martedì 7 giugno 2011

Un minimo di privacy - Kuala Lumpur, Malesia

Foto di Laurent Lavì Lazzeresky (CC)
Nello stesso tratto di strada in cui mi sono goduto l'incidente che ha coinvolto la donna-sacco-di-patate, solo pochi metri più in là e più o meno alla stessa ora mi capita di assistere a una scena ancor più pittoresca, ancorché priva del ritmo d'azione che aveva caratterizzato la precedente.
Sono arrivato all'altezza dell'Avenue K, un edificio fighetto che devo attraversare per arrivare al sottopassaggio delle Torri Petronas. Devo decidere se utilizzare la prima entrata (pro: 100 metri di aria condizionata supplementari; contro: l'androne soffre di un'atmosfera asettica, un po' desolata, vagamente cupa) o quella successiva (pro: superba vista della KL skyline, sfaccettature sociali da crogiolo etnico, siparietti squisiti; contro: un'afa che se hai le cataratte ti ci si forma la condensa sotto). Di solito scelgo la seconda, camminando lentamente per non sudare troppo, ma oggi opto per la prima perché voglio dare un'occhiata a un negozio che...
"Hey!"
Chi ha urlato? Non vedo nessuno.
"Hey! Hey!"
Ah, ecco, è una guardia giurata, è sbucata da dietro una colonna e cammina con velocità inusuale verso il piccolo giardinetto che separa il palazzo dal marciapiedi. Seguendo la sua traiettoria faccio scorrere lo sguardo di una ventina di metri in avanti e...ah, ecco cosa c'è! Anzi: chi c'è! Una specie di uomo di Cro-magnon con una zazzera nero-grigia vagamente riccioluta raccolta in tre o quattro spessi dreadlock - formatisi quasi di sicuro in maniera accidentale dopo anni di vita trascorsa all'addiaccio dai tempi dell'ultimo shampoo - sta acquattato sopra il prato all'inglese appena falciato, vicino a un rubinetto aperto che gli fa schizzare dell'acqua sui piedi (il che sarebbe un'ottima notizia se non fosse per lo strato di unto impermeabile che fa rimbalzare le goccioline senza che nemmeno una particella di liquido purificatore faccia presa sulla pelle).
Una piccola siepe lo protegge dallo sguardo dei passanti ma non da quello scandalizzato della guardia, la quale decide di non prendere in considerazione le ottime proprietà fertilizzanti della generosa dose di materiale organico che l'uomo sta scaricando sul terreno e lo esorta senza esitazione ad allontanarsi. L'altro, che sta proprio nel mezzo dell'operazione di evacuazione delle budella, non ci pensa nemmeno ad alzarsi, conscio del pasticcio che ne deriverebbe. Sarà anche un povero senzatetto ma il piacere di una defecatio in santa pace, almeno una volta al giorno, qualunque sia il dio a cui crede il suo persecutore dovrebbe concederla pure a lui.
