Post

Visualizzazione dei post da ottobre, 2012

Entra da qui

Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

15 ore: una guida raffazzonata all'Aeroporto Internazionale di Mosca (Sheremetyevo)


Che coincidenza malefica, sono appena atterrato a Sheremetyevo e il mio prossimo volo parte fra quasi quindici ore. Quando ho comprato il biglietto avevo in mente un programma diverso e non me ne sono preoccupato. Avevo organizzato una sosta di una decina di giorni a Mosca, ospite di C, un amico che insegna Italiano a studenti russi. C'ero già stato l'anno scorso e me l'ero passata davvero bene. Ho ancora in mente tutte quelle originalità moscovite, il fascino da macchina del tempo di San Pietroburgo e se chiudo gli occhi e mi concentro sento in bocca la vampata della vodka e il sapore acidulo del borscht. Avrei pagato una piccola penale alla compagnia aerea e il problema dell'attesa sarebbe stato azzerato. Purtroppo però il biglietto che avevo comprato era in super-promozione e la piccola penale si è rivelata essere pari alla metà del prezzo iniziale. Considerando che ci sarebbe stato da aggiungere il costo del visto e che recentemente ho dovuto sostenere altre spese impreviste, ho dovuto rinunciare.

Quindidici ore quindi. Ho avuto il tempo di visitare la struttura in lungo e in largo. Mi sono mosso tra i terminal D, E e F, che sono gli unici a cui si può accedere senza attraversare la dogana. E' comunque un'area molto estesa, per percorrerla dall'estremità est del terminal F a quella ovest del D ci si può mettere anche più di mezzora, a seconda dell'affollamento e delle distrazioni. Inoltre il posto presenta le sue curiosità.

Sono arrivato da Venezia al terminal F, che è quello più vecchio, lo stesso in cui sbarcai la prima volta che venni in Asia, partendo da Berlino nel 2001. E' abbastanza brutto, trasandato, angusto, scuro, i bagni sono disposti male, non è facile trovare delle prese elettriche e le zone per fumatori non sono chiuse (ci sono semplicemente delle isole con posacenere sparse qua e là nel mezzo delle sale d'aspetto). Ha comunque i suoi lati positivi. Esistono delle file di sedili senza bracciolo (le uniche in tutto l'aeroporto) su cui all'occorrenza è possibile sdraiarsi. Sono però piuttosto scomode, meglio avere qualcosa di imbottito da metterci sopra. E' possibile cambiare denaro presso degli sportelli automatici, ci sono a disposizione dei carica batterie per i telefoni cellulari e le macchine a moneta distribuiscono anche birre in lattina da 500cl per 100 rubli (poco più di due euro). Per chi vuole farsi una birra senza spendere un capitale ai soliti bar/pub/ristoranti fighetti da aeroporto c'è in realtà anche un'opzione migliore: alcuni duty free vendono bottiglie a due euro e lattine a un euro e mezzo (da 33cl). Parlo di birra perché è quello che ho comprato io per agevolare il sonno in volo (va beh, insomma, anche perché mi piace, dai) ma ovviamente sono in vendita bibite di ogni tipo. Altro dettaglio vantaggioso: questi negozi accettano gli euro in moneta. I duty free sono disponibili anche agli altri terminal, le macchinette con le birre invece no. Ho anche notato che è possibile comprare delle bionde medie per due o tre euro al Burger King del terminal E. Qui anche un pasto costa più o meno la stessa cifra. Un'altra alternativa per mangiare economico è offerta da alcuni banchetti di salsicciotti e hot dog sistemati al terminal F. O i pacchi di patatine ai distributori automatici. Per chi ha soldi da spendere le scelte migliori sono i caffè e i ristoranti ai terminal E e D, in quest'ultimo ci sono anche un paio di filiali della catena americana Friday's. Io mi sono arrangiato mangiando il cibo impacchettato del primo viaggio, che non avevo ancora aperto. Avrò comunque la possibilità di godermi dei pasti più sostanziosi a bordo (la cucina dell'Aeroflot non è per niente male) e di abbuffarmi a dovere a Bangkok. Le birre le ho comprate invece con gli euro che avevo in tasca. L'acqua non mi è servita, era inclusa nella birra.

I terminal E e D sono nuovi, luminosi, spaziosi, arredati bene. Le prese della corrente sono numerose e i sedili delle sale d'aspetto sono ben imbottiti, ma purtroppo hanno tutti i braccioli, cosa che rende impossibile sdraiarsi, a meno che non siate dei maestri del contorsionismo come quel pronipote di Houdini della foto qui sotto. 



