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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Affari fluidi. Chiang Mai - Thailandia, 21 dicembre 2007

Passeggiando per le strade più vivaci e affollate di Bangkok si osservano ad ogni angolo – e ad ogni ora – negozietti, ristorantini e bancarelle ambulanti. C’è chi si dedica ad attività o alla vendita di prodotti legati a tradizioni più o meno antiche, e chi invece si è buttato su idee più moderne e innovative.


Osservando i marciapiedi della stessa via a tre mesi di distanza è poi improbabile non imbattersi in cambiamenti di scenario più o meno drastici. Il panorama va mutando in un gioco continuo di creatività e imitazione.


Khao San Road, ribattezzata la porta d’oriente per essere diventata negli ultimi anni la base di partenza per i turisti stranieri che si apprestano a visitare l’Asia, è il posto perfetto per osservare il fenomeno.


Qualcuno ha piazzato un banchetto che vende fresche spremute d’arancia e l’idea si è rivelata vincente? Entro poche settimane altre quattro famigliole avranno sistemato i loro spremiagrumi a pochi metri di distanza. A volte persino accanto a quello del pioniere, che si adatta senza protestare alla concorrenza dei copioni.


In Thailandia, come in altri paesi asiatici, le attività imprenditoriali si svolgono in maniera fluida e dinamica, senza costrizioni di leggi e regolamenti rigidi, seguendo procedure che magari prevedono semplicemente il pagamento di una mazzetta alla locale stazione della polizia.


Quel che mi è capitato di osservare alcuni giorni fa a Ratchaburi, una cittadina ad un paio d’ore di autobus da Bangkok, oltrepassa però il limite della normalità di casa, debordando nel territorio della comicità involontaria.


Ero ospite a casa di alcuni stranieri che insegnano in una scuola bilingue in città. Un giovane canadese, mentre mi porge una bottiglia di birra Archa ghiacciata, mi prende per un braccio e mi accompagna al cancello dell’ingresso in cortile. Con un movimento della testa mi fa cenno di dare un’occhiata alla casa di fronte. Siamo in un quartiere residenziale, popolato da sole famiglie thailandesi, con l’eccezione di tre case abitate da insegnanti stranieri, una delle quali è quella in cui mi trovo ora.


Appesi alla ringhiera della casa che sto osservando ci sono due cartelli con una scritta in inglese: “Qui vendiamo birra fresca e sigarette”. Altri due identici sono stati appiccicati al muro, di fianco alla porta di ingresso.


Non si tratta di un negozio, è semplicemente l’abitazione di una signora thailandese, che invece di lamentarsi per il baccano proveniente dalla casa in cui i miei amici si intrattengono spesso fino a tardi per fare due chiacchiere e ascoltare musica, ha colto l’occasione per offrire a prezzi di mercato i prodotti che altrimenti si possono trovare soltanto in un negozietto a qualche centinaio di metri da qui. Basta attraversare la strada, suonare il campanello e ordinare. La signora poi raccoglie i vuoti delle birre, che depositati ad un centro di raccolta le garantiscono un ulteriore piccolo guadagno.


L’insegna è in inglese perché gli insegnanti stranieri sono i suoi unici clienti. O meglio, ha aperto l’attività proprio perché c’era questo gruppetto di potenziali clienti.


Un amico thailandese degli insegnanti, che vive poco lontano da qui, non nasconde il proprio rammarico per il fatto che il gestore del negozietto legittimo perde clienti a causa della comparsa della venditrice abusiva. E gli stranieri sono presi tra due fuochi. Comprano infatti la birra dalla signora non soltanto per motivi di comodità ma anche e soprattutto per mostrarle gratitudine per il fatto che non si lamenta del chiasso notturno.


Probabilmente la situazione si risolverà quando il proprietario del negozio deciderà di denunciare il fatto alla polizia. O si svilupperà con una gara di sfruttamento di conoscenze e di elargizione di piccole mazzette a qualche cinico funzionario. Una versione in scala ridotta di quel che accade a Bangkok nel caso per esempio dei proprietari dei club after hour, che pagano le autorità in cambio del permesso di tenere aperti i locali dopo gli orari di chiusura fissati per legge. E che la polizia magari mette l’uno contro l’altro irrompendo nel locale di chi paga meno e facendolo chiudere, scatenando ad arte una corsa al rialzo.


