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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Quei cinesi continentali - Hong Kong

Vista della skyline da Tsim SHa Tsui

M sta completando un master in scienze dell'educazione presso una famosa università di Hong Kong. E' cinese, della Cina Popolare, la conosco da anni. Una ragazza simpatica, dolce, educata, molto per bene. Niente a che fare con lo stereotipo del cinese che sputa, si pulisce in pubblico le orecchie, il naso o qualcos'altro, mastica semi e radici seduto accanto a te, succhiando rumorosamente e sputacchiando gusci sfasciati e fibre spappolate. Ma da quando è arrivata a Hong Kong quello stereotipo non smette mai di frustrarla, metterla in imbarazzo e umiliarla.

A volte, quando in un negozio fa un paio di domande sul prodotto che intende acquistare, un commesso le risponde: "Oh, questa è Hong Kong, mica la Cina continentale!" Mi racconta che i cinesi vengono accusati di "rubare" i posti di lavoro ai cittadini del luogo oppure, e questo la coinvolge personalmente, le posizioni disponibili per master e dottorati nelle migliori università. Lei il master se lo è pagato da sé, e molto più di quel che paga un cittadino di Hong Kong. Questo genere di accuse generalizzate le trova quindi piuttosto irritanti.

Passeggiamo per le vie di Kowloon e quando arriviamo a un incrocio dal momento che la strada è sgombra io, come faccio sempre, attraverso, a prescindere dal colore della luce del semaforo.

Come attenuante c'è da dire che metto in pratica anche la tecnica inversa: se la luce è verde non passo col pilota automatico ma controllo che non ci sia qualche pazzo in motorino che se ne sbatte del rosso e si appresta a disegnare una sagoma a forma di me sull'asfalto. La invito a seguirmi ma lei si ferma sul ciglio del marciapiedi e aspetta il verde: mentre la osservo non so se mi ricordi di più una signora per bene d'altri tempi o un mulo testardo (mi riferisco all'atteggiamento, non all'aspetto...). Poi mi spiega che se qualcuno di qui la vedesse attraversare col rosso e scoprisse che è cinese si aggrapperebbe al solito stereotipo e l'accuserebbe di essere una rozza incivile, insultandola sfacciatamente o in modo più subdolo.

Alcuni giorni dopo, a Guangzhou - quindi già nella Cina Popolare - Y, una ragazza che mi ha aiutato a comprare una SIM card e a orientarmi quando ero appena arrivato, mi spiega che attriti simili si verificano anche tra città cinesi, o ancor più tra città e campagna. Gli abitanti di Guangzhou o Shanghai, posti industrializzati, sviluppati e - rispetto alla media del paese - molto ricchi, cominciano a mostrare alcuni sintomi di irritazione e intolleranza nei confronti degli immigrati delle province più povere. Siano essi contadini tramutati con un trucco da camerino teatrale in operai - quelli per intenderci che lavorando nelle fabbriche contribuiscono ad arricchire le province più avanzate -, laureati che lavorano negli uffici, studenti o insegnanti. Vengono forse risparmiati soltanto i membri del partito e gli imprenditori di successo, per motivi diversi ma in entrambi i casi ovvi.

Ho notato spesso che le persone - a prescindere da quale sia la loro nazionalità - tendono a essere gelose non solo di quel che amano o desiderano ardentemente, ma anche di problemi e disavventure, tendendo a volerne fare un caso proprio e di nessun altro. E' l'atteggiamento del "...sapessi cosa mi è capitato, tu non lo puoi nemmeno immaginare...". Ma, almeno in questo caso, si tratta di reazioni e dinamiche naturali, comuni a tutti gli esseri umani e non specifiche a questo spicchio del globo. 

Racconto a entrambe le ragazze che se uno svizzero mi vedesse attraversare la strada col rosso nella sua cittadina e venisse a sapere che sono italiano...chissà cosa penserebbe. Che nella stessa Italia italiani del nord e del sud si sbeffeggiano, insultano e diffidano gli uni degli altri da anni. Che la stessa cosa capita anche all'interno della stessa regione. Gli abitanti di Venezia solevano (e forse lo fanno ancora) utilizzare il termine "campagna" per riferirsi al resto del Veneto, includendo per intenderci anche i centri storici di Verona (la città dell'arena romana e di Shakespeare), Padova (con l'università del '200 e l'ospitalità a Galileo, Petrarca, Dante e di nuovo Shakespeare) e Vicenza (quella delle ville del Palladio). Niente da fare, incuranti di storia, arte, architettura, scienze e personalità illustri, i veneziani liquidano tutto ciò che sta al di là della loro amata laguna come rozza campagna. E succede persino all'interno delle stesse province: quando la mia famiglia si trasferì dalla città a un paesino ad appena dieci chilometri dal centro i miei nuovi compagni di scuola per alcuni mesi si riferirono a me come "quello di Padova". Quando in senso lato in fondo erano padovani pure loro. Nemmeno fossi stato londinese, parigino o newyorkese. O magari, che so, honkonghese.

