dell'animo, se non fosse che non sono superstizioso e non credo che funzionerebbe. Chi lo è, lo faccia anche per me.

Sequestro


Ci sono, oltre a noi, numerose specie che vivono in simbiosi con altre, o che cacciano per tirare a campare. Tuttavia non mi risulta che alcuna di esse pratichi l'allevamento, per lo meno non di tante specie e così pervasivamente come lo pratichiamo noi.
Praticamente sequestriamo degli animali a scopo di schiavismo e sfruttamento, per fini alimentari, industriali o addirittura ludici. Ma non è che ci limitiamo a sequestrarne un certo numero di capi. No, noi sequestriamo intere specie, per tutte le generazioni a venire, e giocando pure a Duplo (il Lego è per i bimbi più maturi) con i mattoncini del loro genoma.
Probabilmente in passato questa pratica eco-mafiosa ci è risultata necessaria per sopravvivere e scalare la catena alimentare. Di sicuro necessaria non lo è più.
Eco-mafiosi per continuare ad esistere può anche andar bene. Così, tanto per sfizio, direi di no.

La rottura di palle


Una delle più importanti lezioni impartiteci dai grandi del passato è quella del primato del dubbio sulle certezze.
Il culto del dubbio, però, è una rottura di palle. Ti costringe a stare sempre sul pezzo, a romperti il capo per cercare di capire, senza faziosità o superficialità, ogni argomento di discussione. Lo fai se l'attività ti appassiona. Non è un'attitudine adatta ai pigri mentali, agli eternamente indaffarati o ai fanatici monocorde.
Per questi risulta molto più semplice avere certezze granitiche a cui affidarsi, mentre dalla propria trincea sparano raffiche contro dei nemici immaginari. Ed è ancora meglio se tali certezze vengono fornite in pacchetti preconfezionati del minor numero di tipi possibile, preferibilmente due, così che chi vuole utilizzarle sa esattamente quale deve scegliere.
Anzi, non scegliere, raccogliere. La scelta è comodo farla una volta per tutte, abbandonandosi ad una o l'altra estremità di una società sempre più polarizzata. Da quel momento in poi sai sempre a chi ti devi rivolgere ogni qual volta ti serva il pacchetto adatto a te per interpretare ciò che succede.
Vedo gente molto preoccupata per come l'AI rischi di educare le persone a smettere di pensare. Ma come? Chi è appassionatamente curioso e ama il ragionamento, la ricerca e la comprensione, userà l'AI solo per le attività più meccaniche e meno interessanti. I pazienti affetti da sindrome della certezza polarizzata, invece, avevano già smesso di pensare da tempo. L'AI li aiuterà semplicemente a continuare a non ragionare, facendo anche meno fatica.

La cosa più importante


Oltre alla salute - evidente banalità - la cosa più importante che possediamo come individui è una caratteristica che potremmo definire un misto di reputazione, integrità ed onore. Fondendo i termini la chiameremo quindi "rep-eg-ore".
E, attenzione, quando dico "più importante", intendo dire più importante di denaro, proprietà, posizione sociale, conoscenze e qualsiasi altra cosa vi venga in mente, eccetto la già menzionata salute. È la moneta con cui acquisisci la fiducia degli altri. Secondo me questo viene prima di tutto.
Il resto, in caso venga perduto, può essere recuperato, magari parzialmente. La "repegore" no. È come la salute, anzi di più, è quasi come la vita stessa. Ne avete a disposizione solo una. Meglio ancora, la repegore è la migliore leva su cui fare affidamento per rimettere assieme le altre ricchezze eventualmente perdute.
È la cosa più importante che possedete: non la svendete, volontariamente, al primo offerente, per trenta sporchi denari.

Buoni e cattivi


Nello scacchiere internazionale non ci sono "buoni e cattivi". Esistono solo rapporti di forza, i quali, abbinati a minacce reali o percepite, ambizioni più o meno legittime ed opportunità latenti o improvvise, determinano relazioni di alleanza od ostilità.
In qualunque momento questo sistema dinamico e instabile può far apparire un soggetto "cattivo" e un altro "buono". Al successivo rimescolamento del mazzo, tuttavia, la situazione può ribaltarsi o essere totalmente stravolta.
Tenete a bada le vostre certezze: sono fortezze fatte di carte da briscola, con le fondamenta di burro. Basta la fiammella di una candela o un raggio di sole primaverile per farle crollare.

