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La fortuna di essere nati in Europa

Ho appena letto un interessante articolo sul Corriere che mi ha dato la possibilità di riflettere su tante cose osservate durante i miei viaggi in Asia. Ecco il link.
Quel che dice l'autore è tutto vero.

Padovani, i globalizzati de noantri

Una quindicina di anni fa, a Padova, quando dicevo di aver provato il sashimi parecchia gente cominciava a sbeffeggiarmi, mimando vomitate, attacchi di tosse e dolori di stomaco, e mi dava dell'incosciente per aver mangiato pesce crudo. Oggi gli stessi saggi si incontrano in Piazza dei Signori (ah, l'ironia del nome...) e si salutano mormorando konnichiwa e konbanwa, con le braccia aderenti ai fianchi e l'accenno di un inchino, prima di buttarsi in una conversazione stereotipata che comincia sempre con: “Guarda, ieri ho mangiato un sushi che non ti dico...”. Sono gli stessi padovani della globalizzazione de noantri, quelli in onore dei quali le osterie del centro sono state sostituite dai wine bar, i geni che hanno preferito lasciare che si chiudesse Mirco Buso per aprire una trattoria toscana DOC, fallita miseramente nel giro di qualche mese.

Forse il miglior museo di guerra che abbia mai visitato - Nanjing, Cina

300000 vittime in una sola città
Sbarchiamo alla stazione centrale di Nanjing, diamo occhiata a Google Maps e prendiamo la metropolitana per Yunjinlu. Seguendo (male) le indicazioni della mappa affissa in stazione entriamo al museo (gratuito) della seta e dei broccati. Capiamo subito di aver toppato ma facciamo comunque un giro tra bachi, telai e tuniche. Poi usciamo a farci arrostire di nuovo dall'insopportabile canicola estiva della Cina centro-orientale e arriviamo quindi al museo giusto, quello del massacro di Nanchino.
La struttura si sviluppa in parte tra padiglioni climatizzati e in parte all'aperto (grande sofferenza...era meglio venirci in primavera). Centinaia di visitatori passeggiano tra sculture e installazioni commemorative, ricostruzioni, bunker, vere (e parecchio macabre) fosse comuni riportate alla luce dai recenti scavi e una stupenda esibizione fotografica, che vi consiglio di lasciare come chicca finale. 
Ovviamente per concentrarsi sul valore dell'esposizione bisogna grattare via l'inevitabile patina di retorica e ricordarsi di tralasciare per qualche ora la strumentalizzazione da parte del governo cinese degli eventi storici e del conseguente odio contro i giapponesi per biechi fini di predominio regionale. Le belle frasi del tipo "perdonare ma non dimenticare" in questo contesto suonano particolarmente vuote. Quel che penso a proposito di questo rancore pilotato l'ho già scritto qui, qui qui
Si tratta comunque di uno dei migliori musei di guerra che abbia visitato. Certo, anche quelli di Hanoi e Saigon possono vantare dei pezzi esposti di prima categoria ma le strutture che li ospitano e la cura dei dettagli sono di livello nettamente inferiore. Al museo di Nanjing la qualità tocca in maniera trasversale numerosi aspetti: architettonico, artistico, storico e documentale. Per giunta l'ingresso è completamente gratuito, per tutti. Se vi trovate di passaggio nella Cina orientale (in particolare a Shanghai e dintorni) vi consiglio vivamente di andarlo a visitare.

Un altro po' di foto:

Posto che vai...sistema per lavarsi il culo che trovi - con galleria fotografica

Bidè fiorentino dell'amico LMB
Ho sentito spesso degli italiani lamentarsi per aver scoperto che in alcuni paesi i bagni sono privi di bidè, scoperta che ha instillato in loro un dubbio atroce...ma quelli non si lavano il culo dopo aver cagato?
Eh, purtroppo in alcuni paesi non lo fanno. Usano la carta, grattano, grattano, e poi gettano, gettano, fino a quando l'ultimo rettangolino bianco che hanno utilizzato non presenta più le classiche tracce a frenata marroni. Purtroppo alle volte hanno dovuto grattare talmente tanto che alla scomparsa dei residui di merda si è accompagnata l'apparizione sulla carta del rosso del sangue. La cute nella zona del corpo interessata all'operazione di levigatura è infatti piuttosto delicata.

