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Visualizzazione dei post con l'etichetta violenza

Come al tempo del vassallaggio

Nelle pagine dedicate al mondo ultras il giudizio sui fatti di Padova-Catania è praticamente unanime: gli ultras della squadra di casa sono dei codardi e hanno fatto una figura di merda colossale in diretta TV. Il fatto che l’attacco dei catanesi sia avvenuto contro settori pacifici dello stadio Euganeo non è un’attenuante bensì un’aggravante, dato che i padovani non si sono nemmeno lanciati a difendere i loro vecchi e bambini.
D’altro canto questa sentenza, dal punto di vista degli ultras, è inattaccabile, visto che tutti, compresi i padovani, aderiscono al medesimo codice, lo stesso che vige dai tempi del vassallaggio o dei comuni medievali: se dei forestieri cagano sul sagrato della tua cattedrale o se rapiscono la figlia del tuo ciambellano e la gang-bangano, tu organizzi una spedizione punitiva e risolvi la questione sul campo di battaglia.
La cosa che più atterrisce chi è estraneo all’ambiente è lo stupore di questi elementi

Thailandia violenta: finalmente se n'è accorta pure la stampa

Il video del pestaggio
La stampa italiana pubblica il video di un pestaggio avvenuto nelle strade di Hua Hin, una nota località di villeggiatura thailandese, e finalmente i lettori realizzano che la Thailandia, oltre ad essere una fantastica destinazione esotica caratterizzata da "spiagge paradisiache, sorrisi contagiosi e cibo ottimo anche se speziato", è pure questo: violenza brutale, diffusa e alle volte gratuita.
Spesso su questo blog ho pubblicato le mie impressioni su qualche rissa a cui mi è capitato di assistere a Bangkok e dintorni. Chi non le avesse lette può dare un'occhiata ai post contrassegnati col tag "violenza". La scena ripresa dalla telecamera di sorveglianza nel centro di Hua Hin non mi ha quindi stupito particolarmente. La reazione spropositata a un'offesa apparentemente futile, i pugni tirati con freddezza quasi professionale, i colpi sferrati su bersagli indifesi e per giunta stesi a terra, l'indifferenza davanti ai corpi immobili sono atteggiamenti agghiaccianti a cui ho assistito numerose volte. Per fortuna rispetto a ciò che mi è capitato di vedere in passato in questo caso mancavano i dettagli splatter delle chiazze di sangue e quelli noir delle armi improvvisate. Magra consolazione.

Simpaticoni - Boracay, Filippine

"Attenzione, caduta calcinacci"
Oh noi vi abbiamo avvertito eh, ora sono fatti vostri!
BAAAM! C'è stata una forte esplosione nella Main Road di Boracay. Mi è sembrato che il suono provenisse dalla cima dell'edificio che mi sta davanti. Ci sono delle urla, poi la gente si tranquillizza e in molti cominciano a sghignazzare. Io chiedo a una signora che sta in piedi a fianco a me che cosa è successo. Lei mi risponde qualcosa che stento a capire. Run...done...bun...qualcosa del genere. Ma non ha senso, che significa? Un attimo...no! Non ci voglio credere. Chiedo di nuovo. Risponde tranquilla, quasi annoiata: "Somebody shot a gun." Come??? A GUN!!! Un colpo di pistola! E poi ride anche lei mentre commenta il fatto con una negoziante.
Fantastici questi filippini. D'altronde avevo già intuito qualcosa l'anno scorso qui.

Giustizia sommaria - Bangkok, Thailandia

Il 2013 sfumava via indifferente e io mi ritrovavo impietrito a osservare una banda di giustizieri che linciava un tizio in pubblico, dopo averlo pescato a rubare una maglietta, o qualcosa del genere. Mentre era steso a terra, privo di sensi, forse già morto, qualcuno gli si è avvicinato e gli ha pestato il cranio sull'asfalto col tallone un altro paio di volte. Alzando bene il ginocchio e mettendoci tutta la forza che aveva. La testa traballava sul suolo in maniera peculiare, come una noce di cocco presa a colpi di machete. Sono quindi arrivati due poliziotti, gli hanno controllato il polso, non ci hanno capito un granché, lo hanno ammanettato e l'hanno portato via. Sì, proprio così, lo hanno ammanettato: in fin dei conti un ladro resta pur sempre un ladro, anche se può sembrare defunto. I giustizieri invece si sono allontanati con fierezza. Ovviamente impuniti.

Sono solo regole diverse - Thailandia (con un po' di foto)

Comprano tutto...inno alla deregulation, anche se poi sembra abbiano solo guide turistiche
Uno arriva in Thailandia e comincia subito a notare le differenze. Che caldo fa…a dicembre! A Malpensa nevicava. Qui tutto costa così poco, si mangia con un euro, a casa nemmeno il caffè mi ci viene. E poi la più sorprendente di tutte: tutto quel che da noi è proibito qui sembra permesso, o almeno tollerato. Mal che vada si può comprarlo con una mazzetta.
Si possono acquistare software e DVD piratati alla luce del sole. Copie di patenti di guida, certificati di laurea e tessere varie. Jeans, maglie e borse d'imitazione. Si può esporre l'insegna di un'attività illegale e nessuno dice nulla. Si viaggia in motorino senza casco, in quattro con bambini e cani, e la polizia, a differenza di quel che faceva nei nostri filmetti degli anni settanta, non s'incazza poi troppo. Venti ragazzini nel cassone di un pick up invece che nascondersi cantano in allegria. Dopo le due i bar non possono vendere gli alcolici, se però te li versano in un bicchiere di carta o in una tazza da tè va tutto bene. I proprietari dei locali notturni fanno a gara per chi paga alla polizia la mazzetta più grossa, affinché lasci loro aprire fino a tardi e faccia invece chiudere i concorrenti. E poi puttane, orge, viagra, cialis, kamagra, donne giovani, vecchie, fantastiche, oscene, spudorate o pudiche. Sì, perché qui ci sono anche le puttane pudiche. E poi omosessuali, bisessuali, transessuali, persino asessuali.
Ehi, qui si può davvero fare qualunque cosa - pensa il nuovo arrivato inebriato da promesse di libertà e impunità - questo è il Bengodi! Evviva! E in breve la vacanza si tramuta in una serie di guai.

Il post che non volevo scrivere - Bangkok, Thailandia

Questo è un post che avrei preferito non scrivere. E infatti ho passato ore a cercare di accantonare il ricordo dei fatti che seguono. Purtroppo però, come sempre succede, non ci sono riuscito. L'intensità delle sensazioni provate ha provocato uno sconquasso. Devo documentare.
E' l'ennesima testimonianza della violenza cieca che può esplodere da un momento all'altro in un paese in cui uno si abitua in fretta a incontrare persone affabili, sorridenti, tolleranti, e che proprio per questo quando ci scroscia davanti con la potenza di una valanga himalayana ci sconvolge, graffiandoci l'anima con artigli aguzzi.
E' notte fonda, passeggio in una via affollata di Bangkok, evito uno straniero che manda a quel paese un ladyboy troppo insistente, le solite cose insomma. Poi però cambio idea: non è ancora il momento di tornare in stanza, mi giro e torno indietro. Quando passo davanti a un baretto montato in fretta sul ciglio della strada vedo lo stesso ladyboy che discute con la proprietaria. Partono un paio di schiaffi e il ladyboy viene assalito da tutti i membri del personale: in totale due donne e un uomo.