Pace e guerra


  • Quando scoppiano guerre si può essere preoccupati per la sorte delle povere vittime innocenti e soprattutto, se il teatro delle operazioni belliche è relativamente vicino, per la propria sicurezza. 
    Molti italiani, che sono sempre all'avanguardia, pur essendo relativamente vicini al putiferio hanno deciso di essere in ansia esclusivamente per il prezzo della benzina.
    Se l'acqua - anzi il kerosene - toccasse il culo capirebbero finalmente quali sono i veri disastri causati dai conflitti.
    Speriamo che restino nella loro beata ignoranza, dato che vicino ai loro culi ci sono pure i nostri.
  • Sarebbe già qualcosa se gli "strateghi con le guerre degli altri" la smettessero di nascondersi dietro alla parola "pace" quando stanno semplicemente sperando che vinca il loro beniamino.
    La pace, quella che non contemplando confronti armati non prevede vincitori o vinti, non è un ideale astratto per francescani o buddhisti: è una situazione concreta necessaria per vivere una vita degna di questo nome.
    La pace è l'unico obiettivo sensato della realpolitik.
  • Ma forse il vero valore della pace lo comprendono appieno solo i popoli o le generazioni che hanno vissuto la guerra.
    Ecco perché dopo ottant'anni senza belligeranza agli europei ricominciano a prudere le mani e invece che essere inorriditi dalla prospettiva di un conflitto fanno il tifo per questo o quel guerrafondaio.
    Quando si dà per scontata quella che invece è una preziosa conquista, si schiudono cripte dimenticate in angoli impolverati della nostra psiche, da cui riaffiorano come mostri dei sinistri impulsi ancestrali.
  • Tuttavia questi tragici eventi a qualcosa servono: finalmente si impara un po' di geografia.
    Hormuz e Kharg sono nomi impegnativi, per carità, ma la differenza tra Mar Rosso e Golfo Persico, almeno quella, forse è finalmente chiara.



Passo d'uomo


Vi siete mai chiesti perché, non appena utilizziamo un mezzo di locomozione, anche semplicemente un cavallo, una carrozza o una bicicletta, le probabilità di avere un qualunque incidente aumentano, mentre sono praticamente nulle quando camminando ci imbattiamo in altri pedoni?
Se la risposta vi sembra banale probabilmente non è quella esatta.
La spiegazione, come spesso accade, è data dal meccanismo evoluzionistico, che ha modellato il nostro corpo e la nostra mente per gestire eventi che hanno luogo alla nostra velocità naturale: il passo d'uomo. A qualsiasi velocità superiore a quella, accadono eventi che il nostro sistema non è progettato per gestire.
Un'esperienza dinamica totalmente naturale può quindi essere goduta solamente in posizione eretta, camminando. La bici è molto meglio dei veicoli motorizzati, certo, ma è tuttavia meno naturale della camminata.
Se volete entrare in simbiosi con la natura che vi circonda, sintonizzati sulla configurazione più naturale possibile del vostro sistema, allacciatevi le scarpe e andate a camminare.

Evoluzione della disinformazione


La disinformazione è una tecnica che hanno utilizzato tutti. Chi comanda, chi si ribella, alleati, nemici, religioni, lobby, sette, aziende, mafie, narcotrafficanti.
Da sempre.
Poi è arrivato il primo colpo di scena.
Proprio quando si pensava che uno strumento come il web potesse rendere l'informazione più distribuita e quindi più facile smascherare i soliti noti, è avvenuto il contrario: sfruttando la nuova tecnologia, molti altri soggetti sono entrati nel meccanismo disinformativo. Anche a titolo individuale. Spesso al servizio di un referente, ma a volte addirittura per nient'altro che tornaconto personale.
Siamo arrivati al punto in cui si fa fatica a dare ascolto a chicchessia, e bisognerebbe restare scettici nei confronti di qualsiasi tipo di informazione, ad eccezione di quelle che raccogliamo in prima persona coi nostri sensi.
Ed ecco il secondo "coup de théâtre".

