Post

Visualizzazione dei post con l'etichetta sviluppo

Entra da qui

Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Allo stato brado in contesto urbano


Nei cosiddetti paesi in via di sviluppo mi capita spesso di vedere dei tipi di essere umano veramente originali. I più incredibili sono quelli che vivono praticamente allo stato brado, tuttavia in contesto urbano.

Seguono codici comportamentali e sviluppano tattiche di sopravvivenza che per noi irregimentati (qualcuno leggerà "civilizzati") sono totalmente estranei. Si comportano un po' come dei nomadi preagricoli, ma sfruttano tutte le possibilità che la modernità mette loro a disposizione.

Possono apparire curiosi, buffi, misteriosi, ma di sicuro sono esseri umani a tutto tondo, autosufficienti, anzi, certamente più bravi di noi esemplari di "homo technologicus" a cavarsela nelle difficoltà.

Inoltre, nonostante vengano guardati con diffidenza dai passanti e vengano anche bersagliati dalle retate della polizia, sembrano essere aggrappati ad un senso di libertà e autodeterminazione che forse è la vera motivazione alla base delle loro scelte estreme.

Mi chiedo quindi, perché da noi di tipi così non se ne vedono, o quasi? Non è che sopprimiamo ad arte certi tratti propri della stessa natura umana, così che quel genere di individui non compaiano in società? Ci darebbero fastidio? Metterebbero in crisi il nostro sistema di regole e valori? Ci farebbero paura?
Io trovo il semplice quesito in sé - la sua liceità e possibilità - profondamente inquietante.

Intasata (con galleria fotografica, e tre tristi alberi di natale) - Kuala Lumpur, Malesia


Ricordo quando a Bukit Bintang mi piaceva farci delle lunghe passeggiate, di notte, quando la temperatura si abbassava un po' e i negozi erano già chiusi. Ci vado ancora, quando sono da queste parti, ma l'esperienza non è più quella di un tempo. 

Non importa quale marciapiedi tu scelga, quale lato della strada, quale incrocio, quale passaggio pedonale. Non importa: ti dissolvi sempre in una calca pervasiva. Io ci sono abituato a farmi strada su marciapiedi intasati, assottigliati dalle bancarelle, tra gente che avanza lentamente osservando la merce esposta o si ferma a chiacchierare. Succede ovunque in Asia. Siam, Silom, Sukhumvit e Khaosan Road a Bangkok, dove sbarcherò fra poche ore, sono solo degli esempi. C'è sempre però una via d'uscita, una vietta, un sentiero laterale. Male che vada esci in strada e cammini sul ciglio, gli automobilisti ci sono abituati, non vanno nel panico e se non fai cazzate non succede nulla.

A Bukit Bintang però sono esaurite anche le vie di fuga. I centri commerciali, i negozi e i ristoranti hanno riempito ogni spazio edificabile. I lavori per la nuova metropolitana pesante (la MRT) hanno ristretto strade, incroci e marciapiedi. I venditori ambulanti, gli artisti da strada e i mendicanti intasano il poco spazio che resta. Inoltre ovunque sono state erette delle barriere che impediscono qualsiasi tipo di deviazione creativa dal percorso standard. Le migliaia di persone che convergono qui - perché le autorità e gli investitori hanno fatto di tutto affinché ci venissero - si intrufolano nei pochi metri liberi che restano e passeggiano lenti, pestandosi i piedi e urtandosi ai colli di bottiglia. 

Non si può certo dire che coloro i quali gestiscono tutto ciò non se lo aspettassero, altrimenti non avrebbero fatto costruire tutti quegli enormi centri commerciali e alberghi di lusso. 

Le auto sono ferme per la maggior parte del tempo e quando avanzano lo fanno più lentamente della gente che si accalca sui marciapiedi. La gente che si ammassa ai passaggi pedonali spazientita mette in atto delle piccole rivoluzioni anarchiche (clicca sul link per leggere un esempio, o qui per scoprirne un altro), invadendo la strada quando il semaforo è rosso e costringendo gli automobilisti a fermarsi col verde e a sfogare la frustrazione sui clacson.

Considerando che evidentemente questa zona è stata dedicata di proposito al turismo, agli acquisti e allo svago, non si capisce davvero cosa aspettino a chiuderla al traffico. Sembra un tipico esempio di decisione epocale presa solo a metà.

