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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

14 giorni in regime di autoisolamento - Padova, Italia

Sono rientrato dalla Malesia con un volo speciale che il governo malese ha organizzato per portare a casa i suoi cittadini bloccati in Italia, su cui l'ambasciata italiana a Kuala Lumpur è riuscita ad infilare noi. Racconterò l'odissea più avanti.
Sono tenuto ad autoisolarmi in casa per 14 giorni. Per ora me la passo bene. C'è qui sotto un minimarket dove ordino la spesa che mi viene consegnata davanti alla porta. Mi aiutano anche a smaltire la spazzatura. Nessun contatto umano: suonano il campanello e aspettano, io porto fuori immondizia e soldi e poi torno dentro, quindi loro salgono, lasciano la spesa e il resto e si portano via la spazzatura, Per finire io esco di nuovo e mi prendo i sacchetti. 
Lavoro a distanza, via internet, come ho sempre fatto, anche prima dell'emergenza. Nel tempo libero faccio quello che fanno tutti: leggo libri, guardo film, faccio un po' di esercizio fisico, cucino. Alla mancanza di compagnia mi sono abituato durante gli anni di viaggi in solitaria. Non mi pesa, per il momento.
Se qualcuno passa per via dei Tadi, qui a Padova, faccia un fischio e mi lanci un sacchetto di pane. Scherzo, basta anche un saluto.

Lontani ma vicini! - Kuala Lumpur, Malesia

Amigos Españoles! Os escribo desde una habitación de hotel en Kuala Lumpur, Malasia.
Encerrado por el lockdown, escuchando al pirata de Rock FM, 24 horas al dia. Bueno, tal vez son 18. Y al Pirata solo una.
Lontani ma vicini!

Missione speciale - Kuala Lumpur, Malesia

Mi hanno appena misurato la temperatura all'entrata di un hotel: 34,6C. Perplesso sono andato a farmela misurare al McDonald's lì di fianco: 32,3. E non sono nemmeno sicuro che si trattasse di gradi Celsius, piuttosto che Fahrenheit.
Sembra che nel mio sistema biologico si sia innescato un processo di ibernazione rapida. Mi risveglierò fra circa 200 anni all'interno di una capsula, in una nave spaziale, con una missione da portare a termine: fondare una colonia di Homo Sapiens su un piccolo pianeta di una galassia lontana.
Sono io il prescelto. E a dire la verità l'ho sempre saputo.

Covid-19 vs Lo squalo di Steven Spielberg - Kuala Lumpur, Malesia

Ragazzi, a me sembra evidente che Steven Spielberg, prima di girare lo Squalo, abbia viaggiato nel tempo, fino ad arrivare nell'Europa dei nostri giorni. Le settimane drammatiche che stiamo vivendo contengono tutti gli elementi della trama di quel memorabile film.

C'è Beppe Conte, lo sceriffo della città di Europalandia, che dopo i primi casi di contagio ha capito tutto, aiutato anche dal suo fidato consigliere scientifico, un misterioso cinese. Lo sceriffo Conte si prodiga dunque per mettere al sicuro la cittadinanza e sensibilizzare le autorità.

Purtroppo, almeno all'inizio, predica nel vuoto. Il sindaco Merkel e il suo vice Macron non ne vogliono sapere: la lunga crisi che ha messo in ginocchio l'economia della cittadina sta per finire, sono in arrivo le vacanze e frotte di turisti si apprestano a gremire le spiagge di questa deliziosa località balneare. Non puoi chiudere tutto perché un paio di stronzetti si sono sognati che uno squalovirus sterminerà i bagnanti. La gente è sempre stata punta dalle meduse, non si è mai verificato alcun caos.

In loro aiuto arriva anche l'assessore Sgarbi, detto Vic the Goat per via del caratteristico pizzetto, il quale ha smascherato una semplice influenza che si era installata una finta pinna da squalovirus sulla schiena per spaventare i vacanzieri.

Lo sceriffo Conte accusa il colpo e trascorre il resto del pomeriggio afflosciato sulla sedia a dondolo nella sua veranda con vista sul mare, a sorseggiare Nero di Troia e riflettere sulla sua ingenuità. Poche ore dopo tuttavia dei nuovi casi di contagio lo rinvigoriscono. No, non si farà trarre in inganno dalle scuse ciniche di quattro scettici, non lui.

Quindi, assieme al fidato scienziato cinese, suo amico per la pelle ormai, salta a bordo del peschereccio Marecitorio, capitanato dal navigato lupo di mare Mattarella, detto "o muto" per la sua propensione a intervenire il meno possibile nelle beghe da bar del paese. Sergione Mattarella da giovane aveva già avuto a che fare con dei pesciazzi grossi e cattivi nel canale di Sicilia. Ne porta ancora le cicatrici sul corpo.


La sera, a cena, quando i tre sono radunati attorno al tavolo di mogano nell'angusta cambusa del Marecitorio, il vecchio marinaio si alza una manica e mostra uno squarcio che parte dal polso e raggiunge la scapola. I suoi due compagni sono sbalorditi dalla tranquillità con cui il capitano racconta i tragici eventi che ha vissuto da giovane.

Poi lo sceriffo Conte pensa che non può restare lì in silenzio come un allocco. Allora alza il mento e mette in vista la cicatrice di quando a sette anni cadde dalla bicicletta. Gli altri due sorridono divertiti. Gli sguardi si rivolgono quindi verso il cinese, che è ora costretto a inventarsi qualcosa.
Lo scienziato mingherlino si sbottona lentamente la camicia, punta l'indice verso il petto e spiega con cadenza drammatica che il suo cuore è irrimediabilmente spezzato: a causa della politica del figlio unico non è mai riuscito a trovare moglie.