Sono storie che rimandano ad una famosa vicenda che risale a qualche anno fa. Quando un tale Chuwit, magnate dei centri di massaggio, si vide smantellata dalle autorità una qualche struttura facente parte del suo impero. Impermalosito e forte della imponente rete di relazioni e di affari poco limpidi che aveva nel tempo sviluppato con personaggi di spicco, decise di lanciare una battaglia, in gran parte mediatica, a quelli che ai suoi occhi si erano arricchiti grazie ai suoi affari e che ora improvvisamente, per altre ragioni di tornaconto personale, gli voltavano le spalle. Attirò su di sé l’attenzione della stampa e minacciò di rendere pubblica una lista con i nomi degli ufficiali di polizia a cui aveva elargito denari e favori – compresi quelli delle ragazze che lavoravano nei suoi centri – in cambio di tolleranza e protezione nei riguardi delle sue attività.


Il sistema accusò il colpo. Ufficiali di alto livello delle forze dell’ordine rilasciavano quotidianamente dichiarazioni severe e minacciose all'indirizzo di Chuwit, ma tradivano al contempo una certa inquietudine. La storia assunse anche toni melodrammatici quando Chuwit, dopo essere stato ritrovato in stato confusionale ai bordi di una strada di periferia, dichiarò di essere stato rapito e minacciato da alcuni poliziotti. E con il portavoce delle forze dell’ordine che lo accusava di aver inscenato il tutto. Alla fine, come nei migliori casi del genere, il tutto si risolse con Chuwit che creò un suo partito e partecipò alle elezioni dell’anno successivo.

La Thailandia è anche questo. Tutto l’oriente è pure questo. Un luogo incredibile in cui a volte sembra valere tutto
e altre volte, chissà perchè, invece no.

Natale tropicale. Bangkok - Thailandia, 26 novembre 2007

Manca un mese a Natale. C’è una tazza di caffè bollente sul tavolino di fronte a me e in sottofondo vengono diffuse le musichette di rito. Accovacciato nel soffice divanetto del caffè, col grosso libro in mano e i venticinque gradi dell’ambiente, ci potrei restare per ore.

Eppure in questa circostanza le note di White Christmas e Silent night sembrano quasi la colonna sonora di un film comico, se non demenziale. Non perché si tratta di cover jazz o gospel dei pezzi classici, ma semplicemente perché il locale è una riproduzione di un caffè viennese piazzata nel centro di Bangkok. E l’atmosfera dell’ambiente è controllata per mezzo di un efficiente sistema di condizionatori. Non certo dal caminetto finto, illuminato dal rosso dei tizzoni elettrici.

La prima volta che ho trascorso un Natale “fuori stagione” è stata una decina di anni fa. In Argentina, un paese in cui a volte può fare molto freddo. Ma in luglio magari, non certo a dicembre.

Buenos Aires è una città in cui la gente, tornando con la pelle scottata da una giornata di sole in piscina o al parco, passa di fianco a poveracci sottoposti a saune forzate all’interno di pesanti costumi da Babbo Natale e barbe in fibre sintetiche. Costretti a suonare campanacci all’entrata di negozi dalle vetrine decorate con neve spray e disegni di alberelli, renne, candele e comete.

A distanza di dieci anni il Natale ai tropici non mi stupisce più, ma il suo effetto comico non è svanito.
E mi scappa ancora da ridere quando in un ristorante di Kuala Lumpur, ad un tiro di schioppo dall’equatore, osservo una decina di pacchetti finti ai piedi di un alberello in plastica con le decorazioni e le lucine. Mi trattengo fino a quando un gruppetto di turisti svedesi (svedesi!) posa per le foto accanto all’angolino alpino mentre all’esterno, dietro alla vetrina alle loro spalle, una ragazza con la pelle scura, in minigonna e top attillato, accavalla le belle gambe scoperte, mentre si gode lo sbuffo del vapore fresco che il ventilatore le soffia addosso.
Fingo di tossire mentre mi copro la bocca per nascondere la risata.

Passate un buon Natale. E se siete da queste parti...scopritevi bene.

Mak Nyahs, orgoglio e voce grossa. Kuala Lumpur - Malesia, 18 novembre 2007

Attraversano la strada, schizzando da un marciapiedi all’altro. Dal minimarket all’entrata dell’hotel. Dall’ingresso del vicolo alla curva della strada. Sempre un po’ affrettati, con la schiena dritta e il mento alto. Come le dirigenti delle multinazionali, che di mattina, poco prima delle nove, coprono di gran lena la distanza tra la fermata della monorail e gli ascensori dell’azienda.

Ma è quasi mezzanotte e loro non sono né dirigenti né donne, nel senso stretto del termine. Sono i mak nyahs, i transessuali malesi, che non si impegnano molto per apparire ciò che non sono. Quest’area di Kuala Lumpur – Bukit Bintang – non è il Golden triangle, dove i transgender thailandesi o filippini ronzano attorno al Beach club, confondendosi tra le prostitute. Qui nessun occidentale scambierebbe mai, nemmeno dopo una serata di whisky e canne, un travestito per una ragazza alta e bella.
Voce grossa, spalle larghe, niente forme. E tanto orgoglio, tanta voglia di apparire perfettamente inseriti e dignitosi. I mak nyahs ce l’hanno scritto sulla faccia e sulle falcate: I belong here. Un desiderio sfrenato di accettazione e rispetto. Sembra un triste segnale: maggiore la smania, più forte la frustrazione.
Ci sarà chi, credendo di poter spiegare qualsiasi fenomeno sociale puntando il dito sugli “altri” o sulla “collettività”, dirà che il loro comportamento è una reazione al contesto, ad una società che se da un lato diventa più ricca, dall’altro si fa superficiale e borghesotta. Forse. Molto probabilmente questo c’entra qualcosa.
Altri per anni hanno fatto circolare una leggenda, smentita da alcune recenti ricerche, secondo la quale i transessuali sarebbero vittime di famiglie musulmane che dopo una lunga serie di figli maschi educano l’ultimo genito come se fosse una bambina.

Ma tutto ciò non conta molto, forse niente. Perché questa non è soltanto la percezione dei mak nyahs, o un sistema di relazioni sociali che si può cambiare con un po’ di buona volontà e tolleranza. Questa per loro è la realtà, per niente virtuale. Un marchio, un dato di fatto. Sono loro stessi il dato di fatto.

E quella disinvoltura affettata, quella posa teoricamente dignitosa, invece di mimetizzarli li mette ancor più in evidenza. E’ un po’ come osservare degli esquimesi nel deserto. Di certo più fuori contesto dei loro colleghi (in quanto a prostituzione) stranieri del beach club. I quali magari ti si avvicinano e ti ammiccano, ti tirano un bacio o un pizzicotto, ti mettono in imbarazzo e a volte ti infastidiscono. Ma mai ti fanno pensare che stiano cercando una dignità diversa da quella che si auto riconoscono nell’ambiente che frequentano.

Questo può piacere o no. Non credo sia importante. Alla fine è l’effetto che conta. In fondo è la loro realtà, non la nostra.

Golden triangle, quartiere metamorfico. Kuala Lumpur - Malesia, 11 novembre 2007

Dal ventiquattresimo piano a terra l’ascensore sembra precipitare, piuttosto che scendere. Col cambio repentino di altitudine si sono persino tappate le orecchie.
Da qualche mese questi siluri sostituiscono quelli che, durante le ore di punta, costringevano centinaia di persone ad attendere al piano per vari minuti, prima di poter finalmente andare a pranzare o tornarsene a casa.
Ma il rinnovo del parco ascensori non è stato di certo l’unica opera di rinnovamento effettuata nei dintorni, e nemmeno la più rilevante.

Esco dall’edificio e al posto di un salotto-bar per amanti del sigaro, un’impresa fallimentare durata poco, mi ritrovo davanti un nuovo ristorante indiano. Viro a destra ed ecco lì uno dei punti di riferimento fissi della zona, il palazzo bianco dell’Ascott. No, un attimo. L’Ascott sta dietro queste due enormi costruzioni, probabilmente non ancora inaugurate, che sono spuntate lì dove soltanto quattro anni fa prosperava un altro ristorantino, sostituito da un parcheggio dal ciclo di vita di una zanzara e infine dal Rum Jungle.
Il Rum Jungle, l’hanno chiuso quindi. Saranno contenti quelli che non sopportavano le iperboli vocali di quel dj buffone dall’accento marcato che, dato che il locale era all’aperto, rimbombavano in tutto il quartiere.
Macché. Svolto all’angolo e il Rum Jungle me lo ritrovo qui. Lo hanno semplicemente spostato all’altro lato della strada. Spostato e rinnovato, ovviamente. Piscina per squaletti dalle pinne nere (veri), ampia zona per divanetti, lungo bancone del bar e vasta pista da ballo. Nonché le note gracchiate dal dj buffone che continuano a rimbalzare tra le torri, nuove e nuovissime, ficcate nel circondario come bombe inesplose in un campo di battaglia.
Vediamo. Nel raggio di mezzo chilometro ci sono: alla mia sinistra i due enormi palazzi per le nuove Service residence che nascondono l’Ascott. Un altro grattacielo in costruzione dietro al Rum Jungle. Oltre l’Ascott un paio di nuovi hotel, ovviamente altissimi. Alle mie spalle, appena prima delle Torri Petronas (già datate, avranno almeno dieci anni...), ci sono altri due grandi edifici in costruzione. Poi le appendici al KLCC aperte da poco, hotel di lusso e affini. E così via.
In una smania di edificare, demolire e ricostruire, rinnovare, ridipingere, sostituire, azzardare, chiudere, rilevare, cambiare, in cui questa e altre zone della città faticano a trovare il loro equilibrio, a fissare i loro tratti distintivi.
Come un viso nemmeno tanto vecchio, sottoposto mese dopo mese a lifting, stiramenti, colorazioni, getti di vapore, trattamenti tonificanti, massaggi, applicazioni di cere, creme, lozioni, essenze, esposizione a raggi, immersioni in atmosfere a temperatura e umidità controllate, cambiamenti, restyling e quant’altro. Ma chi lo riconosce quel tizio, quando torna dopo un periodo di assenza?