La molla - Bangkok, Thailandia

E' da un pezzo che lo straniero sbronzo gira a petto nudo. La prima della serie di sciocchezze che lo cacceranno nei guai la combina in uno di quei baretti per strada dove si servono birre e cocktail in bucket (vedi foto sopra). Ha tirato un calcio a uno sgabello: il proprietario-ragazzino non ci pensa due volte, gli assesta uno schiaffo e poi uno spintone. Lo straniero è alto e robusto ma affievolito da ore di bisbocce con i compagni Bottiglia, Lattina, Bicchiere e Secchiello: cade pesantemente e quando si alza non sembra nemmeno capire cos'è successo. 
Lo vedo più tardi, alcune decine di metri più in là. Urla, si sbraccia in gesti minacciosi all'indirizzo di chissà chi. La stradina è affollata, un po' tutti lo osservano ma passivamente: nessuno sembra interagire con lui. Lo straniero continua ad agitarsi, con foga crescente, e a un certo punto sbrocca (se quel che ha fatto finora non possa già definirsi sbroccare). Piglia un tavolino al bordo della strada, lo alza come se fosse di polistirolo, ne scardina due gambe, getta il resto e utilizza i due legni come se fossero katane. Le incrocia facendole picchiare una sull'altra, le fa volteggiare nell'aria, si mette in posa, tende i muscoli di braccia e torso, assume un'espressione da guerriero incazzato: sembra il personaggio cattivo di uno di quei filmacci di arti marziali. A vederlo c'è da vergognarsi di essere stranieri. Non smetto di osservarlo, mentre lui continua ad esibirsi nel suo triste spettacolino, caricando una molla che quando rilasciata gli schizzerà addosso con una forza che, ottimista come sembra, forse non sospetta. Purtroppo per lui infatti non sono l'unico che assiste alla scenetta.
Per quel che ne so la natura dei thailandesi li guida a evitare, per quanto possibile, il confronto aperto e diretto. La rabbia e la frustrazione non vengono sfogate come da noi con urla, gesti, espressioni facciali, sarcasmo, minacce e spintarelle: ogni sentimento tossico viene semplicemente accumulato nei serbatoi di pazienza più o meno capienti di cui ognuno è dotato. Fino a quando, come un pneumatico gonfiato oltre il limite, il sistema esplode, specialmente se si ritiene di aver subito quella che da queste parti è considerata la più vile delle onte: la perdita della faccia. In questi casi le differenze culturali non si risolvono in sottili incomprensioni e scenette buffe ma vengono espresse con valori e principi totalmente diversi dai nostri.
Vediamo un po', quali sono le linee guida per combattimenti da strada utilizzate da queste parti? Compiliamo una lista sommaria:
- 10 contro 1? Vale.
- Armati contro disarmati? Ottimo fattore di vantaggio da sfruttare senza esitazioni.
- Tentare di convincere l'amico che forse non ha ragione? Non si usa, stai con lui e picchia il suo nemico senza chiederti il perché.
- Pietà per il corpo inerme dell'avversario, privo di sensi, sanguinante, spalmato al suolo con una posa innaturale? Reazione non contemplata, quasi fuori luogo: non ci si ferma per scrupoli da ragazzina di questo tipo, si molla la presa solo a un segnale proveniente dal proprio interno, che suona quando la rabbia è stata finalmente placata. 
Mentre lo sciocco straniero continua a dimenarsi con le gambe del tavolino in mano, da un angolo buio del marciapiedi partono una dozzina di ragazzini thailandesi. Brandendo spranghe, cinghie e bottiglie spingono lo straniero in un angolo, lo mettono giù a calci e poi continuano a picchiare per tanto, troppo tempo, fino a quando non lui ma loro ne hanno abbastanza. Poi tornano all'accampamento, camminando tranquilli, sorridendo, scambiandosi sciocche battute da bulletti, senza traccia di ripensamenti o preoccupazione per la sorte di quello che hanno utilizzato come sacco da boxe e che, per quanto ne sanno, potrebbe anche essere morto. A questo punto potrebbe toccare a qualcuno del posto vergognarsi di essere thailandese: il mondo è pieno di imbecilli, se si è proni all'umano ma delicato processo di immedesimazione il momento dell'imbarazzo arriva per tutti.
Ti viene da pensare che, per quanto lui se la sia cercata, ora sono loro a meritare una lezione, e sogni che arrivi un altro gruppo, più numeroso e armato meglio, a togliere dalle loro facce quelle odiose espressioni compiaciute. Ma poi ci ripensi: che fesseria, non sarebbe più finita. Meglio mandarli affanculo in silenzio e chiamare l'ambulanza.
Quello che succede ora però è interessante: un altro turista e una ragazza thailandese accudiscono lo straniero, lo fanno sedere, cercano di fermare il sangue, fino a quando arrivano gli infermieri che lo disinfettano e lo bendano. Queste due persone hanno dato a tutti, thailandesi e non, l'occasione per smettere di vergognarsi delle proprie origini. Giunge il momento per il ferito di salire in ambulanza e recarsi in ospedale (credo anche per pagare il conto), ma lui non ci pensa nemmeno, sorride sprezzante, si toglie le bende come Lawrence d'Arabia che si srotola il turbante, ringrazia sbrigativamente, saluta gli infermieri increduli e si avvia, sorprendentemente vigoroso, verso nuove, stupefacenti, ingegnosissime idiozie.

