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Sull'orlo del burrone


Alle volte mi sento come se stessi in equilibrio precario sull'orlo di un burrone. Oltre l'orlo c'è il baratro oscuro dell'avvilimento assoluto.
Per anni ho creduto — e mi rendo conto solo ora dell'incredibile ingenuità ottimistica che mi animava — che le persone, pur commettendo degli errori, fossero comunque in grado, tramite analisi personale o guidate da qualcun altro, di correggere la rotta.
Devo rassegnarmi. Una parte enorme della popolazione — italiana di sicuro, ma probabilmente non solo — e forse addirittura una parte preponderante di essa, pur essendo costretta ogni giorno nella vita privata a sguazzare nella palude melmosa di una realtà che è evidentemente, inequivocabilmente e indiscutibilmente complessa, non appena sale di livello - su questioni politiche, sociali o anche scientifiche - atterrita da prospettive che includono necessariamente l'accettazione del caos, dell'incertezza e a volte anche del caso, si tappano le orecchie, chiudono gli occhi, spengono la corteccia prefontale del cervello e si abbandonano alle solite ridicole, infantili, assurde spiegazioni manichee che vengono propinate loro ad arte. Si polarizzano quindi in due schiere contrapposte, prestando il fianco a chi li manipola tramite l'antica tecnica del divide et impera.
Questa dinamica mi si era svelata già da un po' di tempo. Fu una brutta botta, lo ammetto, ma non mi fece perdere la fiducia nei miei simili. Pensavo infatti che tramite opera di divulgazione ed evangelizzazione si potessero riportare le anime smarrite sulla corretta via. Scusate l'apparente delirio messianico, ma le metafore, più sono forti e aderenti alle radici culturali dell'individuo, più risultano efficaci (e magari mi sto illudendo di nuovo).
Si trattava purtroppo di una prospettiva caratterizzata da un ottimismo comparabile a quello del lieto fine di un filmetto romantico di serie C.
Non solo l'opera di divulgazione non fa alcuna presa sulle menti dei burattini polarizzati. Attira persino la loro ironia (da osteria ovviamente), la loro indignazione e, in caso di insistenza, persino la loro ira. Quando avanzi dei dubbi sulla posizione di qualcuno schierato da qualunque lato di una qualsivoglia questione polarizzata — un tifoso degli israeliani così come dei palestinesi, della Russia o dell'Ucraina, dell'Iran o degli USA, un complottista o un "ufficialista"— a questi non passa nemmeno per la testa che tu ti stia riferendo ad un fattore della contesa che trova il suo senso solo dando per scontato un certo livello di complessità. No, il tifoso sempliciotto e polarizzato dà per scontato che solo l'imbecillesca interpretazione binaria sia ammessa, e quindi pensa immediatamente che tu stia CONTRO di lui e quindi CON i suoi nemici. Quando dopo un'estenuante nonché lunghissima azione di chiarimento sei riuscito a fargli capire che tu non sei un fanatico tifoso (come lui) ma ti dedichi semplicemente alla comprensione della situazione nella sua complessità, e sei quindi disinteressato all'diozia semplificatrice della stessa polarizzazione, reagisce come se stessi raccontando una barzelletta, quindi con umorismo.
Se insisti, e lui capisce che sul serio non accetti né la sua assurda istanza faziosa, né l'altrettanto assurda istanza opposta, comincia a indignarsi, e ti accusa di comportamento eticamente inaccettabile. La sua visione distorta della realtà non contempla infatti situazioni caotiche e giocoforza ibride, quindi non ammette il disinteresse per una delle due fazioni e l'interesse per la semplice questione in oggetto. Sarebbe paradossalmente più soddisfatto se tu stessi dall'altra parte della barricata. Che tu rifiuti l'erezione stessa della barricata lo trova incomprensibile. Sei un vigliacco, un disertore. Si dimentica però che la guerra da cui diserti l'ha inventata lui.
Se poi ancora non desisti, l'indignazione alle volte si tramuta persino in ira.
Questo tipo di atteggiamento, che io credevo appannaggio di una minoranza di invasati scalmanati, trova invece spazio anche tra le fila della maggioranza pacata e silenziosa.
È un risvolto tragico, scoraggiante e sconvolgente della realtà sociale in cui viviamo oggigiorno.
Proprio quando scienza e tecnologia ci mettono in mano strumenti che potrebbero essere utilizzati per ottenere quel mondo migliore di cui si è favoleggiato per anni, questi decidono di creare spaccature forse insanabili all'interno della stessa struttura sociale in cui vivono e da cui dipendono. Un insensato tentativo di lento (e forse neanche tanto) suicidio collettivo. Follia pura.