A volte però l'assenza del bidè non significa necessariamente che in quel posto non ci si lavi il sedere prima di alzarsi dal cesso. Ecco appunto, sottolineo il prima. In Italia infatti per lavarci dobbiamo necessariamente alzarci, fare un paio di passi, girarci e sederci di nuovo, su una superficie di ceramica tra l'altro, che non essendo protetta dalla tavoletta di plastica in inverno può diventare fastidiosamente fredda. Il bidè in effetti non è necessariamente la soluzione migliore al problema del sedere smerdato.

L'incubo del viaggiatore solitario/1 - Tokyo, Giappone

The Nightmare, Henry Fuseli, 1781
Quali sono gli incubi più comuni di chi viaggia da solo, lontano da casa, in un luogo alieno, dove la gente parla un'altra lingua e pensa in modo diverso, in cui vigono altre usanze, tradizioni, valori e leggi? Forse essere aggredito in un vicolo immondo e buio da un manipolo di ragazzini strafatti di crack, con gli occhi gonfi e lucidi, la pancia vuota e delle lame luccicanti in mano? O che qualcuno ti piazzi due etti di eroina nella borsa a due passi dalla dogana di un paese dove vige la pena di morte per reati di spaccio? O sarà imbarcarsi in un volo di una compagnia secondaria in un paese in via di sviluppo e notare cigolii, scricchiolii, vibrazioni, guasti e spifferi quando ormai hanno chiuso i portelloni? O ancora incappare in un gruppo di ribelli armati in un'area desertica, a cento chilometri dal più vicino centro abitato?
Per me no. Non che sia esattamente un intrepido giramondo ma questo genere di sventure, forse perché non mi hanno mai sfiorato, non mi sembrano molto probabili.
L'incubo che mi imperla la fronte di sudore freddo, la mia inesauribile fonte di panico, l'unico motivo per cui potrei non voler girare da solo o fuori dai circuiti abituali, ciò che più mi atterrisce è il pensiero di ritrovarmi seduto al ristorante e dopo aver ordinato, proprio mentre mi sto per rilassare pregustando le pietanze in arrivo, accorgermi di non avere un quattrino in tasca.
Mi è successo due volte. 
La prima in Giappone, nella periferia di Tokyo, fortunatamente non lontano da dove abitavo. In quell'occasione feci in tempo a papparmi un'intera ciotola di riso e manzo prima di infilare la mano in tasca per trovarvi niente più che la speranza di possedere una mazzetta di yen. Come spesso capita in Giappone il cuoco/cameriere/cassiere che stava al di là del banco a cui sedevo non parlava una parola in inglese: mi guardava confuso mentre col coltellaccio continuava ad affettare le sue verdurine. Frugai nella borsa e ringraziai la buona sorte quando vi trovai dentro il passaporto. Glielo porsi e con gesti ampi e lenti gli feci capire che sarei tornato al più presto. Arrivai a casa in apnea, presi tutti i soldi che avevo e rotolai giù dalle scale. Entrai al ristorante paonazzo, madido e sul punto di morire di asfissia, con un groviglio di yen stretti nel pugno come il testimone di una staffetta. Quando lo pagai, il cuoco, con l'espressione impassibile di una maschera del teatro Kabuki, poggiò il machete, sfilò il passaporto da sotto il banco e me lo porse. 
Gli ho lasciato il passaporto, pensavo mentre tornavo. Il passaporto. Beh, ma in Giappone uno si può fidare, almeno qui. Ma poi ricominciavo: gli ho lasciato il passaporto, il passaporto...ma se uno non si fida del prossimo nemmeno in Giappone, allora...ma come si fa, il passaporto...