La guardia però non ci sta proprio. Continuando a gridare si avvicina al luogo dell'oltraggio, con aria minacciosa, fino a fermarsi a ridosso di un muretto, cauto, titubante, come se avesse identificato in quell'ostacolo il perimetro di un cerchio di sicurezza tracciato attorno alla sorgente del fetore che forse ha cominciato ad avvertire. Pur senza completare la manovra di avvicinamento riesce a mettere fretta all'intruso, il quale fa comparire una bottiglia di plastica e ne svuota con cura il contenuto sulla sua mano per lubrificare il movimento di frizione con il quale sta ripulendo l'area del corpo testé contaminata.
Poi si alza e fa una cosa che non mi aspettavo: non se ne va, anzi si volta, con un passetto esce dal giardinetto e si ferma sul marciapiedi, in territorio neutrale. Quindi gonfiando il petto rivolge alla guardia uno sguardo di sfida, quasi minaccioso, un'occhiata di rimprovero all'indirizzo di chi ha violato la sua privacy in un momento così delicato. Forse viene qui ogni giorno, alla stessa ora, e non si capacita di questo cambiamento di scenario, da cui l'indignazione che non riesce a contenere.
La guardia sembra accusare il colpo, ammutolendo, il vigore infuso dal suo senso del dovere si affievolisce, inquinato da una dose di dubbio, mentre una specie di timore per questo imprevisto moto d'orgoglio sembra essersi alleato con la puzza che lo tiene a debita distanza. Ma è un'impasse che dura poco, perché quasi immediatamente si riprende e vincendo timore e ribrezzo spicca un salto sul muretto. Allora l'altro capisce che è arrivato il momento di andarsene, lasciandosi dietro soltanto quel ricordo puzzolente.
Si volta, non scappa ma si avvia velocemente, scalzo, a torso nudo e con un paio di pantaloni di tela leggera, o meglio una blanda idea di pantaloni, perché sulla gamba destra svolazza soltanto un lembo di stoffa che copre un settore di coscia e di polpaccio, lasciando completamente scoperta la natica. Trasporta due sacchetti di plastica che probabilmente ammontano - assieme ai brandelli di pantaloni - a tutto ciò che possiede.
Un paio di giorni più tardi, di prima mattina, lo scorgerò dalla strada in piedi sullo stesso posto, solo il busto che sporge sopra il profilo della siepe, mentre riempie la solita bottiglia al rubinetto e poi la usa per farsi una doccia rustica, come in quest'area del mondo si usava fare fino a pochi decenni fa nei fiumi e nei laghi.
Si muove con energia e proposito ma senza fretta, mentre i dreadlock casuali gli ondeggiano sulla testa. Non ci sono in giro guardie né polizia, qualcuno lo osserva ma nessuno lo disturba. In fondo questo è pur sempre il suo bagno, un luogo che richiede un minimo di privacy.