Gestire il caos: antisemitismo e anti-islamismo


Ci troviamo attualmente sul picco dell'ennesima onda che increspa quello storico mare di accuse d'antisemitismo e anti-islamismo che da secoli gli europei si lanciano o respingono con estrema virulenza e indignazione. Ma quindi, chi ha ragione?
Come al solito propongo di non affidarsi a macro categorie, tanto arbitrarie quanto poco aderenti alla realtà. Le interpretazioni binarie tipo bene-male, buoni-cattivi, ragione-torto lasciamole ai cartoni animati. E se vi servite di ragionamenti infantili di quel tipo, tornate pure a guardare i cartoni: non c'è niente di male, basta che, come i bravi bambini, non giochiate con le cose serie perché poi succede un casino. Le questioni socio-politiche — specialmente quelle delicate del tipo in oggetto — sono fatte per chi sa accettare e gestire caos, complessità e casualità. Per gli altri ci sono gli eventi sportivi, le ricette della nostra tradizione o i reality e i talent show.
Dunque, atteniamoci ad un approccio serio e giudichiamo caso per caso. Eccovi la linea guida che io suggerisco di applicare ad ogni singola istanza.
Accusare Israele, civili o militari israeliani, o comunque degli individui di religione ebraica, per aver inequivocabilmente commesso specifici atti criminali o anche eticamente spregevoli — come colpire bambini innocenti o occupare proprietà altrui — secondo me NON è antisemitismo. Così come accusare dei musulmani per efferati atti di terrorismo o per non rispettare e magari oltaggiare costumi e valori dei paesi che li ospitano NON può essere considerato anti-islamismo.
Questo per la parte "no". Veniamo ora alla parte più sensibile: quella "sì".
Attribuire la responsabilità di qualsiasi evento di geopolitica a presunte cupole giudaiche, lobby ebraiche, reti internazionali sionistiche o operazioni del Mossad, a naso, senza prove — perché dai, di sicuro ci sono sempre dietro loro — questo, oltre che costituire calunnia, è SÌ, per quanto mi riguarda, antisemitismo. Dello stesso tipo usato qualche decennio fa per scatenare pogrom o giustificare stermini.
Allo stesso modo rivolgere accuse vaghe e generalizzate di barbarie, bigottismo e arretratezza al mondo islamico — perché dai, è evidente, basta guardarli — è SÌ, secondo me, anti-islamismo. Dello stesso tipo utilizzato in passato per bandire crociate o cacce alle streghe.
Personalmente mi attengo ai primi scenari. E di atti inequivocabilmente criminali o eticamente spregevoli per cui condannare gli uni o gli altri ce ne sono eccome.
Gli scenari del secondo tipo invece mi sembrano, oltre che squallidi, anche parecchio irresponsabili.

Gestire il caos: fascismo e antifascismo


Un'altra illustre vittima dell'incapacità dell'individuo medio(cre) di accettare e gestire il caos è il dibattito su fascismo e antifascismo. O meglio, su fascismo e non-fascismo. Il distinguo verrà chiarito alla fine.
Chi sente di appartenere ai gruppi socio-politici che vengono accusati di fascismo-filia, nega per convenienza l'esistenza del fascismo. Chi di contro si identifica con le fazioni votate all'antifascismo, accusa in blocco i suddetti di apologia di fascismo.
Mi tocca, come al solito, dare ragione e torto un po' a tutti: è il destino di chi si trova a proprio agio nella gestione del caos ed è chiamato a valutare le posizioni di chi, non essendo in grado di apprezzare l'estrema complessità della realtà, ha bisogno di utilizzare dei modelli semplificati per facilitarne la comprensione, finendo tuttavia per non capirci una mazza.
Hanno torto i primi nel negare l'esistenza del fascismo. Hanno ragione invece a rifiutare la spiegazione polarizzata che poggia sui campi politici tradizionali: "il fascismo sta tutto a destra e l'antifascismo tutto a sinistra" (l'utilizzo di questi termini ha su di me lo stesso effetto dello stridio di unghie su una lavagna). Gli altri invece, ovviamente, hanno torto e ragione a parti invertite.
Bene, ma qual è quindi la spiegazione non semplificata? Eccola. Il fascismo come forza politica ben definita non esiste più. Esiste invece, altroché, come atteggiamento.
Quello che oggigiorno ha senso chiamare fascismo è in realtà un tratto culturale atavico, strisciante e trasversale della società italiana. Un tratto che precede il ventesimo secolo, presente probabilmente già al tempo del rinascimento, e forse anche prima. Il ventennio lo ha incarnato come segno distintivo di un movimento politico specifico, gli ha dato un nome e lo ha miscelato con altre componenti, personalizzandolo.
Questa è la fonte di tutte le incomprensioni, degli equivoci e della confusione. E chi non è per natura in grado di cogliere le sfumature di una realtà complessa, invece di accettare il proprio limite cerca di oltrepassarlo tramite interpretazioni semplificate. Semplici quindi, ma purtroppo errate.
Se smettete di considerare il fascismo come forza politica e lo identificate invece con un atteggiamento intollerante, prepotente, aggressivo, subdolo, opportunista e vigliacco, vi renderete conto (se non siete dei casi disperati) che innanzitutto il fascismo è vivo e vegeto, e che inoltre, pur potendo alle volte risultare più frequente in seno a certi gruppi socio-politici piuttosto che altri, è comunque un fenomeno trasversale.
Chiamarsene fuori — negandone l'esistenza in un caso o dichiarandosi antifascisti nell'altro — non è sufficiente, cari miei. Per essere sicuri di non essere fascisti bisogna assicurarsi di non esserlo davvero. E l'unico modo per farlo è comportarsi come dei non-fascisti.
Sempre.