I tre si lasciano andare a una fragorosa risata.
Quando torna il silenzio un velo di mestizia cala sull'atmosfera fumosa della cambusa. Conte, il cinese e Mattarella non hanno nemmeno il coraggio di guardarsi negli occhi. L'indomani li attende la resa dei conti con lo squalovirus. E ognuno dovrà affrontarla con le scarse armi che ha.

To be continued...

Il gelato abbandonato - Kuala Lumpur, Malesia

Ordinato, pagato, afferrato, scivolato,
lasciato a squagliarsi sull'asfalto tropicale,
mai sfiorato da un labbro o leccato da una lingua,
abbandonato senza nemmeno un momento di passione.
Questa vita così arida, senza sentimenti,
che finisca in fretta, adesso, qui:
col pneumatico di una moto che mi sfracella il cono!

Intasata (con galleria fotografica, e tre tristi alberi di natale) - Kuala Lumpur, Malesia


Ricordo quando a Bukit Bintang mi piaceva farci delle lunghe passeggiate, di notte, quando la temperatura si abbassava un po' e i negozi erano già chiusi. Ci vado ancora, quando sono da queste parti, ma l'esperienza non è più quella di un tempo. 

Non importa quale marciapiedi tu scelga, quale lato della strada, quale incrocio, quale passaggio pedonale. Non importa: ti dissolvi sempre in una calca pervasiva. Io ci sono abituato a farmi strada su marciapiedi intasati, assottigliati dalle bancarelle, tra gente che avanza lentamente osservando la merce esposta o si ferma a chiacchierare. Succede ovunque in Asia. Siam, Silom, Sukhumvit e Khaosan Road a Bangkok, dove sbarcherò fra poche ore, sono solo degli esempi. C'è sempre però una via d'uscita, una vietta, un sentiero laterale. Male che vada esci in strada e cammini sul ciglio, gli automobilisti ci sono abituati, non vanno nel panico e se non fai cazzate non succede nulla.

A Bukit Bintang però sono esaurite anche le vie di fuga. I centri commerciali, i negozi e i ristoranti hanno riempito ogni spazio edificabile. I lavori per la nuova metropolitana pesante (la MRT) hanno ristretto strade, incroci e marciapiedi. I venditori ambulanti, gli artisti da strada e i mendicanti intasano il poco spazio che resta. Inoltre ovunque sono state erette delle barriere che impediscono qualsiasi tipo di deviazione creativa dal percorso standard. Le migliaia di persone che convergono qui - perché le autorità e gli investitori hanno fatto di tutto affinché ci venissero - si intrufolano nei pochi metri liberi che restano e passeggiano lenti, pestandosi i piedi e urtandosi ai colli di bottiglia. 

Non si può certo dire che coloro i quali gestiscono tutto ciò non se lo aspettassero, altrimenti non avrebbero fatto costruire tutti quegli enormi centri commerciali e alberghi di lusso. 

Le auto sono ferme per la maggior parte del tempo e quando avanzano lo fanno più lentamente della gente che si accalca sui marciapiedi. La gente che si ammassa ai passaggi pedonali spazientita mette in atto delle piccole rivoluzioni anarchiche (clicca sul link per leggere un esempio, o qui per scoprirne un altro), invadendo la strada quando il semaforo è rosso e costringendo gli automobilisti a fermarsi col verde e a sfogare la frustrazione sui clacson.

Considerando che evidentemente questa zona è stata dedicata di proposito al turismo, agli acquisti e allo svago, non si capisce davvero cosa aspettino a chiuderla al traffico. Sembra un tipico esempio di decisione epocale presa solo a metà.

Il segnale dei "30 Km/h" poi, quello che trovate sotto al titolo, sembra essere stato installato come simbolo grottesco di questa situazione assurda. Più che un limite di velocità sembra quasi un'invito ad aumentare l'andatura, visto che per la maggior parte del tempo i veicoli non riescono a procedere nemmeno ai dieci all'ora.

Un po' di foto:

Casino anche alle 3 di notte
Incanalati tra transenne e KFC
Traffico
Altro traffico, ma a Jalan Alor non stupisce, lì c'è sempre stato
Ancora traffico
La situazione è talmente esasperata che le autorità si sono viste costrette a ingaggiare degli androidi
I lavori per la metropolitana e le nuove transenne lungo i marciapiedi
Vanno molto gli adesivi impronta a Bukit Bintang
E' pur sempre un post natalizio, eccovi quindi un triste alberello...
Un altro...
Lavori in corso 2
Da queste parti funziona così: si passa col rosso, e di corsa
Cubo maxi schermo
Come dicevo...vanno molto
Lima qui e lima lì, è rimasto solo un sentierino...
Altro albero finto
Altro sentierino

Non sono snob, mi faccio semplicemente i cazzi miei - Kuala Lumpur, Malesia


Quando sono all'estero non vengo quasi mai riconosciuto come italiano. Nemmeno dagli italiani. Fino a quando non mi sentono parlare ovviamente. Questa relativa invisibilità ha varie cause. Spesso sto da solo, e quando sono con qualcuno non parlo quasi mai l'italiano. Mi faccio spesso i fatti miei, mi vesto e mi comporto in maniera piuttosto "apolide".

E così anche quelle poche volte che vado a mangiarmi una pizza il proprietario o il caposala, durante il suo giro per i tavoli a salutare i connazionali, mi salta sempre. Al massimo mi rivolge una battuta in inglese. A cui io la maggior parte delle volte rispondo con un sorriso e un gesto, continuando a masticare. Anche se so che va a finire così, quando lo vedo sorvolare il mio tavolo per atterrare su quello a fianco tiro sempre un sospiro di sollievo.

