Post

Flessibilità - Mosca, Russia

Il rubinetto perde, l'impianto elettrico non funziona, il forno è rotto o devi installare delle tende in salotto. Il professionista è caro e si fa desiderare: se lo chiami oggi arriverà fra un mese. Nessun problema, c'è il marito a ore. Non stiamo parlando di relazioni extraconiugali o poligamia. Chiami un tizio di cui hai trovato il numero chissà dove, uno che non ha una specializzazione ma sa fare un po' tutto, proprio come i buoni mariti di una volta. Al telefono gli spieghi cosa deve fare e fissi il prezzo, lui arriva a breve, con tutti gli attrezzi e i materiali necessari. Se non sapeva come risolvere il problema si è fatto insegnare il metodo o ha mandato un collega più qualificato. Risolve, lo paghi (a prezzi ragionevoli), arrivederci.

Devi traslocare, spostare un mobile nell'appartamento di tuo zio o sbarazzarti di qualcosa di ingombrante. Sei da solo, non ce la puoi fare. Scendi le scale, esci sul marciapiedi e ti guardi attorno. Appena vedi un immigrato dalle repubbliche orientali dell'ex Unione Sovietica - un kazako, un uzbeko, un tagico - lo fermi.
"Salve, dovrei spostare un mobile"
Lui sa già tutto e non si scompone. Non pensa che sei pazzo né si scompiscia dalle risate.
"Quanto grande? Quanti piani? Dove?"
Spieghi, contratti e lo accompagni. Se servono rinforzi li chiamerà lui.

Hai fatto tardi a una festa, non sei venuto in auto perché sapevi che avresti bevuto un bicchiere di troppo, abiti un una zona non ben servita dai mezzi. Il taxi è caro, e poi bisogna prenotarlo in anticipo. Scendi, ti piazzi al bordo di una strada principale e tiri fuori il braccio, agitando la mano. Non al primo taxi che passa, alla prima auto! Così, a caso. Se non è una Jaguar o qualcuno che va di fretta si ferma di sicuro. E se non si ferma questa lo fa quella che segue. Spieghi al tizio dove devi andare, lui propone un prezzo, se pensi che sia troppo rilanci. Quando vi siete messi d'accordo sali. Non è passato nemmeno un minuto.

Chi l'avrebbe detto che un giorno avremmo invidiato l'ex Unione Sovietica per la sua flessibilità?