giovedì 26 maggio 2011

Motociclette e patate - Kuala Lumpur, Malesia

Foto di kibuyu (CC)
Finalmente fuori dal centro di formazione. Con quel vago senso di ebbrezza causato dall'aria fresca dopo una giornata di immersione in un mare di aria condizionata cammino verso casa quando il tipico suono metallico prodotto da un incidente stradale - la sua inconfondibile variante motociclo-contro-veicolo-a-4-ruote - mi pianta le unghie nei timpani. Mi volto e vedo un motorino tipo Honda Dream che carambola tra le auto incolonnate come la pallina di un flipper tra le molle dei funghetti a sonaglio. Ha già colpito un furgone quando inizio a osservare la scena, quindi prosegue tra due file di veicoli rimbalzando alternatamente sulla carrozzeria di un'auto a destra e una a sinistra, fino a che non trova uno spazio vuoto, ci si infila come un moscone nello spiraglio di una finestra e prosegue lungo la rotta che lo porterà a collidere con il paraurti di una berlina giapponese, non ci sono speranze, lo leggi sulla faccia del tizio e nei movimenti che tenta di imprimere al manubrio: ormai ha perso il controllo del mezzo e non riuscirà a evitarlo. A giudicare dallo scintillio di vernice e cromature questa macchina deve avere gli interni che odorano ancora di nuovo (è un odore quello, non una puzza, ma nemmeno un profumo, nel mondo dell'automobile solo la benzina e qualche fragranza di Arbre Magique profumano).
Quando l'impatto avviene l'uomo alla guida fa ciò che molti fanno in questi casi, anche se sarebbe la prima cosa da evitare: continua ad accelerare. Il motorino si inclina e cade lentamente al suolo. L'uomo si poggia a terra goffamente, ma senza farsi male. La moglie che siede sul retro invece piomba giù come un sacco di patate. Ci assomiglia pure a un sacco di patate, ma in questo momento è la dinamica del movimento che mi ispira quell'immagine: come si piega sulla sella, picchia sull'asfalto e continua a rotolare quando il mezzo è già fermo, col motore su di giri perché il polso dell'uomo è rimasto ingessato nella posizione iniziale, quella che aveva assunto quando ancora sfrecciava tra le due corsie - con l'originale traiettoria rettilinea intendo, non ancora quella a zig zag - e che non ha più abbandonato.
Il signore si rialza, non si preoccupa di raccogliere le sue patate e pensa invece bene di inveire contro l'autista del furgone, il primo fungo del flipper che ha centrato. Magari la colpa dell'incidente è proprio di questo qui, non lo saprò mai, perché dopo avergli risposto con una tattica diversiva, indicando e gesticolando all'indirizzo di un'auto che è già scomparsa dietro una curva, ingrana la marcia e con gran disinvoltura si dilegua.
Il signore della moto è chiamato a rapporto dai proprietari delle auto che ha strisciato e ammaccato, il sacco di patate si rialza proprio come un sacco di patate tirato su da un contadino e oscilla per qualche istante attorno al suo punto di equilibrio stabile, un po' come una matrioska, prima di assumere la postura eretta. Nel frattempo le patate che riempiono il sacco proprio dove dovrebbero esserci il sedere, il torso e il petto si ridispongono seguendo le leggi della geometria tridimensionale e della gravità, occupando gli spazi liberi della nuova configurazione. Poi, strascicando i piedi (perché nonostante assomigli a un sacco pieno di tuberi non bisogna dimenticare che è pur sempre un essere umano e quindi è dotata di piedi), raggiunge il crocchio animato.
Io li lascio così, dopo aver seguito l'ennesima lezione di Principi ed elementi di società orientali, un mix di menefreghismo, maschilismo, scaricabarile, spensieratezza, ottimismo, fatalismo e altri dettagli che mi verranno in mente più tardi, mentre continuo a passeggiare sotto un cielo plumbeo che parrebbe promettere monsoni ma potrebbe anche regalare solleone.
Spensierato e menefreghista: anche se non mi riesce ancora del tutto naturale so che è un atteggiamento perfettamente idoneo. Dopotutto a trasmettermelo sono stati proprio loro.

Altri incidenti asiatici (vissuti in prima persona) e altre nozioni di sociologia orientale li trovate qui.

