La soluzione all'idiosincrasia


La mia condizione di lavoro ottimale è caratterizzata principalmente da tre attributi: autonomia, asincronia e atopia. Le "tre a-". Vale a dire: indipendenza dall'apparato, dalla simultaneità e dalla localizzazione.
Ciò non vuol dire che sia tassativamente esclusa la possibilità di lavorare con altre persone, condividere lo stesso luogo o comunicare in diretta. Significa che lo si fa soltanto quando risulta costruttivo, naturale, logico. Non per abitudine, convenzione o regolamento.
Ci saranno sicuramente delle eccezioni, soprattutto nelle realtà più piccole, ma di norma le organizzazioni aziendali di una certa dimensione e complessità prevedono dinamiche sociali che io trovo estremamente tossiche.
Ciò che più mi pesa di quelle realtà è la sensazione di essere costretti a reprimere alcune pulsioni — naturali e normali altrove — per conformarsi ad un ambiente che per ragioni di convivenza, convenienza e connivenza diventa artificiale, sintetico e finto. Un palcoscenico su cui gli individui devono evitare di far trasparire tratti della loro personalità che li rendono univoci, infilandosi in un'uniforme caratteriale che costringe e omologa lo spirito più di quanto faccia con il corpo quella sartoriale che indossano.
Io non sono in grado di gestire a cuor leggero questa doppia personalità richiesta quasi per contratto. C'è una forza primordiale e insopprimibile dentro di me che urla per avvertirmi che tutto ciò non va bene, che IO sono normale nella mia unicità, che non c'è nulla di male nell'esprimerla, che anzi soffocarla è sbagliato e può causare persino derive patologiche.
Pur non essendo asociale né misantropo, sono sicuramente ben attrezzato per (r)esistere a lungo in maniera solitaria e autarchica. E per trarne pure vantaggio. Ecco perché la modalità di lavoro delle "tre a-" è la soluzione ottimale alla mia idiosincrasia per le organizzazioni professionali strutturate.

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