Cinesi in posa per la foto col bianco...uno tira l'altro - Hong Kong

La papera gigante che galleggia sul Victoria Harbor, poco prima di sgonfiarsi a sorpresa

Ho camminato molto anche oggi, mi poggio sulla transenna e osservo la gente che passa. Avenue of Stars l'hanno chiamata. E visto che c'erano per scimmiottare l'America hanno piazzato sul selciato le impronte delle "star" della florida industria cinematografica locale. Peccato che io a parte quel pagliaccetto di Jacky Chan e l'ottimo Wong Kar Wai non ne conosca altri. Di nome per lo meno. Colpa mia, eh, mica demerito loro. Gli attori di In the mood for love mi erano piaciuti, almeno i loro nomi dovrei ricordarli. Bruce Lee ovviamente so chi è, ma per ragioni cronologiche le sue impronte non sono riusciti a prendergliele, così hanno eretto una statua in bronzo in suo onore e lo hanno eletto come il più grande del secolo. 
Ma torniamo a noi. La passeggiata è abbastanza affollata, principalmente di turisti. Io rilasso la schiena e le gambe, stiracchio il collo e osservo. Osservare la gente che mi passa davanti, da vicino o da lontano, di fronte o dall'alto, è sempre stato uno dei miei passatempi preferiti. 

A un certo punto un turista cinese (della Cina continentale intendo, non di qui) mi si avvicina con una macchina fotografica.

All'inizio credo che mi stia chiedendo di scattargli una foto con la skyline sullo sfondo. Che illuso. Ma in effetti è da parecchio che non vado in Cina e devo essermi un po' arrugginito in questioni di Terra di mezzo. Poi però noto che è con un amico, e che sta indicando lui, non se stesso. Quindi mi ritorna in mente come sono fatti i cinesi e capisco tutto. Vuole scattare (lui) una foto del suo amico di fianco a me. Come quando ti fai una foto vicino alla statua senza testa, o al pagliaccetto della McDonald's thailandese, quello con le mani giunte, o a un panda, o a qualsiasi altra buffa attrazione idiota. Come l'enorme "paperetta" gialla che da alcuni giorni galleggia a pochi metri da qui e che domani sarà afflosciata, causa foratura. Insomma, vogliono la foto con il lao wai, l'uomo bianco, il caucasico, l'europoide, quello che si vede solo alla TV. Come souvenir, o forse più che un souvenir: qualcosa da mostrare come trofeo a parenti e amici quando torneranno a casa. Ed è troppo tardi per defilarmi con astuzia, senza offenderli: mi devo prestare all'umiliazione, e mi toccherà anche farlo col sorriso in faccia. 

Via la prima foto, poi un'altra perché qualcuno si era intromesso. E ancora una perché il cinese non sorrideva, forse troppo nervoso a causa dell'evento epocale. Mannaggia, qualcuno lassù deve aver fermato il tempo: questo momento straziante non finisce più. Ovviamente anche l'amico che ha scattato ora vuole la sua soddisfazione. Mentre poso inebetito per l'ennesima volta vengo assalito dall'orrore. Questi due simpaticoni fanno parte di un tour organizzato...aiuto! A poco a poco tutti i loro compagni si rendono conto del tesoro sul quale i due siano riusciti a mettere le mani (e l'obiettivo) e si avvicinano timidamente, poi sempre più prepotentemente. Ora sono tutti in fila per farsi la foto con King Kong, versione pallida, glabra e smilza. Sopraffatto dalla sorpresa e ancora sotto shock mi sottopongo alla tortura con un paio di signore. 

Quando la seconda se ne va approfitto di un'esitazione dei soggetti successivi, che forse non si sono messi d'accordo sui turni. Sorrido esageratamente, saluto (in inglese, per carità, certe barriere, linguistiche e non, NON vanno abbattute per nessuna ragione) e me ne vado, lentamente ma con decisione. 

