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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

L'approccio

Giudicare, non capire.
Prendere posizione, non farsi un'idea.
Cercare conferme, non punti di vista.
Selezionare strumentalmente, non investigare criticamente.
Questo è l'approccio dell'italiano qualunque alla storia (sempre che ce l'abbia, un approccio alla storia).
Ed è già assurdo così.
Quando poi quell'approccio lo si applica alla cronaca, priva com'è per sua stessa natura di sedimentazione documentale, l'assurdo diventa solo un bel ricordo, e si passa all'orrore culturale.

La sinergia è un fenomeno molto potente, ma è anche una lama a doppio taglio: persino le più insignificanti e mediocri istanze del genere umano, quando si assembrano in branchi e partono alla carica muggendo all'unisono, possono arrecare all'ambiente danni imprevedibili.
In attesa dell'arrivo di nuove consegne di sedativi potenti quali i campionati sportivi (no, non sono messi meglio quelli che snobbano il calcio e seguono le discipline minori) o il ciarpame televisivo, il consiglio è di darsi alla briscola sotto l'ombrellone. Almeno lì l'oggetto del contendere sarà un'innocua scelta della carta da tirare, e il polverone sollevato sarà costituito da semplici granelli di sabbia.

Geopolitica per noi fessacchiotti - Lezione 1: Divide et impera.

Vi consiglio di leggere l’introduzione motivazionale, prima di addentrarvi tra le righe della prima lezione. La potete trovare cliccando qui. Probabilmente i temi trattati vi risulteranno comunque difficili da elaborare, visto il lavaggio del cervello che abbiamo subito per anni. Almeno però avrete chiaro l’ambito della discussione.

Cominciamo l’analisi con una domanda. È meglio per un soggetto geopolitico controllare mezzo mondo o nulla? Non è difficile dai, neanche per dei fessacchiotti della geopolitica come noi: è meglio controllare mezzo mondo. Sì, certo, avere sotto controllo il mondo intero sarebbe meglio che controllarne mezzo, però se la storia ha piazzato sulla scacchiera due giocatori dalla forza equivalente non ti resta che accontentarti di mezzo mondo. Che non è poi male, comunque.
Abbiamo stabilito così il primo punto fisso della nostra teoria, che a me sembra semplice, ma assicuratevi di averlo compreso a fondo, altrimenti ciò che segue vi risulterà piuttosto oscuro.

Poniamo ora un’altra domanda.

Vale la pena rischiare di perdere la metà del mondo che si controlla, tutta o in parte, per cercare di accaparrarsi anche l’altra? Di nuovo, non occorrono esperti di teoria dei giochi, psicologia o strategia militare per capire che la risposta è no. Meglio tenersi la propria metà, lasciando al presunto nemico la sua. Siate certi di aver digerito anche questa conclusione parziale, prima di procedere. Non vedo come potreste cavare un ragno dal buco, altrimenti.

Visto che quanto detto sopra vale per entrambi i giocatori, da dove possono arrivare quindi i pericoli? Da parti terze, ovviamente. E queste parti terze devono stare necessariamente all’interno delle due aree di controllo, visto che queste coprono praticamente tutto il globo. Come fare dunque per evitare che qualcuno alzi la testa e disturbi lo status quo? La tattica migliore, da millenni a questa parte, risulta essere quella che i romani chiamavano "Divide et impera". Fai in modo che la sudditanza si spacchi in due e impieghi tempo, energie e risorse confrontandosi. Di conseguenza non ne avrà a sufficienza per ribellarsi ai rispettivi sovrani. Ed ecco che i fessacchiotti si dividono in pro o anti USA, pro o anti Russia. Leggono le fonti mainstream o quelle anti-mainstream. In altre parole: spazzatura mediatica di tipo A e spazzatura mediatica di tipo B. Quindi a qualunque fonte ci si abbeveri, sempre acqua intossicata si ingerirà. Tutti strumenti funzionali ai due pseudo imperi, i quali in realtà sono due componenti dello stesso macro impero, chiamiamolo "Macro Villano Impero", che governa col pugno di ferro su tutto il globo. Esempi di ribellioni schiacciate col tallone rinforzato dei tank e dell’aviazione dai due pseudo imperi ne abbiamo a bizzeffe, sia in epoca di guerra fredda sia nel periodo successivo, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Ah, se per caso vi steste chiedendo a chi si rivolga questo post, beh, si rivolge a noi, a voi, a te, a me.
Therefore, send not to know
To whom this post talks,
It talks to thee.


Geopolitica per noi fessacchiotti - Intro motivazionale

Non capisco come possiate ancora dividervi tra simpatizzanti di USA o Russia. Due imperi di merda che dal 1945, ma anche prima, rompono i coglioni a tutta l’Europa e a tre quarti del resto del mondo. Il divide et impera lo formalizzarono i romani, ma esisteva già da un po’, e lo conosciamo da millenni. MILLENNI! Eppure niente da fare: i somari non hanno ancora capito un pene e continuano a scalciarsi sui testicoli.
Sono anni, ANNI!, che ho le bacheche social piene di interventi a favore dell’uno o dell’altro impero del male. Sembra di vivere costantemente un lunedì post-derby reiterato all’infinito. Purtroppo però non si tratta di calcio.
Ma vi pagano la CIA e l’FSB? Quando cazzo vi svegliate e capite quali sono i vostri stessi interessi, porcozzio?


