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Ricette per la serenità, capitolo 1: l'ambito di controllo diretto.

La ricetta per la serenità è facile, e ha radici antiche. Il concetto è semplice. La logica inattaccabile, in quanto banale. Eppure la applicano in pochi. Gli altri, quasi tutti quindi, passano le giornate al lavoro, al ristorante, al bar, in piazza o a casa, ad azzuffarsi su argomenti di cui in realtà non sanno nulla e che non sono direttamente collegati alle loro vite. E lo fanno con la foga di chi sta difendendo ciò che più gli è caro.
Cerchiamo di spiegarci meglio.
Ti imbatti in una teoria, un’ipotesi, un sospetto di carattere globale. Diciamo in ambito geopolitico, finanziario, sociale. Okay, può essere che tale teoria sia azzeccata. O magari no. Riesci a confermarla o a smentirla senza uscire dal tuo ambito di controllo diretto? Se la risposta sì, allora confermala o smentiscila. Se invece è no, mi spiace, ma insistendo nel sostenerla stai sprecando tempo ed energia, inoltre ti stai probabilmente coprendo di ridicolo.
Facciamo un esempio.

Come se niente fosse - Bangkok, Thailandia

Saphan Rama VIII

Attraverso la strada per imboccare l'entrata del parchetto che dà sul fiume Chao Phraya, da dove voglio scattare una foto al ponte Rama VIII, illuminato di giallo dopo il tramonto. E' uno dei simboli dei miei decenni di viaggi in oriente, e sono due anni che non lo vedo.

All'improvviso sento un botto. Mi volto e noto uno scooter adagiato a terra, un signore che cerca di sollevarlo e lì a fianco un pick-up con un paio di ragazzotti a bordo e il solito cargo di gente nel cassone posteriore. Attendono con calma che il signore alzi il motorino e sgomberi la carreggiata. Il signore maneggia con altrettanta calma lo scooter. Finalmente riesce a sollevarlo, ci sale sopra e lo riaccende. Gli operai del pick-up lo osservano senza commentare, nemmeno con qualche espressione facciale. 

