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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

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Maiale

Non approvo il menù, ma il simbolo è giusto. Di fuori luogo nel "salotto" della città c'è solo l'ennesima noiosa polemica. Il fatto è che alla gente piace mangiare maiale pensando che maiale sia solo un nome, non l'animale.

Ribellione


La determinazione con cui la maggioranza di “matusa” si scervella per trovare falle logiche nella motivazione con cui questi studenti hanno fatto sapere ai commissari d’esame che l’esame non l’avrebbero sostenuto sa di impotenza, più che di autorevolezza, per non dire autorità.
In realtà tutte le critiche mosse hanno, nell’angolo ammuffito da cui strillano, un senso. “Tutta la vita è competizione.” “Troppo comodo non sedersi a quel tavolo e farla franca.” “Che mancanza di rispetto nei confronti di chi si sbatte per darti un’istruzione.” “Stai voltando le spalle ad una società che gratuitamente sta cercando di darti un futuro.”

Hanno senso, certo, ma dal punto di vista di chi è stato colto di sorpresa, e magari è stato messo ko da un montante inaspettato. È come cercare di trovare la quadra alle promesse di un generale che ha appena portato a termine un colpo di stato, o alle esultanze del boss dei reclusi che si sono ammutinati, per provare poi a smontarle con la logica dei burocrati.

Sarà che non sto molto in Italia, e comincio a reagire alle notizie della madre patria in maniera un po’ atipica, ma io di questa faccenda noto il gesto, più che la spiegazione. È una rivolta. Non è una critica al sistema, con solide e razionali motivazioni socio-politiche. È una ribellione all’autorità, e quindi un atto di forza. Il gesto non ha senso. Il gesto è il senso. Coglie impreparati, e quindi stende al tappeto, proprio il fatto che arrivi da dove non te l’aspetti, da una generazione che credi di aver cresciuto, ma che invece ha già sviluppato una mentalità propria, diversa dalla tua, nuova, imprevedibile, in parte sconosciuta persino a chi la incarna. E che quindi la esplora, la mette alla prova, per vedere fino a che punto può spingersi nell’usarla come ariete.

È il giovane animale, fino a ieri cucciolo, che sfida il capo branco per diventare il nuovo maschio alfa. Solo che qui non si tratta solo di maschi. Ci sono anche ragazze. Con le palle, direbbero alcuni. Ma sarebbe la solita lettura da regime, maschilista in quanto regime, come tutti i regimi tradizionali. Sono ragazze che fanno quello che fanno con quello che hanno, cioè non le palle, ed è questo che le rende forti.

Tra l’altro provengono quasi tutti dal Veneto, una regione rappresentata per anni in maniera caricaturale, serva, bigotta, sgobbona, retrograda. Derisa da regioni che si crogiolano da tempo immemore in altri stereotipi altrettanto ridicoli. Stereotipi che ad ogni generazione, in ogni città di’Italia, perdono fortunatamente qualche pezzo. Non mi sorprenderei se fra non molto li vedessimo alla guida del paese. E provate a dire che sarebbero peggio di quelli che abbiamo ora!

Egocentrici? Erano bambini goffi fino a poco tempo fa. Hanno steso questo copione nelle loro camerette, o in una saletta di un bar di quartiere, mentre noi ci preoccupavamo che non si beccassero l’influenza. Ed ora l’opinione pubblica si interroga. Ministri intervengono per cambiare le regole. Il popolo commenta scandalizzato. C’è dell’egocentrismo? Sorprenderebbe il contrario! Ma vi ricordate di voi stessi a quell’età? Gasati se due coetanei ridevano ad una vostra battuta. Il magone e il sonno perso prima dell’esame?

Uno studente prepara il colpo a sorpresa in silenzio, calcola i rischi, sfrutta i gradi di libertà offerti dalle maglie di un sistema che funziona uguale a se stesso da decenni, si presenta davanti ad adulti investiti dell’autorità di giudicarlo, li saluta, si spiega, si accomiata con una frase ad effetto e lascia tutti esterrefatti. Il piano è riuscito alla perfezione. E ci credo che c’è egocentrismo! Lo stesso egocentrismo del politico o dell’industriale quarantenne che ha messo in scacco la concorrenza con manovre sinistre. E che quando però è messo in scacco da suo figlio reagisce da moralista.

Li state accusando di scansarsi davanti alle sfide? Di rifiutare la competizione? Ma se vi hanno steso con uno sgambetto, quando non sapevate nemmeno di essere in gara con loro?

