giovedì 24 luglio 2008

Cina: anarchia antigienica - Kunming, Cina

È passato quasi un anno dal mio ultimo viaggio in Cina.

Esperienze, immagini e odori di quel paese ti restano addosso per sempre, come tatuaggi. Basta tirare su una manica o giù un calzino e mettono fuori la testa, colorati come la bandiera nazionale o multiformi, arzigogolati e magnetici come un ideogramma pennellato con la bella calligrafia di Mao.

E così, basta un’occhiata alle strisce pedonali per ricordarsi di come nelle città cinesi il pedone e lo scarafaggio godano pressapoco dello stesso rispetto. O sedersi a tavola ed afferrare due bacchette per ritrovarsi disorientati con la mente ad annaspare tra le onde e la schiuma (nonché i rifiuti galleggianti) dell’anarchia antigienica che regna nei ristoranti cinesi. Avanzi di cibo e spazzatura a decorare il pavimento, pareti dipinte coi colori delle salse e dei vapori di cottura, camerieri e cuochi che si raschiano l’interno delle narici con unghie lunghe come lame di coltelli, per poi affilarle con dei colpi di dritto e rovescio sui camici dipinti con complessi arabeschi di olio e grasso. In mezzo a questo deserto spuntano qua e là, come degli spinosissimi cacti, regole ferree, da non trasgredire per nulla al mondo, pena il taglio fantozziano della mano. Taglio soltanto morale, ovviamente. I cinesi, come sanno quasi tutti (soprattutto chi in Cina non c’è mai stato), sono cattivissimi - forse mangiano persino i bambini -, ma non sono ancora arrivati a quel punto.

Baozi, dei bocconcini ripieni di carne e verdura. I ristorantini che li servono si riconoscono per la pila di cestelli di bambù eretta sopra il getto di vapore, sistemata di solito di fianco all’ingresso. Appena entrati, si ordina una porzione con il ripieno preferito e ci si va a sedere, su sgabellini che spesso sono progettati per nani.

Il cameriere poggia sul tavolo un piattino di ceramica, le bacchette e i contenitori delle salse. Piattino, tavolo, finestre, l’intera sala da pranzo e l’uscio: è tutto in scala con gli sgabelli, dimensionato sulla taglia dei corpicini di brontolo e mammolo; persino uno dei camerieri è piccolo, piccolissimo, minuscolo. Il ristorante intero è stato scritto da Jonathan Swift. Oltre la finestra invece si alzano i palazzoni, le strade spaziose, le università (ben due in questa stessa via!) con i loro parchi estesi, completi di sculture e ruscelli. Tutto colossale. E per fortuna che questa è Kunming e non Pechino, la capitale (mondiale) del gigantismo.

Ma finalmente arrivano i bocconcini, sistemati ordinatamente sul loro cestello, una specie di scatoletta di bambù senza coperchio, con un fondo intrecciato che in fase di cottura lascia passare il vapore, di scatoletta in scatoletta, fino alla cima della pila. Un sistema antico, semplice e ingegnoso.

Lo straniero che siede davanti a me stringe in maniera un po’ goffa un baozi tra le bacchette, lo intinge nella salsa, lo porta alla bocca e con un morso ne divora metà. Poi lo poggia nuovamente sul cestello, mastica e assapora l’impasto di pane, carne, verdure e spezie. Io inforco le bacchette e mi preparo all’assalto, ma mi blocco quasi subito, con le dita intrecciate in una innaturale posizione intermedia, da crampi.

Dietro a me, dall’entrata della cucina, ho sentito dei passi che si affrettano verso il nostro tavolo, e in sottofondo altri suoni confusi.

Mi giro e vedo la stessa cameriera che ci ha servito mentre punta dritto verso di noi, fissa qualcosa sul tavolo e parla, in un incomprensibile dialetto yunnanese. Non c'è nessun altro davanti a lei, ma non sembra che le interessi se noi capiamo o no. Dà l'impressione di rivolgersi a qualcuno in cucina, a se stessa, a Buddha o a nessuno. Mentre passa di fianco ad una credenza, senza fermarsi o voltarsi stende un braccio verso una colonna di piatti e con la mano che si muove a memoria ne afferra due. Arrivata al nostro tavolo ce li mette davanti, uno a testa. Poi, cercando di contenere la seccatura, ci fa segno di poggiare i baozi già morsicati sul piattino, e NON sul vassoio di legno.

Seduta vicino a noi c’è una ragazza cinese che conosco di vista. Ho notato che osservava la scena in silenzio. Sono confuso. Le chiedo discretamente che cosa è successo. Mi risponde a bassa voce e farfugliando, un po’ imbarazzata. Alla fine capisco che il cibo parzialmente consumato non va poggiato sulle scatolette. Credo di intuire anche che i cestelli di bambù passano direttamente dal tavolo alla pila di cottura, con un nuovo carico di panini, senza essere lavati. Vengono quindi utilizzati soltanto come sostegno, non come piatto vero e proprio. Per ovvi motivi igienici, le pietanze che sono già state a contatto con la bocca di un cliente non possono esservi poggiate sopra. Così come non si intingono le proprie posate nei contenitori di salsa che stanno al centro della tavola, quelli che vengono utilizzati da tutti. Ogni cinese lo sa e non lo farebbe mai. Sarebbe un po’ come se in Italia qualcuno pescasse il sale o lo zucchero dal contenitore comune con il cucchiaio bavoso che si è appena sfilato dalla bocca. In effetti non fa un gran bel vedere.

La regola ha senso, non c’è niente da dire. Se lo straniero avesse saputo che i cestelli vengono utilizzati in quel modo, non avrebbe mai commesso l’errore. Ed io non sarei stato sul punto di fare altrettanto. Il fatto è che in Cina è difficile tenere alta l’attenzione per questo tipo di dettagli. Se per caso ti cade l’occhio sotto il tavolo, ti si presenta uno spettacolo di costolette spolpate che fermentano in mezzo ai tuoi piedi tra salviette sporche e stuzzicadenti; se poi per dimenticare quello schifo ti volti a dare un’occhiata fuori dalla finestra, a pochi metri dal tuo cibo c’è lì una truppa di topi che banchetta tra i cumuli di pattume accatastati sul marciapiede; poggi allora i gomiti sul tavolo e ti metti le mani davanti agli occhi, per non vedere nulla, ma sei assalito dalle note di una sinfonia rugosa, dove gli archi e i fiati delle gole schiarite sono seguiti dalle percussioni delle scatarrate che precipitano al suolo. Lo spettacolo degli sputi, tra l’altro, così come quello del fumo di sigaretta, va in onda ovunque: bar, ristoranti, cybercafe, cinema, autobus, vagoni letto, ospedali! Non dico che uno ci si abitua in fretta e comincia a seguire l’esempio, ma di certo in tema di igiene dopo un po’ l’asticella degli standard si abbassa e le aspettative vengono ridimensionate, così come la fiducia nel buon senso e nelle regole che questo dovrebbe suggerire.

