Post

Visualizzazione dei post con l'etichetta Asia

Entra da qui

Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Elogio dell'antisportività - Bangkok, Thailandia


Mi hanno chiesto dove guardare le partite della nazionale assieme ad altri italiani, qui a Bangkok. La stessa domanda si ripropone a Kuala Lumpur, a Singapore o a Saigon.
La partita di turno la guardino pure in compagnia dove vogliono, loro. Io mi diverto a vederla dove ci sono solo inglesi, francesi, spagnoli, tedeschi, olandesi o russi. Zero italiani: la responsabilità della rappresentanza patriotica grava quindi sempe e solo sulle mie spalle.
La condizione di combattente solitario non mi spaventa, anzi mi esalta. Ho delle tecniche rodate che metto in pratica a seconda dei casi. Per iniziare, durante i loro inni rutto e farfuglio. Al "Fratelli d'Italia" invece se qualcuno sgarra sparo degli "shhhhht" fulminanti. Il mio motto è: "La par condicio a te, la perculazio a me!"

Seguo le fasi di gioco proponendo continuamente battute impertinenti, commenti partigiani e sbeffeggiamenti vari ad ogni errore degli avversari. E lodi sperticate ad ogni azione degli azzurri. Se si vince è goduria: vederli costretti a ricacciarsi in gola insulti e stereotipi non ha prezzo. Se si mette male, per contro, prima del fischio finale alla prima occasione propizia trangugio l'ultima bottiglia di birra, vado in bagno e poi esco di soppiatto dalla porta secondaria. Quindi trovo un punto strategico e li osservo da lontano mentre, tra un'esultanza e l'altra, mi cercano con lo sguardo per rendermi pan per focaccia e umiliarmi sulla base concreta del risultato acquisito. Gli occhi puntati su quello che fino a qualche minuto prima era il mio posto, poi una veloce ricognizione sui tavoli accanto, in caso mi fossi spostato. Il sorriso beffardo che diventa sarcastico mentre comprendono di non essere riusciti a vendicarsi. E infine il knock out: la smorfia di stizza che gli stropiccia definitivamente il volto quando comprendono che la gioia della vittoria è stata macchiata dall'ennesimo smacco. Li ho fregati anche perdendo!

Do aria ai peggiori cliché sul popolo italiano e lo faccio con grande orgoglio. Li sorprendo con le solite, mitiche, soluzioni improvvisate de noialtri, che loro considerano a seconda dei casi codarde, sleali o spregevoli... insomma i classici colpi di genio della nostra cultura nazionale in tempi di crisi. 
È il modo più bello di assaporare un trionfo o assimilare ed elaborare la sconfitta quando si vive all'estero: collaudato negli anni, messo alla prova da numerose edizioni di mondiali, europei e coppe per club, dove ovviamente pur essendo interista divento all'occorrenza un membro della Fossa, dei Drughi, dei Fedayin o dei CUCS.

Come va, va: vinco sempre io. E lo faccio perché punto sul loro codice d'onore, infiltrandomi tra le loro difese fischiettando, proprio quando meno se lo aspettano.

P.S. Sono pure veneto. Non possono nemmeno darmi del terrone. Viene così ricacciato in gola anche l'ultimo loro tentativo di segnare almeno il punto della bandiera. Annientati a zero. E una vera e propria epidemia di bruxismo e reflusso gastrico si diffonde tra i meandri dell'accampamento nemico.

La fortuna di essere nati in Europa

Ho appena letto un interessante articolo sul Corriere che mi ha dato la possibilità di riflettere su tante cose osservate durante i miei viaggi in Asia. Ecco il link.

Quel che dice l'autore è tutto vero.

In questi anni ho incontrato decine di cinesi nati mezzo secolo dopo lo stupro di Nanchino indottrinati dalle astute e ciniche autorità di Pechino a sputare sul Giappone schizzi di veleno propagandistico, ma anche giapponesi recalcitranti, se non apologetici, indiani e pachistani che si odiano senza essersi mai conosciuti, malesiani e singaporiani che si azzuffano per il prezzo dell'acqua del rubinetto, thailandesi e birmani che si osservano con diffidenza a causa di conflitti pre-coloniali, sciiti che si riferiscono ai sunniti come se fossero invasori alieni e viceversa. Delle non-relazioni arabo-israeliane meglio non cominciare nemmeno a parlarne.

Lamentarsi per ciò che non va è giustissimo, pensiamo pure a criticare, riformare, rottamare, ricostruire e sostituire, a patto di non scordarci mai la fortuna che abbiamo avuto a nascere in un'Europa che ha saputo, anche con una grossa dose di sana e buona ipocrisia, mettersi alle spalle conflitti secolari.

Perfino la crisi dei migranti, come dice l'autore alla conclusione dell'articolo, può essere considerata una conseguenza del nostro successo storico.

Sud est asiatico: test dello schifo

Avete intenzione di partire per un viaggio avventuroso, divertente o rilassante nel sud est asiatico? Se non siete preparati a trovarvi davanti queste scene è meglio che cambiate programma e destinazione. Oh, magari l'asettica Singapore può andare, ecco, ma solo quella eh...