Il talento


Il mondo, parliamoci chiaro, è pieno di gente ordinaria, se non addirittura mediocre.
Trovare una persona con del talento in un campo — sia esso musica, letteratura, pensiero critico, arte, scienza o sport — è da considerarsi evento raro.
Molta gente però fa un ragionamento stranissimo. Nonostante accetti senza batter ciglio l'assenza totale di talento nella maggioranza delle persone, da questi casi speciali — quelli con un talento mono settoriale — si aspetta invece del talento a tutto tondo. Cioè a uno che canta bene si richiede ottima capacità di comunicazione. A un bravo scrittore visione politica. A uno sportivo l'integrità morale. E via dicendo.
Eppure si tratta di banale calcolo delle probabilità: se è raro, come è vero, trovare una persona talentuosa in un campo, pensate a quanto difficile possa essere trovarne una con del talento multi settoriale!
Magari qualcuno starà pensando a Leonardo da Vinci come controesempio. Va bene, il da Vinci era un personaggio incredibile, dal talento eclettico. Però è vissuto cinque secoli fa. E ancora se ne parla come un caso più unico che raro!
Semmai il suo è un esempio che prova proprio il punto di vista appena esposto.

Il divertimento secondo me


Mi sono sempre saputo divertire, in qualunque posto e modo, in qualsiasi momento. Frequento anche i tipici luoghi del divertimento. Non tutti, sia chiaro, ma alcuni sì. Li riconosco subito: possiedono qualche ineffabile caratteristica che soddisfa il mio istinto.
Ci vado anche da solo. Ho sempre amato farlo. A volte posso sembrare schivo, assorto, persino cupo. È soltanto apparenza. Forse sono brillo, e me la sto spassando davanti al palcoscenico della mia mente. Inoltre osservo e ascolto. La musica, certo, ma non solo.
Io lo so cos'è il divertimento. Lo so meglio di quello che sorride a tutti e "fa" l'estroverso. Ho conseguito una laurea, un master e un dottorato in divertimento. Tutto honoris causa, ovviamente. Semplicemente non mi diverto in modo prescritto, precostituito, prefabbricato. In generale i "pre-qualcosa" mi danno l'orticaria.
Il divertimento per me è qualcosa di spontaneo, istintivo, creativo. Il mio divertimento è, come un po' tutto il mio stile di vita, una forma d'arte — perdonate l'immodestia. È tuttavia una forma d'arte un po' insolita, esotica, che sembra appartenere ad altri lidi. Un po' come le maschere africane, le stampe giapponesi o le danze tahitiane che fecero il loro sbalorditivo e dirompente ingresso nel panorama culturale europeo dell'ottocento.
Credo che non smetterò mai di cercare di divertirmi. E nemmeno di riuscirci, se tutto va bene. È persino possibile che schiatterò divertendomi.
Sì, pensandoci bene, spero proprio che vada a finire così.

