martedì 24 febbraio 2026

Lavoro e parole


La pedante retorica sul lavoro da "difendere ad ogni costo" ha francamente rotto le balle. Non si capisce se questi matusalemme politici non si rendano conto del mondo in cui vivono o se se ne rendano conto ma facciano finta di continuare a vivere ai tempi della loro gioventù, perché della modernità non ci capiscono nulla. O peggio ne sono atterriti. 
Continuano a voler imporre il "dovere al lavoro" spacciandolo in modo subdolo per un sedicente "diritto al lavoro". "Ognuno ha DIRITTO ad AVERE un lavoro." Ripetono. Non vi fate ingannare, le parole sono importanti, e loro le usano bene, per manipolarci.
In realtà il lavoro non va AVUTO, il lavoro va FATTO. E il diritto è semmai un diritto ad un reddito, o comunque a una vita decorosa, non al lavoro fine a se stesso, a qualunque costo, anche se è un lavoro di merda, alienante, ripetitivo, noioso, macchinoso, degradante o addirittura pericoloso.
Quindi se il lavoro invece dell'uomo lo FANNO gli algoritmi e le macchine (leggi AI e robotica) va bene comunque, anzi va pure meglio, perché elimina degradazione e pericolo per le persone e aumenta la produttività e l'efficienza dei processi. Se insisti a voler far fare alla gente un lavoro che non serve più, non gli stai garantendo un diritto, gli stai imponendo un dovere. È la tua linea politica? Per me è follia, ma se ti prendi la responsabilità di chiamarla con il proprio nome, senza usare espressioni ingannevoli, fai pure.
Chiarito l'inganno del DOVERE al lavoro (quello che va AVUTO piuttosto che FATTO), veniamo al diritto. Quello vero, non il dovere travestito da diritto.
Se lo stesso lavoro (di merda) che facevano gli uomini lo fa la tecnologia, gli imprenditori matureranno comunque il loro giusto profitto e il sistema potrà continuare a godere dei servizi e prodotti di cui ha bisogno (se davvero ne ha bisogno). Perché quindi gli unici a rimetterci dovrebbero essere i lavoratori in esubero? L'industria si dota di tecnologie messe a punto dallo sforzo congiunto di tutta la comunità, finanziate anche con i contributi di quelle persone in esubero. I processi sono migliori, il lavoro è fatto, e anche bene, i costi sono ridotti al minimo, il profitto è garantito, se non aumentato. Il merito è condiviso. Il taglio dei costi aggiuntivo che sarebbe ottenuto con la mancata remunerazione dei lavoratori allontanati è immorale. Le persone devono continuare a ricevere un salario (o qualcosa di analogo) sufficiente a vivere una vita dignitosa, anche se non trovano più spazio in settori dove le attività vengono portate avanti senza di loro. I profitti ci sono comunque, le tasse su quei profitti vengono riscosse, i fondi per il salario dei cittadini sostituiti dalla tecnologia ci sono, e provengono proprio dal lavoro svolto da quella tecnologia. Basta che non finiscano nelle tasche sbagliate.
I biechi fini dei discorsetti dei furbi che confondono verbi (avere e fare) o sostantivi (diritti e doveri) in maniera strumentale per fregare le masse e favorire i soliti accentratori di ricchezza sono facili da smascherare.
Tra l'altro gli imprenditori illuminati dovrebbero vedere il vantaggio di una simile soluzione: produttività aumentata, rischi contenuti, stabilità sociale e consumi garantiti.
Posto che, come ci ha insegnato il grande Karl Popper, è la tecnologia che traina politica, economia e storia, la rivoluzione in atto non la fermi con i trucchetti semantici, e cercare di gestirla a sproposito per inadeguatezza politica o avidità individuale non aiuterà nessuno.
Tra l'altro negli ambienti in cui si sta attuando tale rivoluzione tecnologica questa è una cosa nota a tutti. Chi non ci è ancora arrivato è bloccato in una visione obsoleta della società.
Ed è giunta l'ora che si "disobsoletizzi".

Nessun commento: