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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Ode alla birra piccola


Chi, come me, al bar ordina birre piccole viene spesso guardato con sospetto se non addirittura ridicolizzato da chi consuma invece birre medie. Io resto sempre un po' perplesso: non capisco se costoro hanno problemi con l'aritmetica delle scuole elementari o se sia una questione dogmatica relativa ad una qualche religione che non conosco.
Alla fine della serata, infatti, loro avranno bevuto N birre medie e io avrò bevuto N x 2 birre piccole, quindi la stessa quantità di liquido e di alcol. Forse avrò speso un po' di più, ma non necessariamente. E comunque non sembrano farne una questione di risparmio, bensì di virtù o addirittura virilità (si tratta infatti quasi sempre di uomini, raramente di donne).

A tal proposito volevo ricordare ai presuntuosi sapientoni che:
- il volume delle due birre piccole che bevo io equivale a quello della vostra birra media, quindi la vostra scelta non implica che siate bevitori più forti e non vi rende più erculei: stiamo parlando della dimensione di un bicchiere, non di quella del vostro organo sessuale;
- mentre io mi gusto la seconda piccola, appena spinata, fragrante, frizzante e fresca, voi vi state sorbendo il culo (eh già, proprio il culo) della vostra media, slavato, svampito, intiepidito e diluito con la saliva vostra e degli avventori con cui state chiacchierando (compreso me), che ci sputazzano dentro;
- se non sono soddisfatto della prima scelta, posso decidere di cambiare marca e tipo al secondo giro, voi invece dovete continuare a sorbirvela fino alla fine, o lasciarla lì sprecandola;
- se mi sono rotto le palle di consumare birra o del locale in cui sto bevendo, posso decidere di interrompere alla prima, terza, quinta, settima (ometto il resto della sequenza che comunque è lunga come la serie dei numeri dispari, quindi infinita) birra piccola, voi invece dovete... beh, vedete il finale del punto precedente;
- nel caso in cui il prezzo per litro dei due formati sia uguale o simile, non state nemmeno risparmiando (esempio birra da 30cl a 3€ e birra da 50cl a 5€, come nella foto);
- se non siete dei clienti bensì degli esercenti la propaganda pro birra media - nonostante sia completamente priva di basi concrete - va comunque a vostro vantaggio. Quindi se la sfruttate siete dei geni del commercio e mi devo complimentare con voi. Se invece siete dei clienti, beh, ci state cascando come dei polli.

Vi è in realtà un oggettivo (ma solo presunto) vantaggio nella scelta della birra media: non dovete tornare al banco a ordinare dopo averne bevuta metà, cosa che invece deve fare chi ordina due piccole. Siccome però stiamo parlando di una serata al bar, e non della fila al casello dell'autostrada, io trovo che fare due chiacchiere col barista o con la/il cliente che mi sta di fianco sia un'opportunità di svago più che una seccatura.

Riassumendo: la birra media può essere definita la "birra del taccagno", in caso il suo prezzo al litro sia significativamente inferiore a quello della piccola. Altrimenti non resta che definirla la "birra del fesso". Un fesso che inspiegabilmente prende in giro chi fa la scelta più azzeccata. In entrambi i casi, comunque, c'è poco di cui vantarsi.

P.S. Anch'io ogni tanto ordino una birra media, soprattutto in pizzeria. Sto cercando di trovare un buon motivo per cui lo faccio, ma non ci riesco. Quindi rileggendo la lista di cui sopra mi sento un po' fessacchiotto pure io.

L'oscenità invisibile - Padova, Italia


Puntellato col coccige sul muro di cinta
di un'antica villa del centro città,
tra signore in tailleur, auto di lusso e levrieri,
come se nulla fosse, fissa un'altra realtà.

I pantaloni sdruciti, fermati sopra il ginocchio,
come un cane inarcato, le ginocchia piegate,
lo percorre un fremito, qualcosa precipita
su un cumulo bruno tra le scarpe sfondate.