(Dis)informazione emotiva


La notizia deve trasmettere informazione. Arricchire il bagaglio conoscitivo dello spettatore. Niente di più è niente di meno.
Se quando guardate un telegiornale o un video vi sentite invece colpiti a livello emotivo — indignati, arrabbiati, intristiti, euforici o impietositi — siete il bersaglio di tecniche manipolatorie atte a raccogliere consenso su qualche tema. Il fine può essere politico, economico, bellico, strategico in genere. Di sicuro non si sta cercando di informarvi.
Gli organi governativi, i propagandisti, i cosiddetti "spin doctor" sono maestri nell'utilizzo di queste tecniche e si servono di media accondiscendenti per metterle in atto.
Non sto parlando solo delle TV e dei giornali di stato. Ne sei vittima anche tu, che credi di abbeverarti alle pure sorgenti del fantasmagorico bluff chiamato anti-mainstream.
Le tecniche sono subdole, ma gli effetti sono talmente plateali da renderle inoffensive, a patto che uno ne sia consapevole e tenga alto il livello di attenzione.
Per sfuggire all'incantesimo basta porsi la domanda implicita nell'incipit: la notizia mi colpisce a livello emotivo? Se la risposta è "sì": spegni immediatamente il baracchino gracchiante, usa il lercio foglio per pulirti il culo o poggia il cellulare su quella pila di carte che stanno volando via.
Disciplinati a sottoporti sempre a quel semplice test. E agisci di conseguenza quando l'esito è positivo. Non ti preoccupare: quella a cui rinunci non è vera conoscenza.

L'aspra vecchiaglia


Puotesi addulcir l'aspra vecchiaglia
aizzando'l foco a la spezial paglia.

Sentono il tempo


Mi capita ogni tanto di origliare, senza averne in realtà intenzione, le conversazioni di qualche gruppetto di giovani. Questi ragazzi adottano spesso un tono serio, o forse serioso, quasi offeso, con forti tendenze all'indignazione. Quando riesco fuggevolmente a carpire l'oggetto dei loro discorsi, mi rendo conto che si tratta di semplici chiacchiericci, quasi sempre a proposito di persone non presenti.
Certo, il pettegolezzo, altrimenti detto gossip, è sempre esistito. Questa però ne è una versione meno innocua, a mio modo di vedere. Non coinvolge vecchiette e vecchietti a cui il tempo e gli eventi hanno indurito l'anima, bensì ragazzi che dovrebbero essere travolti da sano entusiasmo giovanile.
Non può trattarsi di vittimismo generazionale: tranne poche eccezioni a ognuno di loro basterebbe salire di due o tre livelli lungo l'albero familiare per trovare individui a cui la vita ha riservato condizioni e circostanze ben peggiori.
Ma allora perché lo fanno? La prima reazione di un anziano che li osservi potrebbe essere la solita accusa: "Sono giovani viziati!". Io ho invece l'impressione che prendano a pretesto sciocche evenienze per cercare nei propri coetanei conferme, conforto, empatia.
Questa però è soltanto un'interpretazione del sintomo, che spinge quindi il problema più a monte. Quale orco interiore e intangibile squarcia la loro anima? Perché proprio in questo periodo storico? E perché proprio a questa generazione?
Forse, se mi si permette la citazione scomoda: "Sono come le bestie, sentono il tempo che cambia!" Dove il tempo ovviamente non è il clima, bensì la storia.
E il loro non è altro che naturale turbamento davanti a un futuro che, come forse mai prima d'ora, si preannuncia colmo d'incertezza.

Pane dei poveri


Tutto l'anno a far la fame
e ad agosto manco'l pane.

Le guerre e i sempliciotti: parte seconda


Potete trovare la prima parte qui.

Spieghiamo meglio perché i sempliciotti che tifano per l'uno o l'altro guerreggiante, pur essendo convinti di essere ispirati da fini intuizioni analitico-geopolitiche, in realtà non ci hanno capito un cazzo. Peggio ancora, fanno più o meno consapevolmente il gioco di qualche lurido propagandista.
Ricordatevi che non ci si riferisce qui ai fan di Putin o di Zelensky, degli israeliani o dei palestinesi, di Trump o Khamenei. Qui non c'è nessun "o", ci sono solo "e": si sta parlando di TUTTI costoro. Di chiunque semplifichi temi che sono in realtà complessi e che hanno radici ficcate molto profondamente nel suolo roccioso della storia. Storia che loro ignorano, ovviamente, a parte qualche sedimento filtrato ad arte qua e là. E che altrettanto ovviamente non riescono ad analizzare con un minimo di utilità ai fini del dibattito.
In guerra, qualsiasi guerra, ognuno ha poca ragione e tutti hanno molto torto. Non c'è giusto o sbagliato. E nemmeno vi sono buoni o cattivi. O meglio, tutto ciò non esiste in termini assoluti. Se ne può parlare soltanto in termini relativi: relativi alle motivazioni di ciascuna parte, che sono ispirate da criteri di sopravvivenza, di sicurezza e di prosperità, e quindi di sopraffazione. Si tratta di ottiche soggettive e faziose per natura, egoistiche e spietate. Anche, perché no, ancestrali, primordiali e tribali.
Spesso, come nelle faide tra famiglie o clan, i conflitti durano da talmente tanto tempo che nessuno ricorda più per quale motivo siano iniziati. Si tramandano di generazione in generazione, come se fossero parte del patrimonio genetico.
Inoltre, la matassa in cui sono avvolti è estremamente più caotica di come viene presentata dai portavoce delle parti, o percepita dai loro sostenitori.
Infine, in ogni guerra, la comunicazione è sempre inquinata da censura e propaganda. SEMPRE. Quindi, se leggete o ascoltare qualcosa che sembra dare ragione ad uno dei contendenti — magari il vostro beniamino — oppure dare torto all'altro, sappiate che non si tratta di un'informazione che conferma o confuta la vostra partigianeria — che è comunque per sua stessa natura mal riposta. Siete in realtà il bersaglio di becera pubblicità. Quella che appunto chiamiamo propaganda.
Se vi schierate dunque, non solo non ci avete capito un cazzo, ma siete pure complici, in quanto ripetitori di una squallida gran cassa.
Continuate pure, se vi va. Ma ora che lo sapete non potete più permettervi di atteggiarvi a paladini della giustizia.