E lasciami bere, cazzo! (con inserti veneti debitamente tradotti in italiano)


- NO! Non lo reggere per il calice: afferralo per lo stelo, così non lo rovini col calore corporeo.
E va ben, sposta chei dei cusì ghea moea de rompare 'e bae (E va bene, sposta quelle dita così la smette di rompere le palle).
- ASPETTA! Non lo bere ancora: fai ruotare il bicchiere, infilaci dentro il naso e riconosci l'aroma.
Uffa, eora, dai, sguarata sto goto, impiraghe dentro 'a napia e daghe na snasada (Allora, dai, scuoti questo bicchiere, infilaci dentro il naso e annusa).
- CHE FAI? Non deglutire! Tienilo sulla lingua piegata a conchetta, aspira un filo d'aria e...
- ...e...e...e...e chiudi quella bocca, porca troia! Lasciami trangugiare questa broda d'uva fermentata in santa pace! Io sono un tipo da birrozza, delle tecniche di degustazione non m'importa un accidente, voglio solo divertirmi
un po' e farmi venire sonno prima di andare a letto.

Oh, fino all'altro giorno ci saremmo scolati un fiasco di metanolo senza rendercene conto, ora ci esprimiamo come dei rampolli di una dinastia vinicola della Champagne, r moscia inclusa. Nel giro di vent'anni noi veneti, da imbriagoni del tavolaccio, ci siamo evoluti in sommelier. Ma quindi cos'eravamo prima? Crisalidi del mosto pronti a far spuntare le ali da farfa-brilla? O i brutti anatrocch-enologi che avrebbero sorpreso tutti trasformandosi in candidi cigni del sorseggio?

Mah, misteri del darwinismo alcolico.


Sul caso "Oliviero Toscani contro il popolo veneto".

Questo è l'ennesimo esempio di un errore che si tende a commettere spesso: dare troppa importanza all'opinione di un personaggio che ha ottenuto la fama grazie al talento in una disciplina specifica (che non coincide necessariamente con quella dell'opinionista). L'errore, ovviamente, è imputabile anche al personaggio in questione, che si fida troppo della propria opinione.

In genere si tende ad ingigantire il peso delle parole dei personaggi famosi. Famosi per eccellere in un campo preciso. Diamo gran risonanza a quel che dichiara una stella del rock, uno scultore, un romanziere, uno scienziato. Persino al pensiero di un calciatore.

Cerchiamo di utilizzare il buon senso e la statistica.

Qual è la percentuale della popolazione che eccelle in un campo? Bassetta, no? Intendo dire, quanti sono quelli che hanno una voce sublime, che scrivono con una prosa brillante, che pubblicano articoli di fisica in grado di stravolgere il campo della ricerca scientifica? Pochi, no? Quindi, quanti ce ne possono essere che oltre ad eccellere nel loro ambito sanno fare (bene) anche qualcos'altro? Meno, molti meno, ovviamente, la percentuale si avvicina allo zero. Basta che facciate un corso accelerato sulle probabilità delle combinazioni dei risultati al casinò per rendervene conto. A me di personaggi così ne vengono in mente pochi, anzi, così su due piedi, solo uno, Leonardo da Vinci, la storia della cui vita, tra l'altro, è avvolta da un velo di leggendaria imprecisione. Insomma, è come se ci aspettassimo che Newton avesse l'orecchio musicale di Beethoven o che Jobs sapesse scrivere come DeLillo. Difficile, se non impossibile, no?

Quindi, perché dare tutta questa importanza all'opinione sociologica di un fotografo? Ma anche...perché un fotografo deve mettersi a fare il sociologo? E soprattutto, perché le sue dichiarazioni devono avere questo rilievo?

Vabbè, vi lascio con questi quesiti. Io nel frattempo mi vado a fare una birretta, qui a Manila lo spritz purtroppo non lo servono.

Alla salute, Oliviero! Sarebbe carino se fossi qui a farmi una foto! Cioè l'unica cosa che sai fare veramente bene...

Quei cinesi continentali - Hong Kong

Vista della skyline da Tsim SHa Tsui

M sta completando un master in scienze dell'educazione presso una famosa università di Hong Kong. E' cinese, della Cina Popolare, la conosco da anni. Una ragazza simpatica, dolce, educata, molto per bene. Niente a che fare con lo stereotipo del cinese che sputa, si pulisce in pubblico le orecchie, il naso o qualcos'altro, mastica semi e radici seduto accanto a te, succhiando rumorosamente e sputacchiando gusci sfasciati e fibre spappolate. Ma da quando è arrivata a Hong Kong quello stereotipo non smette mai di frustrarla, metterla in imbarazzo e umiliarla.

A volte, quando in un negozio fa un paio di domande sul prodotto che intende acquistare, un commesso le risponde: "Oh, questa è Hong Kong, mica la Cina continentale!" Mi racconta che i cinesi vengono accusati di "rubare" i posti di lavoro ai cittadini del luogo oppure, e questo la coinvolge personalmente, le posizioni disponibili per master e dottorati nelle migliori università. Lei il master se lo è pagato da sé, e molto più di quel che paga un cittadino di Hong Kong. Questo genere di accuse generalizzate le trova quindi piuttosto irritanti.

Passeggiamo per le vie di Kowloon e quando arriviamo a un incrocio dal momento che la strada è sgombra io, come faccio sempre, attraverso, a prescindere dal colore della luce del semaforo.