Dopo alcuni mesi in un posto così - diciamo - originale, chi se lo aspettava di essere rimproverati per aver semplicemente poggiato il panino al vapore su quello che credevamo fosse il nostro piatto? E come per Fantozzi al ristorante giapponese, se fai un errore salta fuori un samurai, che con una secca stoccata di katana ti tronca di netto la mano fallosa. Zac!

No, per carità, non parliamo di Giappone in casa dei cinesi: in quel caso, oltre alla mano, potrebbero decidere di tagliarti pure la lingua...



lunedì 21 luglio 2008

Quello del globo. Kuala Lumpur - Malesia, 21 luglio 2008

“Quello del globo”, ecco chi era! L’avevo “sniffato” già da qualche secondo, il suo olezzo pungente sbucato come un fungo nel prato degli aromi da bazar di Bukit Bintang, ma fino a quando non l’ho individuato il mio istinto andava a caccia di una sorgente d’altro tipo.

Quando si trascina stanco lungo il marciapiedi, la folla gli scorre attorno, allargandoglisi davanti e chiudendosi alle sue spalle, con l'andamento costante dei flutti di un fiume che si adattano morbidamente al contorno di un isolotto.

Urtarlo è impossibile, perché si entra in stato di allerta già quando ci si trova a qualche metro di distanza. Il globo, quello scudo, la bolla che lo circonda, un guscio che si porta dietro come una tartaruga, lo percepisci prima con l’olfatto e soltanto più tardi con la vista. È un odore acido e secco, il fetore di un fluido fermentato che si è asciugato di recente su di un letto di paglia. Uno sbuffo talmente forte di cui solo una parte intercetta il naso, costringendo la frazione che non riesce a penetrare a conficcarsi come una pioggia di spilli nella smorfia che ti ha contratto il muso.

Ha in mano una copia di un giornale gratuito. In cima agli scalini sui quali si è accovacciato è stato da poco sistemato un ufficio di cambio, la versione gigante di una vaschetta da frullatore. Il grosso cubo di vetro e fibre plastiche potrebbe essere la fermata sospesa di un autobus a levitazione, nel cielo di una metropoli dell’anno 3000.

“Quello del globo” alza gli occhi, sembra che mi fissi ma non mi vede. Il sorriso ebete è sprofondato nella barba, un cespuglietto ben potato di pelo nero e riccio. La metà del viso dal naso in su sta compressa nel tubetto della sua faccia ad ampolla, spaziosa in basso per le labbra e i pochi denti, ma troppo stretta in alto per accomodare gli occhi strabuzzati da insonne cronico. Il rettangolino di pelle che gli copre gli zigomi ha l’aspetto morbido, lucido e leggermente madido della fettina di una cintura in cuoio su cui il metallo della fibbia ha lavorato per mesi.

“Quello del globo” è un barbone originale. Quando ti si avvicina con l’espressione di un pazzo che per passare inosservato si finge rimbambito e ti allunga la mano come per toccare un alieno, tu alzi di scatto lo sguardo dal libro e ti accorgi che d’istinto sei entrato in apnea, poi lo ignori come hai ignorato chi l’ha preceduto. Ma quando ti appresti a ritrovare il segno che hai perduto, con la coda dell’occhio noti i suoi movimenti da bradipo, mentre rientra nella sua corsia preferenziale sul marciapiedi. Ti chiedi se quell’espressione da matto o deficiente gli stia incollata al muso in maniera permanente o se se la scrollerà di dosso con la stessa lentezza con cui non ha ancora finito di ritirare la mano dell’elemosina. Resti ipnotizzato ad osservarlo, col dito sul libro, dimenticato su una riga che non c’entra nulla, mentre col movimento rallentato di un robot antiquato lui gira il collo e punta un rifiuto sul pavimento. Si china per raccoglierlo piegando la schiena da novantenne, tu pari la nuova zaffata con un airbag di guance gonfiate e allo stesso tempo ti chiedi cosa avrà trovato; che se ne potrà mai fare dell’incarto di una caramella, di un tappo di bottiglia o di un mozzicone di sigaretta?

Poi lo osservi mentre scruta l’oggetto: se non sapessi già che quello sguardo allucinato è l'espressione naturale con cui compie ogni suo gesto, sospetteresti che tra le dita regge l’artiglio di un dinosauro. Abbassa la mano, si gira e ti fissa sbalordito, ma probabilmente quello che osserva non è ciò che ha davanti agli occhi. Quindi riparte con la solita flemma, trova un cestino e vi getta il rifiuto.

Ora la bocca si è aperta pure a te e ti sorge il sospetto che quella sua espressione tonta la riesci ad imitare abbastanza bene. Ti riprendi di scatto e ti irrigidisci sulla sedia, ti infili una mano in tasca, tiri fuori qualche moneta e cerchi in fretta il modo di attirare la sua attenzione.

Ve lo posso assicurare, “quello del globo” puzza di brutto. Credo che una doccia non se la faccia da anni, ma alla pulizia della sua città sembra tenerci parecchio.





venerdì 4 aprile 2008

Un velo di coloniale e d'antico. Penang - Malesia, 4 aprile 2008

All’improvviso mi rendo conto che da lungo tempo la mia mente stava svolazzando, quasi in un sogno. Di una cosa sono sicuro però, non stavo dormendo. E come potrei? Con questo continuo ronzio nelle orecchie.

La ragazza cinese che siede davanti a me da due ore almeno non smette di parlare al telefono. E non intendo dire: non smette di telefonare; quello che voglio dire è proprio: non smette di parlare al telefono.

Non so chi ci sia all’altro capo della linea ma posso affermare con certezza che si tratta di un interlocutore passivo, estremamente passivo.

Forse è muto e le scriverà in seguito le risposte via email.

Oppure la ragazza sta lasciando un messaggio in segreteria, sperando per lei e per chi deve ascoltarlo che all’altro apparecchio ci sia uno schiavo, pronto a cambiare la cassetta al momento giusto, o meglio ancora che utilizzino un capiente hard disk per le registrazioni.

O sarà invece un depresso suicida che minaccia di saltare giù dal davanzale non appena la nostra amica smette di parlare?

Allora no, non ti fermare! Vai, parla, parla! Della tua infanzia, di quello che scorre fuori del finestrino, dei passeggeri dell’autobus, di quel che hai mangiato a pranzo.

E su quest’ultimo argomento di cose da dire ne deve avere parecchie.

