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The show must go on - Bangkok, Thailandia

 

7eleven, chiuso, wow

Alberghetto-ristorantino

Torno a Bangkok dopo due anni di lontananza forzata, una versione macro del distanziamento sociale insomma. Molti mi chiedono com'è la situazione. Ecco un breve resoconto.

Innanzitutto ho visto solo Bangkok. Ho notizie di seconda mano da Pattaya, ma non so praticamente nulla delle condizioni di Chiang Mai, dell'Isan o delle isole a sud.

Il centro della capitale è abbastanza a posto. Vige ancora l'obbligo della mascherina ma se uno non la porta all'esterno non succede nulla. I centri commerciali sono aperti, gli alberghi e i ristoranti principali anche e i mezzi funzionano regolarmente. Va detto però che molti di coloro che trovavano impiego nel settore alberghiero e che sono rimasti a casa non hanno ancora ripreso a lavorare.

Per quanto riguarda la zona più turistica le vie principali sono piuttosto vivaci, almeno la sera, quando si riempiono di turisti (non ancora moltissimi) e (numerosissimi) ragazzi thailandesi alla ricerca di divertimento come se fosse ossigeno dopo un'apnea troppo lunga.

Prima del tramonto, quando sui marciapiedi non ci sono ancora i tavolini e le casse della musica, si notano delle serrande abbassate. Ma sono ogni giorno di meno.

La città e il suo plastico sono la stessa cosa, con foto - Skopje, Macedonia

Nel 1963 Skopje fu quasi totalmente rasa al suolo da un forte terremoto. Col tempo il centro è stato ricostruito. Dal punto di vista architettonico-urbanistico non ci sono andati molto per il sottile. Il colpo d'occhio, specialmente dall'alto, è piuttosto deprimente. Tra i palazzoni di epoca titina si annidano capannoni, fabbrichette, cantieri e autorimesse, tutta roba che starebbe meglio in periferia, o addirittura in provincia. Ultimamente, con l'intento di abbellire la città, i macedoni stanno riproducendo alcune delle strutture che occupavano gli spazi del centro secoli fa, per lo meno nella loro immaginazione.

Molto più di tre lettere iniziali - Zagabria, Croazia

Via verso la Bosnia - stazione di Zagabria 
Il tempo stringe, la temperatura si abbassa, cresce la voglia di Balcani profondi. Bisogna fare delle scelte: lasciar perdere il resto della Croazia, bella sì, ma troppo Unioneuropeggiante, e Belgrado, dal sapor di capitale di impero smembrato. Si tira dritto verso Bosnia, Montenegro, Kosovo, Macedonia e Albania, posti con il piede ancora in aria, sollevato dalla melma della guerra fredda ma non ancora infilato nella pantofola sintetica della globalizzazione. 
Dimenticare in fretta i comodi convogli stile Deutsche Bahn e i caffè viennesi. Saranno salsicce oleose, catorci cigolanti e mulattiere dissestate. 
Emorroidi ed emozioni hanno in comune molto più di quelle tre semplici lettere iniziali.

Le impronte sulla carta stampata

Sono stato intervistato. Ancora una volta. A me non sembra di avere molto di originale da rispondere quando mi chiedono informazioni sul mio stile di vita o sulle ragioni che mi hanno spinto a prendere certe (non) decisioni, ma a quanto pare le storie di disperati, spiantati e svitati che si levano dalle palle per girovagare un po' confusi tra un tropico e l'altro interessano a qualcuno. Il fascino dell'esotico, o presunto tale. 

Le prerogative di chi viaggia: vedere il proprio paese dall'esterno

Oltre a darti la possibilità di scoprire posti nuovi viaggiare ti permette anche di osservare il tuo paese da un punto di vista diverso, di elaborare riflessioni leggermente più neutrali e personali di quelle che riesci a produrre quando stai in mezzo al fracasso che rimbomba in patria, visto che a migliaia di chilometri dal raggio d'azione di RAI e Bar Sport di Grillo, Berlusconi e Renzi non gliene frega un cazzo a nessuno. A me è successo anche di recente, dopo le ultime elezioni.