Le apparenze - Bangkok, Thailandia

Dei ladyboy si agitano, starnazzano, indicano. La gente si gira ma l'azione è sfumata. Uno spilungone straniero, con dei vestiti di lino, resta fermo un attimo e poi se ne va. A terra ce n'è un altro, immobile, sanguinante. I presenti accorrono per prestare soccorso mentre il colpevole viene indicato ad una pattuglia della polizia. Si avvicina, gesticola e racconta la sua versione. L'altro lo ha provocato con due calci nel pube: al primo lo ha perdonato, al secondo lo ha steso. Ha un fare strafottente ed è evidentemente alticcio. La gente lo osserva, sembra averlo già incolpato e i poliziotti poco dopo se lo portano in stazione. Arriva un ambulanza con alcuni paramedici. Rimuovono il sangue dal volto della vittima: questi si divincola mentre un turista lo trattiene. Gli fanno delle domande, lui risponde solo Russia. Alcuni secondi dopo si riprende e apre gli occhi, poi senza dire una parola colpisce il turista con un jab
Ad un tratto tra i presenti si fa strada un dubbio. Fidarsi delle apparenze è una scommessa rischiosa. Lo stangone è un arrogante, ma forse non mentiva, senza nemmeno ascoltarlo lo hanno mandato al commissariato. E un turista un po' ingenuo, aiutando la vittima, come segno di gratitudine ha beccato un pugno sul muso. 

Foto "Fighting wolves" di Tambako the Jaguar (CC), da flickr

La valvola di sfogo, violenza thailandese - Bangkok, Thailandia

Dal tavolo accanto arrivano suoni familiari. Mi eclisso, origlio, non mi sbagliavo: i due ragazzi si rivolgono alle ragazze in inglese, ma tra loro usano l'italiano e...il dialetto veneto! Farciscono le battute con bestemmie e oscenità e più di qualche volta offendono i clienti.

C'è molta confusione e non ho intuito se alcuni dei commenti erano diretti a noi. Per evitare malintesi scherzo in italiano. Uno dei due mi guarda inebetito e all'inizio ho l'impressione che non abbia capito. Poi però reagisce e comincia a parlarmi, ma è ubriaco fradicio e si mangia le parole. Tra un singhiozzo e un'eresia metto assieme il puzzle: è convinto che non essendo veneto io non possa intendere le sfumature culturali della loro conversazione. Per dimostrare che si sbaglia gli parlo in dialetto. Gli ci vuole un po' per realizzare ma quando lo fa mi guarda stupito, poi si alza in piedi, mi stringe la mano, mi fa i complimenti e mi allunga un bicchiere. 