lunedì 23 maggio 2011

Nemmeno un cameriere - Kuala Lumpur, Malesia

Foto di Keven Law (CC)
Osservando con attenzione e tenendo le antenne della propria sensibilità ben sintonizzate si possono captare dettagli interessanti anche in una scena apparentemente priva di originalità. Ne ho un esempio proprio qui davanti a me, in questo ristorante all'aperto. Quella sua solita sequenza di mosse studiate ma eseguite in fretta e con approssimazione, in maniera istintiva, come una lepre che sfugge a un branco di lupi: scuote lo sgabello, china la testa, sgrana gli occhi, dà un colpo col panno umido a un angolo del tavolo di plastica. E' il suo messaggio in codice per il cliente indeciso, blandamente criptato: "mangia da noi, siediti qui, non continuare a cercare, passando oltre, verso il prossimo ristorante della fila immensa che corre lungo tutta Jalan Alor. Resta, vedi come ti sistemo lo sgabello e mi assicuro che il tuo tavolo sia lindo?"
Messaggio che potrebbe essere facilmente frainteso, visto che il cliente potrebbe notare le macchie di unto sullo straccio e pensare "ma se ora hai bisogno di pulirlo quel tavolo significa che prima era sporco, e in che condizioni sarà il resto della superficie (la sua parte più estesa) che non hai ancora strofinato: sporca perché non l'hai pulita o pulita perché lo strofinaccio sozzo non ci è ancora passato sopra?" E magari deciderà di andarsene, per scoprire che il prossimo locale non è certo meglio di questo. Anzi, a conti fatti, essendo ubicato all'inizio della via, questo è forse il migliore, se non altro perché fermandoti qui ti risparmi inutili metri di caos e scocciature, ed è proprio per questo che da qualche anno quando sono a Kuala Lumpur e vengo a mangiare in questa zona scelgo senza nemmeno pensarci.
Ma questo bambolotto, questo peluche, questo cucciolo di procione è davvero irresistibile: dolcissimo, commovente, fa tenerezza e un po' pena. Con quella faccia scura, lo sguardo guizzante, terrorizzato, che sgorga da quegli occhietti da cerbiatto braccato, i movimenti scattanti e il broncio implorante.
Non si può nemmeno chiamarlo cameriere, perché...beh semplicemente perché non lo è. E' qui per fare soltanto quello che sta facendo ora, e che fa ogni giorno: una rete che il proprietario getta in strada per accalappiare il maggior numero di passanti in cerca di un posto per mangiare qualcosa di semplice, genuino e a buon mercato. E magari per farsi pure una birra all'aperto. Lui è qui per far finta di sistemare il tavolo e aprire un menu dalle pagine plastificate e unte davanti ai clienti. Per poi fuggire, prima che qualcuno gli faccia una domanda a cui non saprebbe rispondere, lasciando che i camerieri, quelli veri, che parlano inglese, malese, mandarino e altri tre o quattro dialetti cinesi, vengano a occuparsene.
Perché lui è solo un povero immigrato, probabilmente birmano, come i tanti che arrivano qui e in altri paesi dell'area alla ricerca di una vita migliore e che, almeno per qualche anno, trascorrono trenta giorni al mese scuotendo sgabelli e strofinando tavoli, lavando cessi, trasportando secchi, spaccando strade e rovistando tra la spazzatura. Qualcuno farà fortuna, perché ha i soldi per lanciarsi in qualche impresa o l'abilità di farsi strada a spallate tra le fronde di quella giungla di opportunità, corruzione, anarchia organizzata, energia, ottimismo e spinta inerziale che è al giorno d'oggi gran parte dell'estremo oriente. Altri invece se ne torneranno a casa, ma non a mani vuote, perché il gruzzoletto di valuta pregiata che avranno accumulato qui, nel loro paese varrà come un piccolo tesoro. In fin dei conti è quella che in inglese si chiama una situazione win-win. Comunque vada, vinci sempre. Soprattutto se sei partito da zero.

sabato 14 maggio 2011

Pensieri ammazzatempo/13

Foto di Brandon Cristofer Warren (CC)
- Tra falsa apertura mentale e genuina arretratezza non ho alcun dubbio: meglio la seconda.

- Stammi a sentire, è molto semplice: ti sembro uno sfigato perché SONO uno sfigato. Secondo i tuoi standard e valori, perlomeno, lo sono di sicuro...

- Modestamente - e incoscientemente - parlando, credo di essere una delle persone più libere che conosco. Mi schiavizzano soltanto alcuni miei vizi e si tratta, dopotutto, di cose di poco conto.

- Siete a bordo di un treno, comodo, caldo, l'illusione di appartenenza potrebbe durare per sempre. Poi arrivate a destinazione e l'idea di dover scendere vi strappa dal sedile come la mano di un gigante. E' un posto sconosciuto, la lingua e la cultura vi sono aliene, non avete prenotato una stanza, non avete alcuna informazione, tutto deve essere scoperto...soltanto una certezza: per l'ennesima volta vi siete rimessi in gioco.

- Un po' tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo sentiti come Robert De Niro nel film "Casino": presi per il culo dalla Sharon Stone di turno (questo naturalmente vale anche per le donne, basta scegliere un film diverso, o un romanzo, come esempio).

