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La caccia farà schifo, certo, però...


Personalmente la caccia mi inorridisce. Il povero animaletto che si fa gli affari propri, programmato dall'evoluzione per recepire come segnali di pericolo l'avvicinamento di altri animali, suoni, odori, colori, mutamenti del meteo, colpito da un proiettile che nulla della natura, dentro o fuori di esso, poteva aiutarlo ad evitare, mi sembra la vittima di una vigliaccata immane. Specialmente al giorno d'oggi, quando non possiamo più campare la scusa della sopravvivenza per impallinare povere bestie indifese.
Mai quindi avrei pensato di spezzare una lancia a favore di tale pratica. Eppure...
L'accanimento contro i cacciatori, in effetti, mi sembra utilizzato in maniera strumentale, con funzione di capro espiatorio.
Mi spiego. Una società che comunque utilizza altri modi per uccidere, schiavizzare e sfruttare gli animali, che diritto ha di puntare il dito contro i cacciatori? Stanno sempre a citare il Vangelo. Come suona questa allora? Chi è privo di peccati scagli la prima pietra! 
La preda del cacciatore, nella maggior parte dei casi, ha vissuto il miglior tipo di vita possibile, secondo la propria natura, fino al momento in cui è stata colpita. E quello che subisce è un colpo di grazia, per lo meno quella è l'intenzione del tiratore.
Perché lasciare un pesce a soffocare, intrappolato nella rete o dentro un secchio, fuori dall'acqua, fino a che la morte per asfissia non sopraggiunge a graziarlo, sarebbe un crimine relativamente "più etico"? 
E l'animale che nasce in una gabbia sporca e ci rimane, in condizioni pietose, fino a quando viene portato al macello? Davvero la colpa di cui si macchia il cacciatore è più grave? 
In realtà chi si nutre di prodotti animali le bestie dovrebbe proprio essere costretto a cacciarle. Ci sarebbero vari vantaggi. Le persone si renderebbero conto che il macinato con cui fanno il ragù è in realtà un trito della gamba di un essere che hanno visto vivo nel suo ambiente naturale, non un semplice "ingrediente" astratto, comprato in pacchetti al supermercato del quartiere. Inoltre la gente mangerebbe carne quanto basta, visto che non la troverebbe sugli scaffali ma se la dovrebbe procurare con fatica. E poi sarebbe preferibile proprio per una questione morale: l'animale lo lasci vivere libero fino a quando ti prendi personalmente la responsabilità di ammazzarlo per pappartelo. Non lo fai soffrire inutilmente e sadicamente in una caraffa o in una cella. E nemmeno deleghi ad un sistema nascosto dietro le quinte il lavoro sporco. Lo fai tu.
Viene il sospetto che la campagna contro i cacciatori la alimentino proprio i colossi dei settore ittico o degli allevamenti. Per convincere la gente che i cattivi sono quelli che in realtà praticano l'attività meno nociva, e continuare ad arricchirsi con le loro pratiche eco-mafiose, spacciandosi pure per l'alternativa "meno crudele".
Mi tocca di nuovo citare Nietzsche, ma che volete farci, ha scritto più di cento anni fa cose che sono sempre attuali, e temo rimarranno attuali ancora a lungo. 
"La follia è molto rara nei singoli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche, essa costituisce la regola".

Sequestro


Ci sono, oltre a noi, numerose specie che vivono in simbiosi con altre, o che cacciano per tirare a campare. Tuttavia non mi risulta che alcuna di esse pratichi l'allevamento, per lo meno non di tante specie e così pervasivamente come lo pratichiamo noi.
Praticamente sequestriamo degli animali a scopo di schiavismo e sfruttamento, per fini alimentari, industriali o addirittura ludici. Ma non è che ci limitiamo a sequestrarne un certo numero di capi. No, noi sequestriamo intere specie, per tutte le generazioni a venire, e giocando pure a Duplo (il Lego è per i bimbi più maturi) con i mattoncini del loro genoma.
Probabilmente in passato questa pratica eco-mafiosa ci è risultata necessaria per sopravvivere e scalare la catena alimentare. Di sicuro necessaria non lo è più.
Eco-mafiosi per continuare ad esistere può anche andar bene. Così, tanto per sfizio, direi di no.

L'altra rivoluzione di Novak Djokovic, quella alimentare.


Abbondano le lodi a favore dell'ormai leggendario campione di tennis Novak Djokovic, sia per le numerose vittorie, sia per il coraggioso atto di rivolta portato avanti alcuni anni or sono, nell'arco di qualche settimana, contro l'imposizione del momento. Si può essere d'accordo o no sulle ragioni della sua condotta, ma che il tizio abbia le palle credo non lo possa negare nessuno. Non è questo comunque ciò di cui voglio parlare.

Si sorvola invece - inconsapevolmente, o più colpevolmente sapendo - sulla rivoluzione attuata per lunghi anni, non semplici settimane, da questo incredibile personaggio contro la strumentale e falsificante (nonché falsificata e quindi falsa) "tradizione" alimentare in vigore da decenni. Da quando cioè si è dato il via (negli USA, sì, proprio lì) alla distopica pratica dell'allevamento degli animali secondo i più gretti dettami della rivoluzione industriale, equiparandoli a prodotti artificiali da progettare, ingegnerizzare, contraffare, adulterare, assemblare, distribuire e consumare (consumare nel senso del consumismo, più che della nutrizione).