Fazionalismo sistemico


Le fazioni politiche in Italia non si dedicano tanto ad avanzare proposte quanto a criticare sistematicamente l'operato degli avversari.
E i cittadini, a seconda del polo che hanno scelto in maniera arbitraria, trovano fondate le critiche verso gli "altri" e inaccettabili quelle dirette alla propria fazione. È un atteggiamento assurdo, che però viene adottato dalla gente come se fosse un dovere marziale, superiore, insindacabile.
In realtà la maggior parte delle critiche, verso qualunque fazione, hanno un fondo di verità.
Ed è altrettanto vero che, se non accompagnate da proposte ispirate a una visione lungimirante, sono totalmente improduttive.
Tra l'altro una critica al proprio operato è un favore gratuito fatto dall'avversario, e potrebbe essere utilizzata in maniera machiavellica per correggere il tiro e sconfiggerlo.
Purtroppo di geni come Machiavelli in Italia, ahimè, non ne nascono più da tempo.

I puntini


Oh, ma quelli che per spiegare ogni focolaio di conflitto puntano il dito indignati contro il petrolio, gli USA e le sette sorelle (e spesso hanno ragione), e che poi si incazzano come belve se osi mettere in dubbio il folle modello "Un'automobile a idrocarburi per ciascuno, anzi due, o anche tre!", mi chiedo, i puntini si limitano a fissarli inebetiti o li sanno anche unire?


Un po' di satira


Leggo di retate delle forze dell'ordine a seguito delle quali alcuni cittadini, non per essere stati beccati alla guida sotto l'effetto di cannabis, bensì per essere stati trovati in possesso di modiche quantità della sostanza, sono stati denunciati come consumatori. Ben fatto! C'era proprio bisogno di un bel giro di vite per questi DROGATI!
"Ma è una sostanza leggera..." ripetono piagnucolando 'sti cazzo di diversamente tossici! Leggera un paio di palle! Lo sanno tutti che se fai un tiro di spino sei spacciato, il tuo futuro è scritto, anzi iniettato, calato, sniffato, verso il disastro delle tossicodipendenze. È arcinoto che chi precipita nel burrone delle droghe pesanti è stato condannato dal quel tiro di canna, e non dai litri di vino, birra e spritz che si è fatto fino ad allora.
L'alcol è parte della nostra tradizione. È buono, nutriente e sano come tutto ciò che appartiene alla nostra gamma culinaria: le salsicce, il tiramisù o la pasta ai quattro formaggi, per esempio. Okay, magari queste pietanze non sono proprio sanissime, ma ci siamo capiti. Il vino e la grappa li conosciamo, sono nostri amici di vecchia data, come possono farci male? Danni al fegato? Pfui, semmai l'alcol il fegato lo fortifica! Cancro? Ma dai, è vino, mica amianto!
La marijuana invece è un intruso recente,

Brutta bestia


L'autocompiacimento, specialmente quando ne è oggetto la propria attitudine nei confronti di usi, costumi o idee radicate nella cultura di appartenenza, è una brutta bestia.
Ci porta ad affermare o fare cose contro i nostri stessi interessi, a vantaggio di qualcuno che è spesso più ricco e potente di noi.
Ci convince a fare gratuitamente della propaganda a favore di chi ci danneggia traendone beneficio.
Un giorno ce ne pentiremo, inevitabilmente, amaramente e irrimediabilmente.
La cosa più assurda e che già lo sappiamo, ma ce ne freghiamo.