Potete leggere gli altri pensieri qui 

lunedì 18 aprile 2011

Liberalizzazioni prigioniere

Foto di 27147 (CC)
Questo non è un luogo in cui si parla spesso di politica italiana e quando lo si fa, come in questo caso, si prende spunto da un confronto con i paesi che fanno da ambientazione alla maggior parte degli altri post. L'oggetto dell'osservazione da cui partiamo oggi è il taxi, o meglio l'utilizzo che se ne fa.
C'è stato un momento in cui un governo italiano mi aveva quasi convinto sulle proprie capacità (e quelle della classe politica nazionale in genere) di risolvere alcuni dei problemi che affliggono il paese, di riformarlo e metterlo al passo coi tempi, passando dalle chiacchiere elettorali ai fatti legislativi. Purtroppo ci hanno messo poco a farmi ricredere e proprio il fatto che nel giro di pochi giorni mi abbiano illuso e poi deluso ha reso il colpo ancor più doloroso. Sono stato tentato a lasciarmi andare verso una deriva anarchico-nichilista-menefreghista che non è propria della mia natura. "Ma che vi dovrei ascoltare - per non dire votare - a fare?" è quello che mi sono chiesto spesso da allora.
Il fatto. Durante l'ultimo governo di sinistra presieduto da Romano Prodi, Pierluigi Bersani - allora ministro per lo sviluppo economico - porta avanti un progetto per la liberalizzazione delle licenze dei taxi. A quella riforma ne sarebbero dovute seguire altre - per questo il fallimento dell'iniziativa fu un segnale infausto - ma per me proprio questa aveva un significato particolare. Chiunque sia stato come me a Londra, Buenos Aires, San Paolo, Singapore, Hong Kong, Kuala Lumpur, Shanghai, Bangkok ma anche, per quel che mi è stato detto, a New York o Tel Aviv, sa che il concetto che in Italia abbiamo del taxi è anacronistico e assurdo: un mezzo di trasporto esclusivo per ricchi, o per chi può farsi rimborsare la tratta da un'azienda o da un cliente. Un po' come una scintillante carrozza con cocchiere trainata da poderosi puledri bianchi per un conte di un romanzo tolstojano. Che fesseria. Nelle città che elencavo poco fa (ne ho appositamente incluse di più e meno avanzate, per dimostrare che non è necessariamente una questione di PIL o di livelli salariali) il taxi è sì un mezzo di locomozione individuale (che non è nemmeno del tutto vero, perché amici o colleghi lo possono condividere), ma certamente non di lusso. In certi paesi come la Thailandia e l'India ce ne sono anche di sgangherati a tre ruote, simili alle nostre Api Piaggio. Ed esistono persino i moto-taxi, non per i plichi urgenti, per le persone! La relazione che c'è tra mezzi collettivi come l'autobus, la metropolitana o il tram e il taxi è un po' come quella che corre tra un dormitorio in un ostello e una stanza in un alberghetto. Ma mica una suite all'Hilton! In quel caso staremmo parlando di una chilometrica limousine con autista in livrea, il famigerato Ambrogio della pubblicità dei cioccolatini insomma. Il taxi, almeno una volta ogni tanto, in quelle città lo possono prendere quasi tutti, è più caro di altre opzioni ma alle volte conviene.
