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L'illusione dei gruppi


I gruppi politici, economici o religiosi non esistono nel mondo reale. Sono un prodotto della nostra mente.
Ovviamente, nonostante questi gruppi non esistano in qualità di vere e proprie entità fisiche, sono trattati come tali, e le persone si identificano come membri di uno o più di essi. Questi individui esistono eccome - sono reali - e dal momento che dichiarano la loro affiliazione ad un gruppo, noi siamo indotti a postulare anche la realtà del gruppo stesso.
Questo è il punto in cui inizia l'illusione, ma non quello in cui finisce. I gruppi noi li profiliamo, ottenendo così serie piuttosto precise di caratteristiche a loro associate. Di conseguenza tendiamo ad attribuire un pacchetto di caratteristiche a tutti i membri di un gruppo, come se questi non fossero esseri umani dotati della loro unicità, bensì semplici ripetizioni di un dato modello. Un procedimento che se applicato a noi stessi ci sembrerebbe inaccettabile viene allegramente utilizzato per semplificare il resto del mondo.
Ciò può anche andare bene in certe specifiche circostanze. Tuttavia dobbiamo sempre tenere a mente che quasi nessuno dei membri di quel gruppo è correttamente descritto da quella serie di tratti identificativi. Di fatto, la maggior parte di essi potrebbe non essere associabile ad alcuno di quegli attributi.
Questo distinguo non è solo importante: è fondamentale. Le conseguenze di una tale trappola mentale possono infatti risultare socialmente disastrose.
I gruppi possono essere molto utili come strumenti concettuali. Fate però sempre attenzione a non prenderli troppo seriamente.

Il disturbo patologico


Non capirò mai cosa animi quelle persone che hanno già tanti soldi e continuano a volerne accumulare.
Credo sia un disturbo patologico, perché non ha alcun senso razionale o pratico.
Per me i soldi portano un unico grande vantaggio: il non doversi più preoccupare di farne. Potersi finalmente dedicare a tutto il resto. Cioè la parte bella della vita. 

P.S. Mi riservo di confermare il tutto quando avrò finalmente scavalcato la soglia della povertà.

Accettare il caos


Le persone fanno fatica ad accettare l'elusività di una realtà estremamente complessa, globalizzata e interconnessa, dove un evento apparentemente minore che ha luogo in un oscuro punto del mappamondo possa stravolgere le loro comode vite a migliaia di chilometri di distanza.
Tendono quindi a prediligere spiegazioni che sono al contempo semplici da comprendere e affascinanti da seguire. Un po' come la trama di un blockbuster hollywoodiano, quando invece il modello cinefilo simbolicamente più adatto sarebbe quello dei drammi esistenziali da cinema d'essai.
Le più tipiche tra queste spiegazioni contemplano piani di controllo delle masse monolitici, operati da un piccolo gruppetto di individui super potenti, tutti d'accordo tra loro, per fottere noi miliardi di poveri pedoni.
La realtà ovviamente è più simile ad un groviglio caotico, in cui si intrecciano numerosi schemi di controllo, potentati, mandarinati, eventi casuali, opportunismo, intuizioni, visioni, errori, colpi di culo, rapporti di forza. È un po' la traslazione su un livello globale di ciò che ci accade quotidianamente nelle nostre piccole e insignificanti vite. Siamo noi stessi dei minuti nodi di un grafo estremamente complesso, lo constatiamo di persona ogni singolo giorno: come possiamo pensare che l'intero mondo sia invece semplificabile con una narrativa da cartone animato giapponese?
Più riesci ad accettare, comprendere e gestire il caos, più resti coi piedi ancorati a terra e hai possibilità di rimanere a galla. Seguendo le teorie del piano supremo ti perdi invece in una realtà virtuale-parallela che può facilmente tramutarsi in un vero e proprio manicomio.
Il mio consiglio: stanne fuori. Meglio confusi che impazziti.

Tra psicologia profana e filosofia pratica


Quando abbiamo avuto un diverbio con qualcuno, di solito tendiamo a liquidare la faccenda sentenziando: "Ma è tutta colpa sua, dai, è evidente!" Senza tenere conto del fatto che, ovviamente, è anche ciò che pensa il nostro interlocutore di noi.
Il problema è che prima o poi il nostro subconscio, dopo aver ruminato la questione dietro le quinte, esce allo scoperto e ci dice: "Sì, però anch'io, in effetti, potevo dare un'altra risposta, o evitare di dire quella cosa, oppure cercare un punto d'incontro." Questa rivelazione arriva all'improvviso, tempo dopo i fatti, quando non ci pensavamo esplicitamente da un pezzo. E ci colpisce in maniera frastornante.
Sono arrivato alla conclusione che sia meglio fare proprio il contrario di ciò che il nostro istinto ci suggerisce. Nel momento stesso in cui abbiamo liquidato tra noi e noi la questione, incolpando l'altro incondizionatamente, è meglio aggiungere: "Sì, okay, le sue colpe sono chiare, non serve ribadirle, ora però cerca anche qualche falla nel TUO comportamento." E in men che non si dica trovi subito due o tre circostanze che non hai gestito al meglio.
A quel punto è possibile cercare una riconciliazione. O per lo meno evitare di beccarsi il montante del subconscio poche settimane più tardi.

Ricette per la serenità, capitolo 1: l'ambito di controllo diretto.

La ricetta per la serenità è facile, e ha radici antiche. Il concetto è semplice. La logica inattaccabile, in quanto banale. Eppure la applicano in pochi. Gli altri, quasi tutti quindi, passano le giornate al lavoro, al ristorante, al bar, in piazza o a casa, ad azzuffarsi su argomenti di cui in realtà non sanno nulla e che non sono direttamente collegati alle loro vite. E lo fanno con la foga di chi sta difendendo ciò che più gli è caro.
Cerchiamo di spiegarci meglio.
Ti imbatti in una teoria, un’ipotesi, un sospetto di carattere globale. Diciamo in ambito geopolitico, finanziario, sociale. Okay, può essere che tale teoria sia azzeccata. O magari no. Riesci a confermarla o a smentirla senza uscire dal tuo ambito di controllo diretto? Se la risposta sì, allora confermala o smentiscila. Se invece è no, mi spiace, ma insistendo nel sostenerla stai sprecando tempo ed energia, inoltre ti stai probabilmente coprendo di ridicolo.
Facciamo un esempio.