Quando l’autobus si ferma per una pausa alla stazione di servizio, la osservo mentre passeggia. Indossa dei jeans a zampa d’elefante: non per via della scampanatura, ma per la dimensione di quei quarti, da pachiderma africano appunto, o forse addirittura da mammuth.

Ha le cosce talmente grosse che quasi non se ne nota il movimento durante la falcata. È come se sotto ai suoi piedi ci fosse un congegno atto a creare un potente campo magnetico, che le permette di scorrere senza attrito, come su un cuscinetto d’aria. Cammina un po’ come quei Barbapapà, i personaggi dei fumetti francesi degli anni ‘70. Pure il suo corpo ne ricorda un po’ la forma. Sembra un ellissoide, o un uovo, che scorre senza ruotare, con l’asse maggiore in verticale. O forse, visto il colore della “magliettina” - che un'altra ragazza potrebbe indossare come un camice - si può dire che assomiglia ad un’oliva. Un’oliva gigante.

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Certo che la Malesia vista in campagna sembra proprio un’immensa piantagione di palme da olio.

Pigliate un autobus che vada da qualsiasi centro urbano ad un altro e provate il seguente giochino. Chiudete gli occhi e assopitevi per qualche minuto, la comodità di queste poltrone da ufficio dovrebbe agevolarvi il compito. Oppure fissate il libro davanti a voi, o fate qualsiasi altra cosa, purché non guardiate fuori dal finestrino.

Poi, dopo alcuni minuti voltatevi e osservate il paesaggio.

Ripetete il trucco una decina di volte. Sette o otto volte vi troverete davanti i filari di queste piante. È facile imparare a riconoscerle, un po’ per la frequenza con cui le si trova e un po’ perché in effetti sono inconfondibili. Possono essere a tronco esile e lungo, o basso e tozzo. Ma il “ciuffo” è sempre simile, a “testa di capelli cotonati”. Una specie di calotta formata da una serie di lunghi rami arcuati, che partono verso ogni direzione dal centro del nodo. Alcuni a centottanta gradi verso l’alto, poi altri ad angoli via via minori, fino a quelli inferiori che spiovono verso il basso.

Da ognuna di queste “sciabole” si dipana di traverso, in due versi opposti, una serie di foglie non molto grandi, di un verde piuttosto scuro.

L’olio, esportato in tutto il mondo, si ottiene da semi incastonati in grandi “pigne”, che sbocciano dal centro del bulbo.

Da quando il lattice naturale non è più l’elemento principale per l’ottenimento della gomma, queste palme hanno sostituito come coltivazione nazionale le piante di caucciù. Qua e là spuntano ancora alcune chiazze coltivate con questi alberi, simili a betulle, alla base dei quali sono spesso inchiodati dei gusci di cocco, in cui viene fatta colare la resina che esce dalla corteccia.

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Il centro di Georgetown, nel cuore di Penang, non me lo ricordavo così grande. La stessa area ospita una rumorosa Little India e un’operosa Chinatown. Minareti alti e decorati, statue dalle tinte sgargianti e vagamente psichedeliche aggrappate alle colonne e ai tetti dei templi hindu, pagode cinesi avvolte in bianche nuvole di incenso e case delle corporazioni con massicci portoni in legno e facciate dai tenui toni pastello. E poi ristoranti, alloggi, botteghe di artigiani e magazzini di commercianti. Il tutto avvolto da un pallido ma onnipresente velo di coloniale e d'antico.

Ho fatto appena in tempo a mettere giù i bagagli che sono già in strada a passeggiare, ad annusare, ad assaggiare e ad osservare per cercare, a volte inutilmente, di afferrare e conservare, se non proprio di ricordare.

Oltrepasso una moschea davanti alla quale un gruppo di signori con vestaglie ampie e copricapi ricamati stanno seduti a chiacchierare su un semicerchio di sedie disposte attorno all’entrata. Vengo attratto dalle note della musica proveniente dall’interno di una food court, uno spiazzo delimitato che ospita numerosi ristoranti, in prevalenza cinesi, varie tavolate e un complesso musicale al centro. Rallento il passo. Come un ragno che si avventa su una mosca caduta sulla tela, mi viene incontro un signore piccolino con la pelle scura e dei baffetti neri e sottili.

“Solo un’occhiata...solo un’occhiata...Indonesia...”

“Come?”

Fa un cenno in direzione dell’orchestra e riprende il ritornello.

“Entra...un’occhiata...non piace...andare via...”

Il suo inglese non è buono, ma si vede che il numero è stato provato e riprovato.

“Eh, magari più tardi.”

“No...adesso...dai!”

Ha un sorriso delizioso, che mi attrae come se fossi un cobra davanti al piffero in cui soffia il suo incantatore. Lo seguo all’interno.

Riconosco la canzone, quante volte l’ho ascoltata a Kunming.

“Ma è cinese!”

“No! Indonesia...Indonesia...” insiste lui.

In effetti il cantante, che assomiglia alla mia “guida”, potrebbe essere indonesiano.

“Sì, ma sta cantando in cinese...”

“Indonesia...anche Cina, Malesia...lingua inglese...”

Ma di che sta parlando? Ci saranno altri complessi?

Poi mi accorgo di un disallineamento tra i nostri sguardi. Mentre il mio fino ad ora stava fisso sul cantante, il suo copre ad intervalli regolari lo spazio che separa me e un gruppo di spettatori, seduto attorno a tre tavolini in metallo. Si tratta anzi di spettatrici. La mia confusione dura soltanto altri due secondi. Poi faccio le somme tra i vari fattori. Indonesia, Cina, lingua inglese, occhiata, se non piace vai via: è un magnaccia!
“Ahhh, no grazie. Non mi serve. Arrivederci...”


lunedì 31 marzo 2008

L’isola delle sorprese. Tioman - Malesia, 31 marzo 2008

La procedura di imbarco sul ferry che da Mersing, sulla terraferma, porta all’isola di Tioman, è da raccontare nel dettaglio.

Dopo aver prenotato il viaggio, dall’agenzia ci portano al molo con un furgoncino. All’uscita dal mezzo l’autista ci chiede di esibire il biglietto per la barca, strappa il talloncino più piccolo e se lo mette in tasca. Restiamo un po’ sorpresi ma accettiamo in silenzio, prendiamo i bagagli e ci avviamo. Ci presentiamo allo sportello dell’operatore, dove una ragazza, che per colmare le lacune del suo inglese sorride in continuazione, ci controlla nuovamente il biglietto (la parte che abbiamo conservato) e ci fa compilare un modulo con i campi del nome, della nazionalità, il numero di passaporto e le altre generalità.

“Nel caso affondassimo...” commenta ironicamente un turista inglese.

Quando arriva l’ora dell’imbarco il cancello si apre e una fila di tre addetti si apposta per controllare nuovamente i biglietti. O almeno così ci sembrava.

