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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

L'esperienza del "mo-ter-saaai" - Bangkok, Thailandia

Il taxi "motorsaaaai"

Have moooob! Taxi no gooo, mo-tor-sai gooo! OK mai krab?

Gli dici OK e salti in sella, con tutti i tuoi bagagli, chitarre, sassofoni, cani, maiali, gabbie per polli, pane, prosciutto, formaggio, radio, tv, antenna parabolica, papà, nipotina e nonna...sfiorando automobili, motorini, bancarelle, manifestanti, poliziotti, giornalisti, impiegati, turisti, puttane e ladyboy, dalla fermata dell'airport link al tuo albergo, aria, vapori di peperoncino fritto e smog che ti soffiano sulla faccia, su cui da un po' si è stampato un sorriso.

E in quel momento, all'improvviso, ti ricordi perché la prima volta che ci sei stato ti era piaciuto così tanto...

Intasata (con galleria fotografica, e tre tristi alberi di natale) - Kuala Lumpur, Malesia


Ricordo quando a Bukit Bintang mi piaceva farci delle lunghe passeggiate, di notte, quando la temperatura si abbassava un po' e i negozi erano già chiusi. Ci vado ancora, quando sono da queste parti, ma l'esperienza non è più quella di un tempo. 

Non importa quale marciapiedi tu scelga, quale lato della strada, quale incrocio, quale passaggio pedonale. Non importa: ti dissolvi sempre in una calca pervasiva. Io ci sono abituato a farmi strada su marciapiedi intasati, assottigliati dalle bancarelle, tra gente che avanza lentamente osservando la merce esposta o si ferma a chiacchierare. Succede ovunque in Asia. Siam, Silom, Sukhumvit e Khaosan Road a Bangkok, dove sbarcherò fra poche ore, sono solo degli esempi. C'è sempre però una via d'uscita, una vietta, un sentiero laterale. Male che vada esci in strada e cammini sul ciglio, gli automobilisti ci sono abituati, non vanno nel panico e se non fai cazzate non succede nulla.

A Bukit Bintang però sono esaurite anche le vie di fuga. I centri commerciali, i negozi e i ristoranti hanno riempito ogni spazio edificabile. I lavori per la nuova metropolitana pesante (la MRT) hanno ristretto strade, incroci e marciapiedi. I venditori ambulanti, gli artisti da strada e i mendicanti intasano il poco spazio che resta. Inoltre ovunque sono state erette delle barriere che impediscono qualsiasi tipo di deviazione creativa dal percorso standard. Le migliaia di persone che convergono qui - perché le autorità e gli investitori hanno fatto di tutto affinché ci venissero - si intrufolano nei pochi metri liberi che restano e passeggiano lenti, pestandosi i piedi e urtandosi ai colli di bottiglia. 

Non si può certo dire che coloro i quali gestiscono tutto ciò non se lo aspettassero, altrimenti non avrebbero fatto costruire tutti quegli enormi centri commerciali e alberghi di lusso. 

Le auto sono ferme per la maggior parte del tempo e quando avanzano lo fanno più lentamente della gente che si accalca sui marciapiedi. La gente che si ammassa ai passaggi pedonali spazientita mette in atto delle piccole rivoluzioni anarchiche (clicca sul link per leggere un esempio, o qui per scoprirne un altro), invadendo la strada quando il semaforo è rosso e costringendo gli automobilisti a fermarsi col verde e a sfogare la frustrazione sui clacson.

Considerando che evidentemente questa zona è stata dedicata di proposito al turismo, agli acquisti e allo svago, non si capisce davvero cosa aspettino a chiuderla al traffico. Sembra un tipico esempio di decisione epocale presa solo a metà.

Il segnale dei "30 Km/h" poi, quello che trovate sotto al titolo, sembra essere stato installato come simbolo grottesco di questa situazione assurda. Più che un limite di velocità sembra quasi un'invito ad aumentare l'andatura, visto che per la maggior parte del tempo i veicoli non riescono a procedere nemmeno ai dieci all'ora.