Una nuova stirpe di samurai - Mae Hong Son, Thailandia

Ponte giapponese, Pai, di Fabio
È il settembre del 2001. Sono crollate da poco le Torri Gemelle e da poco è crollata anche la mia prospettiva di una carriera solida, un posto fisso, le promozioni, lo stipendio assicurato, la pensione alla fine, gli annessi e i connessi. Crollata nel senso che l'ho abbattuta io, non che se ne sia venuta giù da sola o che qualcun altro mi abbia dato una mano a demolirla. 
Ma non divaghiamo. È il settembre del 2001, dicevamo. Sono sbarcato in Asia da poco, deciso a visitarne la fetta più grande possibile prima di terminare i risparmi. La strada che collega Chiang Mai e Pai è lo stesso tracciato tortuoso e sottile segnato tra i monti e le valli della provincia di Mae Hong Son dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Pai sta cominciando a svilupparsi: ci sono varie guest house, qualche agenzia che organizza trekking e noleggia biciclette, dei ristorantini e un paio di bar con dei cowboy siamesi che suonano country e folk dal vivo. Le ondate di turisti thai cominceranno a inondare il paesino fra qualche anno, per ora arrivano soltanto poche decine di giovanotti stranieri al giorno. E lo fanno a bordo di uno sgangheratissimo micro-autobus costruito su misura per nani bambini, sgargiante di vernice colorata e ruggine, rumoroso, rovente e pieno come un budello costipato. I minivan ad aria condizionata non percorrono ancora la tratta, men che meno i piccoli aerei che atterrano lì vicino oggigiorno. Se non hai un'auto o una moto l'autobus dei Playmobil è l'unica alternativa che ti resta. I passeggeri stranieri si mescolano con un numero sproporzionato di thai, che poi thai nel senso stretto del termine non sono visto che appartengono quasi tutti alle minoranze etniche che popolano la zona: Shan, Karen, Akha, Lisu, Lahu. Li dividono - o li uniscono - sacchi di riso, cibo, scatoloni di elettrodomestici e utensili, pollame, prodotti ittici e altri oggetti misteriosi. I sedili da un posto e un quarto ospitano di media tre o quattro passeggeri, che nel caso siano occidentali di dimensioni standard devono trovare il modo di gestire la scomoda presenza delle loro ginocchia. Altri stanno accovacciati su un panchinone incandescente che copre gli elementi meccanici del mezzo, a lato del conducente. I restanti si accalcano nel corridoio.
Cedo il posto a una signora oberata da una pesante cesta che porta in spalla come fosse la cartella di uno studente. Sorrisi e complimenti mi inondano. È popolarità a basso costo, un lusso che ti puoi permettere soltanto in situazioni del genere. Poco dopo il mezzo comincia a scoppiettare, rallenta, poi riprende, grugnisce ancora, tossisce, sussulta e a metà di un pendio piuttosto inclinato si spegne. L'autista ci dà dentro con l'accensione, il congegno di avviamento lo asseconda lanciando urla strazianti nel tentativo di svegliare il motore ma non c'è niente da fare, costui è sordo. Bisogna scendere e considerati i problemi di temperatura, spazio e olfatto nessuno degli stranieri la prende male. I locali, come spesso accade in Asia, subiscono gli eventi senza particolari cambi di espressione facciale. Dopo una mezzora però il sollievo della sosta lascia spazio a qualche sbuffo, che in pochi minuti si trasforma in irrequietezza dichiarata. Poi accade qualcosa. Passa un pick-up giapponese, l'unico turista thai presente (col senno di poi lo definirei una sorta di pioniere) lo ferma, chiede un passaggio e poi fa un cenno verso il resto della truppa. Una decina di stranieri trova posto a bordo del mezzo che pochi secondi dopo è già sparito dietro un tornante. Chi è rimasto a terra ha capito il trucco e si organizza per fermare la prossima auto. Io sono stordito da caldo e crampi e non ho ancora deciso se restare o accodarmi. Come al solito rimando e aspetto che qualcosa o qualcuno arrivi a darmi un suggerimento. L'oracolo si presenta sotto le sembianze di Makoto, un ragazzo giapponese tutto sorrisi, energia e idee chiare. Dieci secondi in sua compagnia funzionano meglio di un bottiglione di Redbull.
"Io resto, guarda come si stanno dando da fare per riparare il mezzo e portarci a Pai. Non li posso abbandonare così..."
Per un attimo non reagisco, poi la forza della frase e del proposito mi colpisce come un pugno di Mike Tyson. Penso che sarebbe bello mettersi a piangere di fronte a certe manifestazioni di umanità, ma non mi sembra la situazione più appropriata e opto quindi per un sorriso.
"Ma sì, resto anch'io! E poi che fretta c'è, mica mi stanno aspettando..."
Non ci mettono molto a riparare il guasto e nel giro di un paio d'ore siamo a Pai.
Di solito quando pensiamo agli stereotipi ci vengono subito in mente immagini negative. Italiani-furbacchioni, tedeschi-antipatici, francesi-snob, giapponesi-creduloni che fanno foto. Ecco, Makoto è l'esemplificazione di uno stereotipo del Giappone che a me invece fa impazzire. L'aderenza a un'idea, a un principio, non necessariamente politico o nazionalista ma come in questo caso di solidarietà umana, di buone maniere, di riconoscenza, di comprensione e compassione. La resistenza alla tentazione, il rifiuto della via semplice, il non campare scuse, nemmeno con se stessi. Forse è un retaggio della cultura samurai, o almeno a me piace vederla così. E il tutto condito da sorriso e positività. Ecco perché dopo i cinque secondi di sbigottimento la commozione ha provato a farmi venire gli occhi lucidi.
Il grande Makoto. Proseguiremo il viaggio assieme per qualche giorno. Sarà lui a organizzare una mini-festa per il mio compleanno in un ristorantino, coinvolgendo anche le cameriere che contribuiranno con un succulento e coreografico piatto di frutta in omaggio. E sarà lui a farmi ridere di nuovo quando tornando da una corsa al bagno di una stazione degli autobus, trafelato, ansimante, con la fronte imperlata di sudore e reggendosi la pancia mentre contorce la bocca in smorfie di sofferenza, per scusarsi del ritardo se ne uscirà con: "Sorry Fabio...it waaas an e-me-ru-gen-cyyy!"
Il Grande Makoto, stereotipo d'eccezione. Rappresentante per il sud est asiatico di una nuova stirpe di samurai.