Sesso alla Missionaria o atroce atto di cannibalismo? - Makati, Manila, Filippine

Blatte giganti si abbuffano col cadavere appiattito di un topolino - Makati, Manila, Filippine

Un golosone! - Bangkok, Thailandia

Stecchita e rinsecchita - Pattaya, Thailandia

La casa con una bella vista...in Asia

No, questa vista te la puoi proprio scordare...

Se ti sei appena trasferito in Asia e hai scelto l'appartamento in base alla vista favolosa che ti puoi godere dalla finestra della stanza da letto...potresti aver commesso un errore grossolano.
Dai un'occhiata all'appezzamento lì a fianco. Nel caso sia vuoto, o peggio ancora utilizzato come parcheggio, un edificio alto abbastanza da poterti oscurare la casa potrebbe spuntare proprio lì nel giro di pochi mesi.
E allora non ti resterà che rimpiangere l'alternativa con vista su grovigli di cavi elettrici e stradone trafficato, quella che hai scartato con sdegno altezzoso, accomiatandoti dall'agente che te l'aveva proposta con una di quelle tue odiose battutine sarcastiche.


Ecco, questa è più probabile...
...o magari questa

C'è una chiave puzzolente attaccata alle nostre caviglie

Il mio piede sinistro

Guardali lì, più settari di tutti i fascisti, classisti, razzisti da cui si sentono così lontani, più per auto-proclamazione che per effettiva condotta di vita. Ti guardano dall'alto in basso perché non ti vesti di straccetti svolazzanti come loro, ti snobbano perché non partecipi ai loro rituali, magari ti disprezzano per i frammenti della tua conversazione che sono riusciti a origliare. Se osi includerli nella variegata categoria dei turisti a cui ti sembra che ogni occidentale di passaggio in un'isola tropicale appartenga ti interrompono sdegnati e con presuntuosa arroganza ti fanno notare che io uno spregevole turista non lo sarò mai! Nemmeno un turista dal budget ristretto? No! Io sono un traveler! 

Ma il peggio di sé lo esibiscono quando camminano - quasi scorrono direi - sul mondo a piedi nudi, con l'aria di novelli Gesù riusciti finalmente a passeggiare sull'acqua, liberatisi di quel fardello borghese che sono le scarpe, ricevendo la luce di una risposta risolutiva a un fondamentale quesito esistenziale ogni volta che muovono un passo nudo su sterpaglia acuminata, merda di cane o liquame metropolitano che sia. 

Prova a chiedergli perché lo fanno. "Mi sento meglio quando cammino scalzo, più a contatto con la natura, meno oberato dagli inutili orpelli di una società sofisticata, occidentale e globalizzata che aborro." Oberato? Orpelli? Aborro? Me cojoni! No, amico mio. Anche dalle nostre parti circolavamo scalzi tanti anni fa. Le scarpe non le abbiamo inventate per far arricchire Ferragamo ma per scopi pratici e nobili quali ripararci da freddo e caldo eccessivi, le bestie, i parassiti, i funghi, gli oggetti acuminati e le infezioni. 

Buffo però, ti togli le scarpe senza nemmeno saperne la ragione. O meglio: il perché ti è utile toglierle ce l'hai ben chiaro, quel che non sai spiegare è la sequenza logico-storica che ti ha condotto a farlo. Io, che le scarpe me le levo solo in casa e in spiaggia (e non sempre), un'idea su quella sequenza invece ce l'ho. 

Di dove sei, Abebe Bikila in versione bianca (e lenta)? Svezia? Australia? Germania? Argentina? Bene, quel che stai facendo non ha nulla a che vedere con il tuo paese di provenienza. L'iter che al suo passaggio finale è riuscito a sfilarti le scarpe cominciò negli Stati Uniti d'America tanti anni fa. Curioso no? Proprio quel paese, la fonte del male contro cui fingi di batterti a colpi di gesti plateali e cazzate altisonanti. 

Tra la fine degli anni '40 e l'inizio dei '50 l'America usciva da un periodo difficile, iniziato con una devastante crisi finanziaria, proseguito con una durissima depressione economica e culminato nella partecipazione a una sanguinosa guerra mondiale. Il paese decide quindi di mettersi il peggio alle spalle e si tuffa in un mondo soffice, dipinto con colori a pastello e allietato da canzonette dai testi mongoloidi, un bozzolo imbottito di velluto rosa, fatto di soldi, televisione, pubblicità, consumi, moda, vizi e nevrosi. 