Le guerre e i sempliciotti


I poveri illusi sono tanti, tantissimi, troppi.
Li vedi fronteggiarsi su due schiere dell'opinione pubblica create artatamente sul terreno di un conflitto, una diatriba o un contenzioso.
Sanno sempre con la sicurezza ostinata di un mulo chi ha ragione e chi ha torto. Tacciano gli illusi del campo opposto, altrettanto farlocco, di ingenuità o malizia. Accusano l'opinione pubblica avversaria di asservimento propagandistico e sbandierano le fonti schierate dalla loro parte come depositarie della pura verità.
Fanno il tifo, dandosi quella patetica, nonché irritante aria da analisti incompresi.
Il risvolto tragicomico di tutto ciò è che hanno ragione. Ognuno di loro ha ragione. Le accuse che scagliano contro i "nemici" sono vere. Lo sono da entrambi i lati, però.
Il perché di questa polarizzazione imbecillesca è noto: l'incapacità — che contraddistingue alcune semplici menti — di gestire il caos, la complessità insita in ogni settore della realtà, non solo sociale ma anche antropologico, biologico, naturale. Una complessità con cui fanno i conti ogni giorno nelle loro misere vite ma che paradossalmente non riescono ad accettare quando si tratta di eventi che hanno luogo ad un livello più alto, e quindi ancora più complicato.
Si potrebbe osservarli con tenerezza e lasciarli a sguazzare nella loro patetica piscinetta semplificata per bambini che non sanno nuotare in acque agitate.
Il problema è che il loro numero non è trascurabile, è anzi imponente, e influenza quindi la società in cui dobbiamo vivere pure noi. Chi esercita il potere — politico, mediatico o finanziario — questo lo sa e agisce di conseguenza, alimentando le spiegazioni polarizzate fornite a questi autodichiarati astuti. Riesce quindi a sfuggire al controllo che sarebbe necessario a fargli svolgere il suo compito a vantaggio della comunità e non di se stesso.
È il "divide et impera" di romana memoria. Tutt'ora estremamente attuale ed efficace.
Si tratta purtroppo di una spirale auto alimentata, un circolo vizioso, una tendenza quasi irreversibile.
Noi abbiamo comunque il dovere — morale, umano, laicamente sacro — di continuare a provarci. Se sarà stato invano, per lo meno non avremo nulla da rimproverarci.
E se sarà catastrofe, potremo puntare il dito e affermare: "Noi ve l'avevamo detto!" Una magra consolazione è sempre meglio di una pingue e vile inazione.