Ci sono comunque delle zone del pavimento rivestite di moquette dove è possibile stendersi in pace. Un'intera parete del terminal E ed entrambe quelle del D sono costruite in vetro, un dettaglio che rende possibile osservare i velivoli in fase di manovra e decollo, uno dei miei passatempi preferiti. I terminal sono disposti su piani diversi, se avete un carrello potete usare gli ascensori, per trovarli seguite le indicazioni per i disabili a terra.
I bagni di tutti i terminal sono forniti di rotoli di ottima carta vetrata. Da un'analisi sommaria delle tracce di sangue che ho trovato nei cubicoli penso che l'effetto abrasivo sia ottenuto con un velo fitto di frammenti di diamante. I maschietti che devono fare la cacca e le signore sono consigliati di utilizzare i bagni ai terminal E e D, dove la dimensione delle schegge sembra essere leggermente più piccola.

Quando state ammazzando il tempo, se siete uomini cercate comunque di non sbronzarvi, dormire troppo o tenere sempre gli occhi fissi sul computer, il libro o gli aerei: ogni tanto alzate lo sguardo, ci sono certe ragazze russe da mozzare il fiato! Se siete donne invece continuate pure a fare quello che stavate facendo. Se siete accompagnate...siate comprensive!

Quindici ore all'aeroporto di Mosca dunque, trentadue complessive da porta a porta. Eppure quando il carrello tocca il suolo siamese (in Aeroflot scatta ancora l'applauso di partito al tovarish pilota) mi sembra quasi di essere stato trasportato da un mondo a un altro, in un batter d'occhio, dalla flemma del caffè sorseggiato in una piazza medievale a quella del ristorantino thailandese dove un buddhista baffuto frigge aglio e peperoncino chiacchierando con un pezzente che raccoglie bottiglie di plastica. Così, in poche ore, in una scatola di sardine volante, circondato da uomini in cravatta, bambini intristiti e donne truccate, senza essermi goduto quel che ci sta in mezzo: deserti, steppe, praterie, cammelli, orsi, aquile, chiese, templi, moschee, cibo puzzolente, tè speziato, spiagge, colline, ghiacciai. Non posso imborghesirmi in questo modo, non io, non così, non troppo spesso almeno. Una di queste volte la faccio via terra. Giuro. O quasi.

Una barzelletta reality sul mondo del lavoro

Un'amico mi ha raccontato una sua nuova barzelletta...l'ho trovata fantastica!
L'amico sta ridiscutendo il contratto di lavoro con l'azienda per cui lavora da anni. Quando chiede delucidazioni a proposito delle condizioni di rescissione l'addetto del personale gli risponde che non deve assolutamente preoccuparsi di queste faccende, non serve essere specifici e cautelarsi troppo nella stesura delle clausole perché in Italia il diritto al lavoro è assolutamente garantito dalla costituzione. HAHAHAHA! bella no?

Mini Venezie


Ieri è stato il primo giorno completamente uggioso, grigio, piovoso, freddino e umido da quando sono arrivato a Padova più di un mese fa. L'ho trascorso interamente a casa. Temevo che la mite e luminosa pacchia fosse terminata e che l'autunno padano mi avrebbe accompagnato fino all'aeroporto Marco Polo, da dove ripartirò per i tropici fra tre giorni. Invece no, oggi c'è il sole, il cielo è terso, posso finalmente mettere in pratica quel piano che credevo di dover rimandare all'anno prossimo. 

Arrivo a Chioggia in corriera e faccio due passi in centro mentre aspetto il vaporetto. E' bella Chioggia, con le calli, i canali, i ponti in pietra d'Istria, le case rosse con i fronzoli bianchi. Sembra una piccola Venezia, anche se qui ci passano le auto. Non ho visto molti turisti, a parte un paio di nordici che si facevano uno spritz. Mi siedo a poppa, all'aperto, ad osservare il legno marcio delle briccole, la superficie lievemente increspata della laguna e gli isolotti ruvidi, ricoperti di un'ispida barbetta verde, con la brezza che mi massaggia la faccia. A Pellestrina tutti salgono nell'autobus diretto al Lido, utilizzando il biglietto combinato vaporetto-bus. Io ho speso sessanta centesimi in più e mi sono assicurato due tragitti separati: l'autobus posso così prenderlo quando e dove voglio. Avrei anche potuto noleggiare una bici; lo so, è veloce e il percorso lungo i murazzi, tra mare e laguna, è suggestivo, ma oggi non sono quel tipo di visitatore, non ho voglia di sfrecciare tra i paesini, devo insinuarmi tra le calli, restare impalato in un angolo, osservare la gente, le case, annusare i profumi incrociati provenienti da acqua  e cucine: il mio mezzo di locomozione, economico e flessibile, è di nuovo un paio di scarpe di gomma.