Come attenuante c'è da dire che metto in pratica anche la tecnica inversa: se la luce è verde non passo col pilota automatico ma controllo che non ci sia qualche pazzo in motorino che se ne sbatte del rosso e si appresta a disegnare una sagoma a forma di me sull'asfalto. La invito a seguirmi ma lei si ferma sul ciglio del marciapiedi e aspetta il verde: mentre la osservo non so se mi ricordi di più una signora per bene d'altri tempi o un mulo testardo (mi riferisco all'atteggiamento, non all'aspetto...). Poi mi spiega che se qualcuno di qui la vedesse attraversare col rosso e scoprisse che è cinese si aggrapperebbe al solito stereotipo e l'accuserebbe di essere una rozza incivile, insultandola sfacciatamente o in modo più subdolo.

Alcuni giorni dopo, a Guangzhou - quindi già nella Cina Popolare - Y, una ragazza che mi ha aiutato a comprare una SIM card e a orientarmi quando ero appena arrivato, mi spiega che attriti simili si verificano anche tra città cinesi, o ancor più tra città e campagna. Gli abitanti di Guangzhou o Shanghai, posti industrializzati, sviluppati e - rispetto alla media del paese - molto ricchi, cominciano a mostrare alcuni sintomi di irritazione e intolleranza nei confronti degli immigrati delle province più povere. Siano essi contadini tramutati con un trucco da camerino teatrale in operai - quelli per intenderci che lavorando nelle fabbriche contribuiscono ad arricchire le province più avanzate -, laureati che lavorano negli uffici, studenti o insegnanti. Vengono forse risparmiati soltanto i membri del partito e gli imprenditori di successo, per motivi diversi ma in entrambi i casi ovvi.

Ho notato spesso che le persone - a prescindere da quale sia la loro nazionalità - tendono a essere gelose non solo di quel che amano o desiderano ardentemente, ma anche di problemi e disavventure, tendendo a volerne fare un caso proprio e di nessun altro. E' l'atteggiamento del "...sapessi cosa mi è capitato, tu non lo puoi nemmeno immaginare...". Ma, almeno in questo caso, si tratta di reazioni e dinamiche naturali, comuni a tutti gli esseri umani e non specifiche a questo spicchio del globo. 

Racconto a entrambe le ragazze che se uno svizzero mi vedesse attraversare la strada col rosso nella sua cittadina e venisse a sapere che sono italiano...chissà cosa penserebbe. Che nella stessa Italia italiani del nord e del sud si sbeffeggiano, insultano e diffidano gli uni degli altri da anni. Che la stessa cosa capita anche all'interno della stessa regione. Gli abitanti di Venezia solevano (e forse lo fanno ancora) utilizzare il termine "campagna" per riferirsi al resto del Veneto, includendo per intenderci anche i centri storici di Verona (la città dell'arena romana e di Shakespeare), Padova (con l'università del '200 e l'ospitalità a Galileo, Petrarca, Dante e di nuovo Shakespeare) e Vicenza (quella delle ville del Palladio). Niente da fare, incuranti di storia, arte, architettura, scienze e personalità illustri, i veneziani liquidano tutto ciò che sta al di là della loro amata laguna come rozza campagna. E succede persino all'interno delle stesse province: quando la mia famiglia si trasferì dalla città a un paesino ad appena dieci chilometri dal centro i miei nuovi compagni di scuola per alcuni mesi si riferirono a me come "quello di Padova". Quando in senso lato in fondo erano padovani pure loro. Nemmeno fossi stato londinese, parigino o newyorkese. O magari, che so, honkonghese.

Un antico detto veneto applicato a un centro commerciale di lusso - Kuala Lumpur, Malesia

Ma guarda che bel cesso tondo tondo...

Un antico detto veneto recita: "El tempo, el cul e i siori li fa sempre quel che vol lori." 

In effetti dieci minuti fa ero circondato da arroganti stronzetti a caccia di regali di natale tra i negozi di lusso di questo centro commerciale fighetto, mentre fuori infuriava una tempesta monsonica. Eccovi serviti, amanti dei proverbi, tempo e signori stanno facendo la loro parte. Mancherebbe il culo, pensavo, ma sottovalutavo il getto di atmosfera plutoniana che mi centrava le viscere mentre osservavo distratto quell'andirivieni di invasati. Io riflettevo e l'aria fredda mi lavorava ai fianchi e, soprattutto, al ventre.

E sarà per quello che questo branetto lo sto ideando in bagno, mentre seduto sulla tazza del cesso cerco di rilassare le viscere irrigidite. Anche il culo (mai così proverbiale) si è messo infine a fare quel che vuole. Per fortuna in questi centri commerciali persino i bagni sono lussuosi e immacolati. E poi, potrà anche sembrare un paradosso, ma gli stronzi che fluttuano qua dentro hanno meno puzza sotto il naso di quelli che trottano là fuori.