Immigrazione incontrollata: le teorie


Ho letto una vignetta provocatoria. Recitava più o meno così: <<Chi vorrebbe l'immigrazione incontrollata secondo i populisti? I "progressisti-buonisti". Ma chi la vuole davvero? Gli "industriali-capitalisti" (ovvero chiunque abbia bisogno di un bacino di manodopera a buon mercato).>>
Non sono mai stato un gran che come complottista, però la seconda tesi mi convince più della prima. Innanzitutto perché ha più senso. Per quale motivo infatti della gente qualunque, sulla base delle proprie idee politiche, dovrebbe augurarsi l'immigrazione incontrollata, con tutti i problemi di ordine pubblico che questa comporta? Gli altri, quelli del secondo scenario, hanno invece degli interessi molto concreti ad importare lavoratori a basso costo. E poi, come dicono gli americani, se vuoi sbrogliare una matassa, "follow the money", segui i soldi. Ed è abbastanza chiaro dove conduca la traccia del denaro.
Attenzione però, questo smonta totalmente l'altra tesi cospiratoria a riguardo. Quella della sostituzione etnica, che secondo gli amanti delle ipotesi più fantasiose sarebbe perseguita dalla solita cupola pluto-giudaico-fascio-marxista-supercazzolosa-con-scappellamento-a-destra-come-se-fosse-antani.
Chi vuole manodopera a basso costo è interessato, come dice la stessa espressione, al costo di tale manodopera, non alla sua etnia. La sostituzione etnica sarebbe semmai una conseguenza e non il fine del meccanismo.
Per assurdo, a sostituzione avvenuta, gli "industriali capitalisti", o chi per essi, per risparmiare sui costi del lavoro andrebbero in cerca di cristianissimi bianchi emarginati, mettendo in moto dunque un processo di sostituzione etnica a parti invertite.
Un circolo vizioso insomma. Il solito vicolo cieco in cui si ficca chi crede a teorie fantasiose solo perché hanno il fascino, appunto, delle teorie fantasiose.

Disegno sinistro - parte settima: l'estremizzazione


Trovate le altre puntate della saga "Disegno sinistro" seguendo questo link.

Lo sbilanciamento che genera la polarizzazione alimenta — ed è alimentato da — un circolo vizioso di natura socio-politico-mediatica per mezzo del quale la polarizzazione stessa viene amplificata ed esaltata piuttosto che attenuata o placata.
Alla lunga questo processo instabile volto alla crescita costante non può che portare all'estremizzazione.
Oggi stiamo appunto in uno dei picchi dovuti a questo diabolico meccanismo, i cui effetti e sintomi sono evidenti osservando il tono ed il livello del dibattito in seno all'opinione pubblica.
Dibattito che riassumerei così: cialtroneria cazzara urlata a pieni polmoni.

Quanto fa male


quanto fa male accorgersi
di aver ferito qualcuno
senza farlo apposta
senza farci caso

Il doppio problema del caldo


Il caldo è un problema oggettivo, fisico e praticamente irrisolvibile da parte dei singoli individui. La reazione mentale al caldo però è soggettiva, arbitraria e almeno in parte controllabile.
Quando fa molto caldo, come ora, il nostro sistema lo percepisce e reagisce in maniera biologicamente prevedibile. La nostra reazione mentale però dipende totalmente da noi.
Io in questi giorni percepisco il caldo come tutti. Sudo, mi stanco, cerco sollievo al fresco. Non posso dire però che stia soffrendo. Non come la maggior parte delle persone con cui interagisco, almeno.
Probabilmente sono fortunato, il mio sistema regge il colpo un po' meglio rispetto alla media. Ma credo che questo sia un elemento trascurabile.
Il fatto è che non ci penso, non ne parlo, non mi lamento. Utilizzo un approccio per così dire buddhista o meditativo. Non lo faccio in maniera totalmente intenzionale. Io di natura tengo sempre la mente concentrata su qualche obiettivo: un ragionamento, un ricordo, una fantasia. È un po' come focalizzarsi sulla respirazione quando si medita. Il pensiero del caldo è quindi tenuto lontano. E non mi assilla.
Avere caldo è un problema. Pensarci in maniera ossessiva, negativa, lamentandosi, invece che risolverlo lo aggrava. Aggiunge un secondo problema, se così si può dire. E questo secondo problema non dipende dal clima, ma dalla nostra mente.
È un meccanismo normale, umano, ma non per questo inevitabile. Cadere in una spirale vittimistica crea dipendenza. Ci fa soffrire e ci soddisfa al tempo stesso. Lamentarsene con gli altri poi assolve due funzioni. Innanzitutto, come dice il proverbio: "mal comune mezzo gaudio". In secondo luogo, cerchiamo nell'interlocutore comprensione, simpatia ed empatia.
Purtroppo però questo meccanismo necessita una totale concentrazione della nostra mente su una condizione sgradevole — l'avere caldo appunto — e questo ci fa soffrire.
Può sembrare controintuitivo, ma per sopportare meglio il caldo, soffrendolo meno, è necessario lasciare che se lo sobbarchi il corpo, tenendo la mente ancorata a pensieri più piacevoli o comunque più utili.
Come direbbe un saggio delle banalità qualunque: avere un problema è brutto, ma accollarsene due è anche peggio.