Funzione esponenziale panico - Shanghai, Cina

La mia borsa, la chitarra e Luce, il chihuahua lecca-orecchie
Eccomi all'ennesima scansione dei bagagli ai raggi X. Sono in viaggio da Guanzhou a Suzhou lungo il seguente itinerario: metropolitana fino all'aeroporto Baiyun, volo per Shanghai-Hongqiao, metropolitana fino alla stazione di Honqiao e da lì il treno per Suzhou-Yuanqu, il cosiddetto Sip (Suzhou Industrial Park), una zona mista residenziale, industriale e universitaria, dove vivono sia L, che lavora in una cittadina nei dintorni, e D, che insegna matematica proprio qui.
Questa scansione dovrebbe essere l'ultima, visto che oltre il controllo c'è il binario da cui parte il treno per Suzhou. Non ricordo attraverso quanti di questi punti sono già passato. In qualsiasi altro paese, considerando che ho preso un solo volo, sarebbero non più di due, ma in Cina la paranoia delle autorità e la loro passione per questo tipo di tecnologia invita a moltiplicare la suddetta cifra per un coefficiente che oscilla tra l'1,5 e il 2,5. Facciamo 2: quattro controlli è quindi un dato attendibile, che per un volo e un paio di tratte in metropolitana non è per niente male. 
Quattro di questi procedimenti in poche ore e un numero consistente di borse al seguito mettono a dura prova la mia sbadataggine, che riesco a controllare soltanto con gli automatismi acquisiti in tanti anni di vita nomadica, durante i quali ho imparato a considerare gli articoli del mio bagaglio come i miei unici possedimenti. Mi porto appresso uno zaino dove tengo abiti e frattaglie varie (dopo anni di sfacchinate ho capito che le rotelle sono utili, ma siccome i trolley tradizionali, così come i bagagli rigidi, mi fanno ribrezzo ne ho comprato uno ibrido, morbido e con gli spallacci), una borsa a tracolla dove tengo computer, gadget elettronici e altri oggetti personali non troppo importanti, una chitarra acustica in custodia morbida che non ho ancora imparato a suonare e una money-belt indossata a tracolla, in cui tengo passaporto, carte bancarie e altri documenti importanti che per comodità e sicurezza non metto in tasca.
Saluto il personale di controllo con un nihao e un sorriso, entrambi non corrisposti, poggio lo zaino scorrevole, mi sfilo la chitarra, poi la money belt e quindi la borsa a traco...DOVE CAZZO E' LA BORSA A TRACOLLA?

La fototessera è assolutamente ne-ces-sa-ria! A meno che... - Hong Kong

Una fototessera e una vecchia banconota da 20 HKD
Rituale tappa a Hong Kong per procurarmi il visto cinese. Rituale pernottamento alle mansion di Nathan road, dove i rompiballe stranieri che arrivano per sbarcare il lunario sono sempre più tignosi e gli odori sempre più pungenti. Le stanze a cella d'alveare invece non si sono allargate di un centimetro. Solo i prezzi forse sono cresciuti.
All'agenzia Forever Bright presso il New Mandarin Plaza a Tsim Sha Tsui East c'è molta più gente rispetto all'ultima volta che ci sono stato. Hanno persino piazzato un piantone in giacca e cravatta all'entrata e formato un corridoio mobile per la fila dei richiedenti. Al banco c'è il caos: casino per ottenere i moduli, casino per conoscere i prezzi e casino per consegnare il tutto e richiedere il visto. Avevo intenzione di procurarmi un visto business multiple entry di sei mesi ma in qualche anno il prezzo è schizzato da 600 a 2000 HKD! Viro sul tourist da tre mesi, single entry, 500 HKD.
"Serve una fototessera." mi fa sapere un cinese trafelato.
"Eccola!"
"No, questa ha lo sfondo bianco. Ne serve una con lo sfondo blu."
Merda, lo sfondo blu...