Passato il Rum Jungle mi aspettano un ventina di metri di calma prima di arrivare all’Aloha, l’ultimo entrato nella lista dei pub a tema esotico, un posto abbastanza nuovo a cui mi sono quasi abituato. Ma quale calma? Tra i due pub l’amministrazione comunale ha fatto costruire una specie di chiringuito adibito a bagno pubblico.
Subito dopo l’Aloha, apparentemente inalterato, è la volta di Modesto, il ristorante italiano. Sempre lì, da anni ormai, a rappresentare la tradizione nostrana che, almeno quella, non cede il passo ad altre mode passeggere. Sì, ma con delle riserve. Anche Modesto ha infatti visto i suoi periodi blu, rosa, rosetta e azzurrino. Quattro anni fa due sale ristorante: una all’aperto con grande schermo per F1 e calcio e una interna con aria condizionata per pranzi d’affari o cene d’atmosfera. Nel sotterraneo invece una discoteca in cui ragazze musulmane arrivavano vestite da scolarette, con dei vestiti da lap dance nascosti negli zainetti. Un salto in bagno e via a dimenarsi su una piattaforma trasparente sospesa sopra al bancone del bar, da dove sfoggiare la biancheria intima firmata che sbircia a tratti da sotto le minigonne.
Più recente invece l’apertura di un’appendice chiamata Uno, un bar con musica dal vivo. Quindi lo spostamento della sala ristorante interna in un ambiente ricavato tra le due strutture. E la sala così evacuata, obsoleta dopo ben due o tre anni di servizio senza alcuna alterazione architettonica, in fase di ristrutturazione per diventare più colorata e solare.
Non ho ancora capito se la catacomba del peccato sia stata chiusa o no. Ma che importa, questo è un posto in cui bisogna perdere in fretta il vizio di catalogare i locali pubblici e le attività commerciali in un personale stradario mentale della città. Le edizioni, le revisioni e le ristampe si rincorrerebbero ad una velocità insostenibile.

Dopo Modesto ecco Maredo, il ristorante di carne argentina che resiste alle rivoluzioni urbanistiche da ben due anni! Fu sistemato in una piccola struttura fatta edificare per ospitare un ristorante di salsicce tedesche, che qualche creativo aveva deciso di piazzare proprio di fianco ad un caffè americano, su un angolo del cortile del Crown Regency, un altro blocco di Service apartment. Palazzo storico quest’ultimo. Praticamente un’istituzione. Credo rischi di essere addirittura più vecchio delle Torri Petronas. Un po’ come il Beach club, il disco-pub ad alta concentrazione di prostitute filippine e turisti stranieri, che con le note festanti di questo sodalizio multiculturale apre in allegria via Jalan P. Ramlee. Questi sono diventati ormai dei reperti storici, sviluppatisi in un’era precedente – la seconda metà degli anni novanta – sulle macerie del vecchio ippodromo. Demolito per far spazio al Golden triangle, il business district di Kuala Lumpur, la punta di diamante della Malesia che cresce. Così come il nuovo aeroporto e il corridoio multimediale, che interseca Putrajaya e Cyberjaya, le nuove cittadelle – amministrativa e tecnologica rispettivamente – dai nomi in bilico tra passato e futuro.

Per un benvenuto a questo quartiere metamorfico si potrebbe parafrasare lo slogan dipinto sui pannelli di legno che coprono i lavori in corso per i nuovi ristoranti del centro commerciale alle torri Petronas: “C’è sempre qualcosa di nuovo a KLCC...”.