La membrana semipermeabile - Kuala Lumpur, Malesia

C'è una teoria che ho elaborato un po' di tempo fa: l'atteggiamento della membrana semipermeabile. Per effettuare esperimenti e raccogliere dati non c'è bisogno di imbarcarsi per le isole Galapagos, basta aprire le orecchie quando sediamo al ristorante o togliersi le cuffie se viaggiamo in treno.

In un senso la membrana lascia uscire di tutto: opinioni, punti di vista, convinzioni, attacchi al veleno, dogmi, volgarità, grida e insulti. Nell'altro senso invece non fa entrare nulla.
Persone per cui il confronto non ha alcun valore: esiste solo il conflitto, lo scontro verbale attraverso cui scaricare sull'interlocutore non certo un'idea o una visione da discutere bensì frustrazioni, complessi e delusioni.

Che colpa ne ha quell'altro? Nessuna, ovviamente, se non quella di essere fatto della medesima pasta.

L'atteggiamento della membrana semipermeabile è una patologia che scavalca barriere di ogni tipo, che non conosce differenze di partito o di credo
. Si diffonde combinando la velocità di un virus mutato, la presenza sul territorio delle lattine di Coca Cola e l'appeal dell'ultimo prodotto lanciato dalla Apple .

Un fenomeno di una forza talmente dirompente che è forse inutile illudersi di poterlo contrastare.


(Immagine da wikipedia.org)

Da Cremona a Padova - Follia distruttiva sul convoglio speciale

Lucine brillano in fondo al tunnel e rombi di acciaio mi ruotano attorno come se stessi in una sala col sistema surround.

Stavo sognando ma dopo aver aperto gli occhi non mi sembra ancora di essermi svegliato. Osservo uno scorcio di cielo lombardo, la sua versione estiva, tersa e frizzante. Sto seduto su un sedile in finta pelle nocciola, in un vagone riciclato delle Ferrovie dello Stato. Invece che a lato, dal finestrino, il cielo lo osservo oltre uno squarcio sul tetto.

Ore 19, manca poco al tramonto, quelle nuvole di panna su gelato al puffo scorrono su un mondo senza Facebook e I-phone. Le bande di ultrà, gli sfasciacarrozze, sono invece una moda che esiste già.

Una furia distruttiva si è impossessata del convoglio. L’esempio dei capi e la notizia che gli agenti sono stati rinchiusi nel vagone di testa sono bastati ad animare un secchione magrolino che con tanto di occhialetti, zazzera e brufoli, si spezza la schiena per dilaniare una parete. Si ferma, ha il fiatone, si guarda le mani viola, lascia andare il legno, strappa un poggiatesta e lo getta dal finestrino come se fosse una granata.

La notizia ci precede: le stazioni sono deserte, gli ingressi ai binari sono stati sbarrati e nelle città più grosse al di là delle vetrate si ammucchiano gli hooligan delle squadre locali. Si dimenano e ruggiscono come belve in un film muto. Sembrano un branco di cani randagi rinchiusi all’interno di una cella di vetro. Il treno è un carro che attraversa il loro territorio esponendo dei bastardi accalappiati altrove. Il macchinista spinge, non si ferma alle stazioni. Se un ferroviere a terra esce allo scoperto viene ricacciato nel bunker con sedili e lavandini.

Corre il treno, la Lombardia è alle nostre spalle. Alla periferia di Padova strilla il freno a mano: mezzo treno si disperde, noi ripartiamo lentamente. La stazione pulsa di sirene e lampi blu: schierati sul binario, annoiati e nervosi, ci attendono i celerini in assetto antisommossa.

