Le guerre: i sempliciotti


I poveri illusi sono tanti, tantissimi, troppi.
Li vedi fronteggiarsi su due schiere dell'opinione pubblica create artatamente sul terreno di un conflitto, una diatriba o un contenzioso.
Sanno sempre con la sicurezza ostinata di un mulo chi ha ragione e chi ha torto. Tacciano gli illusi del campo opposto, altrettanto farlocco, di ingenuità o malizia. Accusano l'opinione pubblica avversaria di asservimento propagandistico e sbandierano le fonti schierate dalla loro parte come depositarie della pura verità.
Fanno il tifo, dandosi quella patetica, nonché irritante aria da analisti incompresi.
Il risvolto tragicomico di tutto ciò è che hanno ragione. Ognuno di loro ha ragione. Le accuse che scagliano contro i "nemici" sono vere. Lo sono da entrambi i lati, però.
Il perché di questa polarizzazione imbecillesca è noto: l'incapacità — che contraddistingue alcune semplici menti — di gestire il caos, la complessità insita in ogni settore della realtà, non solo sociale ma anche antropologico, biologico, naturale. Una complessità con cui fanno i conti ogni giorno nelle loro misere vite ma che paradossalmente non riescono ad accettare quando si tratta di eventi che hanno luogo ad un livello più alto, e quindi ancora più complicato.
Si potrebbe osservarli con tenerezza e lasciarli a sguazzare nella loro patetica piscinetta semplificata per bambini che non sanno nuotare in acque agitate.
Il problema è che il loro numero non è trascurabile, è anzi imponente, e influenza quindi la società in cui dobbiamo vivere pure noi. Chi esercita il potere — politico, mediatico o finanziario — questo lo sa e agisce di conseguenza, alimentando le spiegazioni polarizzate fornite a questi autodichiarati astuti. Riesce quindi a sfuggire al controllo che sarebbe necessario a fargli svolgere il suo compito a vantaggio della comunità e non di se stesso.
È il "divide et impera" di romana memoria. Tutt'ora estremamente attuale ed efficace.
Si tratta purtroppo di una spirale auto alimentata, un circolo vizioso, una tendenza quasi irreversibile.
Noi abbiamo comunque il dovere — morale, umano, laicamente sacro — di continuare a provarci. Se sarà stato invano, per lo meno non avremo nulla da rimproverarci.
E se sarà catastrofe, potremo puntare il dito e affermare: "Noi ve l'avevamo detto!" Una magra consolazione è sempre meglio di una pingue e vile inazione.

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