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Neo-schiavismo


Sul problema dello schiavismo dei rider pensavo di non voler scrivere nulla, perché ha una soluzione talmente banale che non meriterebbe grosse attenzioni. Invece ho deciso di scriverne proprio per affrontare il motivo per cui tale soluzione non viene applicata.
Partiamo con la soluzione. Il costo totale della consegna deve includere una parte per il contributo del rider più alta di quella attuale. Molto più alta. E deve pagarla chi ordina.
Se non vuoi o non puoi farti da mangiare e preferisci il cibo del ristorante, ma al ristorante non ci vuoi andare, né per mangiarci né per ritirare il tuo pasto di persona, e ti aspetti che qualcuno ti effettui la consegna a casa, beh quel servizio devi pagarlo, perché chi lo eroga è lì per servirti, non per farti da schiavo.
L'esercente potrà farti un minimo sconto sul menù perché non occupi spazio in sala e non ti deve servire al tavolo, ma qualcuno deve pur lavorare per il confezionamento e la consegna del tuo pasto.
Il costo del rider lo paghi tu, e attualmente è troppo basso. Lo capisce anche un fesso.
Quindi perché un problema così banale non viene risolto?

Maiale

Non approvo il menù, ma il simbolo è giusto. Di fuori luogo nel "salotto" della città c'è solo l'ennesima noiosa polemica. Il fatto è che alla gente piace mangiare maiale pensando che maiale sia solo un nome, non l'animale.

The show must go on - Bangkok, Thailandia

 

7eleven, chiuso, wow

Alberghetto-ristorantino

Torno a Bangkok dopo due anni di lontananza forzata, una versione macro del distanziamento sociale insomma. Molti mi chiedono com'è la situazione. Ecco un breve resoconto.

Innanzitutto ho visto solo Bangkok. Ho notizie di seconda mano da Pattaya, ma non so praticamente nulla delle condizioni di Chiang Mai, dell'Isan o delle isole a sud.

Il centro della capitale è abbastanza a posto. Vige ancora l'obbligo della mascherina ma se uno non la porta all'esterno non succede nulla. I centri commerciali sono aperti, gli alberghi e i ristoranti principali anche e i mezzi funzionano regolarmente. Va detto però che molti di coloro che trovavano impiego nel settore alberghiero e che sono rimasti a casa non hanno ancora ripreso a lavorare.

Per quanto riguarda la zona più turistica le vie principali sono piuttosto vivaci, almeno la sera, quando si riempiono di turisti (non ancora moltissimi) e (numerosissimi) ragazzi thailandesi alla ricerca di divertimento come se fosse ossigeno dopo un'apnea troppo lunga.

Prima del tramonto, quando sui marciapiedi non ci sono ancora i tavolini e le casse della musica, si notano delle serrande abbassate. Ma sono ogni giorno di meno.

La verdura che vola - Pattaya, Thailandia

Al ristorante "La verdura volante", a Pattaya, ogni giorno broccoli, carote, cetrioli e pomodori vengono lanciati dai cuochi dalla porta della cucina. Attraversano volando l'ambiente ben illuminato della sala da pranzo e atterrano su un punto a caso del tuo tavolo, direttamente nella tua bocca se sei fortunato. Salse e sughetti si spiaccicano sulla stoffa dei tuoi vestiti, e vanno consumati leccandoli direttamente da lì. Un'esperienza esotica autentica, assolutamente da non perdere.

Padovani, i globalizzati de noantri

Una quindicina di anni fa, a Padova, quando dicevo di aver provato il sashimi parecchia gente cominciava a sbeffeggiarmi, mimando vomitate, attacchi di tosse e dolori di stomaco, e mi dava dell'incosciente per aver mangiato pesce crudo. Oggi gli stessi saggi si incontrano in Piazza dei Signori (ah, l'ironia del nome...) e si salutano mormorando konnichiwa e konbanwa, con le braccia aderenti ai fianchi e l'accenno di un inchino, prima di buttarsi in una conversazione stereotipata che comincia sempre con: “Guarda, ieri ho mangiato un sushi che non ti dico...”. Sono gli stessi padovani della globalizzazione de noantri, quelli in onore dei quali le osterie del centro sono state sostituite dai wine bar, i geni che hanno preferito lasciare che si chiudesse Mirco Buso per aprire una trattoria toscana DOC, fallita miseramente nel giro di qualche mese.