Verso la fine dei '60 alcuni giovani, nati troppo tardi per aver vissuto i tempi difficili, non si sentono a proprio agio in un sistema pingue ed esagerato che li dovrebbe ricompensare per torti e ristrettezze che non hanno subito. In California si cominciano a predicare modi di vita, valori e obiettivi diversi. Qualcuno parte per l'Asia, l'India in particolare, per cercare degli esempi da seguire, oltre a droghe purissime a basso costo. Si imbatte nei sadhu, mistici barbuti, capelloni, vestiti di stracci arancioni, che vivono con poco e...camminano scalzi! Torna in patria e poggia i piedi nudi sul pavimento disinfettato del LAX, dopo aver gettato le scarpe al terminal delle partenze di Bombay e aver asfissiato per ore i vicini di posto nel Boeing in cui ha viaggiato. Possiamo anche prenderlo per il culo alla Newyorkese, come faceva Woody Allen in "Io e Annie", o alla napoletana (guarda o fess'), o alla veneta (varda chel mona). L'intenzione iniziale però era nobile. 

Successivamente qualche sciocchina ai campus di Oakland, Berkley o San Francisco pensa che oltre a dire delle cose diffizili ma bellizzime questo tipo è anche precchio cool. E se lo scopa. Come al solito chi inventa o importa la chiave che apre le gambe delle donzelle riesce a venderne qualche milione di copie in poche ore. Tant'è vero che, a distanza di decenni, riescono ancora a venderne. Tu, per esempio, ne hai appena comprata una. L'hai fatto perché hai capito qual'è il suo utilissimo effetto collaterale e poco ti importa se la funzione per cui era stata ideata, che ignori, era tutt'altra. 

Ma non ti preoccupare, non fai nulla di grave, né di originale ovviamente: continua pure così quindi, a scassinare cinture di castità con le unghie annerite dei tuoi alluci puzzolenti.

Intervista "Mordere il mondo" - Radio Radicale

Sono stato intervistato assieme all'amico moscovita Cris Righi da Valeria Manieri, la conduttrice della rubrica "Mordere il Mondo" su Radio Radicale. Si parla di viaggi, di scelte, di libertà, precarietà, insicurezza, italianità, italiani all'estero, italiani in Italia e altro. Se avete una mezz’oretta libera potete ascoltarla qui.

Nell'immagine uno dei caratteristici faccioni dipinti da Cris Righi (lo stesso che uso come favicon per il blog), mi sembra sia quello che mi cadde sulla testa una notte mentre dormivo nel suo soggiorno-studio a Mosca. Fortunatamente mi centrò di piatto e non di spigolo!

Il silenzio non è una necessità assoluta

Il ristorante (in Thailandia).
Stai cenando in un bel ristorantino, il vapore che sale dalla bottiglia di birra ghiacciata sfiora le tue guance arrossate mescolandosi all'aroma delle spezie che impregnano i frutti di mare sistemati davanti a te. La brezza di un ventilatore in lontananza si affanna a intermittenza per deviare il corso delle gocce di sudore che scivolano sulla tua fronte. Fa un caldo asfissiante, il caldo di una stagione che terminerà in fretta, spazzata via dalla violenza dei monsoni, ma tu hai imparato a respingere queste ondate di calore e a tenerle fuori dal bozzolo pacifico e fresco in cui ti piace rintanarti. Forse è il tuo atavico spirito di adattamento o forse alcune delle capacità nirvaniche dei monaci buddhisti sono state finalmente assorbite da un non identificato elemento spirituale nascosto da qualche parte dentro di te. Potresti addirittura goderti il momento. Perché in effetti dovrebbe essere un momento piacevole. Potresti, come dicevo, se non fosse per le vibrazioni di una chitarra elettrica e le urla feline di un cantante che colpiscono i tuoi timpani da distanza ravvicinata. Capisci che questo posto ti sta davvero cambiando quando scopri che invece di imprecare e insultarli canticchi il ritornello tra un boccone e l'altro, mentre la tua suola destra tiene il tempo sotto il tavolo scacciando al contempo uno scarafaggio o un topo venuto a banchettare tra gli avanzi.

Il cinema (in Cina).
Un trillo. Cerchi di indovinare a quale dei personaggi che appaiono sullo schermo sta suonando un cellulare. Non ci riesci, la curiosità ti rode, ma fra qualche istante il regista svelerà il mistero. Nulla, dopo dieci secondi nessuno nel film ha ancora ricevuto una chiamata. Noti invece che tre file sotto a te un cinese chiacchiera allegramente al cellulare. Stupore. E non si preoccupa di non alzare la voce quando gli sembra opportuno farlo. Doppio stupore. Con l'altra mano fa ruotare nell'aria una sigaretta accesa, da cui ogni tanto, mentre è il suo interlocutore a parlare, tira delle gran boccate di fumo che poi disperde a ventaglio sulle teste degli altri spettatori, con i movimenti invariabili e l'energia costante di un ventilatore. Stupore triplo, anche se questo non conta, perché fumare non fa rumore e si tratta di un problema totalmente diverso. Lo stupore cala invece il poker quando ti rendi conto non solo che nessuno gli dice nulla ma soprattutto che sembri essere l'unico in sala a dare importanza alla faccenda. That's China, mormori ricordando il mantra che ti è stato insegnato quando sei arrivato nel paese. Poi ti rimetti a seguire il film. Non sono stati comunque dei minuti sprecati. Controlla: sei già un po' più cinese di quanto lo fossi quando sei entrato. Beh magari più cinese no, ma un po' meno del posto da cui provieni forse sì, e di conseguenza un po' meno vulnerabile alle insidie della Cina.