Arresi - Puerto Princesa, Filippine

La fuga
Gli ingressi al fiume sotterraneo sono limitati, seicento o novecento al giorno, non abbiamo capito bene. Comunque sia i posti sono tutti prenotati per almeno una settimana. Al centro servizi ci fanno però sapere che se andiamo direttamente a Sabang e alloggiamo presso l'hotel "giusto" potremmo trovare dei permessi non ancora assegnati. Compriamo due posti in un minivan per il giorno dopo. A giudicare dal prezzo e da come ci viene presentato si direbbe che si tratti di un servizio decente.
La mattina ci vengono a prendere all'alberghetto con un furgoncino mezzo scassato. A bordo, oltre a noi, ci sono solo altri due turisti. Ci portano alla stazione degli autobus, dove hanno intenzione di imbarcare altri passeggeri: non c'è problema, mica contavamo di viaggiare spaparanzati su tre sedili a testa. Il flusso in entrata però è interminabile. Il mezzo ha nove posti, più un paio di sedili pieghevoli, ma questi fanno entrare dieci, quindici, venti passeggeri, e ce ne sono altri accalcati davanti al portellone. Nella fila posteriore sei o sette persone condividono quattro sedili, altri stanno seduti su tavole di legno poste in bilico tra sedili, portiere e braccioli. Anche lo spazio per i bagagli è stato occupato e le borse vengono sistemate sul tetto.

Bestie che pungono, con foto - Thailandia

Fucking insects/0
Siete ossessionati dalle zanzare? In questo pezzo cercherò di darvi il modo di rallegrarvi per non aver trovato di peggio. Forse addirittura di cominciare ad apprezzarle un po'. Aspettate, leggete il seguito prima di cominciare a dileggiarmi.

- Iniziamo con il capitolo sonno.
Non sono una persona molto esigente quando c'è da trovare una stanza per passare una notte. Per lo meno quando si tratta di un viaggio di piacere, magari in posti non troppo sviluppati. Mi sembra che abbia poco senso pretendere standard da paese ricco in un posto che ricco non è.
L'unica fobia, l'incubo, la paranoia che mi fa stringere i denti e chiudere forte gli occhi per alcuni minuti dopo essermi messo a letto ha un nome un po' buffo: bedbugs! Ho sempre utilizzato il termine inglese, perché in Italia non ne avevo mai sentito parlare. Noi occidentali infatti ci siamo praticamente sbarazzati dei bedbugs ai tempi in cui spruzzavamo allegramente il contenuto di una bomboletta intera di DDT per uccidere una mosca. Dopo che questo prodotto, estremamente tossico, è stato abolito per evitare che assieme ai parassiti ci sbarazzassimo anche di qualche milionata di esseri umani, in alcune aree il problema ha cominciato a ripresentarsi. 
Bedbugs quindi. La traduzione in italiano è "cimici dei letti", o "cimici dei materassi".

Lingua franca/2 - Da Hua Hin a Koh Phayam, Thailandia

L'amico I regge sul polso una mini mantide religiosa a Koh Phayam
Oltre che nell'Europa di lingua tedesca l'italiano può funzionare come lingua franca anche nel S.E. asiatico. 
Siamo a Hua Hin, golfo del Siam, due o tre ore a sud di Bangkok. Ristorantino con terrazza sul mare, pesce sui piatti davanti a noi. Siamo a tavola con un gruppo di zurighesi, e come al solito almeno un paio di loro parlano italiano quasi perfettamente. Paese buffo la Svizzera: tutte quelle lingue ufficiali e nessuna che lo unifichi, i suoi abitanti costretti alle volte a parlare in inglese tra di loro. Mi intrigano, mi incuriosiscono, ma non mi sorprendono più. 
Poche ore più tardi, mentre aspettiamo la corriera per Ranong, un ragazzo mi chiede se so qualcosa a proposito del bus per Phuket, che è già parecchio in ritardo. Ha parlato in italiano correttamente, c'è un po' di rumore e non sono riuscito a concentrarmi sui dettagli dell'accento. Scopro quindi che è inglese, della Cornovaglia. Ha vissuto per vari mesi a Caserta e poi a Ravenna. Mi racconta che all'inizio parlava persino con un vago accento campano.

Birmania in un elenco puntato (con foto)

Il tè sul piattino e le sigarette sfuse alla teahouse
Alcune le sanno (quasi) tutti, altre (forse) no.

Le tazzine di caffè e tè vengono riempite fino all'orlo. Mentre vengono trasportate ai tavoli il liquido fuoriesce e cade sui piattini. Succede sempre, sembra sia un effetto cercato.

Nelle teahouse oltre a bere il tè si mangia, e pure bene.

I venditori di noce di betel, le teahouse e molti altri negozi vendono sigarette sfuse.

Ci sono negozi di telefonia mobile ovunque. Sono davvero tanti, troppi, molti infatti sono spesso vuoti.

In alcune teahouse degli accendini vengono appesi ad una carrucola elastica collegata al soffitto. I clienti sono liberi di tirarli giù e utilizzarli quando vogliono.