Scopriamo invece che ad ognuno dei tre è stata affidata una mansione diversa. Il primo effettivamente controlla il biglietto e ci consegna un tesserino giallo valido per una tratta semplice. È la stessa ragazza che ci ha fatto compilare il modulo, a cui tocca quindi controllare il biglietto due volte nel giro di cinque minuti.

Il secondo intercetta nuovamente il foglietto che ognuno, credendo che ne abbiano abbastanza, sta per rimettersi in tasca, e ne strappa un lembo per invalidarlo.

Il terzo infine, in piedi ad un solo metro dalla ragazza che ci aveva consegnato il talloncino giallo, ce lo ritira per certificare l’avvenuto imbarco. Il cedolino ci è rimasto tra le dita per un tempo talmente breve che viene quasi voglia di tenerlo stretto tra le dita un altro po’, senza consegnarlo.

Dopo le tre fasi di questa sequenza, i turisti si incamminano sulle assi di legno del pontile, con un sorriso incredulo tra le labbra.

Riassumendo: l’agenzia vende il biglietto composto da due parti. L’autista del furgoncino lo controlla e strappa il cedolino più piccolo. Allo sportello il biglietto viene verificato nuovamente al momento del riempimento del formulario. Al cancello dell’imbarco una fila di tre addetti si occupa 1) di verificare per la terza volta il documento di viaggio, consegnando in caso di riscontro positivo un ulteriore talloncino, 2) di strappare un lembo al biglietto, e 3) di ritirare il tagliando appena consegnato.

Non male, ricorda la procedura da seguire per salire in un treno nella Cina Popolare. Lì uno se la spiega con l’esigenza del governo di dare un lavoro, o meglio uno stipendio, a qualche centinaio di milioni di cittadini. Ma in Malesia? Chissà...

Sbarchiamo alla spiaggia ABC, uno spiritosissimo acronimo per il nome malay della località. I malesiani, come i singaporiani, sono dei grandi amanti di acronimi, sigle e abbreviazioni. Probabilmente più degli stessi americani, che cercano costantemente di imitare.

ABC è solo l’ennesimo di una lunga lista. KL è ovviamente Kuala Lumpur, la capitale. JB è Johor Bahru, la città che fronteggia Singapore sul lato malese dello stretto. KLCC è il complesso del Centro conferenze, che comprende anche le torri Petronas, a cui spesso ci si riferisce con la stessa sigla. KLIA è l’aeroporto internazionale principale, ma LCCT è quello utilizzato dalle compagnie low cost, la più importante delle quali è Air Asia, la Ryan Air d’oriente. E così via.

Qui si cerca di abbreviare tutto. I nomi originali sono alle volte un po’ lunghetti e non c’è tempo sufficiente per pronunciali interamente. Come dare torto ai poveri malesiani? Provate per esempio a dire: Kuala Lumpur convention centre. Quando ce l’avrete fatta la conferenza potrà nel frattempo essere già terminata.

Qualcosa di ancor più fastidioso potrebbe capitarvi poi se al check-in per il vostro volo vi salta in mente di pronunciare per intero Kuala Lumpur International Airport o Low Cost Carriers Terminal.

Ma a parte tutto l’isola di Tioman è davvero bella.

L’acqua è calma e limpida e persino sporgendosi dal parapetto del molo a cui ha attraccato la nostra barca è possibile restare incantati ad osservare i variopinti branchi di pesci che sfrecciano, avanzano, si voltano tutti assieme e tornano indietro, fuggono spaventati da chissà cosa, o procedono stancamente, senza mai rompere le fila, con movimenti sincronizzati, comandati da un solo cervello, rimodellando di volta in volta con armonia la forma della loro “bolla”.

La marea è bassa, non vale la pena nuotare ma si può comunque restare immersi a pancia in su, fluttuando dolcemente, con lo sguardo rivolto verso l’isola, da principio per controllare la borsa lasciata incustodita in riva, ma poi scordandosene facendosi catturare dalla bellezza della foto che, dal basso verso l’alto, si sviluppa con una striscia di arena luccicante, seguita da una fila di palme e altri alberi a foglia larga, dalle fronde di un verde talmente vivido da sembrare saturato in maniera artificiale. Fila interrotta qua e là dal riquadro rosso-marrone di un bungalow, che da queste parti chiamano chalet. Un po’ più in alto scorre la fascia frastagliata e fuori fuoco delle colline retrostanti, avvolta dalla schiuma delle nuvole color panna che macchiano il cielo opaco, gonfio di umidità.

Ad ammirare il profilo di Tioman ci si scorda quasi di essere immersi, fino a quando una scossa di nervi ci mette in allarme, ricordandoci che l’acqua, pur caldissima, ci ha sottratto calore per quasi un’ora. Ci alziamo, camminiamo con cautela cercando di evitare i ciottoli che riusciamo a scorgere attraverso la superficie trasparente, ma qualche ondina maligna ci sbilancia e cominciamo ad avanzare come su un letto di braci, emettendo urletti imbarazzanti ogni volta che un piede si poggia su una pietra o su un pezzo di corallo.

Arrivati in riva ci voltiamo e ci accorgiamo con meraviglia che è come se qualcuno avesse premuto sul telecomando il tasto “+” del controllo dei colori. La U della baia si esibisce in pose diverse cambiando abito ogni cinque minuti, mentre il cielo da celeste-grigio, seguendo una sequenza impensabile di tonalità sfumate, finisce per diventare nero-viola.

Ma a questo punto noi stiamo già seduti al tavolo del ristorante in riva, pronti a dare l’assalto al piatto succulento che il cameriere malay ci poggia davanti. Circondato da una collinetta di patatine fritte e da un altopiano di verdure cotte in una salsa di curry piuttosto piccante, sta steso a pancia in su un grande trancio di tonno, pescato in giornata.

In questo locale servono pure la birra, nonostante i divieti pubblicati su enormi cartelli che proibiscono ai malay di consumare, comprare o persino vendere birra, liquori o qualsiasi altra sostanza intossicante. Pena prevista un multa non troppo elevata e la somministrazione di un buon numero di frustate con il rotan. Una canna che provoca delle ferite a carne viva molto dolorose, come documentato dal video-shock di un’esecuzione, che venne pubblicato anche dai quotidiani italiani alcuni mesi or sono.

Allo stesso tavolo stanno seduti anche una ragazza giapponese e un canadese che insegna inglese a Nagoya.

Il proprietario del locale, un malay sveglio dalle orecchie lunghe, mentre passa a raccogliere i piatti sporchi coglie al volo un nostro commento su alcune pratiche sospette adottate dalle agenzie turistiche nella città di Mersing, da dove partono i collegamenti con l’isola.