Provincia di Mae Hong Son, Thailandia, settembre 2001

Odiare il tofu, ancora Cina vs Giappone. Chiang Mai - Thailandia, 24 gennaio 2008

Stiamo fermi ad osservare il grande foro sul tavolo, ancora vuoto. Un cameriere arriva camminando come un pinguino. Regge tra le gambe un pesante vaso di argilla colmo di carboni ardenti e con l’ultimo sforzo lo sistema nella sede. Poi ci infila sopra un cilindro metallico che funziona da base per l’ultima parte del sistema: un tappo-griglia che assomiglia ad un monte. O meglio ad un castello conico circondato da un fossato. Con un tocco esperto una cameriera versa nel fossato un paio di mestoli di un brodo che pesca da un pentolino che lascia poi sul nostro tavolo. Il resto del liquido servirà a rabboccare la parte della zuppa che evaporerà durante la cena.

E’ un ristorante in stile mukata: meno di tre euro per un buffet illimitato di manzo, pollo, maiale, pesce, molluschi, granchi, seppioline e calamari giganti, gamberetti, verdura, erbette, tofu e altre pietanze asiatiche di cui non conosciamo il nome. Il prezzo esclude la birra, che si può comprare per meno di un euro a bottiglia grande. Include invece una serie di dessert thailandesi a base di cereali, nonché il gelato.

Cominciamo poggiando sul cucuzzolo del “monte” tre fette di lardo il cui grasso, colando tra le fessure lungo le pendici, scivolerà fino ad adagiarsi sulla zuppa, insaporendola e lubrificando al contempo il metallo della griglia. Ci poggiamo sopra le fettine di carne ad arrostire. Poi versiamo nel brodo le verdure, i filetti di pesce, le seppioline e il tofu. Quindi consegniamo alla cameriera il gamberi, i calamari giganti e i granchi che lei va a cucinare su una griglia a parte, molto più grande di quella che sta sul nostro tavolo.

E’ un ristorante semplice, una specie di grande capannone con varie file di tavoli del tipo appena descritto. Le pietanze sono sistemate sopra un lungo banco che taglia l'ambiente in due parti uguali. Un folto gruppo di camerieri passa in continuazione a riempire i contenitori che si stanno per svuotare. Un posto molto “thailandese”, non turistico, in cui arrivi soltanto se qualcuno del posto te lo ha consigliato.
E’ la seconda volta che mangio qui. Ho proposto ad Aviv di venire a cenarci perché so che lui è sempre a caccia di esperienze del genere e...e perché la prima volta mi era rimasto un po’ il boccone in gola.

A dire il vero era andato tutto bene fino alle ultime foglioline di verdura. Mi era piaciuto il posto, il cibo, la maniera originale di prepararlo, il dover ordinare parlando in thailandese, il sorriso dei camerieri, schietto, non ancora assuefatto alle frotte di turisti che soprattutto in questo periodo prendono d’assalto la deliziosa città. E pure la compagnia, fino appunto a quelle dannate ultime foglie di verdura bollita. Poi successe qualcosa, e ovviamente l’insalata non c’entrava nulla, se non come spartiacque tra una bella serata e tre quarti d’ora da dimenticare. Che infatti successivamente ho cercato di mettermi alle spalle e in fondo allo stomaco con non so quante altre birre mandate giù di fretta in un paio di locali aperti fino a tardi.