La sicurezza della dimensione temporale discreta - Mosca, Russia

La metro di Mosca è un'opera d'arte

La scorsa settimana in una mostra d'arte contemporanea allestita al Manezh di Mosca mi sono fermato davanti a un grande schermo in cui veniva proiettato uno dei vari video a ciclo continuo. L'autore immaginava che gli utenti dell'enorme rete metropolitana cittadina non appena messo piede sulle scale mobili entrassero in una nuova dimensione, una specie di mondo parallelo in cui il tempo avanza per quantità discrete, quelle degli intervalli tra le fermate e dei tempi di scorrimento degli ingorghi all'uscita. L'unico modo per riappropriarsi dell'esperienza temporale individuale, sostiene la didascalia dell'opera, è staccarsi dal gregge, camminare in direzione opposta, fare qualcosa di inusuale, differente, controcorrente.

Sarà. A me sembra però che la massa plastica della gente che intasa i colli di bottiglia agli imbocchi delle scale mobili - un elemento per niente discreto, anzi continuo, omogeneo, quasi liquido - ti trasmetta sicurezza, fiducia, calore umano oltre che fisico, soprattutto quando stai incuneato tra la panza molle di un beone e il culo prominente di una stangona moscovita. 

Poi ti ricordi che anni fa un gruppo di invasati ha spruzzato del gas nervino nella metro di Tokyo, causando una strage, e che in casi come quello più folta è la massa e più alto è il numero delle vittime, e ti viene da dare ragione all'artista, non tanto per riassestare le lancette del tuo orologio personale quanto per salvare il tuo prezioso culo. 

Ma resta il fatto che abbandonare il capezzolo di quella tetta gigante, sensuale e ondulante, anche se causa di sconvolgimenti temporali, non è per niente facile.

La strada degli artisti grotteschi - Pattaya, Thailandia

Natale a Pattaya

C'è una stradina a Pattaya: è l'ultimo tratto di Walking Street, sul lato del porto. Se Walking Street fosse un intestino, un bel budello pieno di feci e liquame (metaforici e reali), questo sarebbe il suo retto, lo sfintere, insomma...il buco del culo, ecco.

E' un luogo piuttosto buio (ciò non sorprende, considerata l'analogia anatomica), senza bar, ristoranti e discoteche. Soltanto il lungomare da un lato e degli alberghi dall'altro. La musica dei locali vi arriva smorzata e ci si può godere un relativo silenzio. Verso sera dei giovani thailandesi arrivano muniti di chitarre, si siedono sul marciapiedi e cantano delle canzoni. Non in thailandese o in inglese, come tutti si aspetterebbero, o come succedeva fino a tre o quattro anni fa. No, questi cantano in russo. Siamo vicini a un complesso di discoteche (Mixx, Lima Lima) frequentate principalmente da turisti russi, e questi busker si esibiscono proprio per loro. In russo quindi. Folti gruppi di russi più o meno brilli si fermano ad ascoltarli e i più spavaldi li accompagnano cantando. Spesso male, è vero, ma alla fine pagano, e per questo vengono sopportati e graziati.

Poco più avanti c'è una fila di ritrattisti e caricaturisti: producono dei dipinti dozzinali che si trovano un po' dappertutto. Poco prima della grande insegna luminosa, con un po' di (s)fortuna ci si può imbattere in due dei personaggi più pittoreschi della zona.

Una è una donna. Espone la foto del figlio e un cartello in cui spiega agli spettatori (se ce ne sono) di esibirsi per guadagnare il denaro necessario per mandarlo a scuola. Sale su una pedana con un tamburello in mano e tenendo un ritmo tutto suo canta delle canzoni (in thailandese) da far accapponare la pelle. Stonata, fuori tempo, gracchiante, senza alcuna melodia. Ma, se quel che dice è vero, lo fa a fin di bene. Tuttavia, considerando lo scarso successo, se vuole davvero che il figlio non finisca a guidare un tuk tuk le conviene farsi venire qualche altra idea.

Proprio alla fine della via, seduto come un bonzo tra venditori di rose e spacciatori, sta un tizio grassottello che canta a ciclo continuo la famosa canzonetta "Pattaya, Pattaya", personalizzandola con delle strofe in russo. Quando i passanti russi soprappensiero se ne accorgono scoppiano a ridere, si fermano e spesso gli lasciano una mancia. Canta male, conosce non più di dieci parole in russo ma riscuote un buon successo. La tizia del tamburello dovrebbe imparare da lui.

Questa versione pattayana di una Rue des Artistes finisce qui, proprio dove Walking street sfocia nella piazza del porto, tra puttane, puttanieri, ruffiani, venditori ambulanti, ballerine da discoteca, luci al neon, musica ad alto volume, spazzatura e la solita puzza che aleggia sopra ogni strada del sud est asiatico. 