Sia l’autobus proveniente da Malacca che quello partito da Kuala Lumpur con cui è arrivato il canadese si sono fermati a sorpresa davanti ad un’agenzia turistica, ben prima di arrivare al capolinea. Dopo una breve telefonata effettuata dall’autista malay, un cinese sorridente è salito ad annunciare che chi era diretto all’isola poteva fermarsi qui per sbrigare le pratiche di imbarco per il Ferry. Una volta che ci si rende conto di essere all’interno di un’agenzia e non alla biglietteria del molo, il sospetto si trasforma in realtà.

Questi furbi esercenti allungano una mancia agli autisti degli autobus provenienti dalle località più popolari del paese, ottenendo in cambio lo “sgancio” all’entrata del loro negozio dei turisti ignari, che confusi e stanchi si faranno magari convincere non solo a comprare il biglietto per il viaggio in barca ma pure a prenotare un bungalow presso una delle strutture “consigliate”.

Il proprietario del ristorante conferma la tesi e ci rovescia addosso tutta la sua frustrazione. Si rammarica per il fatto che le autorità non fanno nulla per evitare che queste “sanguisughe” intercettino una parte importante degli introiti del turismo che arriva sull’isola.

“Si prendono percentuali altissime per le stanze che riescono a far prenotare, facendo quindi lievitare i prezzi e costringendo per giunta gli operatori dell’isola a ridurre i propri incassi.

Io da loro non accetto nessuna prenotazione, ho solo pochi chalet e riesco quasi sempre a riempirli senza il loro aiuto. Ma sono in molti qui a rivolgersi alle agenzie di Mersing, le quali alla fine si accaparrano una fetta troppo grande della torta, senza peraltro contribuire, come facciamo noi qui, alla preservazione dell’ambiente e allo sviluppo delle strutture e della qualità del servizio offerto. Ma il governo dove sta?”

All’inizio abbiamo cercato di intervenire con qualche commento, ma il ristoratore è un fiume in piena e finiamo per trascorrere vari minuti ascoltandolo in silenzio. Alla fine si accorge di essersi lasciato risucchiare in un monologo. Sta in piedi, con una pila di piatti sporchi accatastati su un avambraccio, mentre l’altro si agita nell’aria. Si ferma e ci osserva in silenzio per qualche secondo.

“Scusate, a volte parlo troppo.”

“No, no. Si figuri. A noi interessa sapere anche queste cose.”

Ma lui, da bravo oste, sa che le chiacchierate con i clienti devono essere brevi e possibilmente divertenti, quindi ci sorride, si scusa di nuovo e torna in cucina.

Quando poche ore fa la barca stava per approdare a Tekek, la fermata che precede quella di ABC, mentre quasi tutti con le fronti incollate al finestrino ci eravamo lasciati andare ad ammirare la bellezza del paesaggio, l’apparizione da dietro le palme di un aeroplano in fase di decollo ci ha strappato dai nostri sogni di tramonti tropicali e nuotate tra pesci e coralli, lasciandoci di stucco.

Ebbene sì. Questo paradiso del golfo del Siam, senza una strada, in cui per andare da una spiaggia all’altra bisogna spesso salire su una barca, ha un aeroporto!

E questa non sarà l’unica sorpresa che ci riserva l’isola di Tioman.

Durante il pranzo presso il semplice ristorantino di un bungalow resort, proprio da dietro a me arriva una coppia di ragazze danesi accompagnate da un signore europeo che si rivolge al proprietario.

“Queste sono le due ragazze che hanno prenotato un bungalow per oggi.”

Mentre le ragazze vengono accompagnate al loro chalet, il signore se ne va. Poi le due danesi tornano al ristorante, si siedono e ordinano il loro pranzo. Quando hanno finito si alzano e si avviano verso la cassa per pagare. Vengono quindi intercettate dal signore che è riapparso all’improvviso nel locale.

“Ciao ragazze, posso sedermi con voi a fare quattro chiacchiere?”

“Ah, purtroppo noi stiamo uscendo.”

“Beh, non fa niente. Fatemi sapere allora se volete che vi presti le maschere e le pinne. Ciao.”

Osservo bene quest’uomo di mezza età. Indossa una magliettina polo in raso grigio e un paio di bermuda con disegno scozzese in tinta rosso-blu. Ha la pelle abbronzata e lentigginosa, è completamente pelato e porta un baffetto fino, che non capisco se sia biondo o bianco. Il viso è sottile e lungo, i suoi tratti sono molto dignitosi, quasi aristocratici. Mi ricorda vagamente il signor Higgins, l’amico di Magnum, l’investigatore impersonato da Tom Selleck nella famosa serie americana ambientata alle Hawaii.

Le ragazze se ne vanno e Higgins si va a sedere al loro tavolo, che non è ancora stato sparecchiato. Prende uno dei due piatti e svuota gli avanzi di frittata sopra il riso al pollo rimasto sull’altro.

Ma che sta facendo? Da una mano a riordinare? Ma chi glielo fa fare?

Afferra le posate, e in perfetto stile asiatico comincia a spingere con la forchetta il cibo all’interno del cucchiaio, e poi se lo mette in bocca. Assume una posa da perfetto galateo, con la schiena dritta, le spalle spinte indietro e gli avambracci poggiati con eleganza sul bordo del tavolo. Mastica lentamente, trentacinque volte, prima di deglutire con un movimento quasi impercettibile la sacca di impasto farinoso che gli è rimasta sul fondo del palato.

Poi aspetta, si rilassa, alza lo sguardo e osserva le colline davanti a sé, si volta dunque verso il molo alla sua destra e pensa, sogna, si ricorda. Di quando aveva trent’anni, lassù in Scozia, nel castello in riva al lago, seduto al vecchio tavolo in ciliegio già appartenuto al suo trisavolo, il conte William Francis Higgins, il cui ritratto, appeso vicino al camino, sovrastava l’enorme sala. Di quando ancora aveva i soldi per permettersi il servo indiano, che gli portava il vassoio col coperchio a cupola in argento, al centro del quale stava spaparanzato il fagiano che aveva centrato al petto la mattina presto, durante una superba battuta di caccia nel bosco di castagni, con i suoi amici duchi e visconti.

E gli sembra ancora di sentirla in bocca quella carne tenera e saporita, il leggero retrogusto metallico proprio lì vicino al foro in cui era passato il colpo, uno dei migliori che avesse mai tirato.

Lo sguardo dal molo torna di nuovo sul piatto, davanti a lui. Potrebbe prenderlo lo sconforto, per ciò che c’è dentro, per quel che sta facendo; è invece l’appetito ad avere il sopravvento. William Francis Higgins terzo scrolla le spalle e spinge in avanti il mento, arcuando le labbra in un broncio di superiore indifferenza.