Quella prima volta mi ci aveva portato Joyce, che ci era già venuta con dei suoi amici di qui. Joyce è una ragazza cinese che conosco dai tempi in cui vivevo a Kunming. Gestisce un’azienda di import-export e viene frequentemente a Chiang Mai per acquistare prodotti tessili e artigianato locale. La incontrai qui a dicembre, per caso. Mi vide passeggiare mentre stava seduta ad un caffè, e corse fuori a chiamarmi. Chiacchierammo un po’ e la sera stessa mi portò a mangiare mukata.

Joyce è una ragazza carina, simpatica, che parla un buon inglese. Senza avere in mente qualcosa di preciso sui possibili sviluppi della serata, mi svolazzava addosso un velo di buonumore e percepivo un vago senso di un’aspettativa non meglio identificabile. Per uno come me, abituato ad uscire da solo la maggior parte delle volte, a caccia di avventure e botte di vita, uno che si annoia nelle uscite a due non appena l’aria tarda a caricarsi di elettricità, per uno così questo era abbastanza per poter definire quella una bella serata, originale, di quelle che non capitano spesso.

Mentre con le bacchette rovistavo tra gli ultimi gambi di verdura mi accorsi che erano rimasti sul fondo della zuppa alcuni pezzi di tofu.
Ne vuoi un po’?” chiesi a Joyce.
No, non mi piace il tofu”
Ma dai! Tutti i cinesi mangiano tofu. E’ come trovare un italiano a cui non piace la pasta, un francese che non mangia baguette, uno spagnolo a cui fa schifo il jamon serrano. Non ci credo”
No, hai ragione. E’ che questo è tofu giapponese. Lo odio...”

Più tardi, quando ero ormai da solo, fino a quando l’ennesima birra non spazzò via la sequenza di pensieri che si era srotolata nella mia mente dal ristorante al locale buio e pieno di fumo in cui mi trovavo, lasciando il campo aperto ad altre elucubrazioni dal carattere più leggero e dai contorni meno netti, fino a quel momento non so quante possibili risposte ho provato a formulare per scoprire se e come sarebbe stato possibile incanalare la serata su binari completamente diversi. 

Ma questo tofu non è giapponese”
Oppure: “Paghiamo?”
E la sua variante: “Ho i crampi alle gambe, ci alziamo?”
O magari: “Allora ‘sto tofu me lo pappo io!”
Credo che sotto l’effetto afrodisiaco dell’alcol abbia provato pure il percorso logico che sarebbe scaturito da un’audace: “Allora? Si va in camera tua?” 

Risposte che non ho dato, perché non mi sarebbero mai potute venire in mente dopo un’uscita come quella. Come fare a non concentrarsi su quelle sue ultime due parole? Sulla cattiveria con cui me le aveva sputate in faccia. A me, un italiano, uno che non ha niente a che fare col Giappone. E al ristorante, mentre ci stavamo divertendo, in Thailandia, a varie ore di volo da Tokyo e Nanchino e a tre generazioni di distanza dai tragici avvenimenti a cui voleva riferirsi.
Già, perché l’odio di Joyce non era rivolto soltanto, o proprio per nulla, all’incolpevole tofu. Era rivolto al Giappone, ai giapponesi o, come ha specificato più tardi, al governo giapponese. O all’idea che il governo di Pechino vuole che i cinesi si facciano del governo giapponese. Joyce è infatti il risultato di una forma soft di lavaggio del cervello, di educazione all’odio. Un sistema che agisce sulla mente dei cinesi fin da quando sono fanciulli.

L’odio viene trasmesso ai cinesi in famiglia, a scuola, dalla TV, dai giornali e dalla radio, dall’insieme dei pedanti film patriottici della resistenza all’occupazione nipponica, dalle interviste mirate, dal modo in cui si insegna la storia, dalle manifestazioni studentesche di protesta che non si sa fino a che punto siano spontanee o pilotate. Ma questa è una differenza senza alcuna rilevanza, perché qualche migliaio di giovani come Joyce, pronti ad andare a sfogare in piazza il loro odio genuino e la loro voglia di vendetta per torti non direttamente subiti, in Cina si trovano senza alcun problema. E non c’è sicuramente bisogno di istruirli su come questi sentimenti debbano essere espressi, dopo che glielo si è insegnato per tutta la vita.