Già, c’è sempre qualcosa di nuovo al Golden triangle. Purtroppo non c’è rimasto più nulla di vecchio.
Ma chissà se di ciò se ne rammarica ancora qualcuno.

H., la donna araba. Kuala Lumpur - Malesia, 08 novembre 2007

E’ giorno di festa in Malesia. Il Deepavali è una delle occorrenze più importanti nel calendario della comunità hindu. In Malesia, tralasciando quella ebraica, un po’ tutte le religioni sono rappresentate e rispettate. Scuole, aziende e uffici statali si fermano così per celebrare il Ramadan, il Deepavali e ovviamente anche il Natale.
Tutti i miei studenti sono stranieri, a nessuno interessa fare festa oggi e perdere poi un sabato per recuperare la lezione. Siamo regolarmente in classe, oltre a noi però non c’è nessuno. Nemmeno chi di solito ci porta il pranzo, incluso nel prezzo di iscrizione al corso.
Alle dodici e mezzo interrompo la lezione e porto tutti alle Torri Petronas. Scegliamo un bel caffè coi tavoli all’aperto, investiti da soffici sbuffi d’acqua. Un bel posto da cui ci si può godere una vista privilegiata della nuova skyline del Kuala Lumpur convention centre, oltre ai giochi d’acqua delle fontane del complesso. Dietro agli zampilli si scorgono le cupole della moschea, costruita anch’essa con i materiali hi-tech e quelle linee un po’ moderne e un po’ islamiche delle torri.
I camerieri accostano tre tavoli per farci accomodare e noi ci sediamo. Non tutti però, manca Huda. Sarà andata al bagno.
Dietro a noi c’è un tavolino. Ci sta seduta una persona da sola, con il vestaglione nero delle donne arabe e un velo sulla testa da cui spunta un viso paffuto e simpatico, anch’esso scurissimo. Inconfondibile: è Huda. Viene dall’Oman, ma probabilmente ha origini africane.
Mentre noi ci scambiavamo cortesie per scegliere il posto, lei quatta quatta, attenta a non farsi notare, è scivolata verso un tavolino dalla vista occultata, proprio quello che faceva al caso suo. Di fronte a lei, all’altro capo del tavolo, silenziosa e compunta, si alza una massiccia colonna dal profilo di metallo opaco.
Io faccio finta di niente e maschero un leggero imbarazzo dietro al menu. Faccio finta di niente; e non faccio niente, perché conviene non fare niente. Tutto attorno a me si agitano mani. Quelle minuscole e ansiose di Carmen, che si affanna per invitare Huda ad unirsi a noi. Il palmo di Huda che si allunga in avanti, come per creare una distanza o semplicemente per dire di girarci e di scordarci che esiste. Le mani forti di Alexander, lo studente di Zagabria, che stringono i braccioli della sedia mentre la sua testa si volta nervosa verso la compagna auto-emarginata, per poi tornare a fissare il coperto, strizzando le labbra e gonfiando le gote. Facciamo qualcosa? E’ la domanda che sembra ronzargli in testa. Ma cosa?
Le dita degli uomini arabi scorrono lungo le liste dei piatti di pasta, di insalate e dell’ampia offerta di sandwich e gourmet pie. Sereni, imperturbabili. Huda si è seduta da sola? Embè? Direbbero alcuni di loro. Huda...Huda chi? Chiederebbero gli altri.
Non c’è molto di cui stupirsi. Io mi ero anzi sorpreso quando l’avevo vista seguirci verso l’ascensore. Ma come, tutto ad un tratto decide di mangiare con noi?
Ogni giorno infatti, mentre pranzo assieme ad Alexander il croato e Jerry l’indiano, con gli uomini arabi seduti tra loro, Huda, quando non mangia assieme a Carmen, se ne sta da sola. Fin dal primo giorno del corso ha individuato il suo posto presso l’unico tavolino appoggiato alla parete. Forse sistemato a quel modo su sua specifica richiesta. Non vedo infatti altri motivi perché debba esserci un tavolo in quella posizione. Non mi era mai capitato di notarlo, quando ero venuto qui ad insegnare in passato.
E quindi, quando non è impegnata ad osservare il piatto o il cibo che si porta alla bocca e alza la testa, Huda non può far altro che fissare il muro.
Credo che tutto ciò sia dovuto a una regola che proibisce alle donne arabe di pranzare assieme agli uomini. La maggior parte dei musulmani in estremo oriente questa regola non la osserva. Gli arabi apparentemente sì.
Basta vedere la disinvoltura con cui i miei studenti sauditi affrontano senza imbarazzo la scena che ci si presenta davanti. Come alla fine si alzano per recarsi alla moschea senza degnare Huda di uno sguardo.
Quando gli uomini sono già lontani lei si alza, e mi sembra di vederla chinare leggermente il capo come per accomiatarsi dall’altro commensale, che sarebbe la colonna. Ci saluta e si avvia lentamente per unirsi ai suoi fratelli in preghiera.
Huda silenziosa. Huda solitaria, seduta davanti al muro. Huda del Sultanato dell’Oman, la donna araba.



