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Pace e guerra


  • Quando scoppiano guerre si può essere preoccupati per la sorte delle povere vittime innocenti e soprattutto, se il teatro delle operazioni belliche è relativamente vicino, per la propria sicurezza. 
    Molti italiani, che sono sempre all'avanguardia, pur essendo relativamente vicini al putiferio hanno deciso di essere in ansia esclusivamente per il prezzo della benzina.
    Se l'acqua - anzi il kerosene - toccasse il culo capirebbero finalmente quali sono i veri disastri causati dai conflitti.
    Speriamo che restino nella loro beata ignoranza, dato che vicino ai loro culi ci sono pure i nostri.
  • Sarebbe già qualcosa se gli "strateghi con le guerre degli altri" la smettessero di nascondersi dietro alla parola "pace" quando stanno semplicemente sperando che vinca il loro beniamino.
    La pace, quella che non contemplando confronti armati non prevede vincitori o vinti, non è un ideale astratto per francescani o buddhisti: è una situazione concreta necessaria per vivere una vita degna di questo nome.
    La pace è l'unico obiettivo sensato della realpolitik.
  • Ma forse il vero valore della pace lo comprendono appieno solo i popoli o le generazioni che hanno vissuto la guerra.
    Ecco perché dopo ottant'anni senza belligeranza agli europei ricominciano a prudere le mani e invece che essere inorriditi dalla prospettiva di un conflitto fanno il tifo per questo o quel guerrafondaio.
    Quando si dà per scontata quella che invece è una preziosa conquista, si schiudono cripte dimenticate in angoli impolverati della nostra psiche, da cui riaffiorano come mostri dei sinistri impulsi ancestrali.
  • Tuttavia questi tragici eventi a qualcosa servono: finalmente si impara un po' di geografia.
    Hormuz e Kharg sono nomi impegnativi, per carità, ma la differenza tra Mar Rosso e Golfo Persico, almeno quella, forse è finalmente chiara.



Bloccato al Dubai international airport - Dubai, EAU

Nove ore di attesa. E come le ammazzo? Trovo una presa, ci aggancio il laptop, attivo il wireless e catturo un segnale. Dopo alcuni minuti siamo già in due, schiena sul muro, posizione del loto, computer in equilibrio su cosce e tibie. Il nuovo arrivato è un biondo polacco, con lo sguardo stanco e gli abiti sgualciti. "Quanto devi aspettare?" "Uff...nove ore" rispondo con la fierezza di un ergastolano in cella. "Non ti preoccupare, le prime dodici volano..." "Le prime dodici! Ma da quanto sei qui?" "Eh beh, sono già tre giorni, ma spero di trovare un posto al più presto." Il polacco è arrivato con un volo dall'Europa, programmando una sosta di alcuni giorni, entusiasta all'idea di visitare Dubai. Alla dogana gli hanno detto che un visto di transito gli sarebbe costato quattrocento euro. Lui ha rinunciato e ha contattato le compagnie, ma i voli sono pieni ed è rimasto bloccato. Mangia al fast food, usa i bagni pubblici, dorme sulle panchine, nella terra di nessuno. Passeggia in un circuito come uno scoiattolo in gabbia, una gimcana con lo zaino tra transit desk e duty free, in un vortice di profumi, suonerie, altoparlanti. La luce artificiale che sbiadisce i colori. Ma il tipo è tosto, non si lascia andare, ha sviluppato le sue abitudini per passare le giornate: naviga in internet e incontra gente di passaggio a cui racconta la sua storia continuando a sorridere. Non sono sicuro che la prenderei come lui.

Autunno 2007  

Foto "Dubai International airport", di Fabio Pulito