Ad uno straniero che vive o viaggia in Cina capita continuamente di doversi sorbire il pistolotto dell’ingiustizia di un Giappone che dopo tanti anni è ancora restio ad assumersi le proprie responsabilità per le atrocità commesse durante il periodo dell’occupazione.
Che si sia trattato di atrocità è assolutamente vero. Basta visitare i musei di guerra di Nanchino o Harbin per rendersene conto. E che alcuni personaggi di spicco in Giappone si comportino in modo a dir poco irrispettoso nei confronti delle vittime di tali atrocità pure. E anche che il governo giapponese ha spesso utilizzato delle politiche poco limpide nella gestione della memoria di quel periodo storico. L’esempio più recente è la revisione dei manuali di storia utilizzati nelle scuole giapponesi, atto che ha scatenato l’ultima grande ondata di indignazione cinese pochi anni fa.

Ma c’è davvero bisogno di esasperare gli animi fino al punto di spingere una ragazza cinese carina, educata, colta, ad utilizzare nel 2008, a sessantanni dal termine dell’occupazione, un tono violento e provocatorio nel bel mezzo di una cena con un amico occidentale, a migliaia di chilometri di distanza dai luoghi degli eventi? In un paese che pur avendo anch’esso subito lo stesso destino (il ponte sul fiume Kwai si trova a Kanchanaburi, non lontano da Bangkok e la strada che da Chiang Mai porta a Pai è stata costruita durante l’occupazione) sembra essere riuscito a voltare pagina e, pur senza dimenticare il passato, ha messo da parte gli antichi rancori. 

Quella sera mi sono illuso di poter rispondere alla provocazione in maniera pacata, cercando di stemperare gli animi, magari utilizzando pure una leggera dose di spirito. Ma mi sono scontrato con un fiume d’odio in piena. E’ stato come cercare di fermare un treno in corsa con una transenna di plastica.
Non ricordo di aver detto alcunché di offensivo, di aver mai alluso ai sospetti di cui parlavo prima. Ma non c’era niente da fare, anche la più politically correct e innocente delle mie osservazioni o domande la irritava sempre più. 

Il termine odiare mi sembra molto forte”
Non è usato a sproposito, si tratta proprio di odio, contro il loro governo, contro quello che fa...anzi no...è...è...proprio odio contro tutto ciò che ha a che fare col Giappone e coi suoi abitanti!”
Ma dovrà pure arrivare il momento di voltare pagina...”
Non chiedere mai ad un cinese di dimenticare. Mai! Non potremo mai dimenticare fino a che loro si comportano così!”
Non intendo dimenticare, ma mettere da parte questi sentimenti forti almeno. Decidere che certe cose fanno parte della storia. Rendersi conto che la maggior parte di chi ha subito i torti e di chi ha commesso gli atti non c’è più”
Ah. Potrei dirti tante cose, ma in inglese non ci riesco. E’ così frustrante!” 

Alla fine, dopo questi ed altri botta e risposta, tutti più o meno sullo stesso tono, ho deciso di scusarmi, senza sapere esattamente per cosa lo stavo facendo.
Mi dispiace, non volevo provocare questa reazione, sto soltanto cercando di capire. Scusami”
Non sono arrabbiata. E che non mi sento a mio agio, è una sensazione molto sgradevole”

Figurati per me, volevo dirle. Ma non l’ho fatto. Dopo quest’ultimo scambio sono rimasto in silenzio. Un silenzio imbarazzante, durato l’eternità di uno o due minuti. Cercavo di pensare a qualcosa da dire. Ma a continuare con lo stesso argomento utilizzando dei toni pacifici ci avevo già provato varie volte, evidentemente senza successo. D’altra parte cambiare discorso mi sembrava un’impresa ancor più difficile e imbarazzante da portare avanti.