“A gratis, pure ‘sto pollo fritto non è poi così male”, liberamente tradotto dall’inglese forbito con cui, anche in un ambiente come questo e con i tempi che corrono, non riesce proprio a fare a meno di esprimersi.

Ci rimette dentro le posate e ricomincia da dove aveva interrotto: la cucchiaiata, le trentacinque masticate e l’ingoio calmo del serpente. Poi fissa il tavolo, senza fretta, non come uno che sta cercando di sbafarsi gli avanzi di nascosto, ma piuttosto come un cliente che cerca di gustarsi con calma il piatto a cui anelava da qualche ora e che ha appena ordinato.

Il ristoratore non arriva. Higgins fa in tempo a mangiare l’abbondante porzione di riso, frittata e carne che è riuscito a mettere assieme. Tira anche un paio di sorsi da una cannuccia che si infila in un succo d’arancia. Poi si pulisce la bocca con una salvietta riciclata, si alza, sistema la sedia sotto al tavolo, e se ne va. Sempre con calma, come se niente fosse. Senza curarsi di chi nel locale lo sta osservando. Senza apparentemente essersi mai preoccupato di un’eventuale comparsa del proprietario nella sala.

Tutto ciò nel giro di sole ventiquattr'ore.

All'inizio sembra graziosa ma un po’ noiosa l'isola, invece...








sabato 29 marzo 2008

La terra che "avanza". Malacca - Malesia, 29 marzo 2008

A Kuala Lumpur Chinatown è diventato ormai un quartiere troppo caotico, fasullo e pieno di turisti, di ogni razza e provenienza. In un posto come quello della comunità cinese in Malesia, dei suoi usi, delle sue tradizioni, non si riesce più a capirci molto.
Meglio pigliare un autobus o un taxi e con un viaggio lungo nemmeno tre ore venire a Malacca.

Anche qui ci sono due o tre vie - in particolare Jonker walk - con i negozietti per i turisti, i ristoranti finto-antichi, e alcuni palazzi riverniciati con toni vivaci un po’ sospetti. Ma è una zona ristretta e usualmente nemmeno troppo affollata e sofisticata. Persino la maggior parte dei turisti che prende d’assalto le bancarelle del mercato, allestito lungo queste vie nelle sere del fine settimana, è cinese. Li riconosci subito, cinesi locali o stranieri, ma senza dubbio cinesi. Si potrebbe dire che l’atmosfera che avvolge Jonker walk in questa circostanza è quella di una sagra di paese o di un mercato rionale, più che quella così comune altrove di un enorme specchietto per le allodole, dove le allodole sarebbero ovviamente i turisti stranieri.

Svoltando a destra al primo angolo e poi a sinistra dopo un altro paio di incroci, proseguendo un po’, ci si perde tra le maglie di un quartiere cinese piuttosto autentico. Ma essendo Malacca una città malese, questa chinatown è cinese in un modo tutto suo. La comunità che si è andata formando grazie alle ondate di immigrazione che nei secoli partendo dalla Cina hanno investito lo stretto di Malacca (che comprende tutta la zona circostante, Penang e Singapore incluse), è quella dei Baba Nyonya, ovvero i “discendenti”, dove il primo termine identifica gli uomini e il secondo le donne.

Il fine settimana, dalle sette della sera fino a mezzanotte, Jonker walk si riempie di bancarelle, presso le quali ambulanti del posto vendono per lo più specialità culinarie dello stretto di Malacca. Basta sedersi ad un tavolino provvisorio, aperto davanti al marciapiedi per l’occasione, e si possono assaggiare prelibatezze che svariano dai noodles fritti in varie salse a tutte le varietà di zuppe Laksa, dagli involtini a base di tofu e rapa fino al dessert di ice kacang, ovvero granatine con frutta fresca e secca, su cui vengono colati sciroppi dalle tinte sgargianti. C’è pure una bancarella che vende il Dim Sum e un’altra che offre un dolce secco, talmente duro che il venditore, per tagliare le porzioni, picchietta con un martello su uno scalpellino, che ad ogni colpetto si conficca, poco e a fatica, nell’impasto color crema.

Ma la vera specialità di Malacca è sicuramente il Chiken Rice Ball, o meglio, utilizzando il buffo accento locale, il Chik’ice’ballllll, pronunciato all’inizio comprimendo la frase, cercando di risparmiare al massimo sul numero di sillabe, per poi lasciar fluire sulla lingua un getto di aria interminabile, bando alle spese, per strascicare una L finale che sembra continuare a scorrere anche quando il malesiano ha chiuso ormai la bocca da un pezzo.
Ci sono numerosi ristoranti che offrono questa presunta prelibatezza, alcuni con nomi cinesi e altri persino con nomi latineggianti, legati all’antica tradizione coloniale portoghese. Ma non bisogna farsi trarre in inganno da insegne colorate e edifici restaurati. Come consiglia Raymond, il simpatico signore che ci affitta la stanza, il Chicken rice ball va provato soltanto da Ho Kee, ristorante dalla tradizione garantita e dal prezzo modico. E bisogna assolutamente evitare di mangiarlo per cena, quando gli ingredienti, preparati la mattina presto, hanno ormai perso la freschezza e la caratteristica fragranza. Dritta che ovviamente l’ospite straniero dimostra sul momento di aver inteso ed apprezzato. Per poi lasciarsi andare ad un “mah!” carico di perplessità, non appena si è avviato dubbioso verso il rinomato ristorante.
Ma come? Questo piatto consiste grosso modo in quello che in veneto chiamano gaina ‘esa. Né più né meno che una semplice e piuttosto povera portata di pollo lesso, con un accompagnamento di un riso cotto al vapore e insaporito con un po’ di brodo. Che differenza potranno mai fare il ristorante che lo serve e un paio d’ore in più o in meno?
Siete d’accordo, no?
E avete torto! Così come ce l’aveva chi scrive, che ha dovuto ricredersi dopo aver messo in bocca la prima cucchiaiata di carne e riso. Squisito!
La conclusione affrettata era dovuta ad una svista madornale. Così come nella cucina di qualsiasi altro posto, il segreto sta quasi sempre nella qualità degli ingredienti, ma soprattutto nella procedura utilizzata per la preparazione delle salse. Da Ho Kee il pollo è tenero, e il riso, compresso in sfere della dimensione di una palla da ping pong e tenuto assieme dal grasso del brodo, è di una consistenza che si lascia addentare con piacere estatico. Ma è il contenuto del pentolino in alluminio che sta al centro del tavolo il vero segreto della ricetta. Questo preparato a base di brodo, con un pizzico di zenzero, il giusto quantitativo di aglio e peperoncino abbondante, dopo essere stato mescolato con un’aggiunta di una varietà scurissima e densa di salsa di soia, va versato a volontà su carne e riso, e fa la differenza tra il Chicken rice ball di Ho Kee e le “expensive imitations” che ad ascoltare Raymond vengono servite negli altri ristoranti di Chinatown.