Il segnale dei "30 Km/h" poi, quello che trovate sotto al titolo, sembra essere stato installato come simbolo grottesco di questa situazione assurda. Più che un limite di velocità sembra quasi un'invito ad aumentare l'andatura, visto che per la maggior parte del tempo i veicoli non riescono a procedere nemmeno ai dieci all'ora.

Un po' di foto:

Casino anche alle 3 di notte
Incanalati tra transenne e KFC
Traffico
Altro traffico, ma a Jalan Alor non stupisce, lì c'è sempre stato
Ancora traffico
La situazione è talmente esasperata che le autorità si sono viste costrette a ingaggiare degli androidi
I lavori per la metropolitana e le nuove transenne lungo i marciapiedi
Vanno molto gli adesivi impronta a Bukit Bintang
E' pur sempre un post natalizio, eccovi quindi un triste alberello...
Un altro...
Lavori in corso 2
Da queste parti funziona così: si passa col rosso, e di corsa
Cubo maxi schermo
Come dicevo...vanno molto
Lima qui e lima lì, è rimasto solo un sentierino...
Altro albero finto
Altro sentierino

Come sputtanare un bel posto - Koh Samui, Thailandia

Festa in spiaggia

Che prurito ai polpastrelli! Mi scappano un paio di post cinici e il primo ho deciso di farlo sull'isola thailandese di Koh Samui: un ottimo esempio di località paradisiaca sputtanata in pochi anni.

Passo regolarmente per Chaweng beach da una decina d'anni. Ricordo bene l'impressione che ne ebbi la prima volta: una bellissima baia, con la sabbia bianca, l'acqua limpida e la vegetazione tropicale alle spalle. Vivace la sera, con qualche pub in cui si suonava la musica dal vivo e i maxischermi trasmettevano gli eventi sportivi, un paio di discoteche bazzicate da un certo numero di zoccole ma anche da tanti turisti "normali", thailandesi inclusi, e qualche bar. L'atmosfera generale era ancora molto semplice, come da tradizione rurale siamese: un sacco di bancarelle di street-food, mototaxi che ti scarrozzavano da un capo all'altro del paesino per cifre ragionevoli, i songthaew, vie di mezzo tra taxi e autobus, mercatini autentici, personaggi simpatici, qualche buffo svitato, sorrisi, accoglienza. A me come località balneare piaceva molto. Non sono né il tipo da isolette sperdute senza collegamenti elettrici né quello da resort fighetti o di lusso: Samui era il giusto mix.

Poi pian piano l'inevitabile sviluppo, accettabile fino a un certo punto ma sfuggito presto fuori controllo. La spiaggia è ora estremamente affollata, anche in bassa stagione, gli stabilimenti sono stati sequestrati da avidi gestori di baretti tutti uguali, coi cocktail internazionali, i cuscini triangolari e la musica ad alto volume. La sabbia e il mare sono molto più inquinati di un tempo. Le bancarelle e i mercatini sono spariti, così come i negozietti semplici, sostituiti da ristoranti che si scopiazzano il menu e servono cibo pseudo-thailandese a prezzi giapponesi. A breve verrà aperto un enorme centro commerciale. Le discoteche e i pub sono frequentati quasi esclusivamente da prostitute e da turisti sciocchi disposti a pagare i vizi di quelle vuote materialiste (prima di scattare sulla sedia aspettate di leggere il secondo post cinico, sul mito delle povere ragazze thailandesi sfruttate e schiavizzate da vecchi porci bavosi occidentali, che ho già in canna -  aggiornamento: ecco qui il post).

La gente sembra divertirsi e gradisce le novità. Io lo so che cos'è il divertimento, credetemi, è forse l'unica cosa di cui mi intendo. Ho una laurea e un dottorato in scienze del divertimento. Mi diverto sempre, anche nelle situazioni in cui gli altri si annoiano o addirittura soffrono. Ho imparato che il divertimento è una questione di atteggiamento e atmosfera, non di strutture, luccichio e soldi. Anzi, spesso più l'atmosfera è autentica, lo stato d'animo sereno, la mente curiosa e i prezzi sono bassi e più ci si diverte. In modo GENUINO intendo. Tutto quel che ha da offrire la nuova Samui è invece robaccia da sfigati, gente che si affida ai pacchetti preconfezionati per ovviare a delle profonde lacune di creatività e spirito investigativo. Io mi ci diverto anche ora, ovviamente, ma come dicevo prima il divertimento per me è una sorta di marchio genetico.