La lucciola timida. Vang Vieng - Laos, 31 agosto 2007

Vang Vieng, come molte altre località del Laos, si è sviluppata molto dall’ultima volta che ci sono stato, nel 2001. Il numero delle guest house, dei ristoranti, delle agenzie di viaggio e dei punti internet è aumentato notevolmente.
Il tubing, ovvero la discesa lungo il fiume a cavalcioni di grandi camere d’aria, una delle attrazioni del posto, è diventato un grande business. La riva destra è tappezzata da una schiera di bar i cui gestori con i loro "arpioni" cercano di accaparrarsi il maggior numero di turisti che si vogliono bere qualche birra o tuffare dalla cima di un albero aggrappati ad una fune con maniglia. Alcuni bar mettono a disposizione dei loro clienti persino campi da pallavolo, da basket o piste per il gioco delle bocce, tutto a pochi metri da una giungla impenetrabile.
Vang Vieng è cambiata, ma la campagna che la circonda è rimasta la stessa. Le belle colline oltre la distesa smeraldo delle risaie, il groviglio in ebollizione delle piante tropicali e delle palme da cocco, i torrenti con l’acqua turchese e le grotte che custodiscono le statue buddiste: tutto è rimasto uguale. I bambini giocano ancora seminudi o si fanno il bagno nel fiume, e i polli continuano indisturbati a razzolare in mezzo alla strada.
Mentre aspettiamo l’orario di apertura di una delle grotte, facciamo la conoscenza di un gruppo di ragazzi del posto.
Sono impegnati in una partita di carte. Uno dei maschi parla l’inglese, e una ragazza sorride timidamente. Ogni volta che le rivolgiamo la parola arrossisce e abbassa lo sguardo fissando le carte da gioco. I ragazzi giocano e ogni tanto alzano la testa per farci qualche domanda. Li salutiamo quando arriva il bigliettaio.
La sera, mentre stiamo bevendo un paio di birre all’unico bar del paese, la cameriera passa per i tavoli informando la clientela che il locale chiuderà fra cinque minuti. Sono le undici e mezza. Viziati dalle opportunità della vita notturna thailandese ci prende un momento di sconforto. Poi un ragazzotto anglofono, con la faccia rossa e paffuta, ci dice che conosce un locale aperto fino a tardi, possiamo seguirlo e ce lo indicherà.
Il locale non è altro che un bungalow resort, il cui bar continua a servire alcolici anche dopo la chiusura del cancello.
Mentre il gruppo di turisti anglosassoni si raduna presso un gazebo, noi ci sediamo agli sgabelli del bar, e ordiniamo due bottiglie di Beerlao.
Al banco ci sono il proprietario – un inglese scheletrico che fuma a catena – e due ragazze laotiane. Dopo un paio di minuti mi accorgo che il volto di una delle ragazze mi è familiare. La fisso per un po’ cercando di farmi venire in mente dove l’ho già vista, e ho come l’impressione che lei faccia lo stesso. Quasi contemporaneamente ci riconosciamo. E’ la ragazza che giocava a carte all’ingresso della grotta. Parliamo un po’ in thailandese. Poi due australiani si staccano dal gruppo del gazebo e si vengono a sedere accanto a noi. Ci rivolgono un paio di parole con il chiaro intento di attirare l’attenzione della ragazza. Inizialmente lei non sembra molto interessata, mi dà perfino l'impressione di essere un po' seccata. Gli australiani dicono qualcosa all’inglese, che uno di loro già conosce, quindi la conversazione si fa più confusa quando vengono coinvolte l’altra barista e la ragazza che parlava con noi. Da quel momento lei verrà gradualmente assorbita nel loro circolo, uscendo di conseguenza dal nostro. Peccato, aveva un bel sorriso.