A volte ho fatto delle eccezioni ovviamente, in Thailandia, in Cina e in Malesia, e sono pure tornato a trovarli quei ristoratori. Spesso però preferisco restare nell'anonimato. E ascoltare le chiacchiere di chi è convinto che nessuno attorno capisca. Certo, capita raramente di captare qualcosa di interessante, ma di risate sotto i baffi me ne sono fatte molte. Non credo di essere snob, e nemmeno stronzo. Non più della media per lo meno. E' che in questi anni di viaggi mi sono abituato a stare per i fatti miei. Non soffro di solitudine e, a meno che la compagnia non sia valida, preferisco stare da solo. Sono troppo impegnato a fantasticare, a tenere ancorata al pianeta la mia testa costantemente per aria, a raccogliere i grilli che ci zompettano in cima, a controllare la quota della mia mente che svolazza soprappensiero, per dedicare del tempo alle conversazioni di cortesia.

Poi non è colpa mia se chi siede al tavolo di fianco perde il controllo della propria dignità. O se in pizzeria si mettono a organizzare provini per clown.

Un giorno di ordinaria follia...sfiorato per pochi spiccioli - Kuala Lumpur, Malesia

Il maledetto pulsante oscurato

Capita a tutti almeno una volta di entrare in conflitto con le procedure automatizzare, la tecnologia, i controlli, le macchine. Anche se sei ingegnere, sai qualcosa di di elettronica, informatica e comunicazioni, non sei immune alla frustrazione indotta dalla modernità. A me è appena successo, e ho rischiato il tracollo.

Quelli dei corsi mi hanno chiesto di fermarmi a insegnare una settimana in più del previsto. Devo quindi cambiare la data del volo di ritorno. Recupero la prenotazione online e clicco il pulsante per modificarla. Trovo la soluzione che fa per me ma sono in classe e ho con me solo la carta di debito. Al momento del pagamento scopro che non può essere accettata. Devo aspettare di essere in stanza per poter usare quella di credito. 

Un'ora dopo arrivo in albergo, accendo il computer e con la carta giusta in mano mi appresto a completare la transazione. In casi come questo fino a quando non ricevo la conferma dell'avvenuto pagamento sono sempre piuttosto teso. Di solito è una sensazione ingiustificata, di cui non riesco a spiegarmi il motivo. L'esperienza che mi è toccata oggi mi chiarirà ogni dubbio.

Quando arrivo alla pagina della prenotazione il pulsante per cambiarla è oscurato, non più selezionabile. Accanto appare una scritta: "L'itinerario non è modificabile, per maggiori informazioni chiamare il..." Ma cazzo, se lo era fino a un'ora fa?

Chiamo quindi il call center. Per la prima di una lunga serie di volte. Procedo lungo il solito percorso tra menù e numeri da selezionare e alla fine vengo messo in attesa. Sono il quinto in coda. Devo attendere quattro minuti. Parte la musichetta, metto il vivavoce. Dopo qualche minuto mi risponde un addetto che capisce al volo di cosa ho bisogno, trova la soluzione che preferisco e quando si appresta a selezionarla...cade la linea. Bestemmie. 

Richiamo, attraverso di nuovo la sequenza del menù, e vengo messo in attesa. Sono il dodicesimo in coda. Devo attendere nove minuti, mi sembra di aver capito. Metto il vivavoce. Nel frattempo ricarico decine di volte la pagina della prenotazione online, sperando vanamente che il pulsante ritorni in chiaro. Dopo un po' una vocina del call center mi invita a inserire il numero per essere richiamato. Lo faccio e metto giù. Alcuni minuti dopo, quando calcolo che avrebbero già dovuto chiamarmi, controllo il telefono. Chiamata persa, messaggio nella casella vocale. Ma come cazzo è potuto succedere? Non mi sono mosso di qui! Mi accorgo che il telefono ha la suoneria disattivata. Eresie. Ascolto il messaggio nella casella sperando mi diano qualche informazione utile. La signorina si presenta e mi ringrazia per averli chiamati, fine. Ma porca puttana! 

Chiamo di nuovo, altra sequenza di numeri, vengo messo in attesa, sono il diciottesimo in coda, devo aspettare quindici minuti. Una vocina mi invita a inserire il mio numero per essere richiamato. Mentre lo sto digitando la vocina cambia idea e mi fa sapere che al momento non sono in grado di richiamarmi. Mi devo sorbire i quindici minuti di attesa in diretta. Metto il vivavoce. Provo a ricaricare la pagina della prenotazione. Lo stato del pulsante non cambia. La musichina e la vocina che ripete a ciclo continuo le promozioni della compagnia sono come grattate d'unghie su una lavagna. Devo trattenermi per non prendere il muro a mazzate col telefono. 

Poi mi passano un'operatrice con la voce simpatica e tranquillizzante. Purtroppo però dev'essere una neoassunta perché a differenza del suo collega non capisce nemmeno le cose più elementari, e la mia è una richiesta con un indice di difficoltà medio alto. Me la vedo brutta. Bestemmio internamente, e si sa che la blasfemia trattenuta ti alza la pressione dell'anima, facendola gonfiare col rischio che esploda. Le chiedo se può appuntarsi il mio numero così almeno in caso di caduta della linea mi può richiamare. Lo fa. E' inesperta ma molto gentile. Visto che non riesce a risolvere il mio problema mi rimette in attesa. Altra razione di musichette e promozioni. Credo che potrei tagliare di netto una sbarra di titanio con gli incisivi. 