Persino in India, indigenti e intoccabili,
quando ne hanno bisogno, per dignità,
si scelgono un cantone che, oltre al conforto,
assicuri loro un po' d'intimità.

Ma gli sguardi sgomenti non sono un granché
per chi come lui non usa carta o bidè.
Si alza i calzoni, striscia le suole sul porfido,
poi come un alieno torna a sedersi al caffè.

Falce e rastrello - Asiago, Italia

 


Falce e rastrello,
senza martello è più bello,
in caso di pioggia,
ci aggiungiamo l'ombrello,
se invece c'è il sole,
mettiamo il cappello.
La sera al tramonto,
ci sta pure il vinello,
cabernet sauvignon,
merlot e rabosello,
lo bevono tutti,
ma non il vecchiarello,
a cui cresce la panza,
però cala l'🐦
I ❤️ country music 🎶🎵

L'aveva già scritto Nietzsche più di un secolo fa.


Ciò che i lettori dei militari-antropologi o di altri autori simili amano oggi sentirsi raccontare lo aveva già scritto Nietzsche nel XIX secolo. L'aveva fatto ovviamente meglio, in maniera più informata, organica e completa, in grande anticipo e con più onestà intellettuale. Inoltre, al di là di ogni sospetto, lo scrisse senza riscuotere grosso successo presso i suoi contemporanei (spesso succede a chi su certe tematiche arriva decenni prima degli altri), senza puntare ad un seggio in parlamento, mentre era gravemente malato e buttando nella differenziata della decadenza anche le responsabilità delle religioni dominanti e i particolarismi nazionali, che invece i nostri contemporanei hanno riciclato per puntellare le loro strutture scricchiolanti.

Altro piccolo particolare: il grande filosofo tedesco - prima di arrivare alle sue conclusioni - aveva lavorato come insegnante, non come specialista della guerra. Ops, scusate, intendevo specialista della difesa, ovviamente.

Fa un po' di tenerezza - e anche tristezza - ricorrere a grossolane semplificazioni attuali quando da centocinquant'anni c'è a disposizione una serie di lavori di grande spessore culturale a cui al tempo avevano accesso un gruppuscolo di iniziati, e che si trovano oggigiorno in libreria per pochi spicci o persino gratuitamente in una biblioteca comunale.

Se davvero vi interessa l'argomento, provate a leggere Nietzsche. Lo so, è un po' difficile, succede con tutti quelli che non si accontentano di spolverare i rimasugli delle chiacchiere dal bancone del bar, ma dedicano anni allo studio, cercano di andare a fondo con la loro analisi e coltivano il sano dubbio che alimenta la comprensione al posto del marciume che avvizzisce tra le certezze incrollabili. Però credetemi, una volta che ci si è rotti la testa per capirlo, dà le sue soddisfazioni.

P.S. avendo Nietzsche scritto quelle cose un secolo e mezzo fa, ne consegue che la società del tardo '900 - che gli attuali nostalgici del passato ricordano come simbolo primordiale della tradizione messa a rischio dalla deriva decadente dei nostri giorni - era da lui prefigurata come conseguenza nefasta della deriva decadente dei suoi giorni. I nostri favolosi anni '80 e '90, per chi era giovane decine di anni prima potevano non essere affatto favolosi, bensì il terribile segno di un collasso sociale. Morale della favola: a prescindere dalla società e dal periodo a cui si faccia riferimento come modello virtuoso del passato, c'è sempre qualche generazione precedente che vede il tuo modello virtuoso come conseguenza indesiderabile della decadenza dei costumi del suo tempo. Non se ne viene fuori, a meno che, continuando ad andare all'indietro nel tempo per cercare il paradiso, non si arrivi al periodo in cui andavamo in giro mezzi nudi, mangiando un giorno sì e tre no, facendo quindici figli per vederne crescere uno, e rischiando di morire di cancrena a vent'anni per aver pestato nella sequenza meno auspicabile prima un riccio e poi una merda.


L'altra rivoluzione di Novak Djokovic, quella alimentare.