Perché queste differenze? Ma è semplice, perché in questi paesi la licenza la può ottenere chiunque possa permettersi di comprarsi o noleggiare un auto. Questo abbatte l'oligopolio e di conseguenza le tariffe. Da noi invece di licenze ce n'è un numero fisso (e ridottissimo) e chi vuole intraprendere la professione deve comprarne una da qualcuno che sia disposto a cederla, pagandola ovviamente a prezzi da capogiro. I pochi privilegiati possono permettersi quindi di imporre tariffe elevatissime.
La liberalizzazione delle licenze e la riduzione dei prezzi avrebbe una lunga serie di vantaggi per i cittadini. Me ne vengono in mente solo alcuni, ma sono sicuro che ce ne sono molti altri.
- Posti di lavoro per chi non ha qualifiche particolari, precari, disoccupati e immigrati. Hai una patente? Trovi un'azienda che ti affitta l'auto? Vai!
- L'immissione nel traffico urbano di alcune centinaia di taxi toglierebbe dalle strade un numero molto maggiore di auto private, soprattutto nelle ore di punta. Quindi vantaggi ambientali, di sicurezza ed energetici. Ma anche per la qualità della vita in genere.
- Possibilità di uscire la notte, bersi mezzo litro di vino e tornare a casa senza il rischio di vedersi ritirare la patente, di schiantarsi contro un traliccio o falcidiare qualche pedone.
Certo ci sono anche degli svantaggi, ma quelli che mi sovvengono sono soltanto a carico di un gruppo ristretto di individui che attualmente godono di grossi privilegi (ingiustamente e da troppo tempo): i tassisti e i magnati del settore automobilistico in particolare.
Come finì la vicenda italiana? All'italiana, per l'appunto. I tassisti di Roma organizzarono una protesta bloccando il traffico della metropoli, contro un'iniziativa intrapresa da un governo eletto dalla maggioranza del paese (e nella circostanza sostenuto anche da grandi fette della minoranza che non l'aveva votato). Parte dell'opposizione (Alleanza Nazionale in primis) prese la palla al balzo e sostenne i tassisti. Il governo, piegandosi alla volontà di alcune centinaia di prepotenti e ignorando gli interessi della stragrande maggioranza dei cittadini - per non parlare del proprio elettorato - si arrese. Io fui sbalordito. Avrei sostenuto l'azione dell'esecutivo a spada tratta, anche se si fosse trattato non di Roma ma della mia città. Quello per me fu il sintomo evidente di una malattia forse incurabile, che impossibilita lo stato a progredire, a risolvere i conflitti interni tenendo conto degli interessi nazionali, a opporsi con decisione alle minacce di lobbie anche minuscole. Un mix tossico di alcuni dei peggiori mali nazionali: governi forti con i deboli e deboli coi forti, anteposizione di meschini obiettivi di partito all'interesse della comunità, lobbismo nella sua forma peggiore, utilizzo improprio di strumenti democratici come quello dello sciopero, il senso di impotenza della popolazione che osserva - muta e immobile - un gruppo di ladruncoli intenti a svaligiarle la cassaforte dei diritti.
Da allora ogni proclama della classe dirigente mi coglie in uno stato di scetticismo apatico, se non di sarcastico cinismo. 
Da un punto di vista individualistico - quasi egoistico - posso dire che per fortuna vivo per molti mesi all'anno in posti con situazioni profondamente diverse, per giunta da straniero, cosa che spesso aiuta a non sentirsi troppo coinvolti. Ma quando penso al mio paese, che tristezza mi viene.