Non sono vegano, semmai sono erbivoro


Da una decina d'anni a questa parte mi nutro di soli prodotti della terra: verdure, cereali, legumi, frutta. Niente carne, niente pesce. Evito anche uova e latticini, anche se ogni tanto mi ritrovo a mangiarne mio malgrado.
Ma allora sei vegano? NO!
Ma come? E quindi arriva la solita, pedantissima (nonché errata) classificazione a cavallo tra il burocratico e l'antropologico: se mangi uova e latticini SEI vegetariano, se non mangi nemmeno quelli SEI vegano.
Come ho già detto: NO!
Innanzitutto la dieta vegetariana non dovrebbe includere uova o latticini. E pensandoci un attimo lo si capirebbe subito. Le uova crescono sugli alberi? No. Il latte sgorga dalle piante? Nemmeno. Sono prodotti animali. La radice della parola "vegetariano" è "vegetale", quindi uova e latte NON sono inclusi. La vera alimentazione vegetariana è in realtà quella che viene comunemente (ed erroneamente) chiamata vegana. E quella che viene comunemente chiamata vegetariana, nel gergo dei nutrizionisti è definita ovo-lacto-vegetariana. Quindi NON vegetariana.
Okay, va bene, ma torniamo a bomba. Perché se mangi come un vegano non puoi essere definito vegano? Proprio per quello che hai detto, vecchio mio. Perché MANGIO COME un vegano, ma NON SONO un vegano.
Che significa? Qual è la differenza? Allora, premetto che non sono un esperto della materia ma, per il poco che so, il veganesimo è un movimento attivista che si batte in difesa dei diritti degli animali. Diritti che comprendono anche quello a non essere utilizzati per scopi alimentari. Si tratta di un gruppo che opera lobbismo a livello politico, effettua pressioni sociali, pratica l'evangelizzazione e cura il proprio marketing. Va da sé che se ti batti per il diritto degli animali a non essere sfruttati per fini alimentari, non puoi mangiare prodotti animali.
Avete colto la sottigliezza? Il vegano non è vegano perché mangia solo vegetali, bensì mangia solo vegetali perché è vegano. Se non vi è chiara la differenza (che è enorme) vi consiglio di riprendere in mano i testi di logica delle superiori.

Conseguenze di tutto ciò (tra parentesi la mia posizione a riguardo):
- Un vegano potrebbe avere l'acquolina in bocca quando vede una bistecca, ma si impone comunque di non mangiarla. (Io mangio frequentemente seduto a tavola con onnivori e i loro piatti non mi fanno alcuna voglia. Se mi andasse di mangiare carne, mangerei carne. Non scelgo il menù per questioni di principio bensì di gusto.)
- Se vi sembra che il vegano rompa il cazzo, è perché è votato per presa di posizione alla pressione sociale e all'evangelizzazione. È il ruolo sociale che si è assegnato. Rompe il cazzo, sì, ma è coerente coi propri principi. (Come già detto, io mangio spesso con persone che ordinano carne o pesce e non rompo il cazzo a nessuno, anzi spesso succede l'esatto contrario: c'è gente che scassa la minchia a me. Inoltre io simpatizzo per i diritti degli animali ma comprendo che ci sono abitudini ancestrali che non possono essere ignorate.)
- La dieta vegetariana (quella vera, vedi sopra) viene chiamata vegana perché i vegani si sono dimostrati molto abili nello svolgere azioni di marketing. E quelli a cui i vegani stanno sul cazzo hanno abboccato al tranello come allocchi, finendo per fare loro pubblicità. (Io non ci ho abboccato e quello che scrivo ne è la prova. Inoltre cerco di attuare opera di divulgazione ma, credetemi, è come svuotare il mare con una paletta.)
- Il veganesimo è un movimento piuttosto recente (metà del ventesimo secolo) e occidentale (fu fondato nel Regno Unito). Tuttavia in oriente milioni di persone mangiano solo prodotti vegetali da millenni e non si sono mai sognati di farsi chiamare vegani. (Io prediligo alimenti vegetali fin da quando ero bambino. È una mia caratteristica personale, che mi differenzia persino da altri membri della mia famiglia. Sono passato ad escludere completamente gli ingredienti animali dalla mia alimentazione da adulto, sganciandomi da condizionamenti sociali e imparando a dare retta al mio organismo, dopo aver trascorso periodi più o meno lunghi in ambienti votati al vegetarianesimo, proprio in estremo oriente. Non ho mai avuto niente a che fare col veganesimo moderno, a vocazione attivistica e di stampo occidentale.)

