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The survivors - Bangkok, Thailandia

Survivors. In inglese significa sopravvissuto, o chi sopravvive, sopravvivente. La scelta del nome la devo a qualcun altro ma sono anni che le noto, le osservo, le studio. Ho visto gente che campa nelle periferie cinesi, o che vegeta tra l'immondizia nelle strade dell'India, poveri in Cambogia, criminali in Brasile, ma la maggior parte delle survivors sopravvive in Thailandia. Vivono al limite, camminano con eleganza su una linea che scorre alta, tra lusso e povertà. Non hanno un lavoro ma fanno di tutto, sfuggono le categorie prendendo a prestito qua e là. Sono orgogliose e dignitose, hanno rispetto per se stesse, hanno una reputazione e non fanno cazzate. Tutto è calcolato, profitable, appropriato. Può capitare che estorcano denaro a qualche uomo, ma anche quando dormono con uno che non amano, la persona e il posto sono scelti con cura. Non puoi chiamarle puttane, non sarebbe giusto, non lo fai con le donne che fanno lo stesso in occidente. Aiutano un uomo d'affari a trovare clienti, o un agente a chiudere una trattativa difficile, danno una mano agli amici quando il lavoro è troppo. Le guardi affascinato, sembrano così forti, hanno un obiettivo e le idee sempre chiare. Sanno ciò che vogliono e come ottenerlo, si vestono con stile e quel loro sguardo...
Ma non devi dimenticare che sono solo ragazze, a volte si incasinano, fanno qualche sbaglio e tutto ad un tratto sono così fragili. Non devi sorprenderti se vengono a cercarti. Sanno leggere la gente e l'hanno fatto anche con te. Non vogliono il tuo denaro, non saresti il tipo giusto. Sono sicure, socievoli e il mondo ruota attorno a loro, ma a volte, nel loro intimo, si sentono sole e vogliono stringersi a uno come te. Mi hai sentito bene, ho detto uno come te.

Foto "Woman's curls" di Nishan, da Allposters.com

Si è arresa... - Bangkok, Thailand

"Quando ci stai provando può essere frustrante ma poi, all'improvviso, succede qualcosa..." Questo mi hanno detto quando ho deciso di conquistarla. Ed oggi infatti...è successo qualcosa. Non so come spiegare, non so se stia funzionando, ma sento che sto andando nella direzione giusta. 

È come se a sorpresa avesse ceduto alla mia corte cominciando a sentire che le piaccio un po'. Lei mi ha catturato fin dal primo momento. Certo, era una presenza po' ingombrante e mi faceva sentire goffo, ma ero affascinato. Lei, beh, non era reciproco. Anzi direi che persino mi odiava: mi affettava i polpastrelli, mi segava le gambe, picchiava contro le pareti e i mobili della casa, lanciando delle urla penetranti e fastidiose con il chiaro intento di mettermi contro i vicini. Ma alla fine si è arresa. Dopo giorni di lotta ha gettato la spugna e ha detto: "Va bene, io continuo ad umiliarti ma tu ogni volta ricominci. Non mi fraintendere, fai veramente schifo. E il modo in cui mi usi,se possibile, è anche peggio. Ma sei cocciuto e non posso fermarti, dammi la mano e vai pure avanti, non cercherò più di opporre resistenza".

La mano gliel'ho data, anzi gliene ho date due. Ora se la tocco non mi distrugge le dita e mi sento più a mio agio quando sto con lei. Io non mi arrendo e tiro avanti spedito, continuo a provare a suonare questa chitarra. Vi chiedo scusa se abitate a fianco.

Foto "Guitar girl", da Allposters.com

Il mio spirito custode - Bangkok, Thailandia

Una ragazza con cui uscivo, una mattina al risveglio, mi disse che nella mia stanza viveva un fantasma. Le era apparso in un sogno e indossava il tipico lenzuolo. Non era esattamente un'apparizione spaventosa: una versione asiatica dello spiritello Casper.

Le si è avvicinato, galleggiando a mezz'aria, e con fare cortese le ha chiesto chi era. Quando ha risposto che era soltanto un'amica lui ha annuito, le ha dato il benvenuto, l'ha invitata a tornare e poi è scomparso.

I thailandesi credono nei fantasmi e negli spiriti, ne sono spaventati e affascinati al tempo stesso, ne parlano spesso, ci fanno dei film. La cultura dei fantasmi è articolata e interessante.

Quando vai in un ristorante, un'abitazione, un ospedale ai confini del complesso noterai un piccolo santuario, un tempietto, una casetta in cima a un piedistallo. Sulla veranda della casa bibite gassate, frutta, riso, fiori e incenso. I thailandesi credono che degli spiriti custodi si aggirino nei dintorni della loro proprietà: se ne prendono cura, per rispetto e per timore.

Ho detto alla ragazza che ho parlato con lo spirito, spiegandogli che in effetti eravamo amici. Sorprendentemente non stavo scherzando: nel modo di uno che viene da lontano, con origini cristiane mischiate a socialismo, scetticismo razionale, materialismo storico, liberalismo, romanticismo, eccetera eccetera, senza la minima idea di come approcciare un fantasma, in colpevole segreto e fretta imbarazzata, avevo davvero parlato col fantasma! Lei mi ha ringraziato, senza occhiate di scherno.