I diritti del "business" contro quelli del pubblico - Bangkok, Thailandia

Seduta sui tavolini che sbarrano il passaggio
Per certi versi dalla semplicità, dall'umanità e dalla flessibilità del Sud-est asiatico abbiamo molto da imparare (per un esempio vedi qui o l'ultima foto in basso). O meglio da ri-imparare, dal momento che cinquanta o sessant'anni fa i nostri nonni vivevano come la gente che oggi vive lì, più o meno.
Per altri però è meglio se le nostre lezioncine le andiamo a prendere da qualche altra parte. Me ne sono reso conto mentre mangiavo un boccone e bevevo una birretta sul ciglio di una strada a Bangkok.
Il ristorante utilizzava la sezione del marciapiedi davanti all'entrata per sistemarci i tavoli. Normalmente la gente, soprattutto in quest'area e a quest'ora, cammina in mezzo alla via, trasformandola di fatto in una zona pedonale. La strada era però intasata, come spesso succede da queste parti: un taxi, un tuk-tuk, due bancarelle, gente che ordina. I passanti erano così costretti a spostarsi sul marciapiedi. Da notare che ciò è esattamente il contrario di quel che dovrebbe accadere. Questa è però una situazione normalissima in Asia, e non è su questo che volevo soffermarmi.

Il grande Mirco Buso(wski), un film dei fratelli Coe(ghi)n - Padova

Attenzione! Parte del dialogo incluso in questo post è in dialetto veneto. La traduzione in italiano è riportata in coda.

Padova, via Benedetto Cristofori, fine anni '90. Un locale angusto nascosto sotto i portici, pieno di fumo e odori acri di cucina. L'istrionico oste, dopo aver stretto loro la mano all'americana, chiacchiera con un gruppo di giovani avventori, al tavolo presso cui questi stanno bevendo il suo celebre Sangue di Giuda (un vino contraffatto, recuperato, riciclato, rimescolato e riutilizzato) e mangiucchiando delle patatine fritte. 

"Tosi, savio parché ai me clienti ghe piaze cusì tanto 'e me patate frite?" 
"Eh, dai, dicci un po' Mirco, perché?" 
"Parché 'e ze fresche ah, eco parché!!!" 
"Eh beh, in effetti ormai di patatine fresche ai ristoranti non se ne trovano più..." 
"Esato! A mi invese me ne riva tute 'e matine...do pachi grandi cusì...zà tajà e surgeà." (Mentre lo dice allarga le braccia a mimare la grandezza dei pacchi.)
"Ma come, Mirco, già tagliate e surgelate? Non hai detto che sono fresche???" 
"Freschisime! Te go dito che ghe ne riva DO pachi enormi, NOVI...TUTI i jorni!!!" 
"..." 

Mirco Buso, un oste e un'osteria che hanno lasciato un grande vuoto in città.

Traduzione del dialogo:

Supplemento polizia - Bangkok, Thailandia

A Bangkok, a poche decine di metri da una delle strade più turistiche del paese, c'è una vietta dal nome buffo, Rambuttri, che negli anni ho sentito storpiare in vari modi: Rainbow street, Rain on tree, e perfino con una variante cinematografica, Rambo 3. Nella vietta c'è un locale che per non fare nomi - senza comunque tenerci troppo sul vago - chiameremo SH. L'SH nasce come guest house per turisti dal portafoglio smilzo, con un po' di stanze distribuite su un paio di piani e un ristorantino sistemato a ridosso dell'entrata. I proprietari ci vedono dentro, apportano migliorie e il posto negli anni si sviluppa costantemente. Viene inaugurata un'agenzia di viaggi, il ristorantino resta aperto 24 ore al giorno e la sera diventa bar d'atmosfera, con luci soffuse e musica che potresti ascoltare nei locali più in di New York, Parigi o Ibiza. Il menù prevede una sezione thailandese e una internazionale e la lista dei cocktail è talmente lunga che un alcolizzato potrebbe annoiarsi quand'è arrivato a leggerne soltanto un terzo. A metà degli anni '00 spunta anche una specie di piano mezzanino, con tavoli da biliardo e aria condizionata (il resto dei posti a sedere è all'aperto). Poi il ristorante si espande conquistando il piano terra di un palazzo a due isolati di distanza, confinante con una banca. Ancora pochi mesi e il gap è colmato: l'edificio che costituisce la soluzione di continuità viene demolito e al suo posto viene inaugurata un'ampia sala decorata con sculture siamesi e balinesi. L'ultimo tocco sono i tavoli che spuntano ad entrambi i lati della strada, attorno a un banchetto dove uno straniero prepara la Shisha, una pipa ad acqua alimentata con tabacco aromatizzato.