Abbondano le lodi a favore dell'ormai leggendario campione di tennis Novak Djokovic: per le vittorie, e anche per aver tenuto duro, alcuni anni or sono, nell'arco di poche settimane, su una posizione molto controversa riguardo a un'imposizione del momento. Sulle ragioni della sua condotta si può dissentire; sul fatto che abbia avuto le palle, meno. Non è questo comunque ciò di cui voglio parlare.

Si sorvola invece - inconsapevolmente, o più colpevolmente sapendo - sulla rivoluzione attuata per lunghi anni, non semplici settimane, da questo personaggio contro la strumentale e falsificata "tradizione" alimentare in vigore da decenni. Da quando cioè si è dato il via (soprattutto negli USA, sì, proprio lì) alla distopica pratica dell'allevamento degli animali secondo i più gretti dettami della rivoluzione industriale, equiparandoli a prodotti artificiali da progettare, ingegnerizzare, contraffare, adulterare, assemblare, distribuire e consumare (consumare nel senso del consumismo, più che della nutrizione).

Una catena talmente disgustosa che si fa ormai fatica a distinguere i polli mangiati da quelli mangianti. Buffo risvolto, tra l'altro, per chi rifiuta di farsi fare un'iniezione — scelta di cui non discuto i motivi — e poi per tutta la vita si pappa in silenzio quella merda, alzando invece la voce quando si tratta di farine di grillo o carne finta. Attenzione, il termine "merda" non è in questo caso una semplice figura retorica: c'è proprio della merda in quella carne che ingeriamo, o forse sarebbe meglio dire che c'è pure della carne in quella merda che mangiamo. La propaganda guida il gregge, va di moda affermare. E di greggi, d'altronde, ce ne sono di vari tipi. Ad alcuni di quelli, purtroppo, appartiene anche chi scrive. Beeh, beeeh, beeh. Ecco, ve l'ho pure onomatopeicamente dimostrato.

Insomma, mentre ci si pavoneggia nella condanna dello strapotere del cosiddetto mainstream (uno degli inglesismi più vacui tra le centinaia che sono stati inutilmente adottati dagli italiani nel recente passato), si chiude invece un occhio nei confronti di quello altrettanto torbido del cherry-picking (visto che vi piacciono, beccatevi pure questo). Ah, Djokovic tra l'altro è un vero poliglotta, a differenza dei polidioti dell'inglese maccheronico di casa nostra.

Il mio rispetto va a chi — a torto o a ragione, ma con coerenza sul piatto — non si fa imboccare dai "fabbricanti" di bistecche da catena di montaggio per il resto della propria vita. Che poi Nole, in quell'occasione, abbia anche rifiutato un'iniezione è un fatto: risparmio agli interessati le battute sul verbo "inoculare". La rivoluzione che mi interessa è quella alimentare. Ed è di quella che Nole, per me, resta un esempio.

Grazie per l'attenzione e statemi bene, ragazzi. Uff, ma che palle questo italiano. Meglio così: take care, bros!

Elogio dell'antisportività - Bangkok, Thailandia


Mi hanno chiesto dove guardare le partite della nazionale assieme ad altri italiani, qui a Bangkok. La stessa domanda si ripropone a Kuala Lumpur, a Singapore o a Saigon.
La partita di turno la guardino pure in compagnia dove vogliono, loro. Io mi diverto a vederla dove ci sono solo inglesi, francesi, spagnoli, tedeschi, olandesi o russi. Zero italiani: la responsabilità della rappresentanza patriotica grava quindi sempe e solo sulle mie spalle.
La condizione di combattente solitario non mi spaventa, anzi mi esalta. Ho delle tecniche rodate che metto in pratica a seconda dei casi. Per iniziare, durante i loro inni rutto e farfuglio. Al "Fratelli d'Italia" invece se qualcuno sgarra sparo degli "shhhhht" fulminanti. Il mio motto è: "La par condicio a te, la perculazio a me!"