C'è un ulteriore dettaglio significativo da notare: il numero dei turisti thailandesi è crollato mentre aumentano di anno in anno le presenze degli italiani, quelli in versione mediocre, con i tatuaggi e i piercing, i costumini ridicoli, gli occhiali da fighi, le sopracciglia e il petto depilati, personaggi che sembrano essere innamorati della Samui sofisticata. Chissà, forse ricorda loro sempre più Riccione e Jesolo. Forse alla fine a suo modo aveva ragione il ristoratore romagnolo, anche se con le sue uscite ci aveva fatto sghignazzare.

Samui precipita nel baratro dell'omologazione. A me manca già Bangkok, la località più moderna del paese ma paradossalmente quella in cui riesci ancora a toccare tutte le sfaccettature della thailandesità.

Quei cinesi continentali - Hong Kong

Vista della skyline da Tsim SHa Tsui

M sta completando un master in scienze dell'educazione presso una famosa università di Hong Kong. E' cinese, della Cina Popolare, la conosco da anni. Una ragazza simpatica, dolce, educata, molto per bene. Niente a che fare con lo stereotipo del cinese che sputa, si pulisce in pubblico le orecchie, il naso o qualcos'altro, mastica semi e radici seduto accanto a te, succhiando rumorosamente e sputacchiando gusci sfasciati e fibre spappolate. Ma da quando è arrivata a Hong Kong quello stereotipo non smette mai di frustrarla, metterla in imbarazzo e umiliarla.

A volte, quando in un negozio fa un paio di domande sul prodotto che intende acquistare, un commesso le risponde: "Oh, questa è Hong Kong, mica la Cina continentale!" Mi racconta che i cinesi vengono accusati di "rubare" i posti di lavoro ai cittadini del luogo oppure, e questo la coinvolge personalmente, le posizioni disponibili per master e dottorati nelle migliori università. Lei il master se lo è pagato da sé, e molto più di quel che paga un cittadino di Hong Kong. Questo genere di accuse generalizzate le trova quindi piuttosto irritanti.

Passeggiamo per le vie di Kowloon e quando arriviamo a un incrocio dal momento che la strada è sgombra io, come faccio sempre, attraverso, a prescindere dal colore della luce del semaforo.

Come attenuante c'è da dire che metto in pratica anche la tecnica inversa: se la luce è verde non passo col pilota automatico ma controllo che non ci sia qualche pazzo in motorino che se ne sbatte del rosso e si appresta a disegnare una sagoma a forma di me sull'asfalto. La invito a seguirmi ma lei si ferma sul ciglio del marciapiedi e aspetta il verde: mentre la osservo non so se mi ricordi di più una signora per bene d'altri tempi o un mulo testardo (mi riferisco all'atteggiamento, non all'aspetto...). Poi mi spiega che se qualcuno di qui la vedesse attraversare col rosso e scoprisse che è cinese si aggrapperebbe al solito stereotipo e l'accuserebbe di essere una rozza incivile, insultandola sfacciatamente o in modo più subdolo.

Alcuni giorni dopo, a Guangzhou - quindi già nella Cina Popolare - Y, una ragazza che mi ha aiutato a comprare una SIM card e a orientarmi quando ero appena arrivato, mi spiega che attriti simili si verificano anche tra città cinesi, o ancor più tra città e campagna. Gli abitanti di Guangzhou o Shanghai, posti industrializzati, sviluppati e - rispetto alla media del paese - molto ricchi, cominciano a mostrare alcuni sintomi di irritazione e intolleranza nei confronti degli immigrati delle province più povere. Siano essi contadini tramutati con un trucco da camerino teatrale in operai - quelli per intenderci che lavorando nelle fabbriche contribuiscono ad arricchire le province più avanzate -, laureati che lavorano negli uffici, studenti o insegnanti. Vengono forse risparmiati soltanto i membri del partito e gli imprenditori di successo, per motivi diversi ma in entrambi i casi ovvi.