Nuovi metodi di massificazione

Da più di dieci anni vivo all'estero per undici mesi all'anno, giorno più, giorno meno. Chi trascorre gran parte del tempo fuori dal suo paese tende ad accorgersi più facilmente, quando vi fa rientro, dei cambiamenti avvenuti. E non parlo soltanto di quelli materiali, architettonici o urbanistici, ma anche delle novità in ambito sociale e di costume.
Spesso l'italiano, così come i cittadini di molti altri paesi, tende a seguire una condotta diametralmente opposta a quella suggerita dal filosofo francese Sartre: sfugge alle proprie responsabilità, non fa le proprie scelte e si adegua a una serie di aspettative borghesi, scivolando nella folla anonima e diventando così un uomo massificato.
Beh, non si tratta proprio di un cambiamento dell'ultima decade, dato che l'italiano tutto ciò l'ha sempre fatto. Tuttavia con l'apertura del terzo millennio si è reso conto che calcio e automobili come argomenti di conversazione da bar non bastavano più. L'alzarsi del livello di istruzione e di benessere, la globalizzazione, i sistemi di comunicazione sempre più rapidi e a portata di mano, il desiderio di sofisticazione - comunque esclusivamente superficiale - e l'allargamento dei confini per le chiacchiere banali oltre l'uscio del bar di quartiere hanno creato la necessità e la domanda di tratti di conformismo e segnali di appartenenza al gruppo nuovi, al passo coi tempi e che fossero in grado di abbattere quelle dannate insopportabili barriere regionali o - magari! - nazionali.
Tatuaggi, piercing e altri collanti di gruppo, da segni di trasgressione sono diventati strumenti di massificazione evidenti e spesso di dubbio gusto. Ma ce ne sono altri di più subdoli. Come dicevo prima ne ho notato l'avanzata galoppante negli ultimi dieci anni, facendo ritorno in Italia per non più di qualche settimana all'anno. Eccone una breve lista:

Tradizioni in via di estinzione - Mosca, Russia

Riumochnaya na Bolshoi Nikitskoi (in russo Рюмочная на Большой Никитской, ovvero "Bicchierino da vodka nella via Nikitskaya") è uno degli ultimi, forse l'ultimo locale autentico del suo genere a Mosca. Assomiglia a una vecchia osteria italiana: pochi tavoli squadrati sparpagliati in una sala non molto grande, tendine leggere alle finestre che danno sul marciapiedi, il bancone di legno, così come gli scaffali per le bottiglie e i pannelli che rivestono le pareti. Un bagno sgangherato e uno sgabuzzino/magazzino. Dicano quel che vogliono i sostenitori della modernità sofisticata a tutti i costi, per me non serve molto altro per passare un paio di quelle ore di cui sono fatti i buoni ricordi.
Appena entrati si sceglie un tavolo (dopo le sei possono essere tutti occupati), poi si va a ordinare direttamente al banco, sul quale stanno in mostra dei vassoi con i piatti del giorno. C'è un po' di tutto: carne, pesce, verdura, pietanze sia cotte che crude. Mentre la signora scalda le porzioni nel microonde si ordina da bene. Specialità della casa, va da sé, la vodka. La si ordina in grammi (sì, in grammi, quindi a peso, non in numero di bottiglie o bicchieri e nemmeno utilizzando unità di misura volumetriche). 300 grammi riempiono un'ampolla, quantità che basta a far vedere le farfalline a due persone equipaggiate con fegati ben corazzati fino all'ora di andare a dormire.
Quando tutto è sistemato sul tavolo mandiamo giù il primo bicchierino, tutto d'un fiato. Poi per creare il necessario effetto spugna ci sbafiamo uno squisito petto di pollo farcito con panna acida, delle lenticchie e un po' di pane. 
"Tra il primo e il secondo bicchiere non si parla!" La regola russa garantisce che tra le prime due sessioni non trascorra troppo tempo. Ma C. e io siamo degli inguaribili italiani e non ce la facciamo a sottoporci a questo rito da setta alcolica senza lasciarci andare a un paio di commenti prima di buttar giù il secondo bicchiere che, per precauzione, riempiamo solo a metà. Il cibo è davvero buono e ne ordiniamo un altro giro. 
Anche la clientela, conformandosi allo stile del locale, è caratteristica. I personaggi più pittoreschi sono degli artisti sconosciuti, semi alcolizzati. Un poeta i cui versi non hanno mai visto una tipografia ci sente parlare in italiano e si avvicina. Capelli e barba bianca, già brillo, in un inglese rudimentale si lascia andare a passatempi da bar che funzionerebbero anche da noi: battute su Putin e Berlusconi e commenti sull'immigrazione incontrollata, che nel caso di Mosca proviene dalle ex repubbliche sovietiche caucasiche e orientali. Quando la lingua franca non lo aiuta parla in russo con C., il quale traduce per me.
Poi si allontana un attimo, sgraffigna la lattina di Sprite di un signore che legge il giornale a un altro tavolo e la poggia sul suo. L'altro - una sua versione più giovane, con barba e capelli ancora neri - prima sbuffa e si lamenta un po' e poi si unisce a lui. Il nuovo arrivato parla un inglese molto più forbito e si definisce artista anch'egli, senza però specificare il campo. 
Dopo un'altra oretta di battute, commenti, chiacchiere, traduzioni, spuntini e vodka ci alziamo, ci salutiamo come fanno tutti gli ubriaconi che si rispettino - ad abbracci energici, strette di mano scomposte, alitate pesanti e frasi sentimentali - e poi usciamo barcollando dal locale, gustandoci il pizzicotto del freddo d'ottobre sulle guance infiammate dallo spirito. 
Un pezzo di tradizione che resiste nel pieno centro di Mosca, proprio davanti al conservatorio. Così come accanto ai nuovi centri benessere di lusso resistono le banye popolari, centri con saune e bagni turchi che consistono in grandi stanzoni illuminati male e arredati peggio, impianti semplici e strutture alla buona, dove gruppi di amici o colleghi passano qualche ora a chiacchierare e rilassarsi, mentre sudano vicino al forno, rabbrividiscono nella piscina ghiacciata, si frustano con ramoscelli di betulla o quercia o sorseggiano te e spiluccano spuntini all'angolo ristoro.
Sarebbe bastato poco anche da noi per avere ancora la possibilità di godersi una serata così: evitare di sostituire almeno un quarto delle nostre vecchie osterie con pizzerie alla moda o - peggio ancora - pretenziosi wine bar. Ma nella gran parte delle città che conosco lo scempio è un servizio fornito in maniera integrale, e quel piccolo sforzo di conservazione non è stato fatto. Il semplice menu dei vini di un tempo (1. rosso, 2. bianco, 3. prosecco, tutti rigorosamente "della casa") è stato sostituito da una lista di nomi per me incomprensibili che al contrario di molta gente non provo alcun piacere a far finta di conoscere. Bottiglie con splendide etichette di provenienze altisonanti, che nulla hanno a che fare col territorio e la cultura locali, serviti al bicchiere (fantastici calici di cristallo che con saccenteria dell'ultima ora tutti impugnano per lo stelo, rigonfi come botti ma riempiti con parsimonia per un terzo) al prezzo di una bottiglia del vecchio buon velenaccio
I tempi cambiano, le tradizioni muoiono. Io, da buon nostalgico, mi diverto a cercarle altrove.