Seguo le fasi di gioco proponendo continuamente battute impertinenti, commenti partigiani e sbeffeggiamenti vari ad ogni errore degli avversari. E lodi sperticate ad ogni azione degli azzurri. Se si vince è goduria: vederli costretti a ricacciarsi in gola insulti e stereotipi non ha prezzo. Se si mette male, per contro, prima del fischio finale alla prima occasione propizia trangugio l'ultima bottiglia di birra, vado in bagno e poi esco di soppiatto dalla porta secondaria. Quindi trovo un punto strategico e li osservo da lontano mentre, tra un'esultanza e l'altra, mi cercano con lo sguardo per rendermi pan per focaccia e umiliarmi sulla base concreta del risultato acquisito. Gli occhi puntati su quello che fino a qualche minuto prima era il mio posto, poi una veloce ricognizione sui tavoli accanto, in caso mi fossi spostato. Il sorriso beffardo che diventa sarcastico mentre comprendono di non essere riusciti a vendicarsi. E infine il knock out: la smorfia di stizza che gli stropiccia definitivamente il volto quando comprendono che la gioia della vittoria è stata macchiata dall'ennesimo smacco. Li ho fregati anche perdendo!

Do aria ai peggiori cliché sul popolo italiano e lo faccio con grande orgoglio. Li sorprendo con le solite, mitiche, soluzioni improvvisate de noialtri, che loro considerano a seconda dei casi codarde, sleali o spregevoli... insomma i classici colpi di genio della nostra cultura nazionale in tempi di crisi. 
È il modo più bello di assaporare un trionfo o assimilare ed elaborare la sconfitta quando si vive all'estero: collaudato negli anni, messo alla prova da numerose edizioni di mondiali, europei e coppe per club, dove ovviamente pur essendo interista divento all'occorrenza un membro della Fossa, dei Drughi, dei Fedayin o dei CUCS.

Come va, va: vinco sempre io. E lo faccio perché punto sul loro codice d'onore, infiltrandomi tra le loro difese fischiettando, proprio quando meno se lo aspettano.

P.S. Sono pure veneto. Non possono nemmeno darmi del terrone. Viene così ricacciato in gola anche l'ultimo loro tentativo di segnare almeno il punto della bandiera. Annientati a zero. E una vera e propria epidemia di bruxismo e reflusso gastrico si diffonde tra i meandri dell'accampamento nemico.

E lasciami bere, cazzo! (con inserti veneti debitamente tradotti in italiano)


- NO! Non lo reggere per il calice: afferralo per lo stelo, così non lo rovini col calore corporeo.
E va ben, sposta chei dei cusì ghea moea de rompare 'e bae (E va bene, sposta quelle dita così la smette di rompere le palle).
- ASPETTA! Non lo bere ancora: fai ruotare il bicchiere, infilaci dentro il naso e riconosci l'aroma.
Uffa, eora, dai, sguarata sto goto, impiraghe dentro 'a napia e daghe na snasada (Allora, dai, scuoti questo bicchiere, infilaci dentro il naso e annusa).
- CHE FAI? Non deglutire! Tienilo sulla lingua piegata a conchetta, aspira un filo d'aria e...
- ...e...e...e...e chiudi quella bocca, porca troia! Lasciami trangugiare questa broda d'uva fermentata in santa pace! Io sono un tipo da birrozza, delle tecniche di degustazione non m'importa un accidente, voglio solo divertirmi
un po' e farmi venire sonno prima di andare a letto.

Oh, fino all'altro giorno ci saremmo scolati un fiasco di metanolo senza rendercene conto, ora ci esprimiamo come dei rampolli di una dinastia vinicola della Champagne, r moscia inclusa. Nel giro di vent'anni noi veneti, da imbriagoni del tavolaccio, ci siamo evoluti in sommelier. Ma quindi cos'eravamo prima? Crisalidi del mosto pronti a far spuntare le ali da farfa-brilla? O i brutti anatrocch-enologi che avrebbero sorpreso tutti trasformandosi in candidi cigni del sorseggio?

Mah, misteri del darwinismo alcolico.