La raccolta delle ciliegie


Chiunque voglia condurre un'analisi storica, sociale o (geo)politica dovrebbe sempre partire senza preconcetti, raccogliere fonti di diversi orientamenti, valutarle, incrociarle, metterle alla prova e informarsi sull'attendibilità di chi le diffonde, per poi analizzarle, estrapolare i punti salienti e quindi arrivare ad una conclusione. La quale conclusione dovrà però sempre essere trattata "con le molle", tenendo a mente che le fonti consultate sono di seconda o terza mano e non si conoscono le vere motivazioni di chi le ha curate.
Il clima di polarizzazione che caratterizza ormai qualsiasi dibatto ha spazzato via anche le ultime tracce del metodo testé delineato.
Le nuove linee guida, utilizzate sia da profani incialtroniti con cattedra al Bar Centrale sia, purtroppo, da molti addetti ai lavori, si sono ormai consolidate così: 0) se non hai la conclusione già pronta, non inizi nemmeno la ricerca, 1) semplifica la complessità polarizzando 
il problema col più ridicolo manicheismo di cui sei capace, 2) decidi per quale polo fare il tifo in base alla conclusione di partenza, quella del punto 0, 3) cerca le fonti che corroborano la tua posizione totalmente arbitraria fottendotene con brio di approfondirne la veridicità e l'attendibilità, 3) scarta quelle che ti stanno antipatiche, per nessun altro motivo se non appunto il fatto che ti stiano antipatiche, e 4) ribadisci quindi la conclusione a cui eri d'altra parte già arrivato all'inizio, cioè al punto 0.
Potrebbe sembrare paradossale che una conclusione sia confezionata fin dall'inizio (il punto 0) e pure che serva fare tutto quel lavoro per andare dal punto di partenza al punto di partenza (di nuovo il punto 0): tu fidati, nell'ambito del paradigma polarizzato è dimostrabile empiricamente che questa tattica funziona alla grande.
Ci sono poi delle tecniche accessorie che possono tornarti utili: insulti, urla, ricatti morali, cambi di argomento mirati, paragoni tirati per le orecchie. Ce ne sono una marea, prova a chiedere a chatGPT. Anzi, se non hai tempo per il fastidioso iter proposto, puoi chiedere al tuo agente AI preferito di darti proprio la conclusione che cercavi, con tanto di fonti spazzatura allegate.

Riappropriazione


Restarsene soli, isolati, lontani,
sfondare le mura della propria cultura
e in terra di nessuno piantata la tenda,
osservare, pensare e riconfigurare,
può svelare quanto, davvero tanto,
di ciò in cui crediamo e che tramandiamo
sia calcolato frutto di plagio sociale
vilmente inflitto in età infantile.


La rivincita degli umanisti


Un paio d'anni fa, quando il dibattito sull'AI divampava solo in certi ambienti e non era ancora globale, lessi un'affermazione che mi fece riflettere molto. Non ricordo dove la trovai, ma non voglio comunque proporla come se fosse mia.
Recitava più o meno così: "L'unica professione che resterà inattaccata dall'attuale rivoluzione tecnologica è quella dell'esperto di etica." Sì, avete letto bene, esperto di etica, sto parlando proprio dei filosofi morali.
Infatti l'unica cosa che dovremo continuare a fornire agli agenti AI, senza che se la smazzino da soli, sarà il perimetro morale all'interno del quale dovranno muoversi: le tavole dei comandamenti, un manifesto, il regolamento. Il resto potranno farlo da sé.
Quand'ero ragazzo si diceva: "Ma vai a studiare ingegneria, medicina, economia, giurisprudenza, per lo meno fisica o scienze politiche, che così un lavoro lo trovi. Che cazzo fai filosofia a fare? Vuoi finire disoccupato a fare conferenze per avvinazzati in osteria?"
Ed eccoci qua. Il conferenziere per ubriaconi, quello che per passione scelse la facoltà "perdente", sarà il nuovo super dirigente con buonuscita milionaria. E noi intelligentoni che abbiamo conseguito le lauree "giuste" dovremo sperare che il reddito universale non sia soltanto una mancetta da fame.


Scetticismo


È giusto lo scetticismo verso le versioni ufficiali,
a patto che sia rivolto anche alle versioni alternative.
Altrimenti si è soltanto diversamente ovini.

Diversi


Seguitemi in questo breve esperimento mentale.
Livello 1: l'evento casuale - Mettete per ipotesi che un individuo nasca con una leggera mutazione o variante genetica che come effetto ne cambi una delle cosiddette abilità "normali": l'udito, la vista, la deambulazione, la digestione, il pensiero, fate voi. Verrebbe etichettato, anche ufficialmente, come "diversamente abile".
Livello 2: la statistica - Assumete ora che di questi individui ve ne siano in media un certo numero, diciamo una frazione di punto percentuale sull'intera popolazione (per esempio: 0,00003%).
Livello 3: il cigno nero - Ora ipotizzate una catastrofe di genesi naturale o antropica: un mega asteroide, gli alieni, una guerra termonucleare globale, un virus sfiatato fuori da un laboratorio. Decidete voi, potete essere banali e mainstream o creativi e complottisti, basta che l'esito dell'esperimento mentale non cambi: la specie umana viene spazzata via, non solo dalla terra ma dall'intero universo.