venerdì 15 aprile 2011

Troppo tardi - Kuala Lumpur, Malesia

An unattractive angle, by Arty Smokes (CC)
C'è un banco in fondo alla sala, un registro sopra il banco e un uomo all'altro lato. Un altro uomo sta pagando la stanza, gli ha consegnato il denaro e aspetta il resto. Quell'altro uomo sono io. I miei occhi scorrono sovrappensiero lungo la lista di nomi, nazionalità e numeri di passaporto segnati sul registro. E' curiosità solo in piccola parte, più che altro sto ammazzando il tempo. A un tratto ho l'impressione che l'uomo mi stia osservando e che stia cercando di attirare la mia attenzione per consegnarmi le banconote. Quando alzo lo sguardo mi accorgo però che mi sta fissando, con un'espressione severa dipinta sul volto.
"Non sei autorizzato a leggerlo!"
"Mi dispiace, non volevo...non sapevo che non fosse..."
"Se non è tuo, non è tuo, e non lo leggi."
"...ma è aperto, proprio davanti a me..."
"Sono informazioni riservate, per legge le possiamo far vedere soltanto alla polizia."
Mi ha zittito. Predo i soldi e me ne vado, turbato, ferito, senza essere stato in grado di esprimere ciò che sentivo, di fargli capire che non aveva il diritto di rimproverarmi in quel modo...ci vuole così poco per neutralizzare il mio sistema di autodifesa alle volte.
Questo successe nel 2003, in un piccolo hotel a Kuala Lumpur. Avrei potuto dimenticare l'incidente in un'ora, ma per qualche ragione - così come altri episodi dello stesso tipo - è rimasto incastrato da qualche parte sul fondo della mia mente. Di tanto in tanto mi ritrovo a pensarci, mentre tutte le parole che quel tizio arrogante meritava di sentirsi dire sgorgano dal mio cervello, ribattendo a qualsiasi sua risposta.
"Se non è tuo, non lo leggi!"
"E se lei non vuole che gli ospiti lo leggano, non lo lascia aperto sul bancone, girato verso di loro."
"Sono informazioni riservate, per legge le possiamo far vedere soltanto alla polizia."
"Allora quello che ha fatto è ancora più grave, visto che ha lasciato aperto sul banco un registro che LEI stesso avrebbe dovuto tenere nascosto."
E poi il tocco finale, quello più soddisfacente, quello che lo umilierà a tal punto da farmi provare quasi pena per lui, mentre il suo baffone folto e lucido starà tremando e lui spingerà le labbra all'infuori in un broncio infantile, incapace di dire anche solo un'altra parola.
"Le sembra che sia troppo duro con lei? Allora non doveva essere duro con me. Non le va che la faccia sentire in colpa? Allora non doveva fare sentire in colpa me. Non vuole che la gente la riprenda come un bambino e le manchi di rispetto? Allora non deve riprendere gli altri come fossero bambini e mancare loro di rispetto. Non credo ci sia bisogno di continuare, il trucco ormai lo ha capito, no?
Ma io ero risentito, e lui no, e dal momento che non fui in grado di dire nulla avrà pensato di avere ragione. E io ho odiato quella sensazione e ancora mi capita di pensarci a distanza di tanti anni. E non sono nemmeno sicuro che se succedesse di nuovo saperei finalmente cosa dire.