Segreto e mistero - San Pietroburgo, Russia

Seguo il flusso umano che scorre senza sosta sul marciapiedi della prospettiva Nevsky fino a quando si diffonde nello spazio immenso che circonda l'Ermitage, poi svolto a sinistra, diretto alla Cattedrale di Sant'Isacco. Quando sono a poche decine di metri da questa versione russa di San Pietro, con la coda dell'occhio noto un foglietto appiccicato a una porta, seminascosta dall'impalcatura dei lavori di restauro del palazzo. Museo di storia della polizia politica. Praticamente un asteroide fortemente magnetizzato davanti al quale mi tramuto in una spilletta per capelli. 
Anche la chiesa però tira parecchio. Resto qualche secondo sul posto, la coscia che traballa seguendo degli impulsi alternati che mi spingono di qua e di là. Elaboro le poche informazioni che ho messo assieme e prendo una brillante non-decisione, rimandando: un classico in questi casi. Il museo chiude alle 18.00 ma dalle 17.30 non si vendono più biglietti. Ho ancora trenta minuti e la cattedrale è a due passi. Vado prima lì e vedo che mi dice: se mi sussurra parole dolci nell'orecchio solleticandomi lievemente il lobo mi ci fermo, altrimenti torno indietro. E così è, solo che per rendermene conto ho impiegato venti minuti abbondanti. Quando apro la porta d'ingresso al palazzo del museo sono già le 17.26. Dopo aver provato due corridoi ciechi imbrocco quello giusto, abbasso la maniglia ma la porta non si sposta. Faccio per andarmene quando sento qualcosa che sferraglia e una signora esce dalla stanza.
"Che c'è?"
"Vorrei visitare il museo."
"Mi spiace, è tardi."
Mormoro qualcosa adottando un'espressione commovente. Lei borbotta qualcos'altro con fare indeciso. E' il segnale che aspettavo, mi avvicino. 
"17.30, orario di chiusura." Dice lei, mentre un'altra signora sbuca dall'entrata incrociando gli avambracci come qualche tipo di arbitro per farmi capire che il museo è chiuso. Mostro l'orologio che segna le 17.28. Lancetta in d4: scacco matto!
"Va bene, seguimi!"
L'esposizione è commentata per il 95% in russo ma la signora mi consegna una dispensa di fogli plastificati con le mappe di ogni parete e le relative didascalie in inglese. Una buona idea che però la dice lunga sullo scarso numero di turisti stranieri che visitano il museo. 
Sono sempre stato affascinato da tutto ciò che ha a che fare con i lati più opachi, sinistri e controversi della storia. Passo in rivista le foto in bianco e nero, fermandomi in adorazione davanti a quelle che mi emozionano di più, leggendo le spiegazioni sulle preziose dispense che sfoglio in avanti e indietro. I tempi delle spie zariste, poi i bolscevichi e la ristrutturazione di Dzerzhinsky. La sua morte, le immagini di Trozky, Stalin, Bukharin e Molotov che trasportano la bara. La CHEKA, il KGB, la guerra fredda, la crisi dei missili di Cuba e gli scambi segreti di prigionieri con gli USA. Le missioni in Afghanistan e Cecenia, il terrorismo interno, l'FSB e finalmente i giorni nostri. 
Nella stupenda sala che fu di Dzerzhinsky mi imbatto in un gruppo con guida. Ma vedi che scelta azzeccata, decidendo di visitare il museo mi sono preso cura di due hobby in un colpo solo: la storia dello spionaggio e le belle donne (l'hobby in questo caso consiste soltanto nell'ammirarle, ovviamente). Ora tra una foto e l'altra non riesco a non lanciare un'occhiata a tre o quattro esemplari di queste stangone che da quando sono arrivato in Russia mi tormentano i pensieri. La loro guida però è una vecchia pedante e logorroica: me le lascio dietro e dopo pochi minuti sono nell'ultima sala, dove la signora della biglietteria, che già era venuta ad aiutarmi prima, mi fornisce altri utili approfondimenti. Indossa un paio di pantofole, le calze pesanti, una gonna-plaid, un maglione infeltrito e occhiali da medico di famiglia. Niente trucco e i capelli sono raccolti, ovviamente. Mi fa pensare a una bibliotecaria da film di serie B, ma anche un po' a Nonna Papera. E' gentilissima. Sminuisce il bel gesto spiegandomi che devo l'opportunità di visitare l'esposizione fino a ben oltre l'orario di chiusura al gruppo di sventole che ho appena visto: avrebbe dovuto comunque aspettare che loro se ne andassero. Chiedo se c'è un guest book e mentre sto scrivendo i miei commenti, scegliendo con cura le parole, mi chiede di non menzionare il fatto che mi ha aiutato personalmente.
"Non sono un'esperta."
"Ma se è stata bravissima!" Rispondo pensando che si tratti soltanto di falsa modestia.
"Conosco qualche dato ma non ho una buona visione di insieme. E poi potrebbe crearmi dei problemi coi miei superiori."
Sembra quasi che si sia fatta risucchiare dall'atmosfera di segreto e mistero che avvolge il posto, come se anche lei tramasse tra le maglie di un'organizzazione che agisce nell'ombra.
"Ah no, allora niente..."
Concludo scrivendo comunque che il personale è molto gentile ed educato. Dovrebbe essere un complimento piuttosto discreto e neutro.
Do un'ultima occhiata alle sventole stivalate che una dopo l'altra affluiscono nella sala e poi esco, mentre le braccia potenti del clima del Baltico mi tirano delle gelide nerbate sul viso. E pensare che è soltanto ottobre. Un ottobre poco rosso, ma piuttosto grigio.