Noi beviamo e chiacchieriamo, ma al contempo continuiamo distrattamente ad ascoltare la conversazione del gruppo che si è formato accanto a noi.
Ad un certo punto ho l’impressione che gli australiani ci stiano sfacciatamente “provando”, e mi sorprendo a notare che lei non li ignora più. Sorride ad alcuni dei loro commenti, li ascolta attentamente e a tratti sembra persino attendere un po' ansiosamente il loro prossimo intervento. Come se sperasse che da un momento all'altro la conversazione prenda un altro corso. Per lei più interessante.
Dopo un po’, mentre i miei pensieri svolazzano su chissà quale fantasia, mi ritrovo a fissare l’attenzione su una parola pronunciata da uno degli australiani. Guardo C con gli occhi sbarrati e la mia sorpresa si specchia sul suo volto. Non possiamo esserci sbagliati entrambi: la parola che abbiamo sentito è condom: preservativo.
Tendiamo le orecchie e nei minuti seguenti i nostri sospetti vengono confermati. Si tratta di una contrattazione per un rapporto sessuale. Siamo sbigottiti. In questi anni in Asia mi è capitato centinaia di volte di assistere ad incontri tra prostitute e clienti, anche qui in Laos, nella capitale. Questo genere di cose non mi turba affatto. A stare da queste parti mi è venuta presto la corazza dura e per sorprendermi proprio ce ne vuole. Eppure qui a Vang Vieng, in questo locale, da questa ragazza, non me l’aspettavo. Ormai non ci sono più dubbi, ma noi facciamo ancora fatica a crederci e ascoltiamo attentamente la loro conversazione.
L’inglese interviene per agevolare la transazione e cinque minuti più tardi consegna alla ragazza la chiave di un bungalow, assieme alla bustina di un Durex.
La ragazza si è accorta che noi stiamo osservando la scena. Ci guarda, arrossisce, sorride imbarazzata e abbassa lo sguardo. Quindi si alza e sperando di non farsi notare fa un giro molto largo nel cortile prima di entrare nel bungalow. Un paio di minuti più tardi viene raggiunta dall’australiano che, non essendosi accorto dell’imbarazzo della ragazza, bussa energicamente e cerca di spalancare la porta. Lei invece lo fa entrare aprendo di quel tanto che basta a farlo passare. Scorgo nuovamente il suo viso prima che scompaia. Indossa ancora quel sorriso imbarazzato e lo sguardo colpevole. Ci sbircia di sfuggita e chiude in fretta la porta.
Una ventina di minuti più tardi l’australiano ritorna al bar, gonfiando il petto e lasciandosi andare a qualche commento infantile: sembra un ragazzino delle medie che ha appena strappato un bacio alla più bella della classe.
La ragazza si trattiene nel bungalow per un po’. Dopo essere uscita non alzerà più la testa fino a quando ce ne saremo andati. E dietro la tendina di capelli che le nasconde il viso è ancora possibile scorgere quel suo sorriso di vergogna.
Forse non è una professionista. Ma una principiante non si sarebbe comportata in maniera così disinvolta durante la trattativa.
Mi chiedo se quella malizia sfacciata le prostitute la acquistino con l’esperienza o se un po’ bisogna avercela nel patrimonio genetico. Questa ragazza si scrollerà mai di dosso il suo imbarazzo? Riuscirà un giorno ad agganciare un cliente senza vergognarsi di fronte a due stranieri che la osservano stupiti?
Chissà se quel sorriso da bambina birichina smetterà mai di spuntare tra i bei ciuffi di capelli dietro i quali si nasconde.