Joyce aveva innescato la polemica, aveva usato tutte le mie osservazioni per alzarne i toni , aveva ottenuto le mie scuse e non aveva nemmeno voluto dimostrare di averle accettate. E quel che più mi sorprendeva era la genuinità della sua agitazione. Era davvero sconvolta dal sentimento che l’aveva travolta.
Io rimasi lì, sotto choc per alcuni minuti. E poi in un fastidioso stato di imbarazzo. Alla fine volevo soltanto che tutto ciò terminasse. Desideravo soltanto che ci separassimo per potermene andare a bere qualche birra, da solo. 

Pagammo e ci incamminammo assieme verso il centro.
Che vuoi fare?” le chiesi.
Qualsiasi cosa”
Possiamo andare a bere qualcosa”
Va bene”
Ma la ruvidità del nostro rapporto non s’era appianata e nessuno dei due aveva voglia di dare un seguito alla serata. Arrivati nelle vicinanze del suo albergo lei disse che era stanca e che sarebbe andata a dormire. Io le risposi che non c’era alcun problema e dopo averla accompagnata all’albergo la salutai, mi voltai e tirai un gran sospiro, che non so nemmeno se fosse di sollievo. 

Con Aviv siamo arrivati alla fine della cena. Lui è in silenzio, come spesso gli accade. Io raccolgo gli ultimi pezzettini di pesce dalla zuppa e gli lancio un’occhiata. Mi sorride. Gli ho già raccontato dell’infelice serata con Joyce. Abbiamo discusso spesso di questo argomento, specialmente quando vivevamo assieme a Kunming. La pensiamo allo stesso modo. 

Paghiamo e ci alziamo. Le birre al bar questa sera non le andrò a bere da solo. Che strana coincidenza. Avere il rendez-vous con il ristorante mukata proprio in compagnia di un israeliano. Se sono riusciti loro a lasciarsi alle spalle i problemi con la Germania, perché non potrebbero riuscirci i cinesi con i giapponesi? 

E allora, con la bottiglia di Singha ghiacciata in mano, propongo un brindisi: Alla memoria storica! Al suo vero significato e alla funzione che dovrebbe avere. E al modo migliore in cui andrebbe gestita. Salute!



Unità 731: Cina e Giappone ai ferri corti - Harbin, Cina

Harbin, una notte di treno da Pechino, si trova al centro di quella testa di cane che la Cina è riuscita ad infilare tra Siberia, Mongolia e Corea del Nord.

Alla fine del 19° secolo la Russia zarista ottenne il permesso per la costruzione di una ferrovia che collegasse Vladivostok con Dalian, via Harbin. Arrivò così in città la prima ondata di cittadini russi. Altri ne arrivarono nei primi decenni del ‘900 per sfuggire ai turbolenti eventi che infuriavano nella madrepatria. Non solo gli operai impegnati nella costruzione della ferrovia quindi, ma anche imprenditori, banchieri e ristoratori.

I russi che si incontrano oggi nelle vie del centro sono principalmente turisti o uomini d’affari di passaggio. Ma l’impronta lasciata da quell’esodo sull’architettura e gli usi in città è evidente.

La via principale è costeggiata dai begli edifici in stile che ospitavano le banche, gli alberghi e i ristoranti degli emigranti russi, molti dei quali erano ebrei. Alla fine del viale, a ovest dell’insolito monumento al controllo delle inondazioni, i cittadini possono passeggiare tra gli alberi e le statue del parco Stalin. Ad ogni angolo della città è poi sempre possibile rifocillarsi con numerose e succulente varietà di salsicce, anch’esse un’eredità dell’epoca russa.

Oltre ai palazzi e alle specialità culinarie anche le temperature qui ricordano quelle delle città siberiane. E per celebrare l’inverno la città si veste di ghiaccio. Durante il Festival delle Lanterne gli harbinesi festeggiano innalzando complesse costruzioni di ghiaccio sulla sponda del fiume, giocano a hockey o si esibiscono nelle forme del pattinaggio artistico. Ogni attività ha luogo all’aperto. Persino nella più celebre discoteca della città la pista da ballo è in realtà una pista da pattinaggio sul ghiaccio.

Ghiaccio, ghiaccio e ancora ghiaccio.

Quando se n’è avuto abbastanza, per sfuggire ai morsi del freddo ci si può rifugiare nel Cafe Russia 1914, un locale che compensa l’autenticità perduta con un ambiente caldo e accogliente e deliziose specialità russe.

Uscendo invece dal centro cittadino, per un cambio brutale di atmosfera, la visita alla base giapponese per gli esperimenti di guerra batteriologica (Unità 731) è un’opportunità da non lasciarsi sfuggire.