Me la sono vista brutta, ma poteva andare peggio. Mi avvicino sempre più alla Cina, devo fare attenzione. Mai abbassare la guardia o distrarsi, tenere costantemente i sensi all'erta, pronti a captare ogni segnale di preavviso. In caso di dubbio: fuggire, prima che sia troppo tardi. Coi cinesi...non si scherza.


Una sorprendente ostilità nei confronti del pedone - Hong Kong

Un pescatore all'Hong Kong Harbor e sullo sfondo la skyline semicoperta dalla foschia

E' domenica notte e a Lan Kwai Fong non c'è molto da fare. Tra l'altro come area mi sta pure un po' sulle balle. Il fine settimana si riempie di stronzi vestiti di tutto punto, col macchinone di papà e sul muso da bulldog quell'espressione strafottente che sembra dire: "Tutto questo ce l'ho perché me lo sono meritato. Insomma: perché io so io e voi nun siete un cazzo!" E i buttafuori - poveracci pagati poco e trattati peggio, magari col permesso di soggiorno appeso a quel lavoro di merda - che fanno il loro gioco, a guardare se hai le scarpe lustre o la maglietta fresca di ferro da stiro e amido, se puzzi di miseria o hai lo sguardo da disadattato, segaiolo o, peggio ancora, entrambi. Nei giorni feriali invece non se lo possono permettere di andarci troppo per il sottile; allora ti invitano a entrare, e se ti presenti in ciabatte e canottiera ci provano ancora a umiliarti, ma in modo più patetico: "Ehi, questo non va bene..." sentenziano mentre ti pizzicano la maglia con disprezzo utilizzando le punte di due dita "...la prossima volta no, eh?" Certo, certo, la prossima volta sopra la divisa da villano mi ci spruzzo pure due gocce di Eau de Letam. Ma levati di torno, stronzo, tirapiedi e pure sfigato.

Beviamo una birra al 7eleven (in questa zona persino i 7eleven vendono solo le marche più care), completiamo il giro dei locali semivuoti senza pagare nemmeno 50 centesimi, ci facciamo un'altra birra al 7eleven, un caffè al McDonald's, dove chiacchieriamo con due simpatiche cinesi, e poi decidiamo di fare una passeggiata fino a Wan Chai, per dare un'occhiata ai disperati all'ultimo stadio della sbronza che circuiscono le poche puttane che non sono riuscite a rimorchiare. E poi andarcene a casa. Beh, andiamoci piano con i superlativi: alle squallide mansion di Nathan Rd, altro che casa...

Chiediamo alle ragazze in che direzione ci conviene camminare. Loro consigliano vivamente di prendere il taxi ma noi mica abbiamo fretta di arrivare, anzi il posto non ci interessa nemmeno troppo, è soltanto una scusa per farci una camminata e tirare tardi. Consultiamo il GPS del telefono di J: sono meno di due chilometri, una sciocchezza. Via!

Avevano ragione le ragazze, ovviamente. In linea d'aria la distanza è breve, e c'è pure una strada piuttosto rettilinea che ci arriva, ma l'architettura urbana è terribile, totalmente ostile alla razza dei pedoni. A ogni incrocio ci sono delle transenne che bloccano il cammino, i passaggi pedonali sono pochi e richiedono deviazioni dalla rotta di varie decine di metri. A volte, solo a volte però, ci sono dei ponti pedonali, ma sono sempre lunghi e contorti. Per evitare gli ostacoli ci tocca quasi sempre uscire dal marciapiedi e camminare sul ciglio della strada, cosa a cui, dopo tanti anni nel sud est asiatico, dove i marciapiedi sono affollati e spesso invasi da bancarelle, sono ormai abituato. 

Arriviamo a Wan Chai un po' demotivati, ci facciamo un'ultima birra (ovviamente al 7eleven: in questa zona, più degradata della precedente, le marche da poco ci sono), ascoltiamo le pedanti discussioni di due indiani - che finiscono inevitabilmente con dei piani molto fumosi per mettersi in affari assieme e diventare ver-r-r-y r-r-r-ich! - osserviamo gli ubriaconi e le puttane che si camminano attorno come dei piccioni e poi torniamo. 

Sinceramente Hong Kong mi ha sempre affascinato: come posto cinese con standard "occidentali" è di gran lunga più genuina e vitale di Singapore, e mi sembra anche più vispa di Taiwan, per quel poco che ho visto di quest'ultima. 