Foto "Colonna di Alessandro, sedia e zaino" di Fabio

Elezioni e truffe - Bangkok, Thailandia

Luglio 2011. E' tempo di elezioni in Thailandia. Un'ondata continua di gente converge sulle grandi direttrici di Bangkok - Sukhumvit, Vipawadee, Pahonyothin - diretta verso le province di provenienza, che nella maggior parte sono quelle dell'Isan, a nord-est, verso il Laos.
Passeggio con A., l'accompagno a prendere il taxi che la porterà a Mochit, una stazione degli autobus oggi immersa in un caos da aeroporto internazionale in periodo di grounding. Un autista di tuk-tuk offre il suo servizio per 300 baht, quando normalmente utilizzando un taxi col tassametro la tratta dovrebbe costarne 100-150. Lo liquidiamo in fretta. Anche il primo tassista le chiede 300 baht. Lei lo lascia andare, poi ne ferma un altro. Stessa storia. E così anche col terzo, e un quarto.
Avverto un odorino strano, un fetore che mi ha stuzzicato le narici spesso in passato. Seguo l'istinto, come fosse uno di quei fili di fumo pedinati dai nasi lunghi e vibranti dei cartoni animati. Mentre lei fa due passetti verso il centro della carreggiata per fermarne un altro io resto sul ciglio e osservo attentamente. Quando lei si avvicina al finestrino per parlare col conducente il proprietario del tuk-tuk che la voleva truffare si sbraccia verso lo sconosciuto collega e gli fa segno di chiederle 300 baht. L'altro segue il consiglio e A., ovviamente, non accetta.
Questa volta ti ho visto, lestofante da strapazzo. Prendo A. per un braccio e l'accompagno cento metri più in là. Lei mi segue - incredula mentre le racconto ciò che ho visto - a distanza di sicurezza dal manigoldo, dove un tassista - onesto come la maggior parte di quelli che non ronzano attorno ai turisti - acconsente ad accompagnarla utilizzando il tassametro.
"Un thailandese non si dovrebbe mai comportare così...con altri thailandesi poi...", continua a ripetere fino a quando la porta si chiude.
"...con nessuno..." penso io, mentre la saluto.
Non riuscirà a tornare a casa e ad andare a votare perché tutti i posti in autobus fino al mattino successivo sono stati venduti, ma almeno è riuscita a tenersi stretta la dignità. E pure qualche banconota.

Immagine da globalvoicesonline

Dagli alcolizzati/4 - Bangkok, Thailandia

L'intera serie "Dagli alcolizzati" è dedicata a Jack London, autore di "Memorie di un bevitore" (Titolo originale: "John Barleycorn").

Continua da qui.