In mezzo al maremoto. Bangkok - Thailandia, 15 settembre 2008

È buio, da un pezzo ormai; me ne rendo conto soltanto adesso, perché laggiù in fondo delle lucine bianche hanno cominciato a brillare ad intermittenza. Vibrazioni metalliche scivolano su traiettorie a parabola, ricordando vagamente quel tipo di suoni piombati che rimbombano da lontano in un cantiere edile. Rombi di sbarre flesse e travi ondeggianti mi ruotano attorno come effetti sonori che scorrono da una cassa all’altra nel sistema Dolby di un multisala.

Ero in un sogno, ma dopo aver aperto gli occhi non sono ancora sicuro di essermi svegliato. Guardo in alto e vedo uno scorcio del cielo lombardo, la sua versione estiva, tersa e frizzante. Ma è come se lo vedessi attraverso un oblò. Sto seduto su uno di quei vecchi sedili in finta pelle color nocciolina, in un vagone riciclato delle Ferrovie dello Stato, i tempi di Trenitalia sono ancora lontani. Il cielo dovrei riuscire a vederlo girando la testa verso il finestrino, invece sta giusto sopra di me, incorniciato dal bordo frastagliato di un enorme squarcio sul tetto.

È il tardo pomeriggio di una domenica di inizio giugno, nel 1991; manca poco al tramonto e la nuvola che mi passa sopra, spruzzata come panna montata su un gelato gusto puffo, scorre su un mondo che non conosce ancora internet e cellulari, voli low-cost e globalizzazione. Le bande di ultrà invece esistono già, e hanno già iniziato a trascorrere le loro liete domeniche dedicandosi alla devastazione di treni in compagnia.

Stiamo tornando dalla trasferta di Cremonese-Padova, partita destinata ad essere decisiva per la promozione in Serie A, divenuta famosa invece per altri motivi. A giudicare da come si impegnano per demolire questo vagone si direbbe che qualcuno li paghi con tariffe orarie, con gli straordinari per il fine settimana, o meglio ancora per chilo di materiale, che divelgono dalla carrozzeria della vettura e gettano poi nei fossi, nei campi o nelle banchine delle stazioni che ci scorrono a lato. Mi ero addormentato alla partenza da Cremona, ma era come dormire su una strada coi lavori in corso, tra un martello pneumatico ed uno schiacciasassi.

La cosa più sorprendente è che all’interno del treno quasi tutti si sono messi all’opera. Sembra essere un impegno a cui non ci si può sottrarre, un istinto contagioso, come quello che spinge a unirsi ai soccorritori che scavano tra le macerie di un terremoto. In pochissimi, come me, si limitano sbalorditi ad osservare. È bastato l’esempio impunito di un gruppetto di professionisti, assieme alla sicurezza infusa dalla notizia che gli agenti della polizia sono stati sequestrati e rinchiusi nel vagone di testa, e il secchione magrolino che mi ansima davanti, con tanto di occhialetti, zazzera e brufoli, si sta spezzando la schiena e scorticando i polpastrelli per cercare di rimuovere la parete dello scompartimento. Si ferma, ha il fiatone, si guarda le mani solcate di viola, manda a quel paese la parete, strappa un poggiatesta imbottito e lo getta dal finestrino come se fosse una bomba ad orologeria, che a momenti rischiava di scoppiargli tra le dita.

Le stazioni lungo il percorso sono state avvertite, le porte di ingresso ai binari sono sbarrate e nelle città più grosse al di là delle vetrate si ammucchiano gli hooligans delle squadre locali. Si dimenano e ruggiscono come belve in un film muto. Sembrano un branco di cani randagi, prigionieri in una grande gabbia di plexiglas, mentre un carro attraversa il loro territorio esponendo un carico di bastardi accalappiati altrove. Il macchinista non si ferma mai e se qualche ferroviere a terra esce allo scoperto viene ricacciato nel proprio bunker con un bombardamento di sedili, bottiglie ed estintori. Il treno fa soltanto qualche sosta forzata quando qualche membro dell’operosa manovalanza decide di prendersi una pausa, tira il freno d’emergenza ed esce a sgranchirsi la schiena e le braccia, lanciando delle pietre contro qualche bersaglio.