Passano vari minuti e mi risponde di nuovo. Ha trovato la tariffa che mi interessa. Mi sembra bassa, la cosa puzza, ma le dico di procedere. Mi chiede i dati della carta e mi dice di attendere. Passano altri minuti, poi mi informa che la tariffa è di 100 ringgit più alta, cioè pari a quella che avevo letto nel sito, le dico che va bene. Mi dice di attendere, passano altri minuti. Poi finalmente mi conferma che il pagamento è avvenuto. La ringrazio, metto giù e mi sgonfio come un sacco di farina forato. 

Sul telefono arriva un messaggio del gestore, la chiamata è durata qualche migliaio di secondi e ho consumato più del 95% del credito. Se la telefonata fosse durata un po' di più la linea sarebbe caduta e io sarei partito per una missione risolutrice, come Michael Douglas in "Un giorno di ordinaria follia".

Per fortuna sono laureato in ingegneria. Cosa mi sarebbe successo se mi fossi diplomato all'accademia dell'arte?

Forse suo malgrado, ma è un tipo originale - Kuala Lumpur, Malesia

...lentamente se ne va.

Tra le mandrie di uomini d'affari, impiegati, turisti, fighette che fanno shopping, immigrati in cerca di fortuna, sfigati vari (ed è proprio questa la categoria che mi comprende), osservando bene ogni tanto nel centro di Kuala Lumpur si riesce a scorgere qualche personaggio originale. Magari suo malgrado, come in questo caso.

La pettinatura da Jackson 5, un paio di pantaloni da abito strappati all'altezza del buco del culo, cuciti (si fa per dire) con del nastro colorato, di quello che si usa per i pacchi regalo. Tra le varie toppe che coprono le lacerazioni della sua giacchetta ce n'è persino una a forma di banconota da un dollaro, dettaglio tristemente ironico, considerando le condizioni in cui versa il soggetto. Indossa un guanto da palestra. Uno solo. Magari è un ex discobolo o lanciatore di giavellotto. Lo osservo da alcuni minuti e non ha mai smesso di succhiarsi i polpastrelli. Non so se immagini soltanto di averci della cioccolata appiccicata o se magari ce l'avesse veramente, qualche ora fa s'intende, perché ora le dita sono lucide come würstel: ecco, magari è proprio a causa di questa curiosa illusione ottica che se le lecca. 

Dopo un po' qualcosa attira la sua attenzione, si toglie le mani dalla bocca e col passo del pinguino, sbandando a destra e a sinistra, lentamente se ne va.


Eccolo che sbanda

Un'impertinente domanda pertinente

Una famigliola...belle facce sveglie!

Questo lo scrivo mentre mi trovo a Kuala Lumpur, ma si tratta di una pura coincidenza: potrei osservare delle scene anaggole in qualunque altro posto. Sicuramente in ogni grande metropoli asiatica.

Guardali lì, imbambolati davanti allo schermino. Quanti sono? Tanti, troppi, quasi tutti in pratica. Attorno ai tavoli del caffè, nei mezzi pubblici, al ristorante. A controllare gli aggiornamenti in Facebook, a giocare ai giochini, a chattare, persino a farsi le foto da soli, in posa sorridente davanti al loro stesso braccio teso. 

Non starò qui ad aggiungere l'ennesima critica alla lunga lista, un nuovo pedante giudizio su questa smania assurda. Mi pongo solo una domanda: ma prima, quando quegli aggeggi non esistevano, questi individui che cazzo facevano? Non dico quando non c'erano i cellulari, perché molti di loro a quel tempo erano ancora dei marmocchi, ma solo pochi anni fa, quando l'espressione smart-phone ai più sarebbe sembrata una specie di ossimoro, ai tempi in cui gli schermi erano ancora grigi o verdi, e le scritte nere. Quando coi telefoni ci si potevano solo fare le chiamate o mandare i messaggi.

Come passavano il tempo quelle fighettine che ora chine sul telefono ad aggiornare il loro profilo virtuale nascondono al mio occhio bramoso quello reale? Che argomenti affrontavano le coppiette che oggi hanno finalmente una scusa per non cagarsi un attimo e starsene in silenzio durante tutta la durata della cena? Viene da pensare che siano stati tratti in salvo da un gadget elettronico appena in tempo, quando erano sul punto di scivolare nel baratro di una vita piatta, senza obiettivi, totalmente priva di stimoli.

Ma forse poi, per quanto triste, è meglio così. Quanti discorsi del cazzo risparmiati, quanti battibecchi inutili evitati. Se gli smartphone riusciranno ad invertire la tendenza mondiale alla crescita dei divorzi - anche se attraverso una drastica riduzione del tempo dedicato dalle coppie alla discussione -, favorendo in questo modo un nuovo boom delle nascite, potremo almeno dire che l'annientamento cerebrale globale della razza umana non sarà stato perpetrato invano. Pagare in qualità per ottenere quantità insomma. Sempre, ovviamente, che a quel punto un pensiero di questo livello non sia già troppo difficile da elaborare.

Modifica all'originale: ehm, ora che ci penso ho emesso un nuovo pedante giudizio, come avevo promesso di non fare. Immancabilmente cinico tra l'altro. E' andata così, amen.

Schierati fianco a fianco
Un fotografo, almeno lui è da solo
Una dolce coppietta...che romantici!
Troppo impegnati...entrambi
Due amiche che si stanno divertendo un casino assieme!

Il coro dei polli - Kuala Lumpur, Malesia

Mo guarda che bei vestitini...