La tizia del tamburello, se riuscite a vederla

15 ore: una guida raffazzonata all'Aeroporto Internazionale di Mosca (Sheremetyevo)


Che coincidenza malefica, sono appena atterrato a Sheremetyevo e il mio prossimo volo parte fra quasi quindici ore. Quando ho comprato il biglietto avevo in mente un programma diverso e non me ne sono preoccupato. Avevo organizzato una sosta di una decina di giorni a Mosca, ospite di C, un amico che insegna Italiano a studenti russi. C'ero già stato l'anno scorso e me l'ero passata davvero bene. Ho ancora in mente tutte quelle originalità moscovite, il fascino da macchina del tempo di San Pietroburgo e se chiudo gli occhi e mi concentro sento in bocca la vampata della vodka e il sapore acidulo del borscht. Avrei pagato una piccola penale alla compagnia aerea e il problema dell'attesa sarebbe stato azzerato. Purtroppo però il biglietto che avevo comprato era in super-promozione e la piccola penale si è rivelata essere pari alla metà del prezzo iniziale. Considerando che ci sarebbe stato da aggiungere il costo del visto e che recentemente ho dovuto sostenere altre spese impreviste, ho dovuto rinunciare.

Quindidici ore quindi. Ho avuto il tempo di visitare la struttura in lungo e in largo. Mi sono mosso tra i terminal D, E e F, che sono gli unici a cui si può accedere senza attraversare la dogana. E' comunque un'area molto estesa, per percorrerla dall'estremità est del terminal F a quella ovest del D ci si può mettere anche più di mezzora, a seconda dell'affollamento e delle distrazioni. Inoltre il posto presenta le sue curiosità.

Sono arrivato da Venezia al terminal F, che è quello più vecchio, lo stesso in cui sbarcai la prima volta che venni in Asia, partendo da Berlino nel 2001. E' abbastanza brutto, trasandato, angusto, scuro, i bagni sono disposti male, non è facile trovare delle prese elettriche e le zone per fumatori non sono chiuse (ci sono semplicemente delle isole con posacenere sparse qua e là nel mezzo delle sale d'aspetto). Ha comunque i suoi lati positivi. Esistono delle file di sedili senza bracciolo (le uniche in tutto l'aeroporto) su cui all'occorrenza è possibile sdraiarsi. Sono però piuttosto scomode, meglio avere qualcosa di imbottito da metterci sopra. E' possibile cambiare denaro presso degli sportelli automatici, ci sono a disposizione dei carica batterie per i telefoni cellulari e le macchine a moneta distribuiscono anche birre in lattina da 500cl per 100 rubli (poco più di due euro). Per chi vuole farsi una birra senza spendere un capitale ai soliti bar/pub/ristoranti fighetti da aeroporto c'è in realtà anche un'opzione migliore: alcuni duty free vendono bottiglie a due euro e lattine a un euro e mezzo (da 33cl). Parlo di birra perché è quello che ho comprato io per agevolare il sonno in volo (va beh, insomma, anche perché mi piace, dai) ma ovviamente sono in vendita bibite di ogni tipo. Altro dettaglio vantaggioso: questi negozi accettano gli euro in moneta. I duty free sono disponibili anche agli altri terminal, le macchinette con le birre invece no. Ho anche notato che è possibile comprare delle bionde medie per due o tre euro al Burger King del terminal E. Qui anche un pasto costa più o meno la stessa cifra. Un'altra alternativa per mangiare economico è offerta da alcuni banchetti di salsicciotti e hot dog sistemati al terminal F. O i pacchi di patatine ai distributori automatici. Per chi ha soldi da spendere le scelte migliori sono i caffè e i ristoranti ai terminal E e D, in quest'ultimo ci sono anche un paio di filiali della catena americana Friday's. Io mi sono arrangiato mangiando il cibo impacchettato del primo viaggio, che non avevo ancora aperto. Avrò comunque la possibilità di godermi dei pasti più sostanziosi a bordo (la cucina dell'Aeroflot non è per niente male) e di abbuffarmi a dovere a Bangkok. Le birre le ho comprate invece con gli euro che avevo in tasca. L'acqua non mi è servita, era inclusa nella birra.

I terminal E e D sono nuovi, luminosi, spaziosi, arredati bene. Le prese della corrente sono numerose e i sedili delle sale d'aspetto sono ben imbottiti, ma purtroppo hanno tutti i braccioli, cosa che rende impossibile sdraiarsi, a meno che non siate dei maestri del contorsionismo come quel pronipote di Houdini della foto qui sotto. 



Ci sono comunque delle zone del pavimento rivestite di moquette dove è possibile stendersi in pace. Un'intera parete del terminal E ed entrambe quelle del D sono costruite in vetro, un dettaglio che rende possibile osservare i velivoli in fase di manovra e decollo, uno dei miei passatempi preferiti. I terminal sono disposti su piani diversi, se avete un carrello potete usare gli ascensori, per trovarli seguite le indicazioni per i disabili a terra.
I bagni di tutti i terminal sono forniti di rotoli di ottima carta vetrata. Da un'analisi sommaria delle tracce di sangue che ho trovato nei cubicoli penso che l'effetto abrasivo sia ottenuto con un velo fitto di frammenti di diamante. I maschietti che devono fare la cacca e le signore sono consigliati di utilizzare i bagni ai terminal E e D, dove la dimensione delle schegge sembra essere leggermente più piccola.