L'informazione sfuggente - Mandalay, Birmania

Tre bonzi fanno i fighi col gelato in mano al giardino botanico di Maymyo
Mandalay l'abbiamo visitata. A modo nostro ovviamente: niente monumenti, castelli, vecchie capitali, cose che ho già visto anni fa, per cui bisogna pagare delle tariffe in dollari, banconote nuove di zecca, ovviamente. Solo passeggiate, giri in bici, perdendosi per i quartieri sudici e rumorosi, scattando foto, osservando, chiacchierando con qualcuno, sorseggiando dello zucchero liquido servito in tazzine da tè.
E' arrivata l'ora di proseguire. Prossima tappa: Maymyo, detta anche Pin Oo Lwin. Abbiamo letto su una guida che i pick-up con le panchine sul retro, da condividere con una quindicina di persone, borse, sacchi di riso, galline e porcelli, partono dall'incrocio della torre dell'orologio. Per conferma chiediamo alla reception dell'alberghetto. Rispondono sicuri: "Dovete prendere l'autobus alla 83esima strada." Ma noi non vogliamo prendere l'autobus, che è troppo lento. Insistiamo per il pick-up e ci dirigiamo all'incrocio della torre. Appena arrivati cambiamo dei dollari in banca e chiediamo da dove partono i mezzi. Anche qui sono sicuri: "Dall'incrocio tra la 84 e la 23!" Cioè non da qui. Appena usciti interroghiamo un ragazzo che guida un mototaxi. "Maymyo? Dovete prendere l'autobus" Stesso consiglio ricevuto all'albergo. La stazione però sembra aver cambiato indirizzo: secondo lui nell'ultima mezzora è stata trasferita alla 79esima. Decidiamo di seguire il consiglio dei bancari e arriviamo all'incrocio della 23. Anche qui non c'è traccia dei pick-up. Fa caldo e cominciamo a essere stanchi. Ci sediamo al tavolo di una teahouse e chiediamo consiglio ai camerieri. "Maymyo? Ah no, avete sbagliato, dovete tornare all'incrocio della 28esima..." che sta prima della torre dell'orologio. Con questa versione fanno cinque, e chissà per quanto potrebbe continuare.

Dopo tanto miele...finalmente un po' di fango (con foto) - Birmania

Suggestiva visione d'insieme della stanza
Dopo averci versato sopra tanto miele è finalmente arrivato il momento di gettare un po' di fango anche sulla Birmania. Lo faccio sia perché sono un po' stronzo e non riesco a evitarlo, sia perché non credo che esaltare i pregi di una cosa e insabbiarne i difetti giovi alla cosa stessa, di qualunque cosa si tratti. 
Come avrete già notato se avete letto i post precedenti questo paese simpatico e affascinante ha anche le sue macchie. La Birmania innanzitutto non è un posto pulito. La spazzatura è accumulata ovunque, lungo le strade, sulle pendici delle colline e le sponde dei corsi d'acqua: se un birmano si ritrova con un sacchetto di plastica vuoto in mano lo getta, ovunque si trovi. Io comunque, dopo tutti gli anni passati a viaggiare nel S.E. asiatico, ci sono abituato. Sarò uno svitato ma un po' di sudiciume, diroccamento e colorata confusione spesso più che deprimermi mi tira su il morale. Il racket dei tassisti alle stazioni di autobus e treni o agli aeroporti è invece piuttosto fastidioso. Anche perché, dopo aver contrattato come uno strozzino per farti fregare comunque, ti accorgi che poche centinaia di metri più in là ci sono quelli più onesti a cui ovviamente non è permesso andare ad aggredire chi è appena arrivato. Soluzione: cercare appunto quelli onesti e contrattare, con decisione ma anche comprensione. Pure le possibilità di beccarsi un'intossicazione alimentare, viste le condizioni igieniche, sono abbastanza alte: bisogna stare attenti, ma senza paranoia, altrimenti non ci si diverte più. Male che vada si tratta solo di pisciare un po' di vellutata di merda col culo. Dopo un po' non ci sarà più nulla da espellere, e in breve il tutto ritornerà al buon vecchio stato solido.
Ma l'aspetto peggiore del paese per chi lo visita è, per il momento, la situazione degli alloggi.