Alcuni istanti dopo che ho messo piede in un negozio di abbigliamento qualcuno urla qualcosa che non capisco, quindi un altro la ripete, poi è il turno di una donna e in seguito molte altre voci si sovrappongono. Sembra che stiano tutti gridando la stessa frase: "Welcome to Uniqlo!". Sì sì, è proprio questo che dicono, e siccome sono l'unico che è appena entrato si stanno rivolgendo per forza a me. Mamma mia che buffonata. Per togliermi i dubbi residui mi volto verso l'entrata e osservo. Entra un altro cliente, un commesso lo nota e urla: "Welcome to Uniqlooooo!" Lo fa con un tono pseudo-simpatico che risulta però indisponente. E' come se si concentrasse più sulla sua esibizione che sul saluto stesso, rendendo il gesto non solo insincero ma anche ridicolo. I suoi colleghi affacendati ad appendere camicie o piegare magliette lo sentono e ripetono la frase a pappagallo, senza distogliere l'attenzione dalle loro attività, utilizzando virtuosismi vari quali il falsetto, il gorgheggio, il crescendo e il calando. Si stanno servendo di una tecnica di vendita vecchia come il cucco, quella dello stordimento, ma a me sembra di essere tornato all'asilo, o meglio di essere entrato in una voliera tropicale.

Io sto solo cercando delle polo decenti e non troppo costose: sono arrivato a Kuala Lumpur direttamente dalle Filippine con una borsa piena di magliette da spiaggia e mi serve qualcosa di dignitoso da indossare al centro di formazione. Mi aggiro tra gli scaffali e ogni decina di secondi parte una nuova raffica di starnazzate. C'è anche la versione che accompagna i clienti all'uscita. Cambia solo l'espressione: "See you again!" Per il resto è tutto uguale: l'aria distratta, il passaparola e quel tono ridicolo. Più grande è la borsa degli acquisti e più il volume del pollame si alza. Tutto molto irritante, quasi imbarazzante. Come se non bastasse questa filiale è sprovvista di polo a maniche corte. In compenso il negozio è pieno di maglioncini e felpe col cappuccio. Ma come? In un paese tropicale devi vendere magliette e polo, non abbigliamento da mezza stagione...e che cazzo!

Non mi piacciono queste catene di presunta moda giovane. Ho fatto un salto anche nei punti di vendita di Gap, Guess, Esprit e altri marchi di cui non ricordo il nome: vendono tutti robaccia di scarsa qualità in stile talmente pretenzioso da risultare buffo. Non mi spiego come facciano ad avere il successo che hanno, se fosse per me fallirebbero nel giro di due stagioni. Datemi un paio di pantaloni dignitosi, o per lo meno utilizzabili, una maglietta che non sembri un'armatura medievale o un centrino da tavola, niente pizzi, ricami, retine, merletti e per finire un paio di scarpe, possibilmente a forma di piede. Per quanto mi riguarda il resto potete pure riciclarlo.

Riesco a uscire senza farmi notare, accodandomi a un pagliaccio con cresta, occhialoni, catene e tre borse piene di cianfrusaglia fresca di acquisto dietro a cui tutte le galline nell'aia impazziscono. A me non m'hanno cagato di striscio. Li ho fregati! Insomma, per modo di dire...dipende sempre dai punti di vista.

PS se avete bisogno di una polo dignitosa in puro cotone andate da Zara, dove per il resto vendono delle porcherie da far intristire un clown.

Come Rocky Balboa - Kuala Lumpur, Malesia


Ogni sera, dopo aver finito la lezione ed esser tornato in albergo, mi strappo di dosso le vesti da insegnante, mi infilo pantaloncini, maglietta sintetica, scarpe di gomma e scendo per una corsetta. Da Brickfields, nei pressi della stazione centrale di KL, a Bangsar, mezzoretta per le stradine di qualche quartiere residenziale. 

Anche i malesiani fanno esercizio, ovviamente, ma ho il sospetto che vadano in quelle palestre ad aria condizionata o che corrano altrove: qui infatti sono sempre l'unico che trotta. E a quelli che incrocio devo sembrare un occidentale un po' svitato o un atleta serio che si prepara per una competizione ufficiale (nel secondo dei casi probabilmente non hanno osservato attentamente il mio fisico...). Comunque sia devo apparire come uno a cui per qualche ragione si sorride, si rivolge la parola, va dimostrata in qualche modo simpatia. Il parcheggiatore abusivo ride e mi dice:" He he…running, running...yes, yes…" Le guardie giurate dei condomini di lusso mi salutano con un "Good evening, Sir!" E i passanti domandano, un po' retoricamente: "Going jogging, right?" Tutti sorridono, simpatizzano, incoraggiano. 

Io di solito parto per farmi i cavoli miei, correre, fare due stiramenti, due piegamenti e poi tornare in stanza, stanco e soddisfatto. Ma non ci riesco a far finta che tutto ciò non abbia alcun valore. Quindi rispondo, sorrido, saluto, e i loro approcci mi infondono energia. Non credevo di averne bisogno, ma quella loro umanità mi entra in circolo, mi tonifica, mi rinfresca, mi eccita. Accelero, alzo la testa, mi muovo con più fluidità. Mi sento quasi Rocky Balboa che si allena lungo i viali di Filadelfia, e quando la strada sale in collina è come se sprintassi sulla famosa scalinata, circondato dai ragazzini. E in cima potrei fermarmi, buttare in alto le braccia, saltare e urlare: "Avanti Apollo Creed! Sono qui, sono il tuo Stallone italiano, pronto per farti un culo quadro e strapparti quella cintura dorata di dosso!" 