martedì 5 aprile 2011

Io preferivo il Terzani prima maniera

Sempre più spesso appaiono nei giornali e in TV servizi su Tiziano Terzani, il famoso giornalista, esperto d'oriente, scomparso alcuni anni orsono. Un regista di recente ha pure girato un film sulla sua vita. Un personaggio famoso dunque, celebrato, strumentalizzato anche, ma da quando in realtà?
Quasi dieci anni fa - nel settembre 2001, quando arrivai in Asia - Terzani era pressoché sconosciuto al grande pubblico italiano. Certo, c'era chi aveva letto qualche suo contributo sul Corriere della Sera o la Repubblica, ma a causa forse del fatto che aveva quasi sempre lavorato come inviato di un giornale straniero (Der Spiegel) non figurava tra le firme più famose in patria. Persino il bestseller che lo avrebbe reso finalmente e definitivamente celebre (Un indovino mi disse), pur essendo in circolazione già dalla metà degli anni novanta, non era ancora tra i titoli più venduti nelle librerie italiane al principio del nuovo millennio. Nella sezione "viaggi in oriente" di solito i volumi che andavano per la maggiore erano quelli di Bettinelli e Ruggeri, reportage tutto sommato di livello inferiore.
Io Terzani lo scoprii nel sud est asiatico, dove godeva di una piccola fama tra gli italiani che bazzicavano da quelle parti, fama che crebbe anche grazie allo storico scambio di articoli con la Fallaci sugli attentati dell'11 settembre. Questi italiani in Asia, tra l'altro, erano davvero pochi a quei tempi, in confronto al gran numero di turisti che volano oggigiorno da Milano o Roma verso Bangkok, Kuala Lumpur, Hong Kong o Singapore: la maggior parte degli stranieri che battevano la zona proveniva infatti dai paesi anglofoni, dal nord Europa o dal Giappone.
All'inizio, colpito dalla sua originalità e da quel suo modo accattivante di raccontare gli aspetti più curiosi delle società orientali, avevo pensato di essere rimasto uno degli ultimi sprovveduti a non averlo ancora sentito nominare. Poi, via via che proponevo i suoi titoli a chi mi chiedeva un consiglio su qualche libro sull'Asia, mi rendevo conto che questo autore era rimasto misteriosamente sconosciuto ai più. Non sono stato di certo né il primo né l'unico, ma credo che Terzani debba anche all'opera di "propaganda" portata avanti da gente come me se il suo indice di popolarità è andato crescendo in maniera esponenziale durante gli anni '00.
Da allora ho fatto in tempo a scoprirlo, incuriosirmene, infatuarmene, distaccarmene e infine a disinnamorarmene. Leggevo nel 2001 e 2002 quel che aveva scritto negli anni '70, '80 e '90, e nutrivo una naturale quanto ingenua convinzione che il pensiero di quel Terzani fosse quello del periodo in cui sfogliavo i suoi libri. Quando cominciai a confrontarmi con ciò che stava effettivamente scrivendo a quel tempo lo trovai invece eccessivamente moralista, un po' pedante e anche piuttosto scontato. Una versione raffinata di un frequentatore medio di certi circoli radical chic, o centri sociali un po' troppo alla moda, per intendersi. Per carità, posizioni rispettabilissime, ma certo non arricchite da quella capacità di ficcare il naso negli angoli in cui la maggioranza non osa e di osservare le scene che vi trovava da un'angolazione speciale, originale, condita di umorismo, propria di chi si imbatte in un mondo diverso dal suo, lo rispetta, cerca di capirlo ma al contempo sa anche criticarlo e riderci su, quando serve; capacità che lo aveva invece caratterizzato anni prima. Mi sembrava quasi che volesse far prevalere la conclusione soggettiva sull'osservazione oggettiva, cercando a volte di astrarre un po' forzatamente. Che mirasse spesso a indottrinare il lettore, a combattere crociate piuttosto che informare e raccontare. Ma soprattutto che si fosse in un certo modo schierato - proprio lui - dando l'impressione di essere stato investito da quella ventata di sensi di colpa che aveva già soffiato sulle coscienze di molti altri, di voler a tutti costi presentare ciò che era estraneo al mondo occidentale come qualcosa di comunque eticamente superiore, anche quei particolari che anni prima lo avrebbero insospettito o magari fatto sorridere. In poche parole non mi stuzzicava più.
Ma forse, pensandoci bene, considerando a posteriori la sua opera integrale, risulta che lo spartiacque tra il Terzani che mi piace e quello che mi piace meno non è tanto temporale quanto di argomenti. Resto convinto del fatto che si sapesse esprimere al meglio quando affrontava temi di costume e società, mentre diventava più ordinario, se non addirittura banale, quando si occupava di politica e morale.
Oltre che per le numerose ore di piacevole lettura e i notevoli spunti di viaggio sono grato a Terzani per una risposta che diede a una mia lettera con cui gli chiedevo consigli di vario genere, in cui mi incoraggiava così:
"Non bussi timidamente alle porte. Ci metta un piede per tenerle aperte...e scriva, fotografi, CAPISCA. La prova del dolce è nel mangiarlo." (Novembre 2002)
Lo ringrazierò sempre anche solo per avermi risposto - a differenza della maggior parte dei suoi colleghi a cui mi sono rivolto. Pur non essendo riuscito a seguire appieno i suoi consigli rimango dell'opinione che il miglior Terzani si ispirasse proprio a quei principi, anche se forse in età avanzata se ne era un po' allontanato.
E poi bisogna ammetterlo: "La prova del dolce è nel mangiarlo" è un aforisma letteralmente de-li-zio-so.