Ho notato spesso che le persone - a prescindere da quale sia la loro nazionalità - tendono a essere gelose non solo di quel che amano o desiderano ardentemente, ma anche di problemi e disavventure, tendendo a volerne fare un caso proprio e di nessun altro. E' l'atteggiamento del "...sapessi cosa mi è capitato, tu non lo puoi nemmeno immaginare...". Ma, almeno in questo caso, si tratta di reazioni e dinamiche naturali, comuni a tutti gli esseri umani e non specifiche a questo spicchio del globo. 

Racconto a entrambe le ragazze che se uno svizzero mi vedesse attraversare la strada col rosso nella sua cittadina e venisse a sapere che sono italiano...chissà cosa penserebbe. Che nella stessa Italia italiani del nord e del sud si sbeffeggiano, insultano e diffidano gli uni degli altri da anni. Che la stessa cosa capita anche all'interno della stessa regione. Gli abitanti di Venezia solevano (e forse lo fanno ancora) utilizzare il termine "campagna" per riferirsi al resto del Veneto, includendo per intenderci anche i centri storici di Verona (la città dell'arena romana e di Shakespeare), Padova (con l'università del '200 e l'ospitalità a Galileo, Petrarca, Dante e di nuovo Shakespeare) e Vicenza (quella delle ville del Palladio). Niente da fare, incuranti di storia, arte, architettura, scienze e personalità illustri, i veneziani liquidano tutto ciò che sta al di là della loro amata laguna come rozza campagna. E succede persino all'interno delle stesse province: quando la mia famiglia si trasferì dalla città a un paesino ad appena dieci chilometri dal centro i miei nuovi compagni di scuola per alcuni mesi si riferirono a me come "quello di Padova". Quando in senso lato in fondo erano padovani pure loro. Nemmeno fossi stato londinese, parigino o newyorkese. O magari, che so, honkonghese.

Politicamente scorretto e vagamente pessimista su sviluppo, globalizzazione, paesi ricchi e poveri, ecc. - Birmania

Una specie di semaforo a "risparmio energetico" a Thibaw

La Birmania è un'opportunità. Un'opportunità a orologeria, col display del conto alla rovescia nascosto. Un'occasione, un modellino, un esempio concreto per riflettere sui temi dello sviluppo, la globalizzazione e le relazioni internazionali che fra qualche anno potremmo non avere più. Uscire dall'aeroporto di Rangoon significa entrare in un mondo che negli ultimi sessant'anni si è sviluppato poco, o per certi versi nulla. Un sistema che per alcuni aspetti è addirittura tornato indietro nel tempo. Un luogo in cui la gente gira a piedi, in bicicletta o in auto scassate su strade polverose che tagliano distese di spazzatura, sale in autobus con un sacco di riso e due galline, non si lamenta se il treno procede ai venti all'ora rimbalzando su rotaie ondulate e sconnesse, si cucina la cena su un fuoco a legna, se un dente fa male a causa di una carie lo toglie, non si preoccupa della moda e degli ultimi ritrovati tecnologici (anche se quest'ultima affermazione ormai è vera solo in parte). E nonostante tutto appare poco stressata, moderatamente felice, sorride spesso, vive con un certo ottimismo. 

Eppure se uno osserva bene non potrà non notare le prime avvisaglie di uno sviluppo che probabilmente nel giro di pochi anni stravolgerà tutto. E ogni o volta che ciò accade si cominciano a sentire i triti commenti di alcuni visitatori stranieri.

Commenti che io dividerei in due categorie. I primi sono quelli che suonano pressapoco così: "Che tristezza pensare che tutto ciò verrà presto barattato per un po' di modernità." I secondi si possono esemplificare nel seguente modo: "E' sempre la stessa storia, arriviamo noi, i ricchi, gli irrispettosi, gli occidentali, gli europei, i cinesi, gli indiani, gli australiani, gli AMERICANI, gli lasciamo quattro gingilli scintillanti e con un gioco di prestigio facciamo sparire tutto il resto."

Commenti apparentemente profondi, ma in realtà un po' superficiali, figli di un atteggiamento che potrebbe sembrare romantico, e magari pure lo è, ma che denota anche un certo egoismo.