Lettera a un ladro - Kuala Lumpur, Malesia

Foto di walkinginspace pt2 (CC)
Caro ladro,
ladro sconosciuto. Mi riferisco alla professione, non all'insulto, chiaramente. Nonostante la scoperta di essere stati derubati di sessanta euro possa spingere ad abbandonarsi al piacere orgasmico che solo gli insulti sanno infondere - insulti scagliati all'indirizzo di un bersaglio sconosciuto e per questo facile da colpire senza complicazioni di coscienza - se uno ci pensa più attentamente si accorgerà che non ne vale la pena. 
In passato sono già stato vaccinato contro la rabbia e lo shock indotti dai furti. Mi sono state rubate molte cose: denaro in valute varie, traveler's cheque, i dati della carta di credito, macchine fotografiche, un'auto (non mia), biciclette, telefoni cellulari. Puoi chiamarmi ingenuo, sbadato, vulnerabile. Magari hai ragione, io però dico che sono semplicemente uno che si espone al rischio. E' il modo in cui vivo la mia vita, una sorta di comandamento istintivo: non rinunciare a una curiosità, un'emozione, un'esperienza, un piacere solo perché potrebbe succedere qualcosa.  E se adotti questo approccio troppo spesso, o quasi sempre, prima o poi qualcosa succederà davvero.
Non sono ricco e non posso permettermi di perdere una somma del genere un giorno sì e uno no liquidando il fatto con una risata. Ma non sono nemmeno povero e mi riprenderò, anzi l'ho già fatto. Penserò a qualcosa dello stesso valore a cui dovrò rinunciare, ma sarà solo per finta, dal momento che non conduco una vita lussuosa e non c'è nulla di cui ho bisogno di fare a meno.
Ma tu, oh sì, proprio tu, hai fatto davvero una mossa sconsiderata. Decisamente abile, non c'è che dire, visto che sei riuscito a infilare due dita nella mia tasca, sfilare tutte le banconote da dieci e cinquanta ringgit che c'erano dentro, lasciandomi quelle di taglio più basso - come se volessi sfoggiare la tua maestria e sbeffeggiarmi allo stesso tempo - il tutto senza che io mi accorgessi di nulla. Certo, la folla che mi stava accalcata addosso in quel locale ha reso l'operazione più facile, ma si è trattato comunque di un notevole gioco di prestigio. 
Quanto sconsiderato tuttavia, come dicevo poco fa, visto che il karma negativo che ti sei tirato addosso ti inseguirà fino a che non ti avrà fatto pagare il conto. E avendo tu rubato sessanta euro si tratterà di sessanta cose qualsiasi che ti possono essere sottratte o affibbiate: giorni di vita - o forse mesi? - delusioni, momenti di tristezza, pene d'amore...chi lo sa, il karma è inevitabile, il suo esito scontato, ma le sue vie sono imprevedibili.
Come dici? Non sei né buddhista né indù e quindi le faccende di karma non ti riguardano? Oh ma non funziona mica così: il karma potrà non interessare a te ma tu di sicuro interessi al karma. Guarda me per esempio, nemmeno io sono un fedele di quelle religioni eppure proprio in un posto così, dove normalmente non mi si fila quasi nessuno, questa bella ragazza, alta ed elegante si sta avvicinando per consolarmi, e mi sorride, e aspetta che le dica qualcosa, qualcosa che, ovviamente, io non dico, perché spesso mi comporto così, perdo delle occasioni convinto che comunque ce ne saranno altre, anche se non c'è alcuna prova che puntelli questa labile convinzione se non il fatto che alla fine c'è sempre stata un'altra opportunità, fino ad ora, almeno, ce n'è sempre stata un'altra. 
E infatti guarda quest'altra ragazza, certo non sarà alta come l'altra - che uno sciocco amico geloso dopo essersi accorto delle sue mosse sta trascinando via - ma è graziosa, carina e minuta. Sta chiacchierando con quel giovane olandese che ho conosciuto poco fa ma appena mi vede si blocca, sta dicendo qualcosa, le leggo il labiale e sta dicendo ti conosco, ma io non l'ho mai vista prima e faccio un passo indietro e mi nascondo dietro una colonna perché oltre a essere incline a lasciarmi sfuggire le botte di fortuna sono anche succube di questo genere di comportamenti infantili, e lei si muove e continua a fissarmi e quando leggo di nuovo sulle sue labbra quella frase che mi inchioda sul posto - per curiosità o timidezza o entrambe - lei sta già camminando verso di me. Mi sta proprio davanti ora e mi dice ti chiami Fabio, che in effetti è il mio nome, non un nome comune a Kuala Lumpur, tra l'altro. Ma chi è, a che luogo, persona o evento la posso associare, scorro velocemente una lista mentale incasinata ma non vi trovo nulla, non conosco molta gente in questa città e di quelli che conosco di solito ricordo i volti. Sono thailandese, mi sta dicendo adesso, e questo ha senso perché conosco più gente a Bangkok che qui ma lei non è comunque una di loro. Dice che sono italiano, altra cosa che non dovrebbe essere lei a dire a me ma io a lei visto che è la prima volta che ci incontriamo, di questo sono sicuro, e poi elenca i posti in cui mi ha visto e sono tutti posti in cui sono stato qualche volta. Alla fine deve andarsene ma mi ripiomba addosso fuori dal locale, viene a salutarmi e a dirmi ci vediamo a Bangkok. Mi lascia interdetto, avrei dovuto dirle qualcosa di spiritoso ma se n'è già andata. Per fortuna non mi ha salutato con quell'espressione che alcune thailandesi utilizzano per farti ridere anche se non mi ha mai strappato un sorriso dalle labbra, see you when you see me, una battuta davvero priva di potenza.
Beh, giovane ladro, ti sei convinto adesso? Non credi nel karma? Ma lui crede in te, e in quello che hai fatto. Faresti meglio a cominciare a pensare alle cose che possono accaderti sessanta volte, o forse duecentocinquanta, visto che in valuta locale quella è la cifra che mi hai sottratto con tanta destrezza dalla tasca. Puoi scappare, ti puoi nascondere, puoi ignorarlo, puoi scherzarci su, ma prima o poi il karma ti trova sempre.