Ma non lo faccio. Invece mi giro, torno indietro, comincio anche a sentirmi un po' stanco: quella salita, e soprattutto quella accelerata insensata si fanno sentire. Per fortuna la fisica non è un'opinione e quel che saliva al ritorno scende. Devo solo controllare le falcate e stare attento alle articolazioni.

Rocky Balboa un par di palle, ora mi sento più come Danny Devito, Benny Hill o Mr. Bean.

Però, che iniezione di adrenalina sono i sorrisi e le parole dolci degli sconosciuti, specialmente in un luogo alieno. Come una specie di doping, ma senza controindicazioni.

Scampagnata a Genting Highlands, con galleria fotografica - Malesia

Le cabine della funivia o, come le chiamano qui, gondole
Questo poteva essere uno di quei raccontini babbei in cui si descrive quel che si è fatto in un giorno libero. Ma se qui c'è un babbeo, quello sono io. I miei racconti, mai! Lì deve entrarci l'umanità, coi suoi buoni e cattivi, il cinismo, la speranza, l'ironia, preferibilmente rivolta a me stesso. Altrimenti dopo poche righe mi annoio e butto via tutto.

Sono a Kuala Lumpur da quasi un mese e non ho ancora goduto di una giornata di licenza. Nei giorni feriali insegno dalle 9:30 alle 16:30. Il sabato e la domenica dalle 9 alle 19. Credo di essere uno dei pochi individui a non vedere l'ora che arrivi il lunedì per rilassarsi un attimo.
Oggi per la prima volta sono libero e voglio fare una gitarella fuori porta. Devo scegliere tra le Batu Caves e Genting Highlands. Sono già stato in entrambi i posti una decina di anni fa. Su Genting avevo anche scritto qualcosa. Allora, vediamo: le grotte... un sacco di scalini, il caldo, le scimmie che rompono le balle. A Genting invece c'è la funivia sospesa sulla giungla e la frescura delle verdi montagne. Vado lì.
Alla biglietteria, visto che non so ancora a che ora vorrei tornare, mi convincono a comprare un viaggio di sola andata "Il ritorno lo compri lì, è una formalità." Potrebbe essere un presagio dagli oscuri risvolti, ma non cominciamo a fare i paranoici.

Merry shopping! Auguri di natale da Citibank - Kuala Lumpur, Malesia

I sinceri auguri natalizi di Citibank Malesia

Proprio così, Merry Shopping, è questo l'augurio di natale che Citibank rivolge ai suoi clienti di Kuala Lumpur quest'anno.  

Che tristezza! Dissacrante! Offensivo! Materialista!

Sono alcune delle prime cose che potrebbero venire in mente leggendo quella pubblicità, soprattutto a chi del natale ha, o finge di avere, un'idea diversa. Eppure se ci pensate bene è esattamente di questo che si tratta. Il natale, per aziende e commercianti altro non è che uno strumento per dare un impulso alle vendite. Ma si tratta di una visione condivisa anche dalla maggiorparte dei loro clienti. Lo sanno tutti quindi, e lo fanno tutti. Perché nascondersi dietro a frasi, pensieri, immagini e musichette ipocrite? Citibank Malesia quest'anno se n'è vista bene, andando dritto al sodo. Magari è stato un eccesso di franchezza involontario. Non lo sapremo mai. Ma se badiamo esclusivamente all'effetto concreto, senza fare dietrologia o processi alle intenzioni, per quanto mi riguarda va bene così.

E allora tanti auguri di buoni acquisti a tutti!

Rileggi qui la poesia sul natale dello scorso anno.

Un antico detto veneto applicato a un centro commerciale di lusso - Kuala Lumpur, Malesia

Ma guarda che bel cesso tondo tondo...

Un antico detto veneto recita: "El tempo, el cul e i siori li fa sempre quel che vol lori." 

In effetti dieci minuti fa ero circondato da arroganti stronzetti a caccia di regali di natale tra i negozi di lusso di questo centro commerciale fighetto, mentre fuori infuriava una tempesta monsonica. Eccovi serviti, amanti dei proverbi, tempo e signori stanno facendo la loro parte. Mancherebbe il culo, pensavo, ma sottovalutavo il getto di atmosfera plutoniana che mi centrava le viscere mentre osservavo distratto quell'andirivieni di invasati. Io riflettevo e l'aria fredda mi lavorava ai fianchi e, soprattutto, al ventre.

E sarà per quello che questo branetto lo sto ideando in bagno, mentre seduto sulla tazza del cesso cerco di rilassare le viscere irrigidite. Anche il culo (mai così proverbiale) si è messo infine a fare quel che vuole. Per fortuna in questi centri commerciali persino i bagni sono lussuosi e immacolati. E poi, potrà anche sembrare un paradosso, ma gli stronzi che fluttuano qua dentro hanno meno puzza sotto il naso di quelli che trottano là fuori.

Bordelli-corridoio a Brickfields - Kuala Lumpur, Malesia

Foto di un bordello-corridoio, scattata in fretta e di nascosto

Brickfields è un quartiere a ridosso della stazione centrale di Kuala Lumpur (KL Sentral, sì Sentral, con la "S"). A differenza di altri distretti del centro è rimasto pressoché intoccato dal passaggio delle ondate di modernità che hanno stravolto la città, anche se le imponenti linee di grattacieli e infrastrutture lo assediano accanite. La zona ospita una pittoresca Little India, alberghi economici, ristorantini multietnici, bancarelle e luoghi di culto, tra cui numerose chiese cristiane. 