Il parco (in Thailandia).
La gente va al parco per fare una passeggiata, leggere un libro, passare un momento romantico con la dolce metà, godersi la sensazione che soltanto una riserva naturale infilzata nel cuore della città sa trasmettere o anche solo appisolarsi su una panchina. Beh, provateci se ne siete capaci. Casse potenti pompano le note di sciocchi brani commerciali o, se siete più fortunati, di qualche pezzo folk. E quando quella playlist è terminata comincia la lezione gratuita di aerobica, musica irritante e urletti acuti dell'istruttore inclusi, ovviamente. L'unica cosa che resta da fare è lasciarsi andare e godersi lo spettacolo delle ciccione e dei vecchi che scimmiottano i movimenti del gay sulla pedana. 

Il Karaoke rudimentale (onnipresente nelle aree rurali del sud est asiatico).
Questo locale è allestito nel garage o addirittura nel giardino di una famigliola che per guadagnare qualche soldo ha investito una somma modesta in una specie di stereo con vari microfoni e una serie di dischi con canzoni sottotitolate e video inguardabili. Completano la scena un frigo colmo di birre e bibite gassate da mescolare con dei superalcolici. I clienti non sono mai più di una dozzina, spesso tutti i componenti di un'altra famiglia del paese o un gruppetto di colleghi o amici. Dopo un paio d'ore sono ridotti a degli stracci impregnati di alcol e fumo e sfogano tutta la loro allegria o la loro tristezza repressa sui microfoni, violentando dei brani che per fortuna se lo meritano, producendo suoni che si combinano in sequenze moleste e che per giunta vengono distorti da casse di dubbia qualità. Misteriosamente dalle finestre degli edifici adiacenti non vengono versate brocche di urina ed escrementi.

Il caffè (in gran parte dell'Asia).
Persino i caffè, proprio così, quei posti la cui colonna sonora dovrebbe essere quella dei cucchiaini che tintinnano sui piattini e sulle tazzine, delle dita che sfogliano le pagine delle riviste patinate, del lieve chiacchiericcio dei clienti seduti su un divano. Niente da fare. A volte è jazz, e quello lo puoi anche sopportare, ma più spesso si tratta di banale pop locale e dei pistolotti di un dj che ha trascorso troppo tempo a modulare il tono della propria voce e troppo poco a pensare a qualcosa di interessante di cui parlare.

L'autobus notturno (in Laos).
Il sole è tramontato da un pezzo. La sosta per la cena è già alle spalle. Sei quasi arrivato alla fine di un capitolo chiave del libro che ti inchioda a quel sedile da un bel po' di ore. L'autista spegne le luci principali. Tu armeggi con il comando della lampadina sopra il sedile ma, come succede sempre, è stato disattivato. In pochi secondi il getto dell'aria condizionata sistemato proprio lì a fianco ti ha congelato il polso in una posizione da Kung Fu. Non fa niente, leggerai domani, almeno si sono create le condizioni per godersi qualche ora di insperato sonno. Hai detto sonno? Ma come hai fatto a crederci seriamente, anche solo per alcuni istanti? Sei davvero un boccalone. Quel maledetto bastardo, invidioso dei passeggeri che potrebbero appisolarsi mentre lui deve guidare per tutta la notte, preme un bottone, gira una rotella e fa partire a tutto volume una sequenza di orridi brani da balera. Per un momento arrivi ad augurargli di trascorrere gli ultimi anni di vita sordo come un artigliere napoleonico. Poi tutti i tuoi vicini cominciano a cantare e all'improvviso orizzonti socio-antropologici finora sconosciuti si aprono davanti a te. Ti arrendi all'evidenza: il silenzio non è una necessità assoluta, un bisogno comune a tutti gli esseri umani. E mentre quel pensiero si assesta nella tua mente tu sprofondi con consistenza di invertebrato nel sedile in finta pelle.

Il rifugio (ovunque).
Fortunatamente c'è una soluzione a tutto questo casino. Si chiama farmacia. Ovviamente nemmeno quello è un luogo silenzioso, ma rovistando tra i suoi scaffali dovreste riuscire a trovarvi un buon paio di tappi per le orecchie. Da non dimenticare mai di mettere nello zainetto. Assieme al maglioncino, ovviamente.

Foto di Jenny Leigh (CC)

Turisti, viaggiatori o semplicemente confusi?

Mi è capitato più di una volta di incontrare in Asia qualche occidentale che si offendeva a sentirsi dare del turista.

"Ma perché, per caso vivi qui?"
"No..."
"Quindi che fai?"
"Viaggio."
"E come ti definiresti, se non turista?"
"Viaggiatore!"
"Ah beh..."

