L'altra rivoluzione di Novak Djokovic, quella alimentare.
Abbondano le lodi a favore dell'ormai leggendario campione di tennis Novak Djokovic: per le vittorie, e anche per aver tenuto duro, alcuni anni or sono, nell'arco di poche settimane, su una posizione molto controversa riguardo a un'imposizione del momento. Sulle ragioni della sua condotta si può dissentire; sul fatto che abbia avuto le palle, meno. Non è questo comunque ciò di cui voglio parlare.
Si sorvola invece - inconsapevolmente, o più colpevolmente sapendo - sulla rivoluzione attuata per lunghi anni, non semplici settimane, da questo personaggio contro la strumentale e falsificata "tradizione" alimentare in vigore da decenni. Da quando cioè si è dato il via (soprattutto negli USA, sì, proprio lì) alla distopica pratica dell'allevamento degli animali secondo i più gretti dettami della rivoluzione industriale, equiparandoli a prodotti artificiali da progettare, ingegnerizzare, contraffare, adulterare, assemblare, distribuire e consumare (consumare nel senso del consumismo, più che della nutrizione).
Una catena talmente disgustosa che si fa ormai fatica a distinguere i polli mangiati da quelli mangianti. Buffo risvolto, tra l'altro, per chi rifiuta di farsi fare un'iniezione — scelta di cui non discuto i motivi — e poi per tutta la vita si pappa in silenzio quella merda, alzando invece la voce quando si tratta di farine di grillo o carne finta. Attenzione, il termine "merda" non è in questo caso una semplice figura retorica: c'è proprio della merda in quella carne che ingeriamo, o forse sarebbe meglio dire che c'è pure della carne in quella merda che mangiamo. La propaganda guida il gregge, va di moda affermare. E di greggi, d'altronde, ce ne sono di vari tipi. Ad alcuni di quelli, purtroppo, appartiene anche chi scrive. Beeh, beeeh, beeh. Ecco, ve l'ho pure onomatopeicamente dimostrato.Insomma, mentre ci si pavoneggia nella condanna dello strapotere del cosiddetto mainstream (uno degli inglesismi più vacui tra le centinaia che sono stati inutilmente adottati dagli italiani nel recente passato), si chiude invece un occhio nei confronti di quello altrettanto torbido del cherry-picking (visto che vi piacciono, beccatevi pure questo). Ah, Djokovic tra l'altro è un vero poliglotta, a differenza dei polidioti dell'inglese maccheronico di casa nostra.
Il mio rispetto va a chi — a torto o a ragione, ma con coerenza sul piatto — non si fa imboccare dai "fabbricanti" di bistecche da catena di montaggio per il resto della propria vita. Che poi Nole, in quell'occasione, abbia anche rifiutato un'iniezione è un fatto: risparmio agli interessati le battute sul verbo "inoculare". La rivoluzione che mi interessa è quella alimentare. Ed è di quella che Nole, per me, resta un esempio.
Grazie per l'attenzione e statemi bene, ragazzi. Uff, ma che palle questo italiano. Meglio così: take care, bros!

Commenti