Dagli alcolizzati/4 - Bangkok, Thailandia

L'intera serie "Dagli alcolizzati" è dedicata a Jack London, autore di "Memorie di un bevitore" (Titolo originale: "John Barleycorn").

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Sono seduto dagli alcolizzati con R. Beviamo un bicchiere prima di immergerci nella notte viscosa di Bangkok. R. si alza e va a ordinare una bottiglia di soda e del ghiaccio dalla ragazza con la faccia deturpata dalle occhiaie. Di passaggio lancia anche una battuta alla donna costantemente ubriaca. Errore tattico, non tipico di un tipo accorto come R. Questa, sentendolo parlare, pur non capendo una parola si scrolla di dosso il torpore, dà un'occhiata attorno e il suo radar annebbiato, chissà perché, si ferma quando ha identificato me. La tengo sotto controllo senza fissarla, facendo finta di guardare altrove e augurandomi - come un liceale davanti alla professoressa che scorre i nomi sul registro per decidere chi interrogare - di diventare una presenza invisibile e passare inosservato. Vana speranza, ingenuo che sono a volte. Si alza con fatica, caracolla rischiando di abbattere i tavoli e le bottiglie lungo il cammino e precipita con un tonfo pesante sulla sedia di R., proprio di fianco a me. Mi guarda e mi sorride, col fascino di una sirena, una sirena vecchia e devastata dalla decadenza, dalla vita di strada e dall'alcol. Poi farfuglia qualcosa. Quando sto cercando di capire in che lingua sta parlando una zaffata carognesca mi stritola la gola. Il puzzo continua ad aleggiare anche quando chiude la bocca: non è soltanto l'alito, è un odore che ha impregnato nella pelle e negli abiti, che si porta costantemente addosso. Un po' come quello emanato da chi mangia troppo aglio.
R. si accorge di cosa sta succedendo e mi viene in aiuto. Lei sorride anche a lui trasformandolo da soccorritore in secondo prigioniero. Subito dopo arriva anche la ragazza delle occhiaie che poggiato il secchiello del ghiaccio e la bottiglia di soda le si rivolge in thailandese scandendo le parole, così che anch'io riesco a capire bene cosa dice.
"Hey, questi sono amici!" Beh, proprio amici magari no, ma come stratagemma per toglierci dall'impiccio glielo concediamo. Annuiamo accondiscendenti.
"Con loro non ci puoi provare...capito?"
L'orrore si impossessa della nostra immaginazione indifesa e impressionabile. Provare a fare cosa? Il pensiero che qualche turista stordito dal Sangsom se la possa essere portata in albergo per una manciata di baht mi avvinghia lo stomaco e lo strattona, avanti e indietro, di lato e per linee oblique. L'ammonizione però ha effetto e l'ubriacona si alza e se ne va, il suo orgoglio apparentemente intatto. Il sollievo mi rilassa la pancia. R. si siede di fianco a me e ricominciamo a chiacchierare, versandoci un altro bicchiere, mentre la brezza del ventilatore soffia il vapore del ghiaccio verso gli alberi e la strada bagnata.

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Foto di Lachlan Hardy (CC)

Dagli alcolizzati/3 - Bangkok, Thailandia

Foto di Olgierd Pstrykotwórca 
L'intera serie "Dagli alcolizzati" è dedicata a Jack London, autore di "Memorie di un bevitore" (Titolo originale: "John Barleycorn").

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S. si ostina a privarci degli spettacoli pietosi a cui ci ha abituati in passato seguitando a consumare solo bibite gassate e succhi di frutta. Deve averglielo consigliato il medico dopo avergli diagnosticato la cirrosi.

Uno dei pochi personaggi da saloon che non bevono alcolici in questo bar è un grassone con il naso rosso, l'occhio spento e l'andatura da beone, che ordina le sue bottigliette di Coca Cola e Fanta sussurrando, come se fosse un atto illegale o scandaloso. Cosa che in un posto del genere, con una faccia come la sua, a pensarci bene potrebbe anche starci. 