Non credo ai fantasmi ma qualcuno mi ha detto che ce n'è uno che vive nel mio appartamento. Potrei sbagliarmi, magari esistono davvero: per questo forse metterò dell'acqua a fianco al letto.

Immagine "Amleto e il fantasma di suo padre" di J.H. Fussli, 1780-1785, da Wikipedia.org

Quel secondo boccone - Bangkok, Thailand

Sei con un amico, è appena arrivato in Thailandia. Lo porti al ristorante e ordini Som Tam (*). Chiedi al cameriere di farla mai pet (**). Quando arriva la assaggi per primo perché vuoi dire al tuo amico se è piccante o no. Sembra saporita, così fresca e croccante. Aspetta! Non lo fare, non gli dire che "va bene", come se non conoscessi i probabili sviluppi. Attendi un po' e mangia un altro boccone. Le restanti fettine di papaya verde potrebbero essere state soggette a combustione spontanea. La salivazione precipita, il tuo volto è una rapa e la forchetta flotta tra il piatto e il tuo naso. Non pensare male, hanno capito cos'hai ordinato, il problema è che non hanno lavato il mortaio. E se questo è un autentico ristorante Isan (***), il cliente precedente ha chiesto trenta peperoni.

(*) Som tam (ส้มตำ): insalata di papaia acerba. Ne esistono molte varietà.
(**) Mai pet (ไม่เผ็ด): non piccante. Ciò che i thailandesi considerano "non piccante" potrebbe essere carbone ardente per un occidentale. Se stiamo parlando delle province nord-orientali potrebbe essere anche molto peggio. Se volete che il vostro cibo non sia piccante dovete ordinarlo mai pet lei (ไม่เผ็ดเลย), che significa "per niente piccate", oppure mai sai prik (ไม่ใส่พริก), che significa "non ci mettete peperoncino". Possono sembrarvi sfumature linguistiche, ma sono autentici gradienti di temperatura. 
(***) Isan (อีสาน): regione del nord est, culturalmente affine al Laos.

Foto di Fabio Pulito

Due libri - Bangkok, Thailandia

Di solito le mie letture le porto avanti in serie. Quando finisco un libro ne scelgo un altro. Ma questa volta, per motivi vari, ho cominciato due volumi e non riesco a metterne uno da parte. Le storie sono belle ma ciò che mi ha catturato è piuttosto il modo in cui sono scritte. Il problema ora è: come organizzarsi? Uno per la notte e uno per il giorno? A seconda dell'umore? A giorni alterni? La soluzione che ho adottato me l'hanno suggerita i libri stessi. In quanto a dimensioni, "Underworld" di Don De Lillo è grande il doppio di "Tropic of Capricorn". Quindi quando esco, per la metropolitana o il caffè, metto Henry Miller nella tasca della borsa. Quando sono a casa, dove l'ingombro non conta, mi siedo sul divano e leggo Delillo. 

Foto Henry Miller (GNU, CC), da wikipedia.org

L'ultimo legame - Bangkok, Thailandia

Ci sono delle notti in cui addormentarsi è un delitto. Magari è un libro che hai appena finito, oppure una serata, una relazione o un incontro. Hai la sensazione che col sonno e la chiusura del giorno se ne andrà il legame tra te e quell'esperienza. E l'ultima cosa che ti senti di fare è tagliare il vincolo utilizzando un sogno.

(Immagine: Le Rêve, Pablo Picasso. 1932)

Allacciamo quel casco! - Chiang Mai, Thailand

(Estate 2005)
È verde, accelero e mi infilo tra le auto. Passato l'incrocio noto qualcosa a sinistra: figure in movimento formano un mucchio fluido, da cui si stacca un poliziotto che sorridendo mi dà l'alt. Do un altro giro di polso ma in senso contrario, parcheggio il motorino e mi preparo alla scenetta.

L'agente pacioccone continua a sorridere, mi chiede la patente e poi indica il casco. Mentre penso che ha ragione osservo il traffico che scorre: una marea di motorini trasportano sacchi di granaglie, elettrodomestici, cani, gatti, polli, intere famiglie, inclusi nonni e marmocchi, con le chiome corvine che turbinano al vento. Hanno tutti un casco, ben assicurato al manubrio, oppure ad un gancetto che sta sotto la sella.

Sorrido pure io mentre annuendo l'ascolto: "Devi andare in stazione e pagare cinquecento baht, ci porti la ricevuta e ti ridiamo il mezzo". Dovrei prendere un taxi per andare a pagare, poi prenderne un altro per tornare al posto di blocco. "Devo restituire la moto al negozio del noleggio, non ho molto tempo, potrei pagare qui?". Il poliziotto ridacchia, fa il finto imbarazzato e dopo cinque secondi mi chiede duecento baht. "Facciamo cento e non ne parliamo più?" Ride di nuovo, si guarda attorno, intasca la banconota e mi fa pure un predicozzo: "La prossima volta, allacciamo quel casco!"

Foto di Fabio Pulito