- Definizione di "Turismo" tratta dal dizionario della lingua italiana Sabatini Coletti: "Pratica del visitare, per istruzione o svago, località diverse da quella in cui si vive."
- Definizione di "Viaggio" tratta dallo stesso dizionario: "Atto di spostarsi da un luogo all'altro compiendo un certo percorso." Una definizione più generale quindi, relativa a un'attività effettuata non soltanto per istruzione o svago ma anche, per esempio, per lavoro o necessità di altri tipi (motivi di salute, visite a familiari o amici, ecc.).
A dire il vero, almeno in inglese, esiste anche un'altra definizione, e potrebbe essere quella a cui queste persone si riferiscono.
- "Viaggiatore New Age: persona che crede nei valori New Age e conduce una vita itinerante e non convenzionale." (ho liberamente tradotto la definizione dell'Oxford online dictionary.)
 
Ma allora, perché continuo a incontrare questi viaggiatori New Age autoreferenziali in posti frequentati da turisti tradizionali?
E poi "turista" non sarà mica diventata un'offesa, no? Se qualcuno proponesse a quegli individui di viaggiare da ora al giorno della pensione, un buon salario, tutto spesato, mete a loro piacere, prima classe e cinque stelle, uno stile decisamente old age, unica condizione lasciarsi chiamare "turisti", rifiuterebbero forse per via della terminologia?

Foto di danorbit (CC)

Parola contro Zen

Dopo aver letto i seguenti paragrafi de Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsig, ho avuto una sorta di illuminazione:
[...]Il termine logos, radice della parola «logica» , si riferisce a tutto ciò che
costituisce la nostra comprensione razionale del mondo. Il mythos è l'insieme dei miti antichi, storici e preistorici, che hanno preceduto il logos. Il mythos non include solo i miti greci ma anche l'Antico Testamento, gli Inni Vedici e le antiche leggende di tutte le culture che hanno contribuito alla formazione della nostra attuale visione del mondo. La contrapposizione tra mythos e logos afferma che la nostra razionalità prende forma da queste leggende, che la nostra conoscenza attuale ha con esse lo stesso rapporto che un albero ha con il virgulto che fu un tempo. 
[...]Si può notare che nella cultura giudeo-cristiana, in cui la «Parola» dell'Antico Testamento era intrinsecamente sacra, gli uomini sono pronti a sacrificarsi, a vivere e a morire per le parole. In questa cultura, un tribunale può chiedere a un testimone di dire «la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità, con l'aiuto di Dio» , e aspettarsi che la verità venga detta. Ma se si trasporta il tribunale in India, come fecero gli inglesi, lo spergiuro è all'ordine del giorno, perché il mythos indiano è diverso e il carattere sacrale delle parole non è sentito nello stesso modo.
All'improvviso tante cose diventavano chiare. Potevo finalmente trovare una spiegazione per alcune delle più sconcertanti differenze culturali tra l'occidente e l'oriente (in particolare lì dove il mythos è principalmente di origine induista, buddhista e taoista). Per quegli aspetti la cui esistenza conoscevo da un pezzo ma di cui non avevo ancora saputo trovare una radice. Noi -  mi riferisco agli occidentali - diamo una grande importanza alle nostre parole, le nostre promesse, la verità. Anche per gli asiatici queste cose sono importanti, ovviamente, ma lo sono in un modo diverso. E probabilmente danno ancor più importanza ad altri valori. Altrimenti, come potremmo spiegarci il tabù della parola no(*), o tutti quei comportamenti apparentemente incoerenti che gli asiatici riescono ad adottare con estrema naturalezza pur di assicurarsi che nessuno sia costretto a perdere la faccia(*)?

(*) Per maggiori informazioni su questi aspetti delle culture asiatiche potete dare un'occhiata a siti come questo. Oppure farvi quattro risate con le esperienze di questo italiano che vive e lavora in Cina.

AirAsia: non più così "cool"

Essendo stato in passato un cliente piuttosto fedele di AirAsia - fin dagli inzi, quando volavano con velicoli vecchi e ancora in pochi si fidavano di loro (“Sono sempre in ritardo...perderanno i tuoi bagagli”, era il ritornello che cantavano in tanti in Malesia) - posso dire che per alcuni anni la loro procedura di prenotazione online è stata veloce, semplice, trasparente e corretta, i loro prezzi tra i più bassi e il loro marchio uno dei più cool. Beh...non più.

Attraversando soltanto poche schermate, riempiendo un numero ridotto di campi e cliccando qualche pulsante uno sceglieva data, destinazione, numero di passeggeri, solo andata o andata e ritorno, selezionava il volo preferito tra quelli disponibili, inseriva i dati personali, quelli della carta di credito e il gioco era fatto. Come dicevo: semplice, veloce, trasparente e corretto. Niente pasto gratuito e scelta libera del posto, un po' come in corriera, ma i prezzi erano davvero ridotti al minimo, su molte tratte imbattibili.