Dopo vari birboni, ecco un paio di signori - Mandalay, Birmania

Il treno per Hsipaw
Basandoci sui miei ricordi di dieci anni fa abbiamo deciso di viaggiare in treno da Mandalay a Thibaw (Hsipaw). Il tragitto è scomodissimo, lento e movimentato, su un convoglio di antichi vagoni dotati di panchine in legno che scorrono rimbalzando su binari a scartamento ridotto. Abbiamo già prenotato due moto-taxi che per una cifra irrisoria ci porteranno alla stazione alle tre e mezzo di notte. Mentre cerco delle guest house in internet mi imbatto in una pagina di informazioni sul viaggio. E mi rendo conto di aver sbagliato tutto. Quel che in realtà vogliamo fare è raggiungere su strada Maymyo (Pin oo Lwin), una tappa intermedia, visitare la cittadina e cominciare il viaggio in treno da lì. Il tratto che ci interessa, quello che comprende il viadotto Gokteik, si trova oltre quella località e così facendo ci risparmiamo varie ore di montagne russe. 

Quel che un paese ti può dire nelle prime ore dopo il tuo arrivo - Rangoon, Birmania

Foto del mio amico IZ
Se non ti sei preparato troppo, ti lasci andare, hai la tendenza a vedere il lato divertente delle cose e magari sei in buona compagnia, quel che ti succede nelle prime ore ti può dire molto sul posto in cui sei appena arrivato. Vediamo...io non mi preparo MAI troppo, anzi a volte non mi preparo proprio, mi lascio spesso andare, mi concentro sugli aspetti divertenti di una situazione anche quando non dovrei e sono in viaggio con I, ottima compagnia direi. E infatti Rangoon (cioè Yangon), o la Birmania in genere, mi dicono molto in pochissime ore. E lo fanno subito, proprio la prima sera.
Abbiamo messo giù le valige nell'hotel che abbiamo prenotato online prima di imbarcarci a Bangkok (un'idea di I, che come viaggiatore è un po' meno cialtrone di me). Non siamo contenti: è carissimo, vecchio e pretenzioso, va bene per una notte, ne dobbiamo cercare immediatamente uno per domani. Abbiamo un nome senza indirizzo e un vago punto di riferimento. Informazioni che il tassista ci ha dato mentre ci portava dall'aeroporto all'hotel. Partiamo alla ricerca tra la rete di strade non illuminate di Rangoon.

Scampagnata a Genting Highlands, con galleria fotografica - Malesia

Le cabine della funivia o, come le chiamano qui, gondole
Questo poteva essere uno di quei raccontini babbei in cui si descrive quel che si è fatto in un giorno libero. Ma se qui c'è un babbeo, quello sono io. I miei racconti, mai! Lì deve entrarci l'umanità, coi suoi buoni e cattivi, il cinismo, la speranza, l'ironia, preferibilmente rivolta a me stesso. Altrimenti dopo poche righe mi annoio e butto via tutto.

Sono a Kuala Lumpur da quasi un mese e non ho ancora goduto di una giornata di licenza. Nei giorni feriali insegno dalle 9:30 alle 16:30. Il sabato e la domenica dalle 9 alle 19. Credo di essere uno dei pochi individui a non vedere l'ora che arrivi il lunedì per rilassarsi un attimo.
Oggi per la prima volta sono libero e voglio fare una gitarella fuori porta. Devo scegliere tra le Batu Caves e Genting Highlands. Sono già stato in entrambi i posti una decina di anni fa. Su Genting avevo anche scritto qualcosa. Allora, vediamo: le grotte...un sacco di scalini, il caldo, le scimmie che rompono le balle. A Genting invece c'è la funivia sospesa sulla giungla e la frescura delle verdi montagne. Vado lì.
Alla biglietteria, visto che non so ancora a che ora vorrei tornare, mi convincono a comprare un viaggio di sola andata "Il ritorno lo compri lì, è una formalità." Potrebbe essere un presagio dagli oscuri risvolti, ma non cominciamo a fare i paranoici.

