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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

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La sicurezza della dimensione temporale discreta - Mosca, Russia

La metro di Mosca è un'opera d'arte

La scorsa settimana in una mostra d'arte contemporanea allestita al Manezh di Mosca mi sono fermato davanti a un grande schermo in cui veniva proiettato uno dei vari video a ciclo continuo. L'autore immaginava che gli utenti dell'enorme rete metropolitana cittadina non appena messo piede sulle scale mobili entrassero in una nuova dimensione, una specie di mondo parallelo in cui il tempo avanza per quantità discrete, quelle degli intervalli tra le fermate e dei tempi di scorrimento degli ingorghi all'uscita. L'unico modo per riappropriarsi dell'esperienza temporale individuale, sostiene la didascalia dell'opera, è staccarsi dal gregge, camminare in direzione opposta, fare qualcosa di inusuale, differente, controcorrente.

Sarà. A me sembra però che la massa plastica della gente che intasa i colli di bottiglia agli imbocchi delle scale mobili - un elemento per niente discreto, anzi continuo, omogeneo, quasi liquido - ti trasmetta sicurezza, fiducia, calore umano oltre che fisico, soprattutto quando stai incuneato tra la panza molle di un beone e il culo prominente di una stangona moscovita. 

Poi ti ricordi che anni fa un gruppo di invasati ha spruzzato del gas nervino nella metro di Tokyo, causando una strage, e che in casi come quello più folta è la massa e più alto è il numero delle vittime, e ti viene da dare ragione all'artista, non tanto per riassestare le lancette del tuo orologio personale quanto per salvare il tuo prezioso culo. 

Ma resta il fatto che abbandonare il capezzolo di quella tetta gigante, sensuale e ondulante, anche se causa di sconvolgimenti temporali, non è per niente facile.

15 ore: una guida raffazzonata all'Aeroporto Internazionale di Mosca (Sheremetyevo)


Che coincidenza malefica, sono appena atterrato a Sheremetyevo e il mio prossimo volo parte fra quasi quindici ore. Quando ho comprato il biglietto avevo in mente un programma diverso e non me ne sono preoccupato. Avevo organizzato una sosta di una decina di giorni a Mosca, ospite di C, un amico che insegna Italiano a studenti russi. C'ero già stato l'anno scorso e me l'ero passata davvero bene. Ho ancora in mente tutte quelle originalità moscovite, il fascino da macchina del tempo di San Pietroburgo e se chiudo gli occhi e mi concentro sento in bocca la vampata della vodka e il sapore acidulo del borscht. Avrei pagato una piccola penale alla compagnia aerea e il problema dell'attesa sarebbe stato azzerato. Purtroppo però il biglietto che avevo comprato era in super-promozione e la piccola penale si è rivelata essere pari alla metà del prezzo iniziale. Considerando che ci sarebbe stato da aggiungere il costo del visto e che recentemente ho dovuto sostenere altre spese impreviste, ho dovuto rinunciare.

Quindidici ore quindi. Ho avuto il tempo di visitare la struttura in lungo e in largo. Mi sono mosso tra i terminal D, E e F, che sono gli unici a cui si può accedere senza attraversare la dogana. E' comunque un'area molto estesa, per percorrerla dall'estremità est del terminal F a quella ovest del D ci si può mettere anche più di mezzora, a seconda dell'affollamento e delle distrazioni. Inoltre il posto presenta le sue curiosità.

