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Ho (ri)letto I Promessi Sposi: ecco le mie chiavi di lettura

Ho riletto di recente I Promessi sposi. Anzi, direi che l'ho letto per la prima volta, visto che al liceo avevo seguito la vicenda attraverso i riassunti della leggendaria Casa editrice Bignami, con l'unico obiettivo di non fare una figura meschina alle interrogazioni, senza alcun interesse letterario. L'ho letto in versione e-book tra l'altro, e spero che l'Alessando  (con l'articolo, alla milanese) non si rivolti nella tomba. 
Tra i vari motivi che mi hanno spinto a farlo c'era una curiosità: dopo tanti anni c'è ancora qualcosa di attuale in questa storia? O la leggiamo soltanto per tradizione, per costrizione, perché i programmi scolastici sono dei muri spessi, difficili da abbattere e ricostruire, o anche solo da restaurare?

Ricordo che Manzoni veniva spesso elogiato per le poetiche descrizioni dei paesaggi e per l'ideazione di personaggi elaborati, rappresentativi, intriganti. Onestamente non sono d'accordo. Mi spiego, tutto ciò è sicuramente vero. Per un lettore del diciannovesimo secolo però. Ma ora? Dopo aver letto Tolstoy, Faulkner, Flaubert, Updike, Pirandello, Greene, Roth, Eco? Mah, i personaggi e i paesaggi di Manzoni non vengono fuori troppo bene dal confronto. Provate ad analizzare il profilo di Herzog, il protagonista dell'omonimo romanzo di Saul Bellow o il modo in cui McCarthy dipinge con le parole i tramonti al confine tra Messico e USA. Poi tornate a quel ramo del lago di Como o alle macchiette stereotipate di Azzeccagarbugli, Don Abbondio, Agnese o Perpetua e tirate le somme. In realtà mica è colpa del buon Alessandro: il confronto non è nemmeno corretto farlo. Sarebbe come paragonare i tempi degli atleti di due epoche diverse, o le tecniche chitarristiche o le velocità dei sistemi di trasporto. La letteratura si evolve, così come la società e la tecnologia. E a un lettore del ventunesimo secolo tenderà a piacere di più quel che è stato scritto in tempi a lui più vicini.

Traduzione goffa

"Fare sesso" è una traduzione abbastanza goffa dell'inglese "to have sex", e fa pure piuttosto schifo. Non soltanto da un punto di vista fonetico, anche se questo sarebbe già un motivo sufficiente per invalidare l'espressione. È la differenza stessa tra il significato dei due verbi a rovinare l'atmosfera: in un caso si fa, si agisce, ci si concentra sul lato meccanico dell'atto. Nell'altro si ha, si possiede in quanto si riceve, e siccome la cosa è reciproca ne consegue che qualcosa anche si dà. Non c'è paragone. Eppure i traduttori italiani la utilizzano spessissimo.
Ma sei ossessionato dal linguaggio anche nelle questioni di sesso? Starete pensando. Certo! La poesia, una delle più elevate espressioni dell'animo romantico, è in gran parte linguaggio. Se ne parli male non puoi che viverlo male. Se proprio di amore non si tratta e si vuole essere meno formali di un testo di medicina o psicologia allora preferisco utilizzare quei verbacci che hanno come radici scope, chiavi e trombe. Saranno anche volgari e vagamente maschilisti (tutti simboli più o meno fallici, non si parla mai di guaine, fodere o custodie) ma suonano più diretti, meno asettici, decisamente più sinceri. 
D'altra parte, come lessi una volta in un libro di un autore cubano, il sesso è bagnato, e non ha un buon odore. Perché quindi fare tanto gli schizzinosi quando se ne parla?

Immagine: copertina del libro in cui ho letto quella frase (non do garanzie sull'accuratezza della citazione)

Parola contro Zen

Dopo aver letto i seguenti paragrafi de Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsig, ho avuto una sorta di illuminazione:
[...]Il termine logos, radice della parola «logica» , si riferisce a tutto ciò che
costituisce la nostra comprensione razionale del mondo. Il mythos è l'insieme dei miti antichi, storici e preistorici, che hanno preceduto il logos. Il mythos non include solo i miti greci ma anche l'Antico Testamento, gli Inni Vedici e le antiche leggende di tutte le culture che hanno contribuito alla formazione della nostra attuale visione del mondo. La contrapposizione tra mythos e logos afferma che la nostra razionalità prende forma da queste leggende, che la nostra conoscenza attuale ha con esse lo stesso rapporto che un albero ha con il virgulto che fu un tempo. 
[...]Si può notare che nella cultura giudeo-cristiana, in cui la «Parola» dell'Antico Testamento era intrinsecamente sacra, gli uomini sono pronti a sacrificarsi, a vivere e a morire per le parole. In questa cultura, un tribunale può chiedere a un testimone di dire «la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità, con l'aiuto di Dio» , e aspettarsi che la verità venga detta. Ma se si trasporta il tribunale in India, come fecero gli inglesi, lo spergiuro è all'ordine del giorno, perché il mythos indiano è diverso e il carattere sacrale delle parole non è sentito nello stesso modo.
All'improvviso tante cose diventavano chiare. Potevo finalmente trovare una spiegazione per alcune delle più sconcertanti differenze culturali tra l'occidente e l'oriente (in particolare lì dove il mythos è principalmente di origine induista, buddhista e taoista). Per quegli aspetti la cui esistenza conoscevo da un pezzo ma di cui non avevo ancora saputo trovare una radice. Noi -  mi riferisco agli occidentali - diamo una grande importanza alle nostre parole, le nostre promesse, la verità. Anche per gli asiatici queste cose sono importanti, ovviamente, ma lo sono in un modo diverso. E probabilmente danno ancor più importanza ad altri valori. Altrimenti, come potremmo spiegarci il tabù della parola no(*), o tutti quei comportamenti apparentemente incoerenti che gli asiatici riescono ad adottare con estrema naturalezza pur di assicurarsi che nessuno sia costretto a perdere la faccia(*)?