I locali più bizzarri sono però dei corridoi lunghi e stretti che si affacciano sui marciapiedi. L'entrata semi coperta da uno straccio che funge da tenda, una tenue luce rosa che fuoriesce dai lati liberi, attraverso i quali è possibile spiare una serie di porte malmesse, ognuna sorvegliata da una donnina in abiti succinti appoggiata a uno stipite o seduta su uno sgabellino di plastica. Un magnaccia con l'atteggiamento tipico del ragno-umano (mi stava per scappare scritto uomo-ragno, ma ho visto cartoni e letto fumetti: so che differenza passa tra il bene e il male) sta seduto o in piedi appena fuori. I clienti entrano ed escono in fretta, forse per assecondare l'imbarazzo. Altre persone, con facce che spaziano dal losco al tagliagole, bighellonano nei dintorni, urlando, ridendo, sbeffeggiandosi o spingendosi. Condensati di squallore sociale metropolitano.

Sono dei piccoli bordelli, a gestione familiare: all'interno di alcuni si intravedono persino la cucina e alle volte, nel fondo, come in una qualsiasi casa cinese che si rispetti, un colorato altarino buddhista. Ce ne sono a decine, sfacciati, miseri, sporchi, indisturbati. I magnaccia invitano i passanti a dare un'occhiata alle offerte di giornata. Io ci cammino spesso davanti e vengo sistematicamente ignorato. Potrei illudermi di essere diverso da quegli altri, di non avere l'aria del puttaniere, ma la so troppo lunga per ingannarmi in quel modo. Le razioni di sexy man! e handsome guy! - tutti genuinamente falsi -, che le bar-lady thailandesi negli anni hanno riservato anche a me, non me lo permetterebbero.

Durian: il vero frutto proibito, ovvero la misura della libertà - Kuala Lumpur, Malesia

Un durian aperto a colpetti di machete: un fagiolozzo intatto e un seme spolpato

Cosa c'entra il durian, un frutto tropicale, con la libertà? Forse nulla, forse molto.

Il durian. L'avevo assaggiato anni fa, appena arrivato nel Sud Est Asiatico. Dev'essere stato a Singapore: a Bugis Junction infatti, dove alloggiavo, non appena arrivava la stagione della raccolta la zona si riempiva di bancarelle. Pur non facendomi schifo, come invece alla maggior parte degli occidentali, non mi aveva entusiasmato, anche se non saprei spiegare il perché. Nemmeno la sua presunta, terribile puzza mi aveva colpito. E pensare che proprio a Singapore, a causa del cattivo odore che emanano, i durian sono proibiti negli hotel, nella metropolitana e in altri luoghi pubblici, con tanto di cartelli di divieto illustrati. Ma a Singapore è persino vietato importare gomme americane, figuriamoci mangiare frutta puzzolente in ambienti chiusi. In Asia mi è capitato di annusare cibo ben più maleodorante del durian. Certe varietà di chou doufu (tofu puzzolente) in Cina e a Taiwan mi hanno costretto a tapparmi il naso quando mi trovavo a cinquanta metri o più dal ristorante-sorgente. Un'intensità simile a quella del fetore che ormai più di vent'anni orsono, in un paesino dell'Appennino Lucano, saliva dalla scarpata su cui putresceva la carcassa di una vacca ed entrava dalla finestra rotta impregnando l'aria della stanza, tenendo me e mio fratello svegli tutta la notte, a cercare topi morti sotto il letto e controllare i conati di vomito mentre non smettevamo di ridere increduli. Il durian puzza vagamente di gas da cucina, ma non si tratta di un odore insopportabile.

In questi giorni, di sera, Bricksfield si riempie di camioncini-bancarella che vengono a vendere questo frutto. Gli asiatici ne vanno pazzi e i commercianti fanno affari d'oro. Vedi gente che ne consuma a ogni angolo, un po' come da noi si fa(ceva) in estate con l'anguria. 

Tornando in albergo dopo cena passo davanti a un furgoncino e butto l'occhio incuriosito. Un minuto dopo quasi mi fermo quando ne vedo un altro. Tuttavia resisto: il ricordo di quella prima, lontana esperienza mi trattiene. Eppure sono tentato: su molte faccende asiatiche ho cambiato idea nel corso degli anni. A pochi metri dall'albergo c'è un'altra bancarella, uno dei ragazzini nota la mia curiosità e mi sorride. Un sorriso vagamente timido, irresistibile, un sorriso accalappiacani, e io stasera mi sento un po' randagio. Me ne faccio dare uno piccolo e lo porto di nascosto in camera (Kuala Lumpur non è Singapore, ma non si sa mai). Squarcio la corazza con le mani nude facendo attenzione ai pungiglioni, utilizzando il sacchetto per proteggermi, poi afferro la polpa viscida e farinosa che mi si spappola tra le dita. Me la schiaccio in bocca impiastricciandomi labbra, mento e barba. Cazzo, che buono! Dolce ma non troppo, giallo-sole, cremoso, vellutato...hmmm cosa mi sono perso per quasi un decennio! Pensare che me ne aveva offerti tre a un prezzo scontato...domani non si sbaglia, si fa scorta!

Il sacchetto con l'involucro e i semi sporchi lo getto nel cestino del pianerottolo. Rientro in camera e annuso con attenzione. Forse è rimasto un leggero odorino, ma è quasi impercettibile.