Un po' di foto:

Casino anche alle 3 di notte
Incanalati tra transenne e KFC
Traffico
Altro traffico, ma a Jalan Alor non stupisce, lì c'è sempre stato
Ancora traffico
La situazione è talmente esasperata che le autorità si sono viste costrette a ingaggiare degli androidi
I lavori per la metropolitana e le nuove transenne lungo i marciapiedi
Vanno molto gli adesivi impronta a Bukit Bintang
E' pur sempre un post natalizio, eccovi quindi un triste alberello...
Un altro...
Lavori in corso 2
Da queste parti funziona così: si passa col rosso, e di corsa
Cubo maxi schermo
Come dicevo...vanno molto
Lima qui e lima lì, è rimasto solo un sentierino...
Altro albero finto
Altro sentierino

Non sono snob, mi faccio semplicemente i cazzi miei - Kuala Lumpur, Malesia


Quando sono all'estero non vengo quasi mai riconosciuto come italiano. Nemmeno dagli italiani. Fino a quando non mi sentono parlare ovviamente. Questa relativa invisibilità ha varie cause. Spesso sto da solo, e quando sono con qualcuno non parlo quasi mai l'italiano. Mi faccio spesso i fatti miei, mi vesto e mi comporto in maniera piuttosto "apolide".

E così anche quelle poche volte che vado a mangiarmi una pizza il proprietario o il caposala, durante il suo giro per i tavoli a salutare i connazionali, mi salta sempre. Al massimo mi rivolge una battuta in inglese. A cui io la maggior parte delle volte rispondo con un sorriso e un gesto, continuando a masticare. Anche se so che va a finire così, quando lo vedo sorvolare il mio tavolo per atterrare su quello a fianco tiro sempre un sospiro di sollievo.

A volte ho fatto delle eccezioni ovviamente, in Thailandia, in Cina e in Malesia, e sono pure tornato a trovarli quei ristoratori. Spesso però preferisco restare nell'anonimato. E ascoltare le chiacchiere di chi è convinto che nessuno attorno capisca. Certo, capita raramente di captare qualcosa di interessante, ma di risate sotto i baffi me ne sono fatte molte. Non credo di essere snob, e nemmeno stronzo. Non più della media per lo meno. E' che in questi anni di viaggi mi sono abituato a stare per i fatti miei. Non soffro di solitudine e, a meno che la compagnia non sia valida, preferisco stare da solo. Sono troppo impegnato a fantasticare, a tenere ancorata al pianeta la mia testa costantemente per aria, a raccogliere i grilli che ci zompettano in cima, a controllare la quota della mia mente che svolazza soprappensiero, per dedicare del tempo alle conversazioni di cortesia.

Poi non è colpa mia se chi siede al tavolo di fianco perde il controllo della propria dignità. O se in pizzeria si mettono a organizzare provini per clown.

Il dibattito sulla colonna - Padova

Il "dibattito fra writer" su una colonna antica nel centro di Padova

Nella foto che ho scattato a un'antica colonna del centro di Padova potete seguire il profondo dibattito politico-filosofico sulla questione nord-sud tra due "writer", ovvero artisti. Perché chiunque scriva su una superficie pubblica - a prescindere dalla funzione, l'epoca e il prestigio della superficie, o anche dal valore artistico-simbolico della scritta - per definizione, decreto ministeriale, assioma o dogma è da considerare artista.

Se non capite questo non capite l'arte. E i vandali siete voi!

Non si discute, perché non c'è nulla da discutere.

Punto.

Un giorno di ordinaria follia...sfiorato per pochi spiccioli - Kuala Lumpur, Malesia

Il maledetto pulsante oscurato

Capita a tutti almeno una volta di entrare in conflitto con le procedure automatizzare, la tecnologia, i controlli, le macchine. Anche se sei ingegnere, sai qualcosa di di elettronica, informatica e comunicazioni, non sei immune alla frustrazione indotta dalla modernità. A me è appena successo, e ho rischiato il tracollo.

Quelli dei corsi mi hanno chiesto di fermarmi a insegnare una settimana in più del previsto. Devo quindi cambiare la data del volo di ritorno. Recupero la prenotazione online e clicco il pulsante per modificarla. Trovo la soluzione che fa per me ma sono in classe e ho con me solo la carta di debito. Al momento del pagamento scopro che non può essere accettata. Devo aspettare di essere in stanza per poter usare quella di credito. 

Un'ora dopo arrivo in albergo, accendo il computer e con la carta giusta in mano mi appresto a completare la transazione. In casi come questo fino a quando non ricevo la conferma dell'avvenuto pagamento sono sempre piuttosto teso. Di solito è una sensazione ingiustificata, di cui non riesco a spiegarmi il motivo. L'esperienza che mi è toccata oggi mi chiarirà ogni dubbio.

Quando arrivo alla pagina della prenotazione il pulsante per cambiarla è oscurato, non più selezionabile. Accanto appare una scritta: "L'itinerario non è modificabile, per maggiori informazioni chiamare il..." Ma cazzo, se lo era fino a un'ora fa?

Chiamo quindi il call center. Per la prima di una lunga serie di volte. Procedo lungo il solito percorso tra menù e numeri da selezionare e alla fine vengo messo in attesa. Sono il quinto in coda. Devo attendere quattro minuti. Parte la musichetta, metto il vivavoce. Dopo qualche minuto mi risponde un addetto che capisce al volo di cosa ho bisogno, trova la soluzione che preferisco e quando si appresta a selezionarla...cade la linea. Bestemmie. 

Richiamo, attraverso di nuovo la sequenza del menù, e vengo messo in attesa. Sono il dodicesimo in coda. Devo attendere nove minuti, mi sembra di aver capito. Metto il vivavoce. Nel frattempo ricarico decine di volte la pagina della prenotazione online, sperando vanamente che il pulsante ritorni in chiaro. Dopo un po' una vocina del call center mi invita a inserire il numero per essere richiamato. Lo faccio e metto giù. Alcuni minuti dopo, quando calcolo che avrebbero già dovuto chiamarmi, controllo il telefono. Chiamata persa, messaggio nella casella vocale. Ma come cazzo è potuto succedere? Non mi sono mosso di qui! Mi accorgo che il telefono ha la suoneria disattivata. Eresie. Ascolto il messaggio nella casella sperando mi diano qualche informazione utile. La signorina si presenta e mi ringrazia per averli chiamati, fine. Ma porca puttana! 

Chiamo di nuovo, altra sequenza di numeri, vengo messo in attesa, sono il diciottesimo in coda, devo aspettare quindici minuti. Una vocina mi invita a inserire il mio numero per essere richiamato. Mentre lo sto digitando la vocina cambia idea e mi fa sapere che al momento non sono in grado di richiamarmi. Mi devo sorbire i quindici minuti di attesa in diretta. Metto il vivavoce. Provo a ricaricare la pagina della prenotazione. Lo stato del pulsante non cambia. La musichina e la vocina che ripete a ciclo continuo le promozioni della compagnia sono come grattate d'unghie su una lavagna. Devo trattenermi per non prendere il muro a mazzate col telefono. 

Poi mi passano un'operatrice con la voce simpatica e tranquillizzante. Purtroppo però dev'essere una neoassunta perché a differenza del suo collega non capisce nemmeno le cose più elementari, e la mia è una richiesta con un indice di difficoltà medio alto. Me la vedo brutta. Bestemmio internamente, e si sa che la blasfemia trattenuta ti alza la pressione dell'anima, facendola gonfiare col rischio che esploda. Le chiedo se può appuntarsi il mio numero così almeno in caso di caduta della linea mi può richiamare. Lo fa. E' inesperta ma molto gentile. Visto che non riesce a risolvere il mio problema mi rimette in attesa. Altra razione di musichette e promozioni. Credo che potrei tagliare di netto una sbarra di titanio con gli incisivi. 

Passano vari minuti e mi risponde di nuovo. Ha trovato la tariffa che mi interessa. Mi sembra bassa, la cosa puzza, ma le dico di procedere. Mi chiede i dati della carta e mi dice di attendere. Passano altri minuti, poi mi informa che la tariffa è di 100 ringgit più alta, cioè pari a quella che avevo letto nel sito, le dico che va bene. Mi dice di attendere, passano altri minuti. Poi finalmente mi conferma che il pagamento è avvenuto. La ringrazio, metto giù e mi sgonfio come un sacco di farina forato. 

Sul telefono arriva un messaggio del gestore, la chiamata è durata qualche migliaio di secondi e ho consumato più del 95% del credito. Se la telefonata fosse durata un po' di più la linea sarebbe caduta e io sarei partito per una missione risolutrice, come Michael Douglas in "Un giorno di ordinaria follia".

Per fortuna sono laureato in ingegneria. Cosa mi sarebbe successo se mi fossi diplomato all'accademia dell'arte?

Stereotipi a sproposito. (E se poi per qualcuno il Big Mac rappresentasse la cucina italiana?)


Un riccone indonesiano si è comprato una squadra della Serie A. Non vi preoccupate, non mi metterò certo a parlare di Inter, di Thohir o di calcio qui. E' soltanto una notizia che prendo come spunto per altre osservazioni.

E' il segno dei tempi, l'occidente è in crisi e gli investitori arrivano da zone del pianeta dove un