(*) Per maggiori informazioni su questi aspetti delle culture asiatiche potete dare un'occhiata a siti come questo. Oppure farvi quattro risate con le esperienze di questo italiano che vive e lavora in Cina.

Due libri - Bangkok, Thailandia

Di solito le mie letture le porto avanti in serie. Quando finisco un libro ne scelgo un altro. Ma questa volta, per motivi vari, ho cominciato due volumi e non riesco a metterne uno da parte. Le storie sono belle ma ciò che mi ha catturato è piuttosto il modo in cui sono scritte. Il problema ora è: come organizzarsi? Uno per la notte e uno per il giorno? A seconda dell'umore? A giorni alterni? La soluzione che ho adottato me l'hanno suggerita i libri stessi. In quanto a dimensioni, "Underworld" di Don De Lillo è grande il doppio di "Tropic of Capricorn". Quindi quando esco, per la metropolitana o il caffè, metto Henry Miller nella tasca della borsa. Quando sono a casa, dove l'ingombro non conta, mi siedo sul divano e leggo Delillo. 

Foto Henry Miller (GNU, CC), da wikipedia.org

Un mese sull'ovatta - Padova, Italia

Sono in Italia già da due settimane. Il tempo è un cucciolotto che barcolla sull'ovatta. È l’unico mese dell’anno che trascorro qui. Pur senza fare nulla di speciale, la noia non stiracchia ancora l’elastico delle giornate. Scrivo qualcosa, passeggio, mi faccio coccolare da mamma e papà, rivedo i vecchi amici, riscopro il senso delle serate trascorse a casa, mi aggiro tra le stanze con un libro al guinzaglio.

I libri. Ne ho ripreso in mano uno, comprato e letto anni fa a Singapore. È una cosa che faccio di rado, rileggere i libri. A volte ripenso a un bel capitolo, a una sensazione provata, che voglio rimettere alla prova a distanza di anni, ma c’è quasi sempre un nuovo volume che mi cattura, soffocando il proposito quand’è ancora nella culla.
Questo però è un libro unico, una raccolta di racconti brevi, anzi brevissimi, come dice anche il titolo, “Sudden fiction”. Ogni brano dura non più di due pagine, spesso una soltanto, in cui si concentra la magica pozione ottenuta con un personaggio azzeccato, una situazione tesa, un incipit fulminante seguito da un finale a sorpresa. Divori in un boccone i raccontini che ti piacciono e ti sbarazzi in fretta delle storie con cui non fai click. Un libro che, come e forse più delle altre raccolte, lo puoi leggere indifferentemente in un verso e nell’altro, dal primo racconto a seguire o dall’ultimo a ritroso, se ti va persino a saltelli qua e là.

Oggi in centro c’era una manifestazione. Un gruppo di immigrati sfila urlando slogan contro il razzismo, toccando i punti strategici dell’organismo cittadino: il comune, la prefettura, le piazze e la zona pedonale. A prima vista si tratta di un gruppo omogeneo, ma basta seguirlo e osservarlo un po’ per notare tutte le sue sfaccettature. C’è il leader naturale, che trova un piano rialzato per mettere alla prova le proprie doti di oratoria. Altri danno fondo al loro bagaglio di italiano per spiegare a due vecchietti la propria frustrazione. Ce ne sono alcuni, una minoranza a dire il vero, che si rivolgono ai passanti inermi con parolacce e gestacci. Sarà quel miscuglio di entusiasmo e luci della ribalta a proiettare ai loro occhi un mondo in bianco e nero, la divisione illusoria tra buoni e cattivi, loro da una parte e tutta l’Italia dall’altra. Dimenticando forse che anche nei cortei di questo tipo si annidano agitatori, opportunisti e volta gabbana. “Se questi italiani ci uccidono, uccideremo gli italiani nei nostri paesi” è uno slogan che può traghettarli dalla ragione al torto.
Ma la maggior parte dei manifestanti per fortuna si comporta bene: gridano la loro rabbia ma dialogano con i cittadini. Ce ne sono infine alcuni, con i quali mi identifico un po’, che incontrano una ragazza carina e si scordano del corteo.