Sono arrivato da Venezia al terminal F, che è quello più vecchio, lo stesso in cui sbarcai la prima volta che venni in Asia, partendo da Berlino nel 2001. E' abbastanza brutto, trasandato, angusto, scuro, i bagni sono disposti male, non è facile trovare delle prese elettriche e le zone per fumatori non sono chiuse (ci sono semplicemente delle isole con posacenere sparse qua e là nel mezzo delle sale d'aspetto). Ha comunque i suoi lati positivi. Esistono delle file di sedili senza bracciolo (le uniche in tutto l'aeroporto) su cui all'occorrenza è possibile sdraiarsi. Sono però piuttosto scomode, meglio avere qualcosa di imbottito da metterci sopra. E' possibile cambiare denaro presso degli sportelli automatici, ci sono a disposizione dei carica batterie per i telefoni cellulari e le macchine a moneta distribuiscono anche birre in lattina da 500cl per 100 rubli (poco più di due euro). Per chi vuole farsi una birra senza spendere un capitale ai soliti bar/pub/ristoranti fighetti da aeroporto c'è in realtà anche un'opzione migliore: alcuni duty free vendono bottiglie a due euro e lattine a un euro e mezzo (da 33cl). Parlo di birra perché è quello che ho comprato io per agevolare il sonno in volo (va beh, insomma, anche perché mi piace, dai) ma ovviamente sono in vendita bibite di ogni tipo. Altro dettaglio vantaggioso: questi negozi accettano gli euro in moneta. I duty free sono disponibili anche agli altri terminal, le macchinette con le birre invece no. Ho anche notato che è possibile comprare delle bionde medie per due o tre euro al Burger King del terminal E. Qui anche un pasto costa più o meno la stessa cifra. Un'altra alternativa per mangiare economico è offerta da alcuni banchetti di salsicciotti e hot dog sistemati al terminal F. O i pacchi di patatine ai distributori automatici. Per chi ha soldi da spendere le scelte migliori sono i caffè e i ristoranti ai terminal E e D, in quest'ultimo ci sono anche un paio di filiali della catena americana Friday's. Io mi sono arrangiato mangiando il cibo impacchettato del primo viaggio, che non avevo ancora aperto. Avrò comunque la possibilità di godermi dei pasti più sostanziosi a bordo (la cucina dell'Aeroflot non è per niente male) e di abbuffarmi a dovere a Bangkok. Le birre le ho comprate invece con gli euro che avevo in tasca. L'acqua non mi è servita, era inclusa nella birra.

I terminal E e D sono nuovi, luminosi, spaziosi, arredati bene. Le prese della corrente sono numerose e i sedili delle sale d'aspetto sono ben imbottiti, ma purtroppo hanno tutti i braccioli, cosa che rende impossibile sdraiarsi, a meno che non siate dei maestri del contorsionismo come quel pronipote di Houdini della foto qui sotto. 



Ci sono comunque delle zone del pavimento rivestite di moquette dove è possibile stendersi in pace. Un'intera parete del terminal E ed entrambe quelle del D sono costruite in vetro, un dettaglio che rende possibile osservare i velivoli in fase di manovra e decollo, uno dei miei passatempi preferiti. I terminal sono disposti su piani diversi, se avete un carrello potete usare gli ascensori, per trovarli seguite le indicazioni per i disabili a terra.
I bagni di tutti i terminal sono forniti di rotoli di ottima carta vetrata. Da un'analisi sommaria delle tracce di sangue che ho trovato nei cubicoli penso che l'effetto abrasivo sia ottenuto con un velo fitto di frammenti di diamante. I maschietti che devono fare la cacca e le signore sono consigliati di utilizzare i bagni ai terminal E e D, dove la dimensione delle schegge sembra essere leggermente più piccola.

Quando state ammazzando il tempo, se siete uomini cercate comunque di non sbronzarvi, dormire troppo o tenere sempre gli occhi fissi sul computer, il libro o gli aerei: ogni tanto alzate lo sguardo, ci sono certe ragazze russe da mozzare il fiato! Se siete donne invece continuate pure a fare quello che stavate facendo. Se siete accompagnate...siate comprensive!

Quindici ore all'aeroporto di Mosca dunque, trentadue complessive da porta a porta. Eppure quando il carrello tocca il suolo siamese (in Aeroflot scatta ancora l'applauso di partito al tovarish pilota) mi sembra quasi di essere stato trasportato da un mondo a un altro, in un batter d'occhio, dalla flemma del caffè sorseggiato in una piazza medievale a quella del ristorantino thailandese dove un buddhista baffuto frigge aglio e peperoncino chiacchierando con un pezzente che raccoglie bottiglie di plastica. Così, in poche ore, in una scatola di sardine volante, circondato da uomini in cravatta, bambini intristiti e donne truccate, senza essermi goduto quel che ci sta in mezzo: deserti, steppe, praterie, cammelli, orsi, aquile, chiese, templi, moschee, cibo puzzolente, tè speziato, spiagge, colline, ghiacciai. Non posso imborghesirmi in questo modo, non io, non così, non troppo spesso almeno. Una di queste volte la faccio via terra. Giuro. O quasi.