L'onta della business class - Da Bangkok a Kuala Lumpur

Ne avevo sempre sentito parlare come scelta di qualità, come compensazione per problemi di overbooking o sedili danneggiati, persino come scorciatoia per stringere conoscenze utili. Ero però sempre riuscito a starne alla larga, io, membro orgoglioso del popolo rozzo, animato da selvaggia avversione nei confronti dei vezzi degli arricchiti: il golf, i circoli esclusivi, le auto pacchiane, i monili, le villette borghesotte, e, per l'appunto, la business class. Alla fine però, dopo anni di viaggi scomodi e polverosi, carri bestiame, convogli per prigionieri, pullman in bilico sul ciglio di un precipizio, attese prolungate in terra di nessuno e trafile noiose per clandestini alla dogana, mi è toccato subirne l'umiliazione. Io, quello che si lamentava per averci messo solo 32 ore da Venezia a Bangkok, ripromettendosi per compensare di farlo un giorno via terra. Proprio io, sì, infilato di straforo in business class. Non per mia scelta, sia chiaro. Quelli dei corsi l'hanno tirata per le lunghe, si sono ridotti all'ultimo momento e visto che i posti in economy erano tutti esauriti sono stati costretti a prenotarmene uno nella classe superiore. L'alternativa era quella di non avere un insegnante al primo giorno di lezione: francamente impraticabile.
E così mi sono ritrovato stordito da un susseguirsi di privilegi di cui non avevo mai sentito la mancanza: banco preferenziale al check-in, premier lane alla dogana in uscita, la sala d'attesa di lusso, i priority seat al gate, la precedenza all'imbarco, il divano volante, l'ampia scelta di riviste patinate, le hostess che si fermano a fare conversazione (non mi avete mai cagato quando stavo stipato tra gli altri passeggeri-sardine lì dietro, siete a caccia di un marito ricco? Continuate pure a cercare...), l'aperitivo dopo il decollo, la frutta secca selezionata (meno del 30% di arachidi!!! Non è fantastico?), la tovaglia di broccato, le posate in tungsteno, i bicchieri di cristallo, il vicino che sorride, ringrazia e annuisce come uno studente di Eton e di nuovo la premier lane alla dogana in entrata. Se mi avessero sgamato a camminarmi le poche centinaia di metri che separano la stazione della navetta dall'alberghetto, con il borsone e la chitarra a tracolla, mi avrebbero bandito dal circolo del lusso a vita.
Oh intendiamoci, sono comodità eh, dettagli che indubbiamente ti cambiano il viaggio. Anzi, che non ti fanno proprio sentire in viaggio. Ma io devo comunque parlarne male: sono capricci che non fanno per me a cui però si fa presto ad abituarsi. Quando mi imbatto in qualcosa che luccica un po' troppo...preferisco adottare la diffidenza dei pezzenti.

Foto di caribb (CC)

15 ore: una guida raffazzonata all'Aeroporto Internazionale di Mosca (Sheremetyevo)

Che coincidenza malefica, sono appena atterrato a Sheremetyevo e il mio prossimo volo parte fra quasi quindici ore. Quando ho comprato il biglietto avevo in mente un programma diverso e non me ne sono preoccupato. Avevo organizzato una sosta di una decina di giorni a Mosca, ospite di C, un amico che insegna Italiano a studenti russi. C'ero già stato l'anno scorso e me l'ero passata davvero bene. Ho ancora in mente tutte quelle originalità moscovite, il fascino da macchina del tempo di San Pietroburgo e se chiudo gli occhi e mi concentro sento in bocca la vampata della vodka e il sapore acidulo del borscht. Avrei pagato una piccola penale alla compagnia aerea e il problema dell'attesa sarebbe stato azzerato. Purtroppo però il biglietto che avevo comprato era in super-promozione e la piccola penale si è rivelata essere pari alla metà del prezzo iniziale. Considerando che ci sarebbe stato da aggiungere il costo del visto e che recentemente ho dovuto sostenere altre spese impreviste, ho dovuto rinunciare.
Quindidici ore quindi. Ho avuto il tempo di visitare la struttura in lungo e in largo. Mi sono mosso tra i terminal D, E e F, che sono gli unici a cui si può accedere senza attraversare la dogana. E' comunque un'area molto estesa, per percorrerla dall'estremità est del terminal F a quella ovest del D ci si può mettere anche più di mezzora, a seconda dell'affollamento e delle distrazioni. Inoltre il posto presenta le sue curiosità.