Alla qualità del cibo bisogna poi aggiungere quella del servizio. C’è una signora in particolare che oltre a prendere le ordinazioni in inglese si ricorda di tutti i clienti che vengono qui per la seconda volta. Mentre non smette per un attimo di chiacchierare e distribuire un amabile sorriso a tutta la tavolata, provvede a miscelare personalmente le giuste dosi di salsa piccante e soia, con movimenti comandati a memoria, senza mai guardare quello che sta facendo. Da imbambolarsi ad osservarla.

Tornati in strada e fatti un paio di passi ci si rende subito conto che durante il giorno il quartiere è semideserto. Chi se la sente di sudare sette camicie sfidando l’afa dei tropici può quindi armarsi di macchinetta fotografica e passeggiare indisturbato, fermandosi di tanto in tanto per approfittare di una gamma variegata di scorci e personaggi pittoreschi.

Sempre che dall’interno di un negozio qualcuno non vi ammonisca con un perentorio: “No picture!”, spesso senza nemmeno usare il please. Sembra quasi che portarsi via uno scatto del dettaglio di un edificio storico equivalga a mettersi in tasca di soppiatto uno degli articoli della paccottiglia dozzinale che questi ingordi ingrati cercano di vendere ai turisti.
I quali sono sempre “Welcome” e “Madam” o “Sir” se entrano nel negozio per lasciare qualche decina di Ringgit, ma si meritano una sgridata di quelle che potrebbe sentirsi urlare contro un cane se, pur restando coi piedi ben piantati all’esterno del locale, si avvicinano alla “zona ristretta” e puntano l’obiettivo non già sulla merce esposta bensì su un neutrale cornicione o una innocua colonna.
Alcuni esercenti della zona - non soltanto i cinesi proverbialmente noti per la loro ingordigia, ma anche i malay o gli indiani - sembrano essersi scordati che l’inclusione di questo bel centro storico tra i siti del patrimonio dell’Unesco non fu una disgrazia caduta dal cielo bensì l’esito positivo dell’apposita domanda presentata dalle autorità locali. Proprio questa qualifica si è infatti rivelata nel tempo un efficace strumento di marketing, attirando ogni anno su questa deliziosa città migliaia di turisti locali e stranieri, armati di spesse mazzette di banconote, di cui proprio questi signori sono i maggiori beneficiari. Non c’è certamente bisogno di ricordare loro che il proprietario dello stesso tipo di negozio in qualunque altra località del paese certi incassi se li può soltanto sognare. Ma, si sa, in casi come questi i diritti acquisiti vengono dati subito per scontati, mentre le responsabilità che questi comportano tendono a volte ad essere accantonate.
E passi se a impedirti di scattare una foto è uno smilzo vecchietto che vende noccioline, a cui spetta il diritto di difendere le proprie convinzioni culturali, religiose e, se crede, persino le proprie superstizioni, ma ci si sente trattati un po’ come dei salvadanai quando il proprietario di un prospero esercizio, arricchitosi proprio grazie all’afflusso costante dei turisti, ti chiede l’obolo di qualche ringgit per “lasciarti” scattare la foto ai brandelli di una bandiera affumicata, che ondeggia e si affloscia sopra la tettoia del negozio.

Usciti da Chinatown Malacca offre ai visitatori anche (e forse soprattutto) il complesso della città rossa, che si sviluppa attorno alla Chiesa di Cristo, nata protestante sotto il dominio degli olandesi e convertita all’anglicanesimo quando gli inglesi si sono insediati nell’area. Sul cucuzzolo e sul pendio di una dolce collinetta, che comincia a salire proprio dietro la Chiesa, si trovano i resti della Fortezza, della Cattedrale portoghese di Nostra Signora, della Porta di Santiago e del cimitero olandese.

Poco oltre si estende Melaka Raya, un’area nuova della città, costellata da edifici che ospitano attività commerciali di vario tipo. A definire “nuova” questa zona non si sbaglia di sicuro. Tutte le costruzioni sono più o meno dello stesso tipo e praticamente nessuna si eleva oltre il secondo piano. Non c’è una singola struttura che sia stata costruita più di qualche anno fa. Nemmeno una. Sorge un sospetto.
La spiegazione è semplice, e allo stesso tempo sbalorditiva. Nulla è stato edificato su questa lingua di terra prima degli anni novanta perché prima di allora qui c’era il mare. Queste poche centinaia di metri di terra sono state strappate o, per utilizzare il termine tecnico in inglese, reclaimed, al mare. Bonificate, seguendo un progetto che prevedeva appunto lo spostamento in avanti della linea costiera, anche se non per i normali scopi dell’agricoltura o di igiene, ma semplicemente per il beneficio dell’industria edilizia.

Che una pratica del genere venga adottata a Singapore, lontana un tiro di schioppo da qui, dove i cinque milioni di abitanti, a cui va sommata la folta comunità di expatriates, cominciano a vivere un po’ strettini, si può anche arrivare a capirlo.
Ma in Malesia! E proprio nella città dal profilo storico-architettonico più originale e di valore del paese! Giusto a fianco di uno dei complessi archeologici più importanti del sud est asiatico!

Questo resta davvero un mistero difficile da svelare.
Ma d’altra parte Malacca, come hanno già osservato altri visitatori illustri, il fascino della città misteriosa ce l’ha sempre avuto.


sabato 22 marzo 2008

Tibet: appunti e commenti. Kuala Lumpur - Malesia, 22 marzo 2008

Gli appunti e i commenti sulla situazione in Tibet, non riferendosi ai posti che sto attualmente visitando, e non facendo quindi strettamente parte del mio diario, sono stati spostati sul mio sito, nella sezione "Cina".
http://it.geocities.com/pulfabio/cina.htm

martedì 18 marzo 2008

Approcci non del tutto ordinari. Kuala Lumpur - Malesia, 18 marzo 2008

Rallento, mi volto, osservo con attenzione ma non riesco a scorgerlo. Poco fa un ragazzo mi ha chiesto dove si può comprare una carta telefonica internazionale; non era riuscito a trovarla nemmeno al Seven/eleven. Era mezzanotte passata e sul momento non mi è venuto in mente niente, poi mi sono ricordato di un altro negozietto.

Scruto attentamente il marciapiedi ma non c'è nulla da fare, il ragazzo sembra essere sparito. Muovo alcuni passi lentamente, continuando a guardare all’indietro, nella direzione in cui l’avevo visto incamminarsi. Mi fermo e do l’ultima occhiata prima di arrendermi: è proprio scomparso.