Questo scarso rispetto per i pedoni da queste parti proprio non me l'aspettavo. Capisco le restrizioni per ragioni di sicurezza, ma bisognerebbe offrire delle valide alternative, non costringere chi cammina a procedere lungo un percorso a budello per permettere alle auto di sfrecciare tranquille in linea retta. Tutto ciò fa molto Cina continentale, cosa che l'abitante medio di Hong Kong non vorrebbe mai sentirsi dire. 

Per fortuna il problema sembra essere ristretto alla sola isola centrale: Kowloon è molto più a misura di pedone. 

E poi si sa, ogni posto, anche il migliore, ha le sue pecche. Forse, magari, chi lo sa, qui non ce ne sono molte altre.

La fototessera è assolutamente ne-ces-sa-ria! A meno che... - Hong Kong

Una fototessera e una vecchia banconota da 20 HKD

Rituale tappa a Hong Kong per procurarmi il visto cinese. Rituale pernottamento alle mansion di Nathan road, dove i rompiballe stranieri che arrivano per sbarcare il lunario sono sempre più tignosi e gli odori sempre più pungenti. Le stanze a cella d'alveare invece non si sono allargate di un centimetro. Solo i prezzi forse sono cresciuti.

All'agenzia Forever Bright presso il New Mandarin Plaza a Tsim Sha Tsui East c'è molta più gente rispetto all'ultima volta che ci sono stato. Hanno persino piazzato un piantone in giacca e cravatta all'entrata e formato un corridoio mobile per la fila dei richiedenti. Al banco c'è il caos: casino per ottenere i moduli, casino per conoscere i prezzi e casino per consegnare il tutto e richiedere il visto. Avevo intenzione di procurarmi un visto business multiple entry di sei mesi ma in qualche anno il prezzo è schizzato da 600 a 2000 HKD! Viro sul tourist da tre mesi, single entry, 500 HKD.

"Serve una fototessera." mi fa sapere un cinese trafelato.
"Eccola!"
"No, questa ha lo sfondo bianco. Ne serve una con lo sfondo blu."

Merda, lo sfondo blu...
Probabilmente al consolato cinese credono che un occidentale, essendo bianco, sullo sfondo bianco tenda a scomparire, un po' come uno di quegli insetti foglia o rametto tra le frasche della giungla.

"Ehm..."
"Quindi, o te ne fai una qui per 30 HKD..."
"...o?"
"...oppure paghi un supplemento di 20 HKD"

Cioè, lo sfondo deve ASSOLUTAMENTE essere blu, ma se pago 20 HKD anche il bianco va bene. China-style.

Ma la Cina non è l'unico posto in cui succedono cose del genere.
L'ultima volta che andai in Laos, al confine con la Thailandia seguii la procedura per ottenere il visto turistico.

"Serve una fototessera."
Cazzo...la fototessera...come ho fatto a dimenticarmela?
"Ehm...non ce l'ho. Non è che qui vicino me ne possa fare una?"
"Assolutamente no, non è possibile."

Panico. Ma è una forma di panico totalmente fuori luogo. Questa non è Singapore, o la Svizzera. E' il confine tra Thailandia e Laos. Una soluzione si trova sempre. E si tratta come sempre di una miscela ben dosata di sorrisi e soldi.

"La fototessera è necessaria, altrimenti..."
"...altrimenti?"
"...altrimenti devi pagare 100 baht."

Eccoli là, i cento baht. E pure i sorrisi. Ed ecco il visto stampigliato sul passaporto. Welcome to Laos. 

La flessibilità dei paesi in via di sviluppo è (quasi) sempre una gran comodità.

Italiani in Asia: certi momenti si raccontano così - Hong Kong

Ci sono altri italiani che vivono in Asia. Alcuni, come me, si guardano attorno, osservano attenti, tentano di capire, di estrapolare un senso, che può essere sociologico, culturale o storico, ma se non ci si raccapezzano anche soltanto ironico. I loro resoconti - ognuno col suo stile, sensibilità ai temi, carattere e taglio - sono una guida alternativa, una bibbia di momenti, un campionario di angoli e una galleria di volti. Mi ripropongo di segnalarli periodicamente. 

Riporto qui il link ad un post tratto dal blog di un dottorando italiano che vive a Hong Kong. Credo che in questo come in altri suoi pezzi abbia azzeccato la descrizione, il racconto o la trasmissione di alcuni stati d'animo di un occidentale in oriente. Lo leggo, sorrido, rifletto e sento. E in fin dei conti non è cosa da poco.
Esercizio di meditazione con rare beef noodles, da "Cuore, cervello e altre frattaglie"

Foto di tizi che meditano in mezzo al niente (CC) by Gurumustuk Singh