Cercherò di spiegarmi meglio. Cominciamo con la prima categoria. Osservando il paese dalla posizione privilegiata di un turista in visita per poche settimane, un volontario di una ONG, un insegnante di informatica all'università, ci potremmo anche augurare che questo posto non cambi mai, perché è tanto bello vederlo così. Potremmo però farlo a cuor leggero solo se mentre lo osserviamo stiamo rintanati dietro lo schermo antiproiettile del nostro status di stranieri, consapevoli che non appena la situazione dovesse mettersi male possiamo sempre dare fondo alla mazzetta di dollari che abbiamo in cassaforte, comprarci un volo per Bangkok, Kuala Lumpur o Singapore, essere fuori di qui in un paio d'ore e sbarcare in un paese dove gli ospedali sono moderni, i servizi efficienti, la tecnologia avanzata e il cibo buono, igienico e magari anche bio.  

Ma perché uno il cui unico passaporto dice "Unione del Myanmar" (sempre che ne abbia uno) e che guadagna cinquanta dollari al mese (sì, sì, 50, come un tizio che lavora in una delle guest house dove abbiamo dormito) dovrebbe trovare triste lo sviluppo tecnologico e sociale? Perché non dovrebbe aspirare a viaggiare con mezzi più comodi su strade più sicure, in un paese con un sistema sanitario efficiente e moderno, tecnologie avanzate e perché no, anche qualche nuovo stupido vezzo? Così come facciamo noi d'altra parte? Perché lui in fondo non sa cosa vuole e noi lo assicuriamo che è meglio se il suo paese rimane così com'è ora? Non credo proprio.

Parliamoci chiaro, una delle ragioni principali per cui uno stato che alla fine della seconda guerra mondiale era assieme al Giappone il più avanzato dell'Asia è rimasto così, o meglio è diventato così, è rappresentata dalla serie di regimi dittatoriali che lo hanno sigillato dal resto del mondo, perseguitando i dissidenti, sparando sulle folle di manifestanti disarmati, mandando ai lavori forzati persino dei comici che avevano fatto una battuta su un pezzo grosso dell'esercito rivelatosi piuttosto permaloso, tenendo agli arresti domiciliari la leader del movimento di opposizione, il partito di maggioranza effettiva. Una maggioranza che chiede di non essere più immortalata in una foto scattata sessant'anni fa, di essere, o meglio di diventare finalmente come tutti gli altri. Che a questi altri piaccia oppure no.

Passiamo alla seconda categoria di commenti. La viscida globalizzazione e la ghiandola pulsante che la secerne: l'America. Gli Stati Uniti fino a un paio di secoli fa erano un luogo scarsamente abitato (o meglio abitato da una popolazione che è stata poi sterminata) che si è in seguito popolato grazie all'immigrazione proveniente da tutti gli angoli della terra: inglesi, irlandesi, tedeschi, italiani, russi, nigeriani, coreani, cinesi, libanesi, messicani, cubani. Gente di tutto il pianeta è andata in America. Persone che in alcuni casi sono arrivate lì con buona volontà e qualche idea e trovando un ambiente idoneo hanno realizzato un buon prodotto o un servizio, l'hanno commercializzato e infine esportato, persino nel paese da cui erano partite. L'America avrà anche tante colpe e difetti ma, per questo aspetto almeno, siamo tutti americani. Addossare la responsabilità dello sviluppo globalizzato all'America significa addossarla al globo intero. Tutti responsabili, nessun responsabile. Ma responsabile di cosa poi? Di vendere qualcosa a qualcuno che la vuole comprare? Chi compra è responsabile tanto quanto chi vende. Certo, chi vende fa pubblicità, e la pubblicità crea necessità che fino a un secondo prima non esistevano, è vero. Ma queste necessità sono generate andando a colpire gli individui in un punto sensibile, una zona grigia, un tasto rosso che abbiamo tutti. E, ognuno a suo modo, proviamo tutti un certo piacere, forse perverso, quando quel tasto viene premuto. E poi il meccanismo non si applica soltanto a rossetti e telefoni: può funzionare anche col cibo sano o i medicinali, beni immateriali come un romanzo o un bel film, o anche idee nobili come il rispetto dei diritti umani e dell'ambiente. 

Non c'è nessuna colpa. Siamo fatti così. Questo è il cazzo di modo in cui funziona l'essere umano, la nostra natura, il nostro mondo. Forse la cosa più strana, cioè meno naturale, è che a qualcuno tutto ciò possa sembrare triste, ingiusto o addirittura...sbagliato.