Finalmente, dopo quasi una settimana di bibite dolciastre per ragazzini, S. ha gettato la maschera ed è tornato a dare del tu (a volte anche letteralmente) al suo amico preferito: un signore americano dalla carnagione scura, l'abito nero ricamato di bianco, una cascata di monili di cristallo, un piccolo copricapo aderente e fragranze speziate: Mr. Jack Daniels.
Si ode un tonfo pesante, S. è sparito. Ci alziamo e lo cerchiamo. E' crollato, ora è disteso sotto il tavolo e accanto a lui c'è la sedia, capovolta. Lo invitano ad alzarsi, lui probabilmente nella sua mente ci prova ma il corpo resta immobile. Non si è fatto male: è semplicemente ubriaco fradicio. Lo aiutano a mettersi in piedi ma non è facile, sembra che stiano estraendo un autoarticolato dal fondo di un fiume con poderosi argani. Quando si accomoda nella sua seggiolina ha gli occhi a bolla, lo sguardo vuoto, perso nei misteriosi giochi di forme e luci che vede davanti a lui, e le mani tremanti poggiate sul tavolo di plastica.
Quando rientra nel globo di realtà distorta che lo circonda cerca di alzarsi, cammina come un gorilla neonato verso il centro della strada, compie un giro di 360 gradi attorno a se stesso, barcolla, sfiora un taxi che si è fermato a pochi metri da lui per non investirlo e continua a oscillare fino a quando un turista lo aiuta a ritornare al proprio posto. Alcuni minuti più tardi ripeterà l'intera procedura dall'inizio.

La donna costantemente ubriaca siede a un tavolo, si appisola, si sveglia, borbotta, grida verso qualche sconosciuto ma nessuno le dà retta, poi continua a muovere le labbra senza però emettere alcun suono, per vari minuti. Infine, sconfitta ed esausta, riprende a russare.

Continua...

Dagli alcolizzati/2 - Bangkok, Thailandia

Foto di Adam Foster (CC)
L'intera serie "Dagli alcolizzati" è dedicata a Jack London, autore di "Memorie di un bevitore" (Titolo originale: "John Barleycorn").

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Le scene che seguono sono state osservate in date diverse e sono qui riportate in sequenza casuale.

C'è un gruppo di spagnoli seduti attorno a un tavolo, non sembrano alcolizzati ma si sono conformati all'atmosfera del posto ordinando birre a ripetizione nel primo pomeriggio. Apparentemente si sono conosciuti qui e decidono di fare una foto ricordo. Si rivolgono alla donna costantemente sbronza per lo scatto. Purtroppo sarà una brutta sorpresa, per loro si intende, non per me o per chiunque altro sia già stato qui. Lei afferra la macchina, e questa per gli spagnoli sarà l'ultima notizia positiva. La osserva come se fosse il frammento pulsante di un misterioso asteroide. Un velo grigio, un'espressione confusa cala sui volti degli spagnoli, che cercano di dissipare l'imbarazzo offrendole dei consigli random. "Quel bottone lì!" "Questa angolazione qui!" "Con questo sfondo!" Lei finalmente esce dal suo stato di trance e si decide a provarci. Dopo vari tentativi falliti tra manovre goffe e barcollamenti è pronta a scattare. Come al solito sta piovendo e l'ombrellone che ripara il tavolo degli spagnoli ha un foro da cui cade un cilindro d'acqua spesso e continuo, giusto davanti all'inquadratura. Lei non lo vede, così come non vede tutti gli altri dettagli non inclusi nella scenografia del film che va in onda nella sua mente. Gli spagnoli si sbracciano, le fanno cenno di spostarsi un po', indicano l'acqua. Lei fraintende, crede ci sia qualcosa che non va con la macchina e la osserva rigirandosela tra le mani, come se non si ricordasse più come diavolo sia finita lì, buttando all'aria tutto il lavoro fatto fino a quel momento. Fortunatamente arriva un suo collega sobrio - beh, quasi - le toglie la macchina dalle mani e nel giro di trenta secondi la foto è fatta. Il lato positivo di questo stato di sbronza permanente è che risparmia al soggetto umiliazioni e risentimenti: quando il flash si accende l'alcolizzata si è infatti già accoccolata sulla sua seggiolina, dimentica di tutto.