Tradizioni in via di estinzione - Mosca, Russia

Riumochnaya na Bolshoi Nikitskoi (in russo Рюмочная на Большой Никитской, ovvero "Bicchierino da vodka nella via Nikitskaya") è uno degli ultimi, forse l'ultimo locale autentico del suo genere a Mosca. Assomiglia a una vecchia osteria italiana: pochi tavoli squadrati sparpagliati in una sala non molto grande, tendine leggere alle finestre che danno sul marciapiedi, il bancone di legno, così come gli scaffali per le bottiglie e i pannelli che rivestono le pareti. Un bagno sgangherato e uno sgabuzzino/magazzino. Dicano quel che vogliono i sostenitori della modernità sofisticata a tutti i costi, per me non serve molto altro per passare un paio di quelle ore di cui sono fatti i buoni ricordi.

Appena entrati si sceglie un tavolo (dopo le sei possono essere tutti occupati), poi si va a ordinare direttamente al banco, sul quale stanno in mostra dei vassoi con i piatti del giorno. C'è un po' di tutto: carne, pesce, verdura, pietanze sia cotte che crude. Mentre la signora scalda le porzioni nel microonde si ordina da bene. Specialità della casa, va da sé, la vodka. La si ordina in grammi (sì, in grammi, quindi a peso, non in numero di bottiglie o bicchieri e nemmeno utilizzando unità di misura volumetriche). 300 grammi riempiono un'ampolla, quantità che basta a far vedere le farfalline a due persone equipaggiate con fegati ben corazzati fino all'ora di andare a dormire.

Quando tutto è sistemato sul tavolo mandiamo giù il primo bicchierino, tutto d'un fiato. Poi per creare il necessario effetto spugna ci sbafiamo uno squisito petto di pollo farcito con panna acida, delle lenticchie e un po' di pane. 
"Tra il primo e il secondo bicchiere non si parla!" La regola russa garantisce che tra le prime due sessioni non trascorra troppo tempo. Ma C. e io siamo degli inguaribili italiani e non ce la facciamo a sottoporci a questo rito da setta alcolica senza lasciarci andare a un paio di commenti prima di buttar giù il secondo bicchiere che, per precauzione, riempiamo solo a metà. Il cibo è davvero buono e ne ordiniamo un altro giro. 

Anche la clientela, conformandosi allo stile del locale, è caratteristica. I personaggi più pittoreschi sono degli artisti sconosciuti, semi alcolizzati. Un poeta i cui versi non hanno mai visto una tipografia ci sente parlare in italiano e si avvicina. Capelli e barba bianca, già brillo, in un inglese rudimentale si lascia andare a passatempi da bar che funzionerebbero anche da noi: battute su Putin e Berlusconi e commenti sull'immigrazione incontrollata, che nel caso di Mosca proviene dalle ex repubbliche sovietiche caucasiche e orientali. Quando la lingua franca non lo aiuta parla in russo con C., il quale traduce per me.

Poi si allontana un attimo, sgraffigna la lattina di Sprite di un signore che legge il giornale a un altro tavolo e la poggia sul suo. L'altro - una sua versione più giovane, con barba e capelli ancora neri - prima sbuffa e si lamenta un po' e poi si unisce a lui. Il nuovo arrivato parla un inglese molto più forbito e si definisce artista anch'egli, senza però specificare il campo. 

Dopo un'altra oretta di battute, commenti, chiacchiere, traduzioni, spuntini e vodka ci alziamo, ci salutiamo come fanno tutti gli ubriaconi che si rispettino - ad abbracci energici, strette di mano scomposte, alitate pesanti e frasi sentimentali - e poi usciamo barcollando dal locale, gustandoci il pizzicotto del freddo d'ottobre sulle guance infiammate dallo spirito. 