Lavoro e parole


La pedante retorica sul lavoro da "difendere ad ogni costo" ha francamente rotto le balle. Non si capisce se questi matusalemme politici non si rendano conto del mondo in cui vivono o se se ne rendano conto ma facciano finta di continuare a vivere ai tempi della loro gioventù, perché della modernità non ci capiscono nulla. O peggio ne sono atterriti. 
Continuano a voler imporre il "dovere al lavoro" spacciandolo in modo subdolo per un sedicente "diritto al lavoro". "Ognuno ha DIRITTO ad AVERE un lavoro." Ripetono. Non vi fate ingannare, le parole sono importanti, e loro le usano bene, per manipolarci.
In realtà il lavoro non va AVUTO, il lavoro va FATTO. E il diritto è semmai un diritto ad un reddito, o comunque a una vita decorosa, non al lavoro fine a se stesso, a qualunque costo, anche se è un lavoro di merda, alienante, ripetitivo, noioso, macchinoso, degradante o addirittura pericoloso.
Quindi se il lavoro invece dell'uomo lo FANNO gli algoritmi e le macchine (leggi AI e robotica) va bene comunque, anzi va pure meglio, perché elimina degradazione e pericolo per le persone e aumenta la produttività e l'efficienza dei processi. Se insisti a voler far fare alla gente un lavoro che non serve più, non gli stai garantendo un diritto, gli stai imponendo un dovere. È la tua linea politica? Per me è follia, ma se ti prendi la responsabilità di chiamarla con il proprio nome, senza usare espressioni ingannevoli, fai pure.
Chiarito l'inganno del DOVERE al lavoro (quello che va AVUTO piuttosto che FATTO), veniamo al diritto. Quello vero, non il dovere travestito da diritto.

IL DIBATTITO FARLOCCO SUI MOTORI


I partecipanti al dibattito sul futuro del trasporto privato si dividono per la grande maggioranza in due schieramenti: 1) chi vuole che ognuno continui a guidare la propria auto, tassativamente a idrocarburi e 2) chi vuole che ognuno continui a guidare la propria auto, purché sia elettrica. In entrambi i casi continuerebbero a lamentarsi perché non trovano parcheggio, perché ci mettono un'ora per fare pochi kilometri, per il traffico, i lavori in corso, i cantieri, gli incidenti, i pirati della strada, gli incapaci al volante, ecc.
Nessuna delle due alternative tra l'altro offre una soluzione definitiva al problema dell'inquinamento e del riscaldamento globale. La prospettiva di avere circa 10 miliardi di auto in circolazione, qualunque sia il carburante utilizzato, non può essere considerata in linea con una politica ambientale (e non solo ambientale) intelligente.
Alla gente non risulta chiaro - e ciò ha dell'incredibile - che il problema principale non è il tipo di motore, bensì il numero di automobili in circolazione. Partono tutti alla stessa ora, vanno tutti negli stessi posti, ognuno da solo a bordo della propria auto. Li guardo dal terrazzo con vista sulla circonvallazione e sinceramente mi fanno anche tenerezza. Sono tutti lì in colonna, a sbadigliare, ammazzare il tempo col telefono, bestemmiare, solitari nella loro scatola di latta, senza nemmeno qualcuno con cui poter chiacchierare. E si sorprendono se c'è traffico. Eh, ma la "passione per i motori"! Per carità, ognuno ha le proprie passioni, le mie sono indirizzate a obiettivi meno meccanici, se così si può dire. L'importante è imparare a non lamentarsi di un problema quando lo si sta contribuendo ad alimentare.
Ovviamente la colpa principale non è degli automobilisti. Loro sono come al solito pedine in mano a chi fa propaganda per qualche sinistro interesse. Se gli proponi come alternative solo le automobili private (che causano il traffico) o i mezzi pubblici (che vanno bene a molti, ma non a tutti) non puoi accusarli di fare le scelte sbagliate.
Io non sono nemmeno a favore di un controllo espresso sempre e comunque tramite obblighi e divieti. Basterebbe poter usufruire di tutte le soluzioni che la tecnologia ci mette a disposizione. In giro per il mondo funzionano già (e molto bene) sistemi di trasporto condiviso. Avete presente Uber? Beh, non è l'unica, a me è capitato di usare anche altri gestori come Grab, Bolt e Gojek. Il funzionamento è simile a quello delle consegne tramite "rider". Apri l'app, scegli la destinazione, il punto di raccolta, il tipo di mezzo e l'algoritmo ti trova dei veicoli in servizio nelle vicinanze.