Questo colse di sorpresa le compagnie tradizionali che persero grandi fette di mercato, mentre AirAsia da piccolo soggetto della nicchia low cost diventava uno dei leader del settore. Una vera e propia success story per Tony Fernandes, il malesiano che da dirigente della Warner Music si trovò, dopo aver acquistato i resti di una vecchia aerolinea statale in forte perdita, a essere uno degli imprenditori più ricchi e innovativi d'Asia.

A poco a poco le forze allo sbando dei nemici si riorganizzarono, colmando il gap, mentre AirAsia decideva incredibilmente di sprecare le risorse di know-how e ottima reputazione accumulate negli anni cominciando a commettere alcuni degli errori che avevano portato alla debacle i suoi concorrenti, più altri sulla cui originalità può vantare a pieno titolo i diritti d'autore.

I prezzi si sono alzati fino a ugliagliare e - per alcune tratte e fasce d'orario - persino superare quelli di aerolinee tradizionali, che offrono velivoli e servizi di qualità più elevata, mentre i tratti caratteristici delle compagnie low cost - pasti, assicurazione e prenotazione dei posti a pagamento - sono stati mantenuti. Aggiungendo al malloppo altre fesserie a volte poco comprensibili, come l'express boarding, il counter check-in, il Big Shot ID (ma che significa?). Per non parlare dell'ultimo tocco d'autore: la tariffa sui pagamenti con carta di credito, volta a finanziare gli investimenti fatti in materia di sicurezza delle transazioni online, cosa che, essendo AirAsia un'azienda che vende praticamente soltanto con questa modalità, avrebbe il dovere (non solo morale) di fare gratuitamente.

Ciò che più infastidisce però è che tutti questi servizi a pagamento vengono automaticamente assegnati all'utente che sta acquistando il volo, il quale, in caso non fosse interessato, deve deselezionarli manualmente, a volte seguendo procedure poco chiare e molto contorte.

Volendo spiegarmi con un esempio ho registrato la simulazione dell'acquisto di un volo di sola andata da Bangkok a Ho Chi Minh City (Saigon). Prezzo iniziale 76.95 dollari. Quello finale è invece del 60% più alto. Assicurazione, pasto e prenotazione dei posti tassativamente esclusi.

Per fare un paragone, piattaforme come Edreams e Opodo, scegliendo la stessa data, offrivano voli Turkish Airways e Qatar Airways (di qualità davvero elevata) a prezzi equivalenti o addirittura inferiori. Ovviamente tutti i servizi per cui AirAsia faceva pagare delle tariffe separate erano in questi casi inclusi. E il prezzo iniziale era di poco inferiore a quello finale.
Ecco il video commentato in inglese (guardatelo in Youtube, non qui). Buon divertimento.


Foto dell'aereo AirAsia di en-shahdi (CC)

Liberalizzazioni prigioniere

Foto di 27147 (CC)
Questo non è un luogo in cui si parla spesso di politica italiana e quando lo si fa, come in questo caso, si prende spunto da un confronto con i paesi che fanno da ambientazione alla maggior parte degli altri post. L'oggetto dell'osservazione da cui partiamo oggi è il taxi, o meglio l'utilizzo che se ne fa.

C'è stato un momento in cui un governo italiano mi aveva quasi convinto sulle proprie capacità (e quelle della classe politica nazionale in genere) di risolvere alcuni dei problemi che affliggono il paese, di riformarlo e metterlo al passo coi tempi, passando dalle chiacchiere elettorali ai fatti legislativi. Purtroppo ci hanno messo poco a farmi ricredere e proprio il fatto che nel giro di pochi giorni mi abbiano illuso e poi deluso ha reso il colpo ancor più doloroso. Sono stato tentato a lasciarmi andare verso una deriva anarchico-nichilista-menefreghista che non è propria della mia natura. "Ma che vi dovrei ascoltare - per non dire votare - a fare?" è quello che mi sono chiesto spesso da allora.
 
Il fatto. Durante l'ultimo governo di sinistra presieduto da Romano Prodi, Pierluigi Bersani - allora ministro per lo sviluppo economico - porta avanti un progetto per la liberalizzazione delle licenze dei taxi. A quella riforma ne sarebbero dovute seguire altre - per questo il fallimento dell'iniziativa fu un segnale infausto - ma per me proprio questa aveva un significato particolare. Chiunque sia stato come me a Londra, Buenos Aires, San Paolo, Singapore, Hong Kong, Kuala Lumpur, Shanghai, Bangkok ma anche, per quel che mi è stato detto, a New York o Tel Aviv, sa che il concetto che in Italia abbiamo del taxi è anacronistico e assurdo: un mezzo di trasporto esclusivo per ricchi, o per chi può farsi rimborsare la tratta da un'azienda o da un cliente. Un po' come una scintillante carrozza con cocchiere trainata da poderosi puledri bianchi per un conte di un romanzo tolstojano. Che fesseria. Nelle città che elencavo poco fa (ne ho appositamente incluse di più e meno avanzate, per dimostrare che non è necessariamente una questione di PIL o di livelli salariali) il taxi è sì un mezzo di locomozione individuale (che non è nemmeno del tutto vero, perché amici o colleghi lo possono condividere), ma certamente non di lusso. In certi paesi come la Thailandia e l'India ce ne sono anche di sgangherati a tre ruote, simili alle nostre Api Piaggio. Ed esistono persino i moto-taxi, non per i plichi urgenti, per le persone! La relazione che c'è tra mezzi collettivi come l'autobus, la metropolitana o il tram e il taxi è un po' come quella che corre tra un dormitorio in un ostello e una stanza in un alberghetto. Ma mica una suite all'Hilton! In quel caso staremmo parlando di una chilometrica limousine con autista in livrea, il famigerato Ambrogio della pubblicità dei cioccolatini insomma. Il taxi, almeno una volta ogni tanto, in quelle città lo possono prendere quasi tutti, è più caro di altre opzioni ma alle volte conviene.
 