Kuala Lumpur - Malesia, 08 luglio 2007

Ancora sulle donne malesiane. E ancora sul mio studente iraniano-americano.
A ogni tanto sfodera dei numeri di alta scuola, che poi rovina con dei gesti dettati da quell’arroganza tipica dell’ambiente che frequenta.
Pranziamo al centro commerciale ai piedi delle Torri. Poi, prima di tornare in classe, facciamo quattro passi. Quando siamo sulle scale mobili noto una bella ragazza. Anche lei scende le scale, poco dietro a noi. La osservo sapendo bene che - come sempre - mi limiterò soltanto ad osservarla. La mia timidezza, un freno a mano tirato spesso sulle mie manovre sociali, non mi permetterà di tentare alcuna mossa d’approccio. Di certo non in queste circostanze. Se fossimo in un bar, forse. Qui di sicuro no. Me ne rendo conto e ci speculo soltando ora. Sul momento non ci faccio nemmeno caso. E’ una cosa che do per scontata.
A invece si ferma ai piedi delle scale mobili e attende. Quando la ragazza ci raggiunge lui le sorride e le chiede una stupidaggine qualsiasi, del tipo: “ Sapresti indicarmi l’uscita più vicina?”.
La ragazza si ferma, sorride, pensa, gira un paio di volte attorno ad un asse fisso. Prima in un verso, poi nell’altro. Sembra un po’ confusa. Poi indica qualcosa, in maniera non molto convinta. Muove due passi insicuri. A sorride, prima la segue e poi, continuando a camminare con passo deciso e distraendola dicendo qualcosa, la convince ad incamminarsi assieme a noi.
“Ma davvero non sai trovare l’uscita? Ma sei sicura di essere di qui? Di Kuala Lumpur?”. E ride. La ragazza sorride imbarazzata e si difende. Certo che è di qui.
Arrivati nei pressi di un’uscita la ragazza si ferma e la indica con sollievo, certa di essere finalmente riuscita a liberarsi di noi. Cioè di A, io sinceramente non l’ho disturbata affatto.
Invece A non molla. Ovviamente non molla. Mica era interessato a trovare l’uscita. Solo uno come me si arrenderebbe proprio ora, sempre che fossi riuscito ad arrivare fino a questo punto.
Inizia cercando di metterla a proprio agio.
“Ma lavori qui per caso? Cioè qui a KLCC?”.
La ragazza non si aspettava questo approccio insistito. E’ decisamente sotto shock. Non riesce nemmeno a trovare le parole per una risposta così semplice. Credo di ricordare che abbia persino cominciato a balbettare.
“Non è che ti andrebbe di bere qualcosa con me stasera? O qualche altra volta?”.
A utilizza un tono molto rilassato e suadente. Non lascia mai andare la presa su quel suo sorriso ruffiano. Parla lentamente, ma senza pause troppo lunghe. Spinge le vocali in avanti e verso l’alto, lungo una traiettoria iperbolica. Una tecnica rassicurante. In avanti e verso l’alto è una direzione che tende sempre a rassicurare. Io almeno sarei rassicurato.
Ma la ragazza no. E’ imbarazzata al punto dell’imbambolamento.
“Se vuoi puoi darmi il tuo numero di telefono”. E il cellulare sta già tra le sue dita, pronto per l’inserimento delle cifre.
La ragazza non risponde nemmeno più alle sue domande. Respira a fondo. Il suo petto si muove vistosamente dal basso verso l’alto. Guarda dappertutto, pur di evitare lo sguardo di A. La sua testa si muove a scatti, a destra e a sinistra, come quella di un gufo. Ci manca solo che la palpebra a tendina si abbassi su uno di quei suoi begli occhietti neri.
A la incalza. Ma sempre con un certo tatto. Devo ammettere che ci sa proprio fare. Non riuscirei nemmeno ad immaginare un modo di fare o delle frasi migliori di quelle che sta utilizzando lui.
Lei mi guarda. E mi rivolge un sorriso che è più che altro una supplica. Come se io fossi un amico o un familiare che può aiutarla in questo impiccio. Io le faccio capire che non deve guardare me, e che può rispondere come meglio crede alle proposte di A.
A ora gioca a carte scoperte.
“Io in realtà sapevo benissimo dov’era l’uscita. Volevo solo provare a parlare con te perché mi sembri una ragazza molto carina”.
Alla fine la ragazza gli detta il numero di telefono. La mossa più azzeccata per levarselo di torno. E A crede di avercela fatta. Non ha capito nulla. Ci saranno anche i grattacieli e le metropolitane su monorotaia, ma questo è l'oriente, non New York.
Una volta tornati al nostro edificio, A le invierà vari messaggi a cui lei risponderà con la solita cortesia. Ma ovviamente non riuscirà mai ad incontrarla.
Ne fa come al suo solito una questione d’orgoglio. E finirà per mandarle un paio di messaggi finali, dal tono definitivo. Molto aggressivi e permalosi. Come se fosse stata lei ad importunarlo.
Forse siamo tutti un po’ come A, o almeno forse lo sono io. Ma non tutti per proteggere il nostro orgoglio adottiamo le stesse tattiche. Io non riuscirei mai a ricevere un rifiuto continuando a credere di aver azzeccato tutte le mosse. Comincerei a trovare degli errori nel mio comportamento. Incolperei anche e soprattutto me stesso, non soltanto la ragazza.
Per questo mi metto al riparo lasciando quel freno a mano tirato per la maggior parte del tragitto.