Lo stesso tavolo a cui stavano seduti gli spagnoli di solito funge da punto di ritrovo per i più pittoreschi clienti del bar: un'accozzaglia di ubriaconi occidentali che non avrebbe per niente sfigurato in uno dei più sordidi saloon del vecchio west. Nel primo pomeriggio il tavolo è già colmo di bottiglie vuote di whisky e birra e verso sera vengono messi in scena gli spettacoli più patetici e indimenticabili.
Uno di loro è S., un nord europeo che bazzica da queste parti da una decina d'anni. S. è appena tornato a Bangkok, portando con sé un sacco pieno di vestiti e altri regali. Lo accolgono tutti con risatine, urletti e saluti. La versione sincera e disinteressata dell'entusiasmo locale (ce ne sono anche altre di più o meno subdole). Lui ricambia con dei fantastici sorrisi totalmente privi di dentatura anteriore. Quando ha finito di distribuire i suoi doni si siede e ordina una Schweppes. Una Schweppes! Questa è una novità sorprendente per chi ha osservato certe sue prestazioni con bottiglia e bicchiere, di cui avremo sicuramente modo di parlare in seguito. Probabilmente è appena sbarcato dall'aereo e non si sente troppo bene, non trovo altre spiegazioni per un comportamento così insolito.

Uno straniero con un tatuaggio grande come tutta la schiena si alza dal tavolo, solo con il corpo però, l'anima infatti non sembra volerlo seguire. Sta fermo sul posto, in piedi, barcolla, quindi afferra lo schienale della sedia di plastica che si piega pericolosamente sotto il suo peso. Poi si appoggia al corpo di un amico, un po' meno ubriaco di lui. Ci sta aggrappato per qualche minuto, apparentemente privo di sensi, quindi si riprende, lo abbraccia con slancio e finalmente lo bacia. Se ne vanno collegati come fratelli siamesi (nel senso medico-scientifico del termine, non di "thailandesi", cioè di qui).

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Il gesto - Kuala Lumpur, Malesia

C’è un gesto che facciamo noi italiani, con le dita della mano puntate verso l’alto, i polpastrelli congiunti. Può significare varie cose: dubbio, confusione, incredulità, disaccordo, alle volte persino dileggio. Ho scoperto casualmente che è utilizzato anche nel mondo arabo, ma con un significato completamente diverso.
La prima volta che lo notai ero a Kuala Lumpur, seduto a un ristorante libanese, con alcuni miei studenti sauditi. Mentre il cameriere egiziano serviva le portate due dei commensali gli chiesero qualcosa, quasi contemporaneamente. Lui li osservò mentre continuava a disporre i piatti sul tavolo e poi, senza dire nulla, appena ebbe finalmente una mano libera si rivolse a ognuno di loro con quel gesto. Io fui sorpreso, mi sembrava molto sfrontato utilizzare con dei clienti un segno che interpretavo come una specie di “Ma che diavolo volete?” Lo feci notare ai miei studenti i quali mi spiegarono che in Medio Oriente equivale a un innocuo "attenda un attimo", ed è un’espressione sufficientemente educata.
Pochi giorni fa, sempre a Kuala Lumpur, stavo fermo a un marciapiedi, osservando il brulicare della gente attorno ai locali notturni del centro. Una vecchina cinese passava di là chiedendo l’elemosina con una tazza. Un arabo la fermò, le piantò la mano a dita raccolte davanti al naso e poi si rivolse a un amico chiedendogli del contante, infine tornò dalla signora e gli infilò nella tazza una mancia spropositata. Evidentemente le voleva dire “Attendi un attimo vecchiarella, non te ne pentirai” e non come avrebbero pensato in Italia “Oh vecchiaccia, ma che cavolo fai? E levati di torno!”