Perché queste differenze? Ma è semplice, perché in questi paesi la licenza la può ottenere chiunque possa permettersi di comprarsi o noleggiare un auto. Questo abbatte l'oligopolio e di conseguenza le tariffe. Da noi invece di licenze ce n'è un numero fisso (e ridottissimo) e chi vuole intraprendere la professione deve comprarne una da qualcuno che sia disposto a cederla, pagandola ovviamente a prezzi da capogiro. I pochi privilegiati possono permettersi quindi di imporre tariffe elevatissime.
 
La liberalizzazione delle licenze e la riduzione dei prezzi avrebbe una lunga serie di vantaggi per i cittadini. Me ne vengono in mente solo alcuni, ma sono sicuro che ce ne sono molti altri. 
- Posti di lavoro per chi non ha qualifiche particolari, precari, disoccupati e immigrati. Hai una patente? Trovi un'azienda che ti affitta l'auto? Vai!
- L'immissione nel traffico urbano di alcune centinaia di taxi toglierebbe dalle strade un numero molto maggiore di auto private, soprattutto nelle ore di punta. Quindi vantaggi ambientali, di sicurezza ed energetici. Ma anche per la qualità della vita in genere.
- Possibilità di uscire la notte, bersi mezzo litro di vino e tornare a casa senza il rischio di vedersi ritirare la patente, di schiantarsi contro un traliccio o falcidiare qualche pedone.
 
Certo ci sono anche degli svantaggi, ma quelli che mi sovvengono sono soltanto a carico di un gruppo ristretto di individui che attualmente godono di grossi privilegi (ingiustamente e da troppo tempo): i tassisti e i magnati del settore automobilistico in particolare.
 
Come finì la vicenda italiana? All'italiana, per l'appunto. I tassisti di Roma organizzarono una protesta bloccando il traffico della metropoli, contro un'iniziativa intrapresa da un governo eletto dalla maggioranza del paese (e nella circostanza sostenuto anche da grandi fette della minoranza che non l'aveva votato). Parte dell'opposizione (Alleanza Nazionale in primis) prese la palla al balzo e sostenne i tassisti. Il governo, piegandosi alla volontà di alcune centinaia di prepotenti e ignorando gli interessi della stragrande maggioranza dei cittadini - per non parlare del proprio elettorato - si arrese. Io fui sbalordito. Avrei sostenuto l'azione dell'esecutivo a spada tratta, anche se si fosse trattato non di Roma ma della mia città. Quello per me fu il sintomo evidente di una malattia forse incurabile, che impossibilita lo stato a progredire, a risolvere i conflitti interni tenendo conto degli interessi nazionali, a opporsi con decisione alle minacce di lobbie anche minuscole. Un mix tossico di alcuni dei peggiori mali nazionali: governi forti con i deboli e deboli coi forti, anteposizione di meschini obiettivi di partito all'interesse della comunità, lobbismo nella sua forma peggiore, utilizzo improprio di strumenti democratici come quello dello sciopero, il senso di impotenza della popolazione che osserva - muta e immobile - un gruppo di ladruncoli intenti a svaligiarle la cassaforte dei diritti.
 
Da allora ogni proclama della classe dirigente mi coglie in uno stato di scetticismo apatico, se non di sarcastico cinismo. 
 
Da un punto di vista individualistico - quasi egoistico - posso dire che per fortuna vivo per molti mesi all'anno in posti con situazioni profondamente diverse, per giunta da straniero, cosa che spesso aiuta a non sentirsi troppo coinvolti. Ma quando penso al mio paese, che tristezza mi viene.

Io preferivo il Terzani prima maniera

 
Sempre più spesso appaiono nei giornali e in TV servizi su Tiziano Terzani, il famoso giornalista, esperto d'oriente, scomparso alcuni anni orsono. Un regista di recente ha pure girato un film sulla sua vita. Un personaggio famoso dunque, celebrato, strumentalizzato anche, ma da quando in realtà?
 