Sono seduto dagli alcolizzati con R. Beviamo un bicchiere prima di immergerci nella notte viscosa di Bangkok. R. si alza e va a ordinare una bottiglia di soda e del ghiaccio dalla ragazza con la faccia deturpata dalle occhiaie. Di passaggio lancia anche una battuta alla donna costantemente ubriaca. Errore tattico, non tipico di un tipo accorto come R. Questa, sentendolo parlare, pur non capendo una parola si scrolla di dosso il torpore, dà un'occhiata attorno e il suo radar annebbiato, chissà perché, si ferma quando ha identificato me. La tengo sotto controllo senza fissarla, facendo finta di guardare altrove e augurandomi - come un liceale davanti alla professoressa che scorre i nomi sul registro per decidere chi interrogare - di diventare una presenza invisibile e passare inosservato. Vana speranza, ingenuo che sono a volte. Si alza con fatica, caracolla rischiando di abbattere i tavoli e le bottiglie lungo il cammino e precipita con un tonfo pesante sulla sedia di R., proprio di fianco a me. Mi guarda e mi sorride, col fascino di una sirena, una sirena vecchia e devastata dalla decadenza, dalla vita di strada e dall'alcol. Poi farfuglia qualcosa. Quando sto cercando di capire in che lingua sta parlando una zaffata carognesca mi stritola la gola. Il puzzo continua ad aleggiare anche quando chiude la bocca: non è soltanto l'alito, è un odore che ha impregnato nella pelle e negli abiti, che si porta costantemente addosso. Un po' come quello emanato da chi mangia troppo aglio.
R. si accorge di cosa sta succedendo e mi viene in aiuto. Lei sorride anche a lui trasformandolo da soccorritore in secondo prigioniero. Subito dopo arriva anche la ragazza delle occhiaie che poggiato il secchiello del ghiaccio e la bottiglia di soda le si rivolge in thailandese scandendo le parole, così che anch'io riesco a capire bene cosa dice.
"Hey, questi sono amici!" Beh, proprio amici magari no, ma come stratagemma per toglierci dall'impiccio glielo concediamo. Annuiamo accondiscendenti.
"Con loro non ci puoi provare...capito?"
L'orrore si impossessa della nostra immaginazione indifesa e impressionabile. Provare a fare cosa? Il pensiero che qualche turista stordito dal Sangsom se la possa essere portata in albergo per una manciata di baht mi avvinghia lo stomaco e lo strattona, avanti e indietro, di lato e per linee oblique. L'ammonizione però ha effetto e l'ubriacona si alza e se ne va, il suo orgoglio apparentemente intatto. Il sollievo mi rilassa la pancia. R. si siede di fianco a me e ricominciamo a chiacchierare, versandoci un altro bicchiere, mentre la brezza del ventilatore soffia il vapore del ghiaccio verso gli alberi e la strada bagnata.

Continua?

Foto di Lachlan Hardy (CC)

Segnali buffi/3

Spesso mi imbatto in segnali, cartelloni, scritte o etichette divertenti. Quando capita mi assicuro sempre di non andarmene senza una foto. Le propongo a rate anche qui.

La tradizionale pizza francese? Certo, certo, poi servono anche delle autentiche specialità italiane: baguette, quiche e croque monsieur. (Kuala Lumpur, Malesia)

...e il tempio di Pippo invece è a sinistra! (Isola di Lantau, Hong Kong)

Benvenuti...un'altra volta??? (Walmart, Kunming, Cina)

OrganisN! Peccato, ce l'avevano quasi fatta: l'avevano scritto giusto fino all'ultima lettera...tra l'altro questo bidone ti ringrazia quando vi getti i tuoi rifiuti. (Green Lake, Kunming, Cina)

Qualche errore qua e là. (Caffè a Kunming, Cina)

Reacestate??? Ma questi di preciso che vendono? (Agenzia immobiliare a Kunming, Cina)

Il signore si sta facendo fare un massaggio e, come segno di apprezzamento, regge il listino prezzi del centro. (Bangkok, Thailandia)

Qui bisogna fare la guerra per arrivare al secondo (2ed???) piano. (Walmart, Kunming, Cina)

Superman dorme, ma la Super polizia thailandese non lo fa, non l'ha mai fatto e mai lo farà! (Bangkok, Thailandia)

Mi avanza una "S", dove la metto? Hmmm...numberS...passengerS...ofS? Ma sì: numberS! (Catamarano superveloce thailandese)

Sei un fumatore? Questa è la quantità di catrame accumulatasi nei tuoi polmoni dopo 3 anni. Da brividi! (Singapore)

Potete trovare gli altri segnali buffi qui.

Dagli alcolizzati/3 - Bangkok, Thailandia

Foto di Olgierd Pstrykotwórca 
L'intera serie "Dagli alcolizzati" è dedicata a Jack London, autore di "Memorie di un bevitore" (Titolo originale: "John Barleycorn").

Continua da qui.