Buona fortuna e cordiali saluti,
la tua vittima, nonché salvadanaio occasionale.
F.P.

Malacca - Malesia, 21 settembre 2003

Sono seduto ad un tavolo di un ristorante Mama, dal nomignolo con cui vengono identificati, da queste parti, gli indiani-musulmani. I tavoli sono tutti occupati ed un signore decide quindi di accomodarsi accanto a me. È un uomo di mezza età, i suoi capelli - brizzolati con qualche tocco di bianco qua e là - si diradano sulla fronte alta e abbronzata. Il suo bel viso è una composizione ordinata in cui le linee dritte delle rughe e i volumi di carne morbida di orbite, guance e mento si sostengono e si tendono a vicenda in armonioso equilibrio funzionale. Porta dei baffetti grigi fini e curati.
Ha un pallino nero tatuato sopra il naso, tra le sopracciglia. Altri disegni più complessi sporgono da sotto la scollatura e dalle maniche avvolte della camicia di raso color granata. Il viso è quello di un cinese ma le effigi di un Buddha e di due monarchi siamesi appesi ad una lunga catena che porta al collo ne tradiscono la provenienza thailandese. Infilato al dito medio della sinistra porta un anello su cui grava una complessa e pacchiana figura metallica mentre una pietra che assomiglia ad un occhio castano fa da contrappeso sull'altra mano. Una specie di bracciale d'argento a maglie grosse e pesantemente decorate gli avvolge una caviglia, sopra al calzino di cotone che si infila in una moderna scarpa da ginnastica.
Sta aggiornando un quadernetto su cui tiene della contabilità. All'improvviso si volta verso di me e mi porge, con un inglese eccellente, una domanda strana: «Mi scusi, il monte Everest si trova in Nepal o in Tibet?».
«Senza dubbio in Nepal» gli rispondo io (in realtà l'enorme massiccio si estende attorno al confine tra Nepal e Tibet, ma la maggior parte dei turisti vi accede dal versante nepalese). Rimette il quadernetto al suo posto in un'ordinatissima ventiquattrore, ne tira fuori un altro e ci appunta qualcosa.
«Di dov'è?» gli chiedo.
«Thailandia».
«Lo sospettavo, ho notato la medaglietta di re Rama V. E pure degli ideogrammi cinesi sul suo quaderno».
«In effetti sono thai-cinese». L'uomo comincia a parlarmi del Siam, di re Chulalongkorn che abolì la schiavitù nel suo regno, della saggezza del padre, il protagonista del film "Anna and the king". Del fatto che, per preservare le tradizioni siamesi, ai cinesi veniva proibito l'uso della propria lingua ed imposta la scelta di un nome locale.

Poi comincia a parlare di zodiaco cinese. Mi spiega che io sono del segno del cane del tempio. Prima o poi quindi riceverò una chiamata spirituale e mi rivolgerò al buddismo per la ricerca della verità e dell'illuminazione.
Comincia quindi con una digressione sul buddismo, sulla rettitudine, sui mali da evitare e mentre sto scrivendo un appunto che mi ha appena dettato estrae di soppiatto dalla valigetta una cartolina raffigurante un bonzo seduto nella posizione del loto. Dopo averlo incensato per un paio di minuti mi spiega che posso avere una copia dalla cartolina e la benedizione eterna per "soli" 20 ringitt, circa 5 euro. Dopo aver incontrato il mio cortese rifiuto mi fissa per qualche secondo in silenzio da dietro un paio di occhiali scuri. Mi ricorda un venditore di enciclopedie porta a porta. Rilancia a 10 ringitt. Rifiuto proponendo una mia visita con relativa offerta al tempio del monaco presso Ubon Rachathani, nel nord-est della thailandia. Rispondendo ad una mia domanda di qualche minuto prima (inizialmente ignorata) mi indica il suo nome su un bigliettino da visita. Quindi si alza e si incammina dicendo: «Ti manca la saggezza».
«Come?» gli rispondo più per sorpresa che per curiosità.
«Ti manca la saggezza...» guarda il cielo come se vi cercasse le parole «...al 50%!».