Cammino per circa tre chilometri tra le contrade di Pellestrina, a sud dell'omonima isola, una striscia lunga e stretta che protegge la laguna dal sale e dalle onde del mare. Sembra un sestiere della città dei dogi, i cui campanili si scorgono a poca distanza, con le stesse calli, i campi, le fondamenta con gli spigoli di pietra che finiscono in acqua (∗). L'atmosfera è persino più magica di quella che speravo di trovare, pur temendo che probabilmente sarei rimasto deluso. Mi infilo tra le schiere opposte di facciate colorate, mi faccio risucchiare e poi sputare dai sotoporteghi, sbuco in un campo, faccio tre passi verso il suo centro, mi perdo a contemplare quelle composizioni di poligoni colorati e quando esco dal trance torno indietro. 

A Pellestrina, in questo giorno feriale, all'ora di pranzo, non ci sono turisti in giro. Anzi, non c'è proprio nessuno, non c'è nemmeno un negozio aperto. Ho fame e cerco un bacaro per mangiare uno spuntino e bermi un'ombra ma non ne trovo. In uno spiazzo con vista sulla laguna mi si avvicina un avvinazzato, con gli abiti sgualciti, i piedi scalzi e paonazzi che spaperazzano quasi palmati sulla pietra fredda, un bicchiere in mano e su un davanzale un fiasco da due litri di rosso, pieno (o vuoto, o meglio ancora svuotato) per metà. "Sai qual è il problema?" Lo osservo per fissare nella mente quell'immagine bizzarra, una curiosità che lui mette in relazione alla domanda che mi ha posto. "Che non ghe ze più la carità cristiana!" mi spiega in dialetto veneziano. I veneziani quando parlano sembrano sempre brilli, poi spesso scopri che in effetti lo sono e ti chiedi se oltre a quella che hai sempre ascoltato esiste anche una cadenza veneziana sobria. Mentre mi allontano ripete quel suo ammonimento, quella sentenza bacchico-savonarolesca. Quando ha smesso mi volto e lo trovo lì a osservarmi. Non appena mi vede in faccia riprende a urlare. Sembra proprio posseduto dallo spirito del predicatore fiorentino, spero non lo mettano al rogo per cucinare un brasato al merlot.

Poco più avanti dei pescatori chiacchierano maneggiando delle reti e un vecchietto seduto sul parapetto che dà sulla laguna canta, succhiando di tanto in tanto una pipa da ufficiale di baleniera ottocentesco. Mi osserva, io alzo una mano per salutarlo, mi risponde sventolando la pipa senza smettere di cantare, come un gondoliere finto da film americano. 

Il paese finisce ai cantieri De Poli, dove sotto degli enormi, rossi carroponte vengono riparati i vaporetti dell'Actv. Ritorno ai murazzi e l'autobus per il Lido mi sfreccia davanti. Devo aspettare mezzora prima che ne passi un altro. Tiro fuori Yehoshua dalla borsa e mi volto a leggerlo verso l'Adriatico. Il tempo non può che passare in fretta se uno fa così. 

All'estremità settentrionale di Pellestrina l'autobus sale su un traghetto e pochi minuti più tardi sbarca sull'isola del Lido, anche questa lunga e stretta, a fare da spartiacque tra laguna e mare. Sulla mappa la località di Malamocco è segnata come attrazione turistica. Il biglietto dura settantacinque minuti, decido quindi di fermarmi a visitarla. Vengo accolto da un'altra Venezia in miniatura e anche qui non vi è nessun turista: mi aggiro solitario tra le solite case colorate, i corsi d'acqua, il campo con la chiesa. Questa volta però trovo un bacaro, faccio in tempo a mangiare una mozzarella in carrozza e a bermi un rosso prima di risalire in autobus. Arrivato al capolinea decido di lasciare la zona del Casinò e del Palazzo del Cinema per la prossima visita e mi imbarco sul vaporetto per la Ferrovia. Il binario chiude questo itinerario un po' insolito incuneandosi tra i condomini moderni di Mestre e le fabbriche di Marghera. E' un fascino un po' sinistro, una forma vagamente postmoderna di romanticismo. Lo scorcio ti avvolge il cuore con la carta stagnola, qualcuno può addirittura dire che fa schifo. E forse ha anche ragione. Ma questo era un viaggio sullo strato esterno di Venezia. Una passeggiata del moscerino sulla pelle della città. Non poteva far altro che finire così.

(∗) Per la toponomastica veneziana date un'occhiata qui

C'è modo e modo (di diventare ricchi)


A chi non piacerebbe diventare ricco? Non necessariamente ricco sfondato, ma moderatamente abbiente, o almeno benestante, possibilmente in misura (rispettosamente) abbondante. Potersi permettere di abbandonare gli impegni più seccanti, mollare la zavorra dell'attività che garantisce il sostentamento, dedicarsi finalmente ai propri interessi senza più avere l'assillo delle risorse (troppo) limitate. O magari continuare anche a farsi il mazzo, ma per una causa, un'idea vincente, un progetto ambizioso e redditizio.

Ricchi, sì, va bene quindi. C'è però modo e modo. Il primo è quello nobile, fondato sulle grandi idee, l'innovazione, lo spirito imprenditoriale, la genialità, la capacità di vederci dentro, più avanti degli altri, la forza di credere nella propria visione e intuizione.

E poi c'è l'altro. Di metodo per fare i soldi intendo. l'Italia è piena di mediocri ricconcelli muniti di un unico talento: la spregiudicatezza. Segni particolari: praticare un'incisione sulla pancia e osservare bene, ciuffi di pelo ispido spunteranno qua e là dalle pareti interne dello stomaco.

Il denaro come unico obiettivo, il fine ultimo di ogni loro atto, pensiero, parola, respiro. Fra di loro si annidano esseri ignobili disposti a - o spesso ben lieti di - calpestare i diritti altrui, rinunciare ad amicizie e affetti, mettere a repentaglio la salute o addirittura la vita del prossimo, ridurre le gente sul lastrico, sfruttare in modo miope risorse umane e materiali, inquinare l'ambiente - come se la sera potessero permettersi di andare a dormire in una galassia lontana e pulita, dopo essersi tolti lo scafandro -, stravolgere o annientare tradizioni secolari, infrangere non solo la legge ma anche le più basilari norme morali, fottere lo stato, la società e il sistema in cui sono stati cresciuti, istruiti, accuditi e curati, vale a dire tutto ciò che fa la differenza tra loro, cioè noi, e quelle masse di poveracci sparse per tutto il pianeta che questi ricchi della scorciatoia guardano dall'alto verso il basso, con disprezzo, come se la posizione di vantaggio di cui si vantano se la fossero guadagnata per meriti, o trovasse l'origine tra le eliche del loro DNA. E il tutto sempre al riparo di un sorriso ipocrita dipinto su una bocca mai sazia che ingurgita di tutto e all'occorrenza è pronta a vomitare le solite, pavide, quattro frasi di convenienza.

Presunti geni dell'industria e della finanza che pur di non rinunciare ai monili, i vizi e il lusso ammortizzano gli effetti della crisi lasciando le fatture non pagate a marcire in un cassetto impolverato, non rispondendo alle chiamate dei creditori, campando scuse ridicole per rallentare i pagamenti degli stipendi, fuggendo dalla porta sul retro quando un fornitore si presenta per far cassa. In tutto e per tutto spalleggiati dai funzionari della pubblica amministrazione che adottano pratiche simili, se non peggiori.

Ma in fondo non sono altro che infami col portafoglio da arricchiti, l'appetito da pezzenti, i metodi meschini e l'anima...beh quella non c'è più: se l'è comprata il diavolo tanto tempo fa. 

Foto di ~jjjohn~ (CC)

Lingua franca - Zurigo, Svizzera


Mio fratello vive a Zurigo da anni, il tedesco però non lo ha mai imparato bene. Sa dire qualcosa, fare qualche domanda, abbozzi di conversazioni, poco di più. I motivi sono molti: viaggia spesso all'estero e coi colleghi, anche in Svizzera, usa l'inglese. In Svizzera poi non si parla il tedesco "ufficiale" ma una specie di dialetto "montanaro", non facilmente comprensibile. C'è però anche un'altra ragione per cui non ha mai approfondito la conoscenza della lingua locale, ed è molto più sorprendente: dovunque vada, al ristorante, in un negozio, in un ufficio pubblico o per la strada, la probabilità di incontrare qualcuno che parli italiano è molto elevata. E non stiamo parlando dei ticinesi, gli abitanti del cantone di lingua italiana, svizzeri al 100% da generazioni, orgogliosissimi delle loro origini e a cui in alcuni casi gli italiani non stanno nemmeno troppo simpatici. Qui si tratta di veri e propri abitanti di Zurigo, gente della Svizzera tedesca. Bisogna ricordare che i grandi flussi migratori dall'Italia alla Svizzera risalgono al periodo 1945-75, principalmente dal nord fino al '60 e dal centro-sud nel periodo successivo. Chi a Zurigo oggi vi parla in italiano è quindi il figlio o il nipote di un immigrato, o spesso persino qualcuno nelle cui vene non scorre nemmeno una goccia di sangue italiano, gente che la nostra lingua l'ha imparata a scuola, con gli amici, in vacanza o per passione. 

Quando mio fratello mi raccontava queste cose io non mi rendevo conto dell'entità del fenomeno. Mi è capitato molte volte di incontrare dei discendenti di siciliani, marchigiani o veneti nati in Argentina, Brasile, Stati Uniti o Australia. Hanno il cognome italiano, magari persino il passaporto, ma di italiano sanno dire al massimo dieci parole. Non appena arrivato in Svizzera mi sono accorto che in quel paese la situazione è radicalmente diversa. 

C'è la sagra annuale nel bel borgo in altura in cui vive mio fratello. In un ristorantino in cui friggono il pesce che allevano in grandi vasconi nel retro mio fratello si frigge il cervello per piazzare le nostre ordinazioni in tedesco, cercando di addomesticare quel groviglio complesso di grammatica, vocabolario, pronuncia, espressioni particolari. In maniera un po' rispettosa e un po' sadica la signora non lo interrompe e lascia che si auto-torturi per alcuni minuti. Poi, quando lui ha finito, in un italiano corretto, leggermente abraso da una marcata pronuncia teutonica, riassume le ordinazioni e, utilizzando un vocabolario accurato e forbito, aggiunge pure qualche consiglio della casa. Mio fratello è sconsolato, la ringrazia ma vorrebbe dirle: "e perché non l'hai fatto prima? Evitandomi di fare quella figura barbina..." Bisogna notare che la signora in questione non è nemmeno di famiglia italiana.

La scena si ripeterà spessissimo. Al banco delle birre della stessa sagra una signora che lavora all'aeroporto di Zurigo ci insegna a ordinare in tedesco e poi chiacchiera con noi in italiano per più di un'ora. Anche lei non è discendente di italiani: imparò i rudimenti della lingua a scuola e la perfezionò andando in vacanza in Liguria. 

In un negozio di articoli di elettronica il ragazzo che ci serve ci spiega tutto in un inglese discreto. Quando passiamo all'italiano per discutere fra di noi lui ci interrompe gentilmente e ci fa sapere che preferisce continuare la transazione nella nostra lingua, a lui più familiare dell'inglese. A differenza dei due casi precedenti questo almeno aveva i tratti somatici del calabro-svizzero.

Il siparietto più bizzarro ha luogo però appena oltre il confine con la Germania, nei pressi del lago di Costanza. Entriamo in un negozio per comprare dei cuscini. Una signora ci sente parlare e si rivolge a noi in un italiano perfetto, anche nella pronuncia. Prima di andarcene le chiedo dove lo ha imparato. Mi risponde che la sua famiglia proviene da Pola, città principale dell'Istria, attualmente in Croazia ma fino alla fine del settecento parte del territorio della Serenissima Repubblica di Venezia. La signora ci tiene infatti a specificare che conosce anche il dialetto degli italiani di lì, simile al triestino. Quindi, a un tratto, il colpo di scena. Entra un cliente del posto che comincia a parlarle in tedesco. Poi sente che lei ci saluta in italiano e tutto felice passa anche lui alla stessa lingua. Mentre esco li sento che discutono di materassi, lei con un leggero accento veneto e lui con un'intonazione vagamente meridionale. Sembra di stare a Roma, invece siamo al confine tra Germania e Svizzera...quella tedesca, ovviamente.

Foto Monumento caduti per la costruzione del Gottardo di Markus Schweiß (CC)

Immagini bizzarre/1

Scene buffe e/o bizzarre osservate e immortalate personalmente

Ammazza che caldo ai tropici, ci vorrebbe un angolino fresco fresco. Una bacinella di ghiaccio è proprio quello che fa per me! (Bangkok, Thailandia)

Vi scappa la pipì? Arrampicatevi sul toilet-albero e via! (Saigon, Vietnam)

Dove ho poggiato il mio pasticcino? Ah eccolo lì...EHHH? OH NO! (Bangkok, Thailandia)

mmm...buono il sushi! (Pattaya, Thailandia)