Esclamazioni de-blasfemizzate


Supponiamo che qualcuno, quando per esempio si martella un dito, voglia sfogare la rabbia con un'esclamazione forte e blasfema — una bestemmia insomma — ma con garbo, senza urtare la sensibilità o la devozione di nessuno.
Certo, potrebbe ricorrere a versioni edulcorate usando paronimi eufemistici come "zio porco", "maremma maiala" o "bio parco". Io però ho escogitato una tecnica diversa e più versatile, che offre anche un certo spazio alla creatività.
Funziona così. Pensate ad una bestemmia. Createne l'acronimo. Poi "bacronimizzate", generando un'innocua espressione di vostra scelta. Quindi esclamate l'espressione testé ricavata.
Messa giù così può risultare poco chiara. Spieghiamola con un esempio. Ho immaginato una bestemmia. Ne ricavo l'acronimo: D.C. (avrete sicuramente indovinato la mia scelta). Ora genero un bacronimo, utilizzando un'espressione inoffensiva. Per esempio: [D]emocrazia [C]ristiana. La prossima volta che il ferro da stiro mi precipita sull'alluce, posso dunque urlare: "Democrazia Cristiana!"
È chiaro il meccanismo?

Altri suggerimenti:
Data Center!
District of Columbia!
Provincia di Padova!
Partito Democratico!
Decreto Legge!
Lavoro Digitale!
Diretto Piazze!
Democrazia Proletaria!
Monte Paschi!
Primo Ministro!
DataBase!
BirthDay!
Beni Demaniali!
E così via. Sbizzarritevi!

Troppo poco per troppo tanto


Si parla molto di salari bassi. Gente che si fa il culo sotto padrone per poco più di mille euro al mese. Un insulto in effetti.
Io ci ho provato (per poco a dire il vero) a fare il servo di lusso, con titoli, livrea e stronzate varie. Ho anche percepito stipendi invidiabili, diciamo del livello per cui un italiano medio ad oggi smetterebbe di lamentarsi.
Eppure mi sono sempre sentito defraudato. 8 ore o più in ufficio, 5 o 6 giorni alla settimana, un mese scarso di ferie all'anno. Orizzonte lontano quanto il giorno della pensione, cioè quando la parte piu bella della vita sarà stata sprecata tra open space e mense aziendali e resterà solo l'energia sufficiente per decidere come riposare.
Mi chiedevano ciò che di più prezioso avevo: la libertà di gestirmi le mie giornate. Ogni mattina al risveglio sentivo lo stomaco strizzato tra i magli di una morsa tanto invisibile quanto fisicamente reale: non riuscivo a dare un senso al genere di vita che stavo vivendo. Nessun aumento, bonus, incarico, titolo o ruolo mi avrebbe ricompensato per ciò a cui stavo rinunciando.
Tra l'altro nelle aziende in cui ho lavorato sono sempre stato trattato tutto sommato bene. Ho anche conosciuto delle belle persone, con alcune delle quali sono restato in contatto. Non era quindi una questione di posto di lavoro sbagliato. Si trattava proprio di una mia personale incompatibilità con quel tipo di vita.
La decisione di mollare tutto, che sembrava una follia — soprattutto ai tempi in cui il contratto a tempo indeterminato era praticamente blindato per legge —  per me fu quella piu facile che potessi prendere.
Ho sempre preferito fare il precario permanente, senza appigli, a volte al verde, ma spensierato, sereno. Anche, perché no, felice.
Finora, tra alti e bassi, l'ho sfangata. Magari un giorno sarà catastrofe. L'accetterò proprio perché fino ad un momento prima avrò fatto quello che volevo. Se non si può vivere a lungo è meglio almeno vivere bene.
Riassumendo il tutto con un aforisma potrei dire: "Il prezzo della mia libertà è la povertà materiale, perché ho detto no tutte le volte che mi veniva offerto del denaro per rinuciarvi."

Il ritorno di esse


Quando tali sciocchezze
avrai un giorno scordato,
sarà la vita sprecata
il tuo rimorso più grave.
Ora però ti preoccupi
proprio di quelle facezie,
non del tempo che invece
esse già ti han sottratto.

Evoluzionismo vs creazionismo: la complessità


Molti creazionisti sostengono che la complessità degli organismi avanzati è prova dell'esistenza di un creatore, perché solo una divinità potrebbe aver creato qualcosa di così complicato.
In realtà la complessità prova esattamente il contrario. L'evoluzione procede senza un piano, senza nemmeno un fine, per progressivi minuscoli passaggi di adattamento, nel corso di periodi di tempo lunghissimi, aggiungendo di volta in volta un tassello in maniera casuale, senza avere una direzione.
Proprio per questo solo l'evoluzione può arrivare a soluzioni così esageratamente complesse.
Se ci fosse stato un creatore le funzioni in natura sarebbero le stesse (o anche migliori), ma sarebbero eseguite tramite strutture e meccanismi molto più semplici.
La complessità tipica di alcune strutture della natura non può quindi essere utilizzata come prova conclusiva dell'ipotesi creazionista.