Guaio! - Singapore

Passeggio in Orchard Road, i piedi quasi li trascino. Le passeggiate pomeridiane a cavallo dell’equatore ti succhiano l’energia. E’ l’ora del tramonto e finalmente si respira. Lo sguardo si posa distratto sui soliti particolari.
Adolescenti malay che ruttano l’ennesima birra alla salute di Allah, le prime squillo che scendono dai taxi e salgono ticchettando gli scalini dell’Orchard Tower. Turisti col collo madido che scattano foto a chissà cosa, e giovani alla moda che sorseggiano frappè.
All’improvviso con la coda dell’occhio individuo qualcosa. Anzi qualcuno. Sta lì, sul bordo del marciapiede. Non si muove ma è come se lo facesse. Sta in una posa dinamica. E’ come se un fremito le percorresse il corpo. Un movimento invisibile, che soltanto l’intuito riesce a percepire. Ha appena mosso un passo? O lo sta per muovere? Sarà per quei capelli ondulati, così rari nelle ragazze asiatiche.
Dove l’ho già vista? Anche lei sta pensando la stessa cosa.
Mi ha puntato gli occhi addosso, e con una smorfia mi chiede: dove ti ho già visto?
Ma dura solo un attimo. Non mi sono nemmeno fermato, con malcelata indifferenza punto lo sguardo di fronte a me, e proseguo con aria decisa verso il mio nulla da fare.
Sarebbe bastato dirglielo, invece di ricacciarmi le parole in gola. “Dove ti ho già vista?”.
Cosa mi ha fermato? Un pensiero lampo, di una parola soltanto: guaio!
Non ho ancora capito chi sia, se e dove l’ho già vista, ma quel pensiero è quasi una certezza: tieniti alla larga da quella ragazza.
La curiosità mi sta divorando, devo sedermi su quella panchina e pensare. Chi è? Chi sei? Perché quella parola?
Scorro la lista degli ultimi posti in cui sono stato. Kuala Lumpur? No, il viso mi dice Thailandia. Phuket? In mezzo al trambusto dello tsunami quel volto non compare. Hua Hin? No. Bangkok? No. Torno ad inizio lista, Kuala Lumpur?
Ma sì! E avevo ragione: è thailandese. Alloggiavamo nello stesso residence. Lei con la figlioletta e il marito. Il marito. Un altro pensiero. Ancora una parola soltanto. Cornuto! E ancora: guaio. Ora mi è tutto chiaro. La vedevo quasi tutte le sere al caffè del residence. Una di quelle catene americane, con prodotti italiani e prezzi giapponesi. Io abbassavo gli occhi sul mio libro o sugli appunti, ma non resistevo a lungo.
Quando alzavo la testa sapevo che mi bastava aspettare un attimo, e lei si sarebbe voltata verso di me.
Ha la capacità di guardarti come se al mondo ci fossi solo tu. Come se lei fosse la ragazzina di prima media e tu il ragazzo di terza di cui si è presa una cotta. Ma soprattutto, lo fa come se fosse la cosa più pulita del mondo. Come se quell’uomo che le sta seduto accanto fosse solo un conoscente, come se non fosse il padre della bimba, suo marito.
Anche allora, sarebbe bastato aggiungere qualcos’altro a quei Hi! scambiati al volo quando la incrociavo nella hall. Il suo sorriso non chiedeva, piuttosto autorizzava. Anche allora mi fermava quel pensiero. Guaio! Quando l’ho vista poco fa, c’è arrivato prima l’intuito della logica.
Interessante scoprire i meccanismi della mente, quelli che funzionano quando non ce ne accorgiamo. L’intuito, le decisioni prese praticamente senza pensarci. Ne parlava Gabriele Romagnoli su Repubblica, citando un saggio di uno studioso americano. ‘Blink’.
Qualche giorno fa sfogliavo il libro tra gli scaffali di Borders. Books, music, movies and coffees. Per fare il verso all’Esselunga: Supermecato o libreria?
Lessi l’introduzione e lo catalogai tra i libri di cui ho pensato: “Bello l’inizio! Interessante...non lo compro...”.
Tutto in sincerità, senza ironia: bello, interessante, non lo compro. Non ho dovuto nemmeno rifletterci, ho utilizzato il concetto chiave del saggio, per decidere di non comprarlo. Ho la sensazione che Romagnoli, in quella pagina scarsa, abbia catturato l’essenza del libro.
Sono uscito da Borders con una copia di ‘Sudden Fiction: American Short-Short stories’. Una raccolta di racconti brevissimi, un genere che esiste da molto tempo - c’è ‘A very short story’ di Hemingway, pubblicato nel ’25 - a cui non hanno ancora dato un nome. Sudden, short-short. Qualcosa a che fare con Blink in fondo ce l’ha.
Mi rialzo dalla panchina, do un’occhiata indietro. Non la scorgo, ovviamente.
Resta una domanda. Come al solito, resta sempre una domanda.
Guaio! Cosa sarebbe successo senza quel Blink?