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Pace e guerra


  • Quando scoppiano guerre si può essere preoccupati per la sorte delle povere vittime innocenti e soprattutto, se il teatro delle operazioni belliche è relativamente vicino, per la propria sicurezza. 
    Molti italiani, che sono sempre all'avanguardia, pur essendo relativamente vicini al putiferio hanno deciso di essere in ansia esclusivamente per il prezzo della benzina.
    Se l'acqua - anzi il kerosene - toccasse il culo capirebbero finalmente quali sono i veri disastri causati dai conflitti.
    Speriamo che restino nella loro beata ignoranza, dato che vicino ai loro culi ci sono pure i nostri.
  • Sarebbe già qualcosa se gli "strateghi con le guerre degli altri" la smettessero di nascondersi dietro alla parola "pace" quando stanno semplicemente sperando che vinca il loro beniamino.
    La pace, quella che non contemplando confronti armati non prevede vincitori o vinti, non è un ideale astratto per francescani o buddhisti: è una situazione concreta necessaria per vivere una vita degna di questo nome.
    La pace è l'unico obiettivo sensato della realpolitik.
  • Ma forse il vero valore della pace lo comprendono appieno solo i popoli o le generazioni che hanno vissuto la guerra.
    Ecco perché dopo ottant'anni senza belligeranza agli europei ricominciano a prudere le mani e invece che essere inorriditi dalla prospettiva di un conflitto fanno il tifo per questo o quel guerrafondaio.
    Quando si dà per scontata quella che invece è una preziosa conquista, si schiudono cripte dimenticate in angoli impolverati della nostra psiche, da cui riaffiorano come mostri dei sinistri impulsi ancestrali.
  • Tuttavia questi tragici eventi a qualcosa servono: finalmente si impara un po' di geografia.
    Hormuz e Kharg sono nomi impegnativi, per carità, ma la differenza tra Mar Rosso e Golfo Persico, almeno quella, forse è finalmente chiara.



La fortuna di essere nati in Europa

Ho appena letto un interessante articolo sul Corriere che mi ha dato la possibilità di riflettere su tante cose osservate durante i miei viaggi in Asia. Ecco il link.
Quel che dice l'autore è tutto vero.

Il gesto - Kuala Lumpur, Malesia

C’è un gesto che facciamo noi italiani, con le dita della mano puntate verso l’alto, i polpastrelli congiunti. Può significare varie cose: dubbio, confusione, incredulità, disaccordo, alle volte persino dileggio. Ho scoperto casualmente che è utilizzato anche nel mondo arabo, ma con un significato completamente diverso.
La prima volta che lo notai ero a Kuala Lumpur, seduto a un ristorante libanese, con alcuni miei studenti sauditi. Mentre il cameriere egiziano serviva le portate due dei commensali gli chiesero qualcosa, quasi contemporaneamente. Lui li osservò mentre continuava a disporre i piatti sul tavolo e poi, senza dire nulla, appena ebbe finalmente una mano libera si rivolse a ognuno di loro con quel gesto. Io fui sorpreso, mi sembrava molto sfrontato utilizzare con dei clienti un segno che interpretavo come una specie di “Ma che diavolo volete?” Lo feci notare ai miei studenti i quali mi spiegarono che in Medio Oriente equivale a un innocuo "attenda un attimo", ed è un’espressione sufficientemente educata.
Pochi giorni fa, sempre a Kuala Lumpur, stavo fermo a un marciapiedi, osservando il brulicare della gente attorno ai locali notturni del centro. Una vecchina cinese passava di là chiedendo l’elemosina con una tazza. Un arabo la fermò, le piantò la mano a dita raccolte davanti al naso e poi si rivolse a un amico chiedendogli del contante, infine tornò dalla signora e gli infilò nella tazza una mancia spropositata. Evidentemente le voleva dire “Attendi un attimo vecchiarella, non te ne pentirai” e non come avrebbero pensato in Italia “Oh vecchiaccia, ma che cavolo fai? E levati di torno!”