Cortocircuito anacronistico
C'è una domanda che mi assilla da molto tempo. Perché in Italia, a così tanti anni dai fatti salienti, ci sono ancora tante persone che si identificano nello scontro tra fascisti e anti-fascisti? Perché l'anacronismo dei temi del dibattito non ha relegato ai libri di storia anche i dibattenti?
Una risposta potrebbe essere formulata tracciando un parallelo con la genetica.
Quando il trauma collettivo causato da una spaccatura sociale è troppo lesivo, quando i fatti hanno ecceduto il limite della capacità di gestione umana, il meccanismo cicatrizzante che solitamente si occupa di farci voltare pagina e far fermentare la cronaca perché si trasformi in storia fallisce. Semplicemente non entra in funzione. La ferita non si rimargina, il trauma rimane, la spaccatura sociale stessa non viene riparata e i lembi della carne lacerata restano divaricati.
Bene, questo è il risultato, ma come funziona il flusso? Così come il patrimonio genetico dei genitori viene trasmesso ai figli, le polarizzazioni in oggetto - quelle "gravi", a differenza di quelle che sono state disinnescate - vengono erroneamente trasmesse da una generazione all'altra assieme ai tratti culturali "sani". Ricordiamoci, per restare nell'ambito della genetica, che anche il meccanismo di propagazione del DNA può commettere degli errori.
L'appartenenza ai gruppi contrapposti di una certa epoca, che normalmente perde di valore quando la storia passa al capitolo successivo, viene in questi casi estremi perpetuata. Ciò avviene non soltanto nella direzione genitore->figlio, ma anche in quella insegnante->studente, anziano->giovane, gruppo->individuo, guru->seguace e via dicendo.
Un effetto collaterale del processo in atto, che diventa anche propulsore di un ciclo retroattivo autoalimentante, è il fatto concreto che chi è stato assorbito da uno dei due gruppi dichiara apertamente di appartenervi e quindi si trova davanti degli individui che altrettanto effettivamente appartengono allo schieramento "nemico". E si sente dunque legittimato a continuare a combattere le sue battaglie. È una guerra illusoria, come quella dei militari giapponesi rimasti in agguato nelle foreste filippine decine d'anni dopo Hiroshima e Nagasaki. Illusoria nelle istanze, ma reale nella sua concretezza. In sostanza è una divisione effettiva ma non più supportata dalle fondamenta storiche che l'hanno generata e sostenuta.
Fascismo e antifascismo, pur non avendo da tempo alcuna motivazione storica, sono visti come movimenti necessari proprio perché le persone non hanno smesso di rappresentarli. Cioè non hanno senso e hanno senso allo stesso tempo.
La soluzione all'inghippo, che comunemente si pensa debba essere politica, o peggio ancora militare, dovrebbe invece essere cercata nelle cassette degli attrezzi proprie di altre discipline: sociologia e psicologia. La contrapposizione è una vera e propria patologia di gruppo, che come qualsiasi patologia non va discussa, bensì curata.
Perché sarebbe importante curarla? Innanzitutto perché, come qualsiasi problema fisiologico, è causa di conseguenze disfunzionali. Inoltre, trovandoci evidentemente sull'orlo di un cambiamento epocale su cui dovrebbero essere concentrate tutte le energie a disposizione, sperando bastino, essa rappresenta un pericolosissimo elemento di distrazione dagli obiettivi fondamentali di un sistema paese.
Ovviamente non credo affatto che saremo in grado di prendere coscienza, svegliarci e uscire da questo sogno ambientato nel passato per affrontare le sfide del presente. Temo invece che le legnate inferte da tali sfide ci costringeranno ad un risveglio molto traumatico.

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