L'incubo del viaggiatore solitario/2 - Kuala Lumpur, Malesia

"Nightmare", di brentbat (CC)

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L'incubo si materializzò per la seconda volta a Kuala Lumpur, in un ristorantino all'aperto. Due minuti dopo aver ordinato una minestra e un succo di frutta mi colse un dubbio, misi la mano in tasca con il solito scatto da gatto atterrito, tirai fuori non denaro bensì il cellulare e mentre facevo finta di aver ricevuto un messaggio urgente chiamai il cameriere per annullare l'ordine. 
Una volta in strada la vergogna e il senso di colpa mi piombarono addosso all'improvviso, come una pioggia monsonica. Come si fa - mi ripetevo - ma che modo di comportarsi è. Andarsene dopo aver ordinato. E in che modo poi, con quel ridicolo colpo di teatro.
Mezz'ora più tardi ero già lì, con le tasche piene di Ringgit. Mi scusai, ordinai nuovamente.
"Avevate già preparato qualcosa?"
"Beh, il succo, ma non ti preoccupare..."
Alla fine mi feci mettere in conto anche il succo di frutta e lasciai una buona mancia.
Mi conoscevano in quel ristorante, avrei potuto spiegarmi, restare a mangiare e ripassare in seguito per pagare. Avrei potuto, ma non ci sarei riuscito, perché l'imbarazzo, la paranoia e i complessi atavici spesso sono più difficili da affrontare di quel gruppo di ribelli nel deserto. Beh, i ribelli magari no, ma i ragazzini nel vicolo buio, quelli forse...

L'incubo del viaggiatore solitario/1 - Tokyo, Giappone

The Nightmare, Henry Fuseli, 1781
Quali sono gli incubi più comuni di chi viaggia da solo, lontano da casa, in un luogo alieno, dove la gente parla un'altra lingua e pensa in modo diverso, in cui vigono altre usanze, tradizioni, valori e leggi? Forse essere aggredito in un vicolo immondo e buio da un manipolo di ragazzini strafatti di crack, con gli occhi gonfi e lucidi, la pancia vuota e delle lame luccicanti in mano? O che qualcuno ti piazzi due etti di eroina nella borsa a due passi dalla dogana di un paese dove vige la pena di morte per reati di spaccio? O sarà imbarcarsi in un volo di una compagnia secondaria in un paese in via di sviluppo e notare cigolii, scricchiolii, vibrazioni, guasti e spifferi quando ormai hanno chiuso i portelloni? O ancora incappare in un gruppo di ribelli armati in un'area desertica, a cento chilometri dal più vicino centro abitato?
Per me no. Non che sia esattamente un intrepido giramondo ma questo genere di sventure, forse perché non mi hanno mai sfiorato, non mi sembrano molto probabili.
L'incubo che mi imperla la fronte di sudore freddo, la mia inesauribile fonte di panico, l'unico motivo per cui potrei non voler girare da solo o fuori dai circuiti abituali, ciò che più mi atterrisce è il pensiero di ritrovarmi seduto al ristorante e dopo aver ordinato, proprio mentre mi sto per rilassare pregustando le pietanze in arrivo, accorgermi di non avere un quattrino in tasca.
Mi è successo due volte. 
La prima in Giappone, nella periferia di Tokyo, fortunatamente non lontano da dove abitavo. In quell'occasione feci in tempo a papparmi un'intera ciotola di riso e manzo prima di infilare la mano in tasca per trovarvi niente più che la speranza di possedere una mazzetta di yen. Come spesso capita in Giappone il cuoco/cameriere/cassiere che stava al di là del banco a cui sedevo non parlava una parola in inglese: mi guardava confuso mentre col coltellaccio continuava ad affettare le sue verdurine. Frugai nella borsa e ringraziai la buona sorte quando vi trovai dentro il passaporto. Glielo porsi e con gesti ampi e lenti gli feci capire che sarei tornato al più presto. Arrivai a casa in apnea, presi tutti i soldi che avevo e rotolai giù dalle scale. Entrai al ristorante paonazzo, madido e sul punto di morire di asfissia, con un groviglio di yen stretti nel pugno come il testimone di una staffetta. Quando lo pagai, il cuoco, con l'espressione impassibile di una maschera del teatro Kabuki, poggiò il machete, sfilò il passaporto da sotto il banco e me lo porse. 
Gli ho lasciato il passaporto, pensavo mentre tornavo. Il passaporto. Beh, ma in Giappone uno si può fidare, almeno qui. Ma poi ricominciavo: gli ho lasciato il passaporto, il passaporto...ma se uno non si fida del prossimo nemmeno in Giappone, allora...ma come si fa, il passaporto...