S. si ostina a privarci degli spettacoli pietosi a cui ci ha abituati in passato seguitando a consumare solo bibite gassate e succhi di frutta. Deve averglielo consigliato il medico dopo avergli diagnosticato la cirrosi.

Uno dei pochi personaggi da saloon che non bevono alcolici in questo bar è un grassone con il naso rosso, l'occhio spento e l'andatura da beone, che ordina le sue bottigliette di Coca Cola e Fanta sussurrando, come se fosse un atto illegale o scandaloso. Cosa che in un posto del genere, con una faccia come la sua, a pensarci bene potrebbe anche starci. 

Finalmente, dopo quasi una settimana di bibite dolciastre per ragazzini, S. ha gettato la maschera ed è tornato a dare del tu (a volte anche letteralmente) al suo amico preferito: un signore americano dalla carnagione scura, l'abito nero ricamato di bianco, una cascata di monili di cristallo, un piccolo copricapo aderente e fragranze speziate: Mr. Jack Daniels.
Si ode un tonfo pesante, S. è sparito. Ci alziamo e lo cerchiamo. E' crollato, ora è disteso sotto il tavolo e accanto a lui c'è la sedia, capovolta. Lo invitano ad alzarsi, lui probabilmente nella sua mente ci prova ma il corpo resta immobile. Non si è fatto male: è semplicemente ubriaco fradicio. Lo aiutano a mettersi in piedi ma non è facile, sembra che stiano estraendo un autoarticolato dal fondo di un fiume con poderosi argani. Quando si accomoda nella sua seggiolina ha gli occhi a bolla, lo sguardo vuoto, perso nei misteriosi giochi di forme e luci che vede davanti a lui, e le mani tremanti poggiate sul tavolo di plastica.
Quando rientra nel globo di realtà distorta che lo circonda cerca di alzarsi, cammina come un gorilla neonato verso il centro della strada, compie un giro di 360 gradi attorno a se stesso, barcolla, sfiora un taxi che si è fermato a pochi metri da lui per non investirlo e continua a oscillare fino a quando un turista lo aiuta a ritornare al proprio posto. Alcuni minuti più tardi ripeterà l'intera procedura dall'inizio.

La donna costantemente ubriaca siede a un tavolo, si appisola, si sveglia, borbotta, grida verso qualche sconosciuto ma nessuno le dà retta, poi continua a muovere le labbra senza però emettere alcun suono, per vari minuti. Infine, sconfitta ed esausta, riprende a russare.

Continua...