Allo stato brado in contesto urbano


Nei cosiddetti paesi in via di sviluppo mi capita spesso di vedere dei tipi di essere umano veramente originali. I più incredibili sono quelli che vivono praticamente allo stato brado, tuttavia in contesto urbano.
Seguono codici comportamentali e sviluppano tattiche di sopravvivenza che per noi irregimentati (qualcuno leggerà "civilizzati") sono totalmente estranei. Si comportano un po' come dei nomadi preagricoli, ma sfruttano tutte le possibilità che la modernità mette loro a disposizione.

Neo-schiavismo


Sul problema dello schiavismo dei rider pensavo di non voler scrivere nulla, perché ha una soluzione talmente banale che non meriterebbe grosse attenzioni. Invece ho deciso di scriverne proprio per affrontare il motivo per cui tale soluzione non viene applicata.
Partiamo con la soluzione. Il costo totale della consegna deve includere una parte per il contributo del rider più alta di quella attuale. Molto più alta. E deve pagarla chi ordina.
Se non vuoi o non puoi farti da mangiare e preferisci il cibo del ristorante, ma al ristorante non ci vuoi andare, né per mangiarci né per ritirare il tuo pasto di persona, e ti aspetti che qualcuno ti effettui la consegna a casa, beh quel servizio devi pagarlo, perché chi lo eroga è lì per servirti, non per farti da schiavo.
L'esercente potrà farti un minimo sconto sul menù perché non occupi spazio in sala e non ti deve servire al tavolo, ma qualcuno deve pur lavorare per il confezionamento e la consegna del tuo pasto.
Il costo del rider lo paghi tu, e attualmente è troppo basso. Lo capisce anche un fesso.
Quindi perché un problema così banale non viene risolto?

Le due prove


Secondo i sostenitori del negazionismo climatico non c'è prova definitiva (la famosa pistola fumante) che il riscaldamento globale, o per lo meno una sua porzione preponderante, sia antropogenico (cioè causato dall'essere umano). E ad essere rigorosi non hanno tutti i torti. Ci sono sicuramente molte indicazioni a supporto della tesi "apocalittica", c'è un grande consenso della comunità scientifica e gli andamenti delle grandezze misurate non sembrano rispettare quelli dei cicli climatici naturali. Ma si tratta di dinamiche che si sviluppano su scala enorme, con un insieme di variabili molte delle quali ci sono probabilmente ignote. Non sappiamo nemmeno se abbiamo sotto i nostri occhi l'immagine completa. E non è che puoi tagliare la testa al toro con un semplice esperimento in laboratorio.

TUTTAVIA non esiste nemmeno la prova contraria, cioè che la parte antropogenica del cambiamento non sia preponderante e non abbia conseguenze irreversibili.

La cosa più allucinante è che si consideri la prima delle due mancanze di prova più importante della seconda. Se il rischio di riscaldamento globale si sarà rivelato un falso allarme avremo fatto un po' di casino per nulla, ma saremo ancora qui a goderci la pacchia terrestre. Se invece si tratta di una prospettiva reale siamo potenzialmente fritti, arrostiti, saltati in padella, cotti al vapore. Scegliete pure la metafora che più vi piace, ma sempre di combustione si tratta.

membrane - di William Stabile

Pubblico qui sotto una poesia dell'amico William Stabile.

 

membrane 

decifra le notti

dove abortiscono i sogni

riallaccia sintassi

cercando il senso della storia

-minima

intreccia gli anni come anelli

che attraversano raccolte

sente i segnali sfuggire

eppure ricercare

percepisce ancora membrane

vibrare

leggere sfiorano

le pareti più intime del soffio

-pur sempre brade

bimbi nel cortile di una scuola

scuotono rami d’albero

 

mi compio sotto una pioggia di fiori di pesco