Quando state ammazzando il tempo, se siete uomini cercate comunque di non sbronzarvi, dormire troppo o tenere sempre gli occhi fissi sul computer, il libro o gli aerei: ogni tanto alzate lo sguardo, ci sono certe ragazze russe da mozzare il fiato! Se siete donne invece continuate pure a fare quello che stavate facendo. Se siete accompagnate...siate comprensive!

Quindici ore all'aeroporto di Mosca dunque, trentadue complessive da porta a porta. Eppure quando il carrello tocca il suolo siamese (in Aeroflot scatta ancora l'applauso di partito al tovarish pilota) mi sembra quasi di essere stato trasportato da un mondo a un altro, in un batter d'occhio, dalla flemma del caffè sorseggiato in una piazza medievale a quella del ristorantino thailandese dove un buddhista baffuto frigge aglio e peperoncino chiacchierando con un pezzente che raccoglie bottiglie di plastica. Così, in poche ore, in una scatola di sardine volante, circondato da uomini in cravatta, bambini intristiti e donne truccate, senza essermi goduto quel che ci sta in mezzo: deserti, steppe, praterie, cammelli, orsi, aquile, chiese, templi, moschee, cibo puzzolente, tè speziato, spiagge, colline, ghiacciai. Non posso imborghesirmi in questo modo, non io, non così, non troppo spesso almeno. Una di queste volte la faccio via terra. Giuro. O quasi.

Intervista "Mordere il mondo" - Radio Radicale

Sono stato intervistato assieme all'amico moscovita Cris Righi da Valeria Manieri, la conduttrice della rubrica "Mordere il Mondo" su Radio Radicale. Si parla di viaggi, di scelte, di libertà, precarietà, insicurezza, italianità, italiani all'estero, italiani in Italia e altro. Se avete una mezz’oretta libera potete ascoltarla qui.

Nell'immagine uno dei caratteristici faccioni dipinti da Cris Righi (lo stesso che uso come favicon per il blog), mi sembra sia quello che mi cadde sulla testa una notte mentre dormivo nel suo soggiorno-studio a Mosca. Fortunatamente mi centrò di piatto e non di spigolo!

Risvolti imprevisti - Pattaya, Thailandia

Per quanto possa sembrare quasi impossibile temo sia già successo: il numero giornaliero medio di turisti russi a Pattaya potrebbe aver superato quello delle prostitute del posto, o così sembra, almeno in alta stagione. E apparentemente le cifre sono destinate a salire. Non so se mi spiego, stiamo parlando di Puttaya...ups, scusate, volevo dire Pattaya!

Il turismo cittadino da anni si fonda principalmente sull'ampia ed economica offerta di sesso, precisamente dai tempi della guerra del Vietnam, quando i G.I. americani venivano qui per rilassarsi, distrarsi e divertirsi.

Le ondate di turisti russi che si infrangono sulla costa del Golfo del Siam da alcuni mesi a questa parte sono invece composte da famiglie, giovani coppie o gruppi misti di amici alla ricerca di alcuni giorni di relax e divertimento, lontano dal duro clima continentale. Un paio di settimane di bel tempo, spiaggia, frutti di mare e vita notturna (che per molti di loro è quella di tipo non peccaminoso) in una località economica e accogliente, con servizi e infrastrutture di buona qualità. E' vero che le spiagge di Pattaya non sono suggestive come quelle paradisiache delle isole del sud ma considerando la vicinanza alla capitale e all'aeroporto internazionale la posizione risulta piuttosto strategica.

Se questa tendenza si rivelerà in grado di portare costanti aumenti dei profitti potrebbe persino convincere le autorità locali a smantellare l'industria del sesso (almeno in parte) allo scopo di sbarazzarsi di una reputazione che molti thailandesi trovano alquanto irritante, frustrante, offensiva e umiliante. Se poi aggiungiamo alle statistiche l'importante contributo del turismo organizzato cinese questa potrebbe non assomigliare per nulla a una storia di fantascienza. Il numero crescente di turisti arabi e indiani invece non conta molto, anzi forse rema contro, dal momento che la maggior parte di loro viene qui per il sesso.

Questo scenario avrebbe però anche dei lati negativi: le autorità dovrebbero infatti gestire la delusione e l'opposizione delle prostitute (non solo donne ma anche gay e travestiti) che per la stragrande maggioranza provengono dalle province più povere del paese e riescono a mantenere le loro numerose famiglie (compresi i figli che molte di loro crescono come ragazze madri) con i proventi del mercato del sesso. Soldi che sarebbero molto più difficili da guadagnare con i bassi stipendi dei lavori ordinari.

Non bisogna dimenticare infatti che in Thailandia la maggior parte delle prostitute si imbarca in quella professione autonomamente e di propria spontanea volontà. Non sono le schiave di alcun protettore, mafia o sistema. Se proprio sono schiavizzate da qualcosa, quel qualcosa è un insieme di necessità. O, in molti casi, la loro avidità.

Nel video: la famigerata "Pattaya, Pattaya song"

Tradizioni in via di estinzione - Mosca, Russia

Riumochnaya na Bolshoi Nikitskoi (in russo Рюмочная на Большой Никитской, ovvero "Bicchierino da vodka nella via Nikitskaya") è uno degli ultimi, forse l'ultimo locale autentico del suo genere a Mosca. Assomiglia a una vecchia osteria italiana: pochi tavoli squadrati sparpagliati in una sala non molto grande, tendine leggere alle finestre che danno sul marciapiedi, il bancone di legno, così come gli scaffali per le bottiglie e i pannelli che rivestono le pareti. Un bagno sgangherato e uno sgabuzzino/magazzino. Dicano quel che vogliono i sostenitori della modernità sofisticata a tutti i costi, per me non serve molto altro per passare un paio di quelle ore di cui sono fatti i buoni ricordi.
Appena entrati si sceglie un tavolo (dopo le sei possono essere tutti occupati), poi si va a ordinare direttamente al banco, sul quale stanno in mostra dei vassoi con i piatti del giorno. C'è un po' di tutto: carne, pesce, verdura, pietanze sia cotte che crude. Mentre la signora scalda le porzioni nel microonde si ordina da bene. Specialità della casa, va da sé, la vodka. La si ordina in grammi (sì, in grammi, quindi a peso, non in numero di bottiglie o bicchieri e nemmeno utilizzando unità di misura volumetriche). 300 grammi riempiono un'ampolla, quantità che basta a far vedere le farfalline a due persone equipaggiate con fegati ben corazzati fino all'ora di andare a dormire.
Quando tutto è sistemato sul tavolo mandiamo giù il primo bicchierino, tutto d'un fiato. Poi per creare il necessario effetto spugna ci sbafiamo uno squisito petto di pollo farcito con panna acida, delle lenticchie e un po' di pane. 
"Tra il primo e il secondo bicchiere non si parla!" La regola russa garantisce che tra le prime due sessioni non trascorra troppo tempo. Ma C. e io siamo degli inguaribili italiani e non ce la facciamo a sottoporci a questo rito da setta alcolica senza lasciarci andare a un paio di commenti prima di buttar giù il secondo bicchiere che, per precauzione, riempiamo solo a metà. Il cibo è davvero buono e ne ordiniamo un altro giro. 
Anche la clientela, conformandosi allo stile del locale, è caratteristica. I personaggi più pittoreschi sono degli artisti sconosciuti, semi alcolizzati. Un poeta i cui versi non hanno mai visto una tipografia ci sente parlare in italiano e si avvicina. Capelli e barba bianca, già brillo, in un inglese rudimentale si lascia andare a passatempi da bar che funzionerebbero anche da noi: battute su Putin e Berlusconi e commenti sull'immigrazione incontrollata, che nel caso di Mosca proviene dalle ex repubbliche sovietiche caucasiche e orientali. Quando la lingua franca non lo aiuta parla in russo con C., il quale traduce per me.
Poi si allontana un attimo, sgraffigna la lattina di Sprite di un signore che legge il giornale a un altro tavolo e la poggia sul suo. L'altro - una sua versione più giovane, con barba e capelli ancora neri - prima sbuffa e si lamenta un po' e poi si unisce a lui. Il nuovo arrivato parla un inglese molto più forbito e si definisce artista anch'egli, senza però specificare il campo. 
Dopo un'altra oretta di battute, commenti, chiacchiere, traduzioni, spuntini e vodka ci alziamo, ci salutiamo come fanno tutti gli ubriaconi che si rispettino - ad abbracci energici, strette di mano scomposte, alitate pesanti e frasi sentimentali - e poi usciamo barcollando dal locale, gustandoci il pizzicotto del freddo d'ottobre sulle guance infiammate dallo spirito. 
Un pezzo di tradizione che resiste nel pieno centro di Mosca, proprio davanti al conservatorio. Così come accanto ai nuovi centri benessere di lusso resistono le banye popolari, centri con saune e bagni turchi che consistono in grandi stanzoni illuminati male e arredati peggio, impianti semplici e strutture alla buona, dove gruppi di amici o colleghi passano qualche ora a chiacchierare e rilassarsi, mentre sudano vicino al forno, rabbrividiscono nella piscina ghiacciata, si frustano con ramoscelli di betulla o quercia o sorseggiano te e spiluccano spuntini all'angolo ristoro.
Sarebbe bastato poco anche da noi per avere ancora la possibilità di godersi una serata così: evitare di sostituire almeno un quarto delle nostre vecchie osterie con pizzerie alla moda o - peggio ancora - pretenziosi wine bar. Ma nella gran parte delle città che conosco lo scempio è un servizio fornito in maniera integrale, e quel piccolo sforzo di conservazione non è stato fatto. Il semplice menu dei vini di un tempo (1. rosso, 2. bianco, 3. prosecco, tutti rigorosamente "della casa") è stato sostituito da una lista di nomi per me incomprensibili che al contrario di molta gente non provo alcun piacere a far finta di conoscere. Bottiglie con splendide etichette di provenienze altisonanti, che nulla hanno a che fare col territorio e la cultura locali, serviti al bicchiere (fantastici calici di cristallo che con saccenteria dell'ultima ora tutti impugnano per lo stelo, rigonfi come botti ma riempiti con parsimonia per un terzo) al prezzo di una bottiglia del vecchio buon velenaccio. 
I tempi cambiano, le tradizioni muoiono. Io, da buon nostalgico, mi diverto a cercarle altrove.