Un pezzo di tradizione che resiste nel pieno centro di Mosca, proprio davanti al conservatorio. Così come accanto ai nuovi centri benessere di lusso resistono le banye popolari, centri con saune e bagni turchi che consistono in grandi stanzoni illuminati male e arredati peggio, impianti semplici e strutture alla buona, dove gruppi di amici o colleghi passano qualche ora a chiacchierare e rilassarsi, mentre sudano vicino al forno, rabbrividiscono nella piscina ghiacciata, si frustano con ramoscelli di betulla o quercia o sorseggiano te e spiluccano spuntini all'angolo ristoro. 

Sarebbe bastato poco anche da noi per avere ancora la possibilità di godersi una serata così: evitare di sostituire almeno un quarto delle nostre vecchie osterie con pizzerie alla moda o - peggio ancora - pretenziosi wine bar. Ma nella gran parte delle città che conosco lo scempio è un servizio fornito in maniera integrale, e quel piccolo sforzo di conservazione non è stato fatto. Il semplice menu dei vini di un tempo (1. rosso, 2. bianco, 3. prosecco, tutti rigorosamente "della casa") è stato sostituito da una lista di nomi per me incomprensibili che al contrario di molta gente non provo alcun piacere a far finta di conoscere. Bottiglie con splendide etichette di provenienze altisonanti, che nulla hanno a che fare col territorio e la cultura locali, serviti al bicchiere (fantastici calici di cristallo che con saccenteria dell'ultima ora tutti impugnano per lo stelo, rigonfi come botti ma riempiti con parsimonia per un terzo) al prezzo di una bottiglia del vecchio buon velenaccio.  

I tempi cambiano, le tradizioni muoiono. Io, da buon nostalgico, mi diverto a cercarle altrove.

Flessibilità - Mosca, Russia

Il rubinetto perde, l'impianto elettrico non funziona, il forno è rotto o devi installare delle tende in salotto. Il professionista è caro e si fa desiderare: se lo chiami oggi arriverà fra un mese. Nessun problema, c'è il marito a ore. Non stiamo parlando di relazioni extraconiugali o poligamia. Chiami un tizio di cui hai trovato il numero chissà dove, uno che non ha una specializzazione ma sa fare un po' tutto, proprio come i buoni mariti di una volta. Al telefono gli spieghi cosa deve fare e fissi il prezzo, lui arriva a breve, con tutti gli attrezzi e i materiali necessari. Se non sapeva come risolvere il problema si è fatto insegnare il metodo o ha mandato un collega più qualificato. Risolve, lo paghi (a prezzi ragionevoli), arrivederci.

Devi traslocare, spostare un mobile nell'appartamento di tuo zio o sbarazzarti di qualcosa di ingombrante. Sei da solo, non ce la puoi fare. Scendi le scale, esci sul marciapiedi e ti guardi attorno. Appena vedi un immigrato dalle repubbliche orientali dell'ex Unione Sovietica - un kazako, un uzbeko, un tagico - lo fermi.
"Salve, dovrei spostare un mobile"
Lui sa già tutto e non si scompone. Non pensa che sei pazzo né si scompiscia dalle risate.
"Quanto grande? Quanti piani? Dove?"
Spieghi, contratti e lo accompagni. Se servono rinforzi li chiamerà lui.

Hai fatto tardi a una festa, non sei venuto in auto perché sapevi che avresti bevuto un bicchiere di troppo, abiti un una zona non ben servita dai mezzi. Il taxi è caro, e poi bisogna prenotarlo in anticipo. Scendi, ti piazzi al bordo di una strada principale e tiri fuori il braccio, agitando la mano. Non al primo taxi che passa, alla prima auto! Così, a caso. Se non è una Jaguar o qualcuno che va di fretta si ferma di sicuro. E se non si ferma questa lo fa quella che segue. Spieghi al tizio dove devi andare, lui propone un prezzo, se pensi che sia troppo rilanci. Quando vi siete messi d'accordo sali. Non è passato nemmeno un minuto.

Chi l'avrebbe detto che un giorno avremmo invidiato l'ex Unione Sovietica per la sua flessibilità?