Dopo l’invasione giapponese della Manciuria, nel 1931 il Maggiore medico Shiro Ishii decise di spostare il laboratorio che dirigeva a Tokyo in una località tranquilla della provincia di Harbin. Ufficialmente l’intento era quello di prevenire disastri batteriologici nella capitale dell’impero, in pratica però era quello di disporre di cavie umane per gli esperimenti del centro.

Per più di dieci anni prigionieri nemici cinesi e stranieri vennero utilizzati in esperimenti effettuati con i germi della peste bubbonica, della tubercolosi, dell’antrace, del colera e molti altri, con cui venivano messi a contatto tramite iniezione, ingerimento o impianto su ferite. La vasta disponibilità di soggetti permise ai ricercatori di effettuare ulteriori test di resistenza al calore, alla disidratazione, all’impiccagione a testa in giù, all’elettroshock, all’amputazione e al congelamento.

Muovendosi tra le esibizioni fotografiche, le descrizioni del museo e i resti degli edifici (fatti saltare dai giapponesi prima della ritirata del ’45) la mente di un occidentale va inesorabilmente a frugare tra gli archivi della memoria dedicati ai campi di sterminio nazisti. Il crudele pragmatismo degli inceneritori per le salme e l’impietosa efficienza degli impianti per l’erogazione di energia o delle camere per l’allevamento delle cavie animali, ricordano le strutture dei campi di Dachau o Aushwitz.

La Base non è soltanto uno strumento per ricordare gli errori del passato ma si collega al tema attualissimo delle manifestazioni studentesche contro l’atteggiamento revisionista del governo giapponese. Nelle sale del museo le didascalie delle foto e le descrizioni contengono spesso delle frecciate velenose all’indirizzo del governo giapponese.

Nelle piazze di Pechino migliaia di cinesi si sono recentemente uniti per protestare – anche violentemente – contro la decisione del Ministero dell’Istruzione giapponese di emendare i capitoli dei libri scolastici dedicati agli orrori dell’occupazione del continente asiatico. Tra i bersagli delle dimostrazioni vi erano anche le frequenti visite ufficiali di membri del governo giapponese alle tombe di noti criminali di guerra.

Di cinesi che si esprimono senza alcuna remora dichiarando di non avere alcuna simpatia per il Giappone e per le sue istituzioni se ne incontrano ovunque. Ma cosa pensano a questo proposito i numerosi giapponesi che vivono, lavorano o studiano in Cina? Tatsuya, un trentenne incontrato a Shanghai, parla di una situazione molto imbarazzante. La comunità giapponese in città è formata da decine di migliaia di individui che nella maggior parte dei casi non gradiscono prese di posizione o azioni del governo di Tokyo che possano mettere a rischio la loro incolumità o anche soltanto il loro quieto vivere in Cina.

Al di là delle motivazioni ufficiali per le recenti manifestazioni, il sospetto è che il traballante presente delle relazioni tra i due paesi si poggi sulle sabbie mobili dei risentimenti cinesi e della voglia dei giapponesi di lavarsi la coscienza da un lato, e della rivalità per il predominio continentale dall’altro. Non molto tempo fa infatti Cina e Giappone si erano già dati battaglia per accaparrarsi i diritti a godere delle forniture di petrolio provenienti dalla Russia.

Il movimento studentesco del 2005 ha poco a che fare con quello di Tiananmen ’89. Il governo cinese formato dagli “ingegneri” del nuovo millennio sembra aver deciso di adottare una pratica che in Cina risale ai tempi di Mao e della rivoluzione culturale, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70: quella della manipolazione delle Università e dei movimenti studenteschi. I libretti con le citazioni di Mao esposti oggigiorno nelle librerie e nelle bancarelle che affollano i marciapiedi di ogni città del paese rimandano a un’epoca che gran parte dei cinesi vuole dimenticare. Tempi in cui quei libretti rossi venivano sventolati da giovani con le braccia fasciate da nastri dello stesso colore, anni segnati da repressione e violenza, profanazioni di templi ed espropri, pratiche crudeli di rieducazione e torture.

Al giorno d’oggi i due paesi per sopravvivere e prosperare hanno bisogno uno dell’altro. La speranza è che entrambi i popoli e i rispettivi governi abbiano imparato qualcosa dagli errori commessi da chi li ha preceduti.