Flessibilità - Mosca, Russia

Il rubinetto perde, l'impianto elettrico non funziona, il forno è rotto o devi installare delle tende in salotto. Il professionista è caro e si fa desiderare: se lo chiami oggi arriverà fra un mese. Nessun problema, c'è il marito a ore. Non stiamo parlando di relazioni extraconiugali o poligamia. Chiami un tizio di cui hai trovato il numero chissà dove, uno che non ha una specializzazione ma sa fare un po' tutto, proprio come i buoni mariti di una volta. Al telefono gli spieghi cosa deve fare e fissi il prezzo, lui arriva a breve, con tutti gli attrezzi e i materiali necessari. Se non sapeva come risolvere il problema si è fatto insegnare il metodo o ha mandato un collega più qualificato. Risolve, lo paghi (a prezzi ragionevoli), arrivederci.

Devi traslocare, spostare un mobile nell'appartamento di tuo zio o sbarazzarti di qualcosa di ingombrante. Sei da solo, non ce la puoi fare. Scendi le scale, esci sul marciapiedi e ti guardi attorno. Appena vedi un immigrato dalle repubbliche orientali dell'ex Unione Sovietica - un kazako, un uzbeko, un tagico - lo fermi.
"Salve, dovrei spostare un mobile"
Lui sa già tutto e non si scompone. Non pensa che sei pazzo né si scompiscia dalle risate.
"Quanto grande? Quanti piani? Dove?"
Spieghi, contratti e lo accompagni. Se servono rinforzi li chiamerà lui.

Hai fatto tardi a una festa, non sei venuto in auto perché sapevi che avresti bevuto un bicchiere di troppo, abiti un una zona non ben servita dai mezzi. Il taxi è caro, e poi bisogna prenotarlo in anticipo. Scendi, ti piazzi al bordo di una strada principale e tiri fuori il braccio, agitando la mano. Non al primo taxi che passa, alla prima auto! Così, a caso. Se non è una Jaguar o qualcuno che va di fretta si ferma di sicuro. E se non si ferma questa lo fa quella che segue. Spieghi al tizio dove devi andare, lui propone un prezzo, se pensi che sia troppo rilanci. Quando vi siete messi d'accordo sali. Non è passato nemmeno un minuto.

Chi l'avrebbe detto che un giorno avremmo invidiato l'ex Unione Sovietica per la sua flessibilità?