Mini Venezie

Ieri è stato il primo giorno completamente uggioso, grigio, piovoso, freddino e umido da quando sono arrivato a Padova più di un mese fa. L'ho trascorso interamente a casa. Temevo che la mite e luminosa pacchia fosse terminata e che l'autunno padano mi avrebbe accompagnato fino all'aeroporto Marco Polo, da dove ripartirò per i tropici fra tre giorni. Invece no, oggi c'è il sole, il cielo è terso, posso finalmente mettere in pratica quel piano che credevo di dover rimandare all'anno prossimo. 
Arrivo a Chioggia in corriera e faccio due passi in centro mentre aspetto il vaporetto. E' bella Chioggia, con le calli, i canali, i ponti in pietra d'Istria, le case rosse con i fronzoli bianchi. Sembra una piccola Venezia, anche se qui ci passano le auto. Non ho visto molti turisti, a parte un paio di nordici che si facevano uno spritz. Mi siedo a poppa, all'aperto, ad osservare il legno marcio delle briccole, la superficie lievemente increspata della laguna e gli isolotti ruvidi, ricoperti di un'ispida barbetta verde, con la brezza che mi massaggia la faccia. A Pellestrina tutti salgono nell'autobus diretto al Lido, utilizzando il biglietto combinato vaporetto-bus. Io ho speso sessanta centesimi in più e mi sono assicurato due tragitti separati: l'autobus posso così prenderlo quando e dove voglio. Avrei anche potuto noleggiare una bici; lo so, è veloce e il percorso lungo i murazzi, tra mare e laguna, è suggestivo, ma oggi non sono quel tipo di visitatore, non ho voglia di sfrecciare tra i paesini, devo insinuarmi tra le calli, restare impalato in un angolo, osservare la gente, le case, annusare i profumi incrociati provenienti da acqua  e cucine: il mio mezzo di locomozione, economico e flessibile, è di nuovo un paio di scarpe di gomma.

Rinnovo passaporto creativo - Bangkok, Thailandia


Ricordi dell'agosto 2006

Ho deciso di sottoporre il passaporto a un'altra di quelle sessioni intensive che gli ho imposto così spesso negli ultimi anni asiatici. 
Il piano è questo: da Bangkok a Hong Kong, dove incontrerò Lu e Lo provenienti da Venezia, poi col ferry a Macao, quindi ritorno assieme a Hong Kong. Ottenere lì il visto per la Cina, passare il confine via terra e da Shenzhen volare fino al limite occidentale del paese, nello Xinjiang - con capatine a Urumqi, nel deserto, a Turpan e a dei sudici, stupendi mercatini rurali -, fare quindi di nuovo rotta a est sbarcando a Chengdu e da lì calare sullo Yunnan per fermarci a Kunming, dove da sei mesi affitto un appartamento assieme a dei compagni di studi (lingua cinese presso la Yunnan Normal University). I miei ospiti torneranno quindi a Hong Kong da dove si imbarcheranno nel loro volo di ritorno per l'Italia. Io invece mi ci fermerò un po' per poi puntare di nuovo su Bangkok, da cui anch'io ho un volo (A/R) per l'Italia. Ogni anno ci torno per un mese a visitare famiglia, amici e luoghi cari. Infine, una volta lasciata l'Italia, da Bangkok tornerò a Kunming, per restarci qualche mese.
Faccio sempre così: periodi di stazionarietà, a godermi una città o una spiaggia dove mi piace bighellonare o dove ho un contratto di lavoro, poi all'improvviso parto, senza salutare nessuno (spesso perché non c'è nessuno da salutare) e nelle settimane che seguono lascio che dei simpaticoni ai punti di frontiera o nelle ambasciate mi flagellino le pagine del documento di viaggio a colpi di timbro o le ingessino con degli adesivi che sembrano delle marche da bollo giganti. Gli spostamenti diventano ancor più frenetici quando qualcuno viene a trovarmi dall'Italia, come in questo caso. Col tempo e con l'esperienza infatti sono diventato un viaggiatore (o turista?) tendenzialmente lento: se con un posto non c'è intesa parto subito, altrimenti ci passo una settimana almeno, anche soltanto per fare qualche passeggiata e leggermi a rate un libro in un caffè che dopo un paio di giorni mi sembra già il salotto di casa. Ma gli amici o parenti che vengono a trovarmi hanno le ferie di ordinanza da venti giorni e fremono dalla smania di visitare il maggior numero possibile di località. Io per il piacere del viaggiare in compagnia (quella buona, altrimenti gli spostamenti solitari mi vanno benissimo) sono ben lieto di adeguarmi. Come questa volta.