Quasi dieci anni fa - nel settembre 2001, quando arrivai in Asia - Terzani era pressoché sconosciuto al grande pubblico italiano. Certo, c'era chi aveva letto qualche suo contributo sul Corriere della Sera o la Repubblica, ma a causa forse del fatto che aveva quasi sempre lavorato come inviato di un giornale straniero (Der Spiegel) non figurava tra le firme più famose in patria. Persino il bestseller che lo avrebbe reso finalmente e definitivamente celebre (Un indovino mi disse), pur essendo in circolazione già dalla metà degli anni novanta, non era ancora tra i titoli più venduti nelle librerie italiane al principio del nuovo millennio. Nella sezione "viaggi in oriente" di solito i volumi che andavano per la maggiore erano quelli di Bettinelli e Ruggeri, reportage tutto sommato di livello inferiore.
 
Io Terzani lo scoprii nel sud est asiatico, dove godeva di una piccola fama tra gli italiani che bazzicavano da quelle parti, fama che crebbe anche grazie allo storico scambio di articoli con la Fallaci sugli attentati dell'11 settembre. Questi italiani in Asia, tra l'altro, erano davvero pochi a quei tempi, in confronto al gran numero di turisti che volano oggigiorno da Milano o Roma verso Bangkok, Kuala Lumpur, Hong Kong o Singapore: la maggior parte degli stranieri che battevano la zona proveniva infatti dai paesi anglofoni, dal nord Europa o dal Giappone.
 
All'inizio, colpito dalla sua originalità e da quel suo modo accattivante di raccontare gli aspetti più curiosi delle società orientali, avevo pensato di essere rimasto uno degli ultimi sprovveduti a non averlo ancora sentito nominare. Poi, via via che proponevo i suoi titoli a chi mi chiedeva un consiglio su qualche libro sull'Asia, mi rendevo conto che questo autore era rimasto misteriosamente sconosciuto ai più. Non sono stato di certo né il primo né l'unico, ma credo che Terzani debba anche all'opera di "propaganda" portata avanti da gente come me se il suo indice di popolarità è andato crescendo in maniera esponenziale durante gli anni '00.
 
Da allora ho fatto in tempo a scoprirlo, incuriosirmene, infatuarmene, distaccarmene e infine a disinnamorarmene. Leggevo nel 2001 e 2002 quel che aveva scritto negli anni '70, '80 e '90, e nutrivo una naturale quanto ingenua convinzione che il pensiero di quel Terzani fosse quello del periodo in cui sfogliavo i suoi libri. Quando cominciai a confrontarmi con ciò che stava effettivamente scrivendo a quel tempo lo trovai invece eccessivamente moralista, un po' pedante e anche piuttosto scontato. Una versione raffinata di un frequentatore medio di certi circoli radical chic, o centri sociali un po' troppo alla moda, per intendersi. Per carità, posizioni rispettabilissime, ma certo non arricchite da quella capacità di ficcare il naso negli angoli in cui la maggioranza non osa e di osservare le scene che vi trovava da un'angolazione speciale, originale, condita di umorismo, propria di chi si imbatte in un mondo diverso dal suo, lo rispetta, cerca di capirlo ma al contempo sa anche criticarlo e riderci su, quando serve; capacità che lo aveva invece caratterizzato anni prima. Mi sembrava quasi che volesse far prevalere la conclusione soggettiva sull'osservazione oggettiva, cercando a volte di astrarre un po' forzatamente. Che mirasse spesso a indottrinare il lettore, a combattere crociate piuttosto che informare e raccontare. Ma soprattutto che si fosse in un certo modo schierato - proprio lui - dando l'impressione di essere stato investito da quella ventata di sensi di colpa che aveva già soffiato sulle coscienze di molti altri, di voler a tutti costi presentare ciò che era estraneo al mondo occidentale come qualcosa di comunque eticamente superiore, anche quei particolari che anni prima lo avrebbero insospettito o magari fatto sorridere. In poche parole non mi stuzzicava più.

Ma forse, pensandoci bene, considerando a posteriori la sua opera integrale, risulta che lo spartiacque tra il Terzani che mi piace e quello che mi piace meno non è tanto temporale quanto di argomenti. Resto convinto del fatto che si sapesse esprimere al meglio quando affrontava temi di costume e società, mentre diventava più ordinario, se non addirittura banale, quando si occupava di politica e morale.
 
Oltre che per le numerose ore di piacevole lettura e i notevoli spunti di viaggio sono grato a Terzani per una risposta che diede a una mia lettera con cui gli chiedevo consigli di vario genere, in cui mi incoraggiava così:
"Non bussi timidamente alle porte. Ci metta un piede per tenerle aperte...e scriva, fotografi, CAPISCA. La prova del dolce è nel mangiarlo." (Novembre 2002)
 
Lo ringrazierò sempre anche solo per avermi risposto - a differenza della maggior parte dei suoi colleghi a cui mi sono rivolto. Pur non essendo riuscito a seguire appieno i suoi consigli rimango dell'opinione che il miglior Terzani si ispirasse proprio a quei principi, anche se forse in età avanzata se ne era un po' allontanato.

E poi bisogna ammetterlo: "La prova del dolce è nel mangiarlo" è un aforisma letteralmente de-li-zio-so.