Segreto e mistero - San Pietroburgo, Russia

Seguo il flusso umano che scorre senza sosta sul marciapiedi della prospettiva Nevsky fino a quando si diffonde nello spazio immenso che circonda l'Ermitage, poi svolto a sinistra, diretto alla Cattedrale di Sant'Isacco. Quando sono a poche decine di metri da questa versione russa di San Pietro, con la coda dell'occhio noto un foglietto appiccicato a una porta, seminascosta dall'impalcatura dei lavori di restauro del palazzo. Museo di storia della polizia politica. Praticamente un asteroide fortemente magnetizzato davanti al quale mi tramuto in una spilletta per capelli. 
Anche la chiesa però tira parecchio. Resto qualche secondo sul posto, la coscia che traballa seguendo degli impulsi alternati che mi spingono di qua e di là. Elaboro le poche informazioni che ho messo assieme e prendo una brillante non-decisione, rimandando: un classico in questi casi. Il museo chiude alle 18.00 ma dalle 17.30 non si vendono più biglietti. Ho ancora trenta minuti e la cattedrale è a due passi. Vado prima lì e vedo che mi dice: se mi sussurra parole dolci nell'orecchio solleticandomi lievemente il lobo mi ci fermo, altrimenti torno indietro. E così è, solo che per rendermene conto ho impiegato venti minuti abbondanti. Quando apro la porta d'ingresso al palazzo del museo sono già le 17.26. Dopo aver provato due corridoi ciechi imbrocco quello giusto, abbasso la maniglia ma la porta non si sposta. Faccio per andarmene quando sento qualcosa che sferraglia e una signora esce dalla stanza.
"Che c'è?"
"Vorrei visitare il museo."
"Mi spiace, è tardi."
Mormoro qualcosa adottando un'espressione commovente. Lei borbotta qualcos'altro con fare indeciso. E' il segnale che aspettavo, mi avvicino. 
"17.30, orario di chiusura." Dice lei, mentre un'altra signora sbuca dall'entrata incrociando gli avambracci come qualche tipo di arbitro per farmi capire che il museo è chiuso. Mostro l'orologio che segna le 17.28. Lancetta in d4: scacco matto!
"Va bene, seguimi!"
L'esposizione è commentata per il 95% in russo ma la signora mi consegna una dispensa di fogli plastificati con le mappe di ogni parete e le relative didascalie in inglese. Una buona idea che però la dice lunga sullo scarso numero di turisti stranieri che visitano il museo. 
Sono sempre stato affascinato da tutto ciò che ha a che fare con i lati più opachi, sinistri e controversi della storia. Passo in rivista le foto in bianco e nero, fermandomi in adorazione davanti a quelle che mi emozionano di più, leggendo le spiegazioni sulle preziose dispense che sfoglio in avanti e indietro. I tempi delle spie zariste, poi i bolscevichi e la ristrutturazione di Dzerzhinsky. La sua morte, le immagini di Trozky, Stalin, Bukharin e Molotov che trasportano la bara. La CHEKA, il KGB, la guerra fredda, la crisi dei missili di Cuba e gli scambi segreti di prigionieri con gli USA. Le missioni in Afghanistan e Cecenia, il terrorismo interno, l'FSB e finalmente i giorni nostri. 
Nella stupenda sala che fu di Dzerzhinsky mi imbatto in un gruppo con guida. Ma vedi che scelta azzeccata, decidendo di visitare il museo mi sono preso cura di due hobby in un colpo solo: la storia dello spionaggio e le belle donne (l'hobby in questo caso consiste soltanto nell'ammirarle, ovviamente). Ora tra una foto e l'altra non riesco a non lanciare un'occhiata a tre o quattro esemplari di queste stangone che da quando sono arrivato in Russia mi tormentano i pensieri. La loro guida però è una vecchia pedante e logorroica: me le lascio dietro e dopo pochi minuti sono nell'ultima sala, dove la signora della biglietteria, che già era venuta ad aiutarmi prima, mi fornisce altri utili approfondimenti. Indossa un paio di pantofole, le calze pesanti, una gonna-plaid, un maglione infeltrito e occhiali da medico di famiglia. Niente trucco e i capelli sono raccolti, ovviamente. Mi fa pensare a una bibliotecaria da film di serie B, ma anche un po' a Nonna Papera. E' gentilissima. Sminuisce il bel gesto spiegandomi che devo l'opportunità di visitare l'esposizione fino a ben oltre l'orario di chiusura al gruppo di sventole che ho appena visto: avrebbe dovuto comunque aspettare che loro se ne andassero. Chiedo se c'è un guest book e mentre sto scrivendo i miei commenti, scegliendo con cura le parole, mi chiede di non menzionare il fatto che mi ha aiutato personalmente.
"Non sono un'esperta."
"Ma se è stata bravissima!" Rispondo pensando che si tratti soltanto di falsa modestia.
"Conosco qualche dato ma non ho una buona visione di insieme. E poi potrebbe crearmi dei problemi coi miei superiori."
Sembra quasi che si sia fatta risucchiare dall'atmosfera di segreto e mistero che avvolge il posto, come se anche lei tramasse tra le maglie di un'organizzazione che agisce nell'ombra.
"Ah no, allora niente..."
Concludo scrivendo comunque che il personale è molto gentile ed educato. Dovrebbe essere un complimento piuttosto discreto e neutro.
Do un'ultima occhiata alle sventole stivalate che una dopo l'altra affluiscono nella sala e poi esco, mentre le braccia potenti del clima del Baltico mi tirano delle gelide nerbate sul viso. E pensare che è soltanto ottobre. Un ottobre poco rosso, ma piuttosto grigio.

Foto "Colonna di Alessandro, sedia e zaino" di Fabio

Unità 731: Cina e Giappone ai ferri corti - Harbin, Cina

Harbin, una notte di treno da Pechino, si trova al centro di quella testa di cane che la Cina è riuscita ad infilare tra Siberia, Mongolia e Corea del Nord.

Alla fine del 19° secolo la Russia zarista ottenne il permesso per la costruzione di una ferrovia che collegasse Vladivostok con Dalian, via Harbin. Arrivò così in città la prima ondata di cittadini russi. Altri ne arrivarono nei primi decenni del ‘900 per sfuggire ai turbolenti eventi che infuriavano nella madrepatria. Non solo gli operai impegnati nella costruzione della ferrovia quindi, ma anche imprenditori, banchieri e ristoratori.

I russi che si incontrano oggi nelle vie del centro sono principalmente turisti o uomini d’affari di passaggio. Ma l’impronta lasciata da quell’esodo sull’architettura e gli usi in città è evidente.

La via principale è costeggiata dai begli edifici in stile che ospitavano le banche, gli alberghi e i ristoranti degli emigranti russi, molti dei quali erano ebrei. Alla fine del viale, a ovest dell’insolito monumento al controllo delle inondazioni, i cittadini possono passeggiare tra gli alberi e le statue del parco Stalin. Ad ogni angolo della città è poi sempre possibile rifocillarsi con numerose e succulente varietà di salsicce, anch’esse un’eredità dell’epoca russa.