Il giorno dopo, come promesso, ne compro tre. Appena metto piede in ascensore una guardia notturna mi chiede se dentro il sacco ci sono dei durian. Rispondo di sì e quello mi vieta di portarli in stanza, causa puzza. Da un albergo in Malesia - un paese meno ossessionato dai regolamenti della vicina Singapore - non me l'aspettavo. La guardia mi fa anche notare che c'è un cartello all'entrata, il durian barrato che avevo visto spesso nella città stato. E questo è forse l'aspetto della faccenda che più mi ha deluso. Questa dannata tendenza a vietare, regolamentare, canalizzare, controllare, a imbrigliare sempre più saldamente gli istinti dell'individuo mano a mano che le società si sviluppano.

Forse è il prezzo da pagare per l'avanzamento economico, tecnologico e sociale (?) che paesi come questi perseguono. E forse sono io che sbaglio. Magari hanno ragione loro: se tutti portassero durian in albergo e in metropolitana il fetore sarebbe insopportabile. Ma io non sono un anarchico, mi oppongo semplicemente agli eccessi. Questa storia dei durian può non c'entrare nulla, eppure accostata ad altri indizi che ho raccolto alimenta la mia impressione che il differenziale di libertà, spensieratezza e spontaneità tra Malesia e Singapore si stia assottigliando. Ed è uno spostamento che purtroppo avviene verso il basso. Lo ammetto, non sono un asso negli affari e anche di pianificazione ci capisco poco, ma sulla libertà un paio di cose le so: c'è chi la usa come moneta per comprarsi il benessere. Io, quando possibile, faccio esattamente il contrario. 

Comunque vedremo: magari all'aeroporto di Kuala Lumpur non vi sequestreranno mai il pacchetto di gomme che vi portate appresso, ma se fra qualche anno la città si sarà riempita di assurdi cartelli di divieto non vi stupite troppo. Io, statene certi, non lo farò.

PS In italiano il durian viene anche chiamato durio o durione. Mi sembrano termini ridicoli e visto che in Italia praticamente non esiste ho preferito utilizzare la versione internazionale del nome, valida comunque anche nella nostra lingua.

Il segnale di divieto nell'ascensore dell'albergo.

Il segnale di divieto all'entrata dell'albergo

Segnali di divieto all'entrata della LRT (metropolitana) di Kuala Lumpur...niente discriminazione per tipi di frutta qui

Si sono venduti l'entrata del centro commerciale - Kuala Lumpur, Malesia

L'entrata che fu, convertita in negozio

A Bukit Bintang, in pieno centro città, c'è un noto centro commerciale. Come tutti i centri commerciali anch'esso aveva un'entrata, con le grandi porte automatiche a vetri, i giochi di luce, il pavimento in stile. Quelli che lo gestiscono se la sono venduta. Sì, si sono venduti l'entrata. Il centro è regolarmente aperto al pubblico ma l'entrata è stata sostituita da un negozio di abbigliamento che bisogna attraversare se ci si vuole recare all'interno o all'esterno. Con le porte piccole, i corridoi e una fastidiosa sensazione di essere un intruso.

Proviamo per un momento ad andare indietro nel tempo e immaginiamoci la scena seguente. Si sta tenendo il consiglio di amministrazione della società di gestione del centro commerciale. Un cliente importante ha chiesto uno spazio per l'apertura di un suo nuovo punto vendita. 

"Non abbiamo nulla da offrirgli."
"Come nulla? L'ultimo piano è mezzo vuoto!"
"Questo genere di clienti non li metti all'ultimo piano. Vogliono il piano terra, possibilmente a ridosso dell'entrata..."
"D'altra parte non abbiamo contratti d'affitto in scadenza fino al 2020."
Nella sala cala il silenzio. Nessuno ha uno straccio di un'idea da proporre. Poi un giovane assistente, un neolaureato appena assunto, piuttosto annoiato si abbassa a scrutare la mappa della struttura e ci punta un dito sopra. Quindi, tra sé e sé, bofonchia:
"Qui c'è uno spazio libero..."
Il capo butta un'occhio, scoppia in una risata arrogante e lo falcia con un commento sprezzante:
"Idiota! Quella è l'entrata! HA HA HA"
Ha riso il capo, quindi ridono tutti. "HA HA HA" L'uscita in effetti suona proprio bislacca.
A un certo punto però il capo si acciglia, si gratta il mento, pensa. I suoi collaboratori più stretti se ne accorgono e assumono un'espressione seriosa e deferente, cercando di mascherare la confusione. Gli altri, meno esperti e pronti, continuano a ridere, ma non per molto. A poco a poco cala di nuovo il silenzio. E' però un silenzio molto diverso da quello precedente.
"In effetti è un account da non perdere, un ottimo affare. E poi tutti i clienti in uscita e in entrata sarebbero costretti a passeggiare tra la sua merce esposta...una mossa di marketing fantastica, potremmo fargli pagare un affitto da capogiro!" 
Questo che ha parlato è il capo. Ora tutti annuiscono, sembrano aver capito, chissà cosa poi. L'idea di sostituire l'entrata con un negozio non fa più ridere a nessuno. Anzi, è stata promossa sul posto a colpo di genio, pur se involontario.

Il giovanotto diventerà il braccio destro del capo, il suo salario sarà quintuplicato. A partire dalla riunione successiva tutti gli altri sfigati proporranno le idee più strampalate sperando in una botta di culo della stessa portata. Ovviamente in breve l'azienda fallirà per eccesso di stupidità. Steve Jobs avrà avuto torto, almeno per quanto riguarda lo "stay foolish". Sullo "stay hungry" invece ci ha visto dentro. La fame infatti è ciò che proveranno quei cialtroni dopo aver perso il lavoro.

Un po' anche dispiace. Ma che cazzo, si sono venduti l'entrata...l'entrata! Per non parlare dell'uscita.