Il freno viene azionato per l’ultima volta a Campo Marte, a poche centinaia di metri dalla stazione di Padova. L’istinto e l’esperienza ha suggerito a questi corsari che è meglio defilarsi lungo percorsi alternativi, aggirando in tal modo il grosso contingente di agenti della celere che attendono stanchi, impazienti e probabilmente incazzati l’arrivo del treno alla stazione centrale. Io resto a bordo e osservando la scena dal finestrino mi chiedo se non scappare sia stata una buona idea, fino a quando scorgo i bagliori blu delle gazzelle che battono la zona, sgommando come le Alfa Giulia nei film poliziotteschi degli anni ‘70.

Alla fine siamo in pochi ad arrivare in stazione e all’uscita dal treno passiamo in fila indiana tra due cordoni di celerini che ci fissano in cagnesco. Vorrei guardarli in faccia e dire che non c’entro nulla; in questi momenti però è meglio pressare le labbra, fissare con un interesse vagamente ebete la punta delle proprie scarpe e seguire con passo goffo il culo di quello che ci sta davanti.

Parecchi anni fa mi piaceva andare allo stadio. I rumori, i colori, la bolgia nel catino delle gradinate, il tutto mescolato con le emozioni dell’evento sportivo, mi mettevano addosso un’eccitazione particolare. Qualcosa che altrimenti ho provato soltanto a qualche concerto.

Arrivando a piedi la domenica pomeriggio, le strade in città erano deserte, l’atmosfera lenta di ozio e pennichelle, il silenzio vivo che colava dai balconi aperti, su cui qualcuno aveva esposto una bandiera, era rotto dall’eco dei boati dei cori, che ti arrivano da davanti, da dietro e dai fianchi, ma persino dall’alto, dal basso e da dentro. Il frastuono era invece attutito alle biglietterie nel sotto-gradinata, dove quasi sempre si aggirava qualcuno per sgraffignare trofei di sciarpe e bandiere. I cancelli erano sorvegliati da un solo bigliettaio, a cui soltanto qualche anno più tardi si aggiunse un poliziotto che sequestrava fibbie e accendini. Infine, dopo l’ultima rampa di scale, oltre la porta su quel mondo blu e smeraldo, disegnato qua e là con un gessetto da lavagna, l’immersione in un’atmosfera da arena romana, elettrizzata per i combattimenti tra gladiatori e belve. Visto da lì il pubblico era una massa unica, compatta e gelatinosa, che trasmetteva le vibrazioni di un impulso ricevuto in curva nord, lungo tutto il cuneo della tribuna dei distinti, mandandolo ad infrangersi sulla cancellata della sud.

E poi gli striscioni, le bandiere e le sciarpe, le maglie biancorosse e la fila di tamburi, su cui qualche bullo a torso nudo picchiava ritmi tribali di una semplicità ipnotica. Ad un tratto nella curva calava il silenzio, compatto e potente, di voci trattenute da centinaia di gole, che i suoni degli altri settori non riuscivano a scalfire. Un altoparlante giocattolo diffondeva una frase gracchiata. Le parole erano come le note di un un grammofono antico che arrivano soffuse da una stanza lontana. Il comando finale si impennava stonato e poi, precedute da una pausa di un’ottava, esplodevano come fucilate le sillabe di un coro poderoso, audace e idiota, gridato dalla curva intera come un urlo di battaglia.