La molla - Bangkok, Thailandia

E' da un pezzo che lo straniero sbronzo gira a petto nudo. La prima della serie di sciocchezze che lo cacceranno nei guai la combina in uno di quei baretti per strada dove si servono birre e cocktail in bucket (vedi foto sopra). Ha tirato un calcio a uno sgabello: il proprietario-ragazzino non ci pensa due volte, gli assesta uno schiaffo e poi uno spintone. Lo straniero è alto e robusto ma affievolito da ore di bisbocce con i compagni Bottiglia, Lattina, Bicchiere e Secchiello: cade pesantemente e quando si alza non sembra nemmeno capire cos'è successo. 
Lo vedo più tardi, alcune decine di metri più in là. Urla, si sbraccia in gesti minacciosi all'indirizzo di chissà chi. La stradina è affollata, un po' tutti lo osservano ma passivamente: nessuno sembra interagire con lui. Lo straniero continua ad agitarsi, con foga crescente, e a un certo punto sbrocca (se quel che ha fatto finora non possa già definirsi sbroccare). Piglia un tavolino al bordo della strada, lo alza come se fosse di polistirolo, ne scardina due gambe, getta il resto e utilizza i due legni come se fossero katane. Le incrocia facendole picchiare una sull'altra, le fa volteggiare nell'aria, si mette in posa, tende i muscoli di braccia e torso, assume un'espressione da guerriero incazzato: sembra il personaggio cattivo di uno di quei filmacci di arti marziali. A vederlo c'è da vergognarsi di essere stranieri. Non smetto di osservarlo, mentre lui continua ad esibirsi nel suo triste spettacolino, caricando una molla che quando rilasciata gli schizzerà addosso con una forza che, ottimista come sembra, forse non sospetta. Purtroppo per lui infatti non sono l'unico che assiste alla scenetta.
Per quel che ne so la natura dei thailandesi li guida a evitare, per quanto possibile, il confronto aperto e diretto. La rabbia e la frustrazione non vengono sfogate come da noi con urla, gesti, espressioni facciali, sarcasmo, minacce e spintarelle: ogni sentimento tossico viene semplicemente accumulato nei serbatoi di pazienza più o meno capienti di cui ognuno è dotato. Fino a quando, come un pneumatico gonfiato oltre il limite, il sistema esplode, specialmente se si ritiene di aver subito quella che da queste parti è considerata la più vile delle onte: la perdita della faccia. In questi casi le differenze culturali non si risolvono in sottili incomprensioni e scenette buffe ma vengono espresse con valori e principi totalmente diversi dai nostri.
Vediamo un po', quali sono le linee guida per combattimenti da strada utilizzate da queste parti? Compiliamo una lista sommaria:
- 10 contro 1? Vale.
- Armati contro disarmati? Ottimo fattore di vantaggio da sfruttare senza esitazioni.
- Tentare di convincere l'amico che forse non ha ragione? Non si usa, stai con lui e picchia il suo nemico senza chiederti il perché.
- Pietà per il corpo inerme dell'avversario, privo di sensi, sanguinante, spalmato al suolo con una posa innaturale? Reazione non contemplata, quasi fuori luogo: non ci si ferma per scrupoli da ragazzina di questo tipo, si molla la presa solo a un segnale proveniente dal proprio interno, che suona quando la rabbia è stata finalmente placata. 
Mentre lo sciocco straniero continua a dimenarsi con le gambe del tavolino in mano, da un angolo buio del marciapiedi partono una dozzina di ragazzini thailandesi. Brandendo spranghe, cinghie e bottiglie spingono lo straniero in un angolo, lo mettono giù a calci e poi continuano a picchiare per tanto, troppo tempo, fino a quando non lui ma loro ne hanno abbastanza. Poi tornano all'accampamento, camminando tranquilli, sorridendo, scambiandosi sciocche battute da bulletti, senza traccia di ripensamenti o preoccupazione per la sorte di quello che hanno utilizzato come sacco da boxe e che, per quanto ne sanno, potrebbe anche essere morto. A questo punto potrebbe toccare a qualcuno del posto vergognarsi di essere thailandese: il mondo è pieno di imbecilli, se si è proni all'umano ma delicato processo di immedesimazione il momento dell'imbarazzo arriva per tutti.
Ti viene da pensare che, per quanto lui se la sia cercata, ora sono loro a meritare una lezione, e sogni che arrivi un altro gruppo, più numeroso e armato meglio, a togliere dalle loro facce quelle odiose espressioni compiaciute. Ma poi ci ripensi: che fesseria, non sarebbe più finita. Meglio mandarli affanculo in silenzio e chiamare l'ambulanza.
Quello che succede ora però è interessante: un altro turista e una ragazza thailandese accudiscono lo straniero, lo fanno sedere, cercano di fermare il sangue, fino a quando arrivano gli infermieri che lo disinfettano e lo bendano. Queste due persone hanno dato a tutti, thailandesi e non, l'occasione per smettere di vergognarsi delle proprie origini. Giunge il momento per il ferito di salire in ambulanza e recarsi in ospedale (credo anche per pagare il conto), ma lui non ci pensa nemmeno, sorride sprezzante, si toglie le bende come Lawrence d'Arabia che si srotola il turbante, ringrazia sbrigativamente, saluta gli infermieri increduli e si avvia, sorprendentemente vigoroso, verso nuove, stupefacenti, ingegnosissime idiozie.