Oltre ai palazzi e alle specialità culinarie anche le temperature qui ricordano quelle delle città siberiane. E per celebrare l’inverno la città si veste di ghiaccio. Durante il Festival delle Lanterne gli harbinesi festeggiano innalzando complesse costruzioni di ghiaccio sulla sponda del fiume, giocano a hockey o si esibiscono nelle forme del pattinaggio artistico. Ogni attività ha luogo all’aperto. Persino nella più celebre discoteca della città la pista da ballo è in realtà una pista da pattinaggio sul ghiaccio.

Ghiaccio, ghiaccio e ancora ghiaccio.

Quando se n’è avuto abbastanza, per sfuggire ai morsi del freddo ci si può rifugiare nel Cafe Russia 1914, un locale che compensa l’autenticità perduta con un ambiente caldo e accogliente e deliziose specialità russe.

Uscendo invece dal centro cittadino, per un cambio brutale di atmosfera, la visita alla base giapponese per gli esperimenti di guerra batteriologica (Unità 731) è un’opportunità da non lasciarsi sfuggire.

Dopo l’invasione giapponese della Manciuria, nel 1931 il Maggiore medico Shiro Ishii decise di spostare il laboratorio che dirigeva a Tokyo in una località tranquilla della provincia di Harbin. Ufficialmente l’intento era quello di prevenire disastri batteriologici nella capitale dell’impero, in pratica però era quello di disporre di cavie umane per gli esperimenti del centro.

Per più di dieci anni prigionieri nemici cinesi e stranieri vennero utilizzati in esperimenti effettuati con i germi della peste bubbonica, della tubercolosi, dell’antrace, del colera e molti altri, con cui venivano messi a contatto tramite iniezione, ingerimento o impianto su ferite. La vasta disponibilità di soggetti permise ai ricercatori di effettuare ulteriori test di resistenza al calore, alla disidratazione, all’impiccagione a testa in giù, all’elettroshock, all’amputazione e al congelamento.

Muovendosi tra le esibizioni fotografiche, le descrizioni del museo e i resti degli edifici (fatti saltare dai giapponesi prima della ritirata del ’45) la mente di un occidentale va inesorabilmente a frugare tra gli archivi della memoria dedicati ai campi di sterminio nazisti. Il crudele pragmatismo degli inceneritori per le salme e l’impietosa efficienza degli impianti per l’erogazione di energia o delle camere per l’allevamento delle cavie animali, ricordano le strutture dei campi di Dachau o Aushwitz.

La Base non è soltanto uno strumento per ricordare gli errori del passato ma si collega al tema attualissimo delle manifestazioni studentesche contro l’atteggiamento revisionista del governo giapponese. Nelle sale del museo le didascalie delle foto e le descrizioni contengono spesso delle frecciate velenose all’indirizzo del governo giapponese.

Nelle piazze di Pechino migliaia di cinesi si sono recentemente uniti per protestare – anche violentemente – contro la decisione del Ministero dell’Istruzione giapponese di emendare i capitoli dei libri scolastici dedicati agli orrori dell’occupazione del continente asiatico. Tra i bersagli delle dimostrazioni vi erano anche le frequenti visite ufficiali di membri del governo giapponese alle tombe di noti criminali di guerra.

Di cinesi che si esprimono senza alcuna remora dichiarando di non avere alcuna simpatia per il Giappone e per le sue istituzioni se ne incontrano ovunque. Ma cosa pensano a questo proposito i numerosi giapponesi che vivono, lavorano o studiano in Cina? Tatsuya, un trentenne incontrato a Shanghai, parla di una situazione molto imbarazzante. La comunità giapponese in città è formata da decine di migliaia di individui che nella maggior parte dei casi non gradiscono prese di posizione o azioni del governo di Tokyo che possano mettere a rischio la loro incolumità o anche soltanto il loro quieto vivere in Cina.

Al di là delle motivazioni ufficiali per le recenti manifestazioni, il sospetto è che il traballante presente delle relazioni tra i due paesi si poggi sulle sabbie mobili dei risentimenti cinesi e della voglia dei giapponesi di lavarsi la coscienza da un lato, e della rivalità per il predominio continentale dall’altro. Non molto tempo fa infatti Cina e Giappone si erano già dati battaglia per accaparrarsi i diritti a godere delle forniture di petrolio provenienti dalla Russia.

Il movimento studentesco del 2005 ha poco a che fare con quello di Tiananmen ’89. Il governo cinese formato dagli “ingegneri” del nuovo millennio sembra aver deciso di adottare una pratica che in Cina risale ai tempi di Mao e della rivoluzione culturale, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70: quella della manipolazione delle Università e dei movimenti studenteschi. I libretti con le citazioni di Mao esposti oggigiorno nelle librerie e nelle bancarelle che affollano i marciapiedi di ogni città del paese rimandano a un’epoca che gran parte dei cinesi vuole dimenticare. Tempi in cui quei libretti rossi venivano sventolati da giovani con le braccia fasciate da nastri dello stesso colore, anni segnati da repressione e violenza, profanazioni di templi ed espropri, pratiche crudeli di rieducazione e torture.

Al giorno d’oggi i due paesi per sopravvivere e prosperare hanno bisogno uno dell’altro. La speranza è che entrambi i popoli e i rispettivi governi abbiano imparato qualcosa dagli errori commessi da chi li ha preceduti.