A pochi minuti dall’inizio della partita lo speaker ufficiale leggeva le formazioni. Il pubblico intonava un “olè” per chiunque, campioni e scarponi, a patto che vestissero la maglia giusta. Tra lo sventolio delle bandiere e il rito della “sciarpata”, sul campo cadeva una pioggia di coriandoli, seguita spesso dalla nebbia dei fumogeni. Le squadre si disponevano lentamente in formazione ed il portiere che si avvicinava alla curva poteva ricevere una manna di ovazioni o, se era l’avversario, una grandinata di insulti. Dopo aver controllato le reti con tecniche da pescatore, arbitro e guardalinee si scambiavano cenni misteriosi. Il fischio d’inizio interrompeva l’apnea del pubblico e il suono smorzato dei primi calci sul pallone, assieme al vento che soffiava in cima alla gradinata, marcavano nei sensi il confine tra stadio e salotto, divenuto ormai soltanto un blando surrogato.

Un’emozione unica perché primordiale, istintiva, non coltivata, impossibile da provare negli altri segmenti della vita civilizzata. Io mi ci tuffavo dentro senza timore, perché sapevo che mi avrebbe portato ad un limite che non sarei mai stato in grado di valicare, ma che in nessun altro modo avrei mai avvicinato; un mare in cui sarei rimasto immerso fino ad un attimo prima che mi scoppiassero i polmoni, da cui sarei uscito paonazzo ed emozionato, come un cane a cui è sfuggito un gatto, che ansima esausto ma è felice lo stesso.

Purtroppo non tutti la pensavano come me. Li vedevo confabulare come un plotone di sabotatori, organizzarsi in formazioni e partire di scatto, seguendo in maniera sincronizzata sequenze che mi lasciavano di stucco, per scomparire poi giù per la scalinata, verso una missione avvolta nel mistero. Io li stavo ad osservare sbalordito e per un attimo credevo ancora di giocare al mio gioco. Ma era un inganno, lo scoprivo quasi subito, mi mettevo le mani in tasca e uscivo dallo stadio.

Fino ad un giorno in cui li seguii, armato di curiosità per soffocare la paura. Mi ritrovai in uno spiazzo adiacente la curva degli ospiti (ospiti!), l’orda selvaggia distribuita omogeneamente, dalla curva sud ad una collinetta nei paraggi. Portavano armi bianche e fazzoletti sul viso. Era in corso una battaglia ma non vedevo il nemico, i movimenti di ognuno tradivano rabbia frustrata, il nervosismo di colui a cui è stato teso un tranello. Poi ci fu un fremito e la massa si spostò in blocco, come biglie metalliche in un campo magnetico. Nel garbuglio di grida non capivo una parola, fino a quando un tizio vestito da pirata mi passò vicino, mi diede una pacca sulla spalla e con circospezione mi sussurrò: “gli sbirri, dai, carichiamo!”. Dopo aver percorso dieci metri ed essersi accorto di essere da solo, si voltò senza fermare la marcia e gli si dipinse sul viso un’espressione confusa. Io non ci feci caso, stavo pensando a tutt’altro: avevo appena scoperto chi era il loro nemico.

E allora, per ricollegarmi al tema di questo diario, credo che in vita mia mai mi sia sentito così alieno, così fuori posto come in quello spiazzo polveroso. Ed è curioso pensare che sia successo proprio lì, nel centro della città in cui sono nato. Non invece quand’ero in viaggio solitario, tra città e campagne nel sud dell’India, dove per giorni non incontrai uno straniero, né nei ristoranti dei paesini cinesi, dove non ti capiscono neanche se ordini a gesti. E nemmeno nel cortile del municipio di Phuket, adibito a unità di crisi per le vittime dello tsunami, dove centinaia di disperati cercavano i familiari, gli amici, la maniera di tornare a casa o anche un semplice rifugio.

Muovendomi emozionato tra i banchetti delle ambasciate, gli ospedali da campo, i centri informazione e i chioschi per la distribuzione di cibo e vestiario, mi trovavo sempre dalla stessa parte della barricata, eravamo tutti uniti per aiutare chi era stato colpito dal dramma.

Vent’anni fa, impalato e sbigottito, nel treno o in quello spiazzo a ridosso dello stadio, ero invece da solo.

In mezzo al maremoto.