Mi rimetto a camminare e quasi subito mi trovo davanti il sorriso malizioso di un giovane orientale, vestito tutto di nero, come un modello di Calvin Klein, con una banana d'altri tempi ingellata sulla testa. Continua a sorridermi per alcuni secondi, poi si incammina al mio fianco e mi rivolge la parola, come se tutto facesse parte di una tecnica studiata.

“Scusa, sai per caso dov’è il Blue Bird?”
L’uso dell'accento è curato attentamente, così come quello del tono della voce.

Non ho mai sentito parlare di un posto con quel nome ma ogni dettaglio di questa scena mi fa pensare che si tratti di un locale gay.
D'altra parte non credo sia una coincidenza il fatto che ci troviamo proprio davanti al Dome di Bukit Bintang, un caffè nel cui cortile siedono spesso coppie gay di turisti stranieri e ragazzi del posto.
Pur non essendo la prima volta che mi accade, questo genere di abbordaggi mi mette ancora in imbarazzo. Cerco comunque di apparire tranquillo e cortese.

“Come?”
Essendo la mia risposta uscita quasi con un urlo, l'inizio non è stato dei migliori.
“Il Blue Bird, sai dov’è?”
“No, mi spiace. Non credo di averlo mai sentito nominare”
La prima fase dell'operazione è terminata. Ma né la mia leggera scortesia né il fatto che non mi fermo e non lo incoraggio a continuare lo convincono a lasciar perdere.
“Da dove arrivi?” e con un cenno della testa sembra indicare un punto lontano, nella direzione da cui provengo.
“Vuoi sapere dove sono stato finora o di dove sono?”
“Di dove sei”
“Italia”
“E dove abiti?”
“Hmm, qui vicino”
Questo giovane non ha certo voglia di perdere tempo, il ritmo delle sue domande è incalzante. Non ci ha messo molto ad arrivare allo sgancio della bomba.
“Non è che ti va di venire a dormire nel mio hotel?”
Questo per lui dev’essere il momento più emozionante dell’azione, per me è invece l’occasione propizia per svignarmela.
“Ah, no, grazie”
“Ciao”
“Ciao”

Non è vero che gli asiatici sono sempre più timidi e riservati di noi occidentali, così come non è vero che il cosiddetto latin lover è l’abbordatore più aggressivo che ci sia in circolazione.
Alle volte questi omosessuali asiatici con la loro audacia possono lasciarti davvero a bocca aperta.

La prima volta fu a Chiang Mai, nella Thailandia settentrionale, cinque o sei anni fa.

Stavo seduto ad un tavolino davanti al mio albergo. Era notte fonda, non riuscivo a dormire ed ero sceso a leggere un libro all’aria aperta. Sedevo a pochi metri dalla strada, su cui non passava quasi nessuno.

Un Honda Dream mi sfreccia davanti e poi si ferma. Noto distrattamente il rumore del motore che va giù di giri e poi riprende lentamente. Alzo gli occhi dal libro e vedo un giovane che sistema il cavalletto, scende e mi viene incontro.

“Ciao, di dove sei?”
Percepisco la sua fretta di arrivare al dunque, segnale del suo imbarazzo ma elemento per me provvidenziale.
“Italia”
“Ah, e alloggi qui?”
“Certo”
Per un po’ resta in silenzio. È titubante, ma ho già capito dove andrà a parare.
“Non è che potrei...”
E mi sputa addosso un invito per direttissima ad un rapporto oro-genitale. Senza per altro lesinare la terminologia volgare che più si adatta al caso.
“Decisamente no, non puoi”
La calma e l’ironia con cui gli ho risposto ha stupito persino me.
“Qui abitano anche dei tuoi amici?”
“Sì, qualcuno”
“Non è che per caso potresti...”
E prova quindi ad utilizzarmi come mediatore per un rapporto sessuale con qualche mio amico. Rapporto che dovrebbe essere dello stesso tipo di quello appena proposto a me.

La sfacciataggine e l’ingenuità di questo individuo sono disarmanti. A parte l’improponibilità della richiesta, è come se non si rendesse conto che sono le tre del mattino e che tutti stanno dormendo. Sono l’unico nei paraggi, non c’è nemmeno una finestra con la luce accesa e nel quartiere regna un silenzio di tomba.

La Thailandia può essere definita senza dubbio il paese più gay dell’Asia, forse del mondo. La presenza degli omosessuali spazia a trecentosessanta gradi su tutta la sfera sociale. Gay, lesbiche e travestiti sono estremamente inseriti e si possono incontrare tanto facilmente tra il personale di un grande magazzino quanto nei bar di un quartiere a luci rosse.

Ma i gay thailandesi al massimo ti sorridono, ti ammiccano e ti fanno un commento mentre gli passi davanti, come se non ci sperassero nemmeno che tu ti fermi a dargli retta. È invece la Malesia il posto in cui capitano gli approcci più sorprendenti.

Alcuni anni fa a Kota Bharu, la capitale del Kelantan, lo stato più “islamico” del paese, passeggiavo dopo cena lungo una strada del centro.

Mi accorgo che un’auto mi si è affiancata e che il conducente, dopo aver abbassato il finestrino, mi sta chiamando.
“Ehi ciao, dove vai?”
“Mah, sto soltanto facendo una passeggiata. Nessun posto in particolare”
“Salta su che ti do un passaggio”
“Ah, no grazie, preferisco camminare. Arrivederci”
E proseguo.

Il tizio dell’auto non ha niente a che fare con i due omosessuali di cui parlavo prima. Non è assolutamente un tipo raffinato e non si esprime con quegli atteggiamenti da checca adottati spesso dai gay in estremo oriente. Dà l’impressione di essere piuttosto un camionista malay o un muratore indiano. Non sembra gay ma non per questo accetterei il suo invito a salire in macchina.

Credo di non aver ancora fatto dieci passi quando l’auto mi si affianca nuovamente. Il tizio corpulento si sporge dal posto di guida, apre la porta e con un tono un po’ esasperato mi rimprovera:

“Dai sali! Ma non hai capito? Ti voglio soltanto...”
E anche lui, senza troppi giri di parole, evitando l’utilizzo di tecnicismi linguistici, mi propone un rapporto orale.
‘E come, non avevo intuito?’ Mi viene da rispondergli. Proprio per quello mi ero defilato.

“No!” esclamo ad alta voce. E me ne vado.

Curiosa questa predilezione dei gay asiatici per lo specifico tipo di rapporto che spesso propongono.

Mentre cammino verso casa penso a quel che avrebbe potuto dire un personaggio di Verdone, o magari di Tomas Milian:
“Aoh! Ma mai che fosse ‘na donna, e che cazzo!”

E senza fermare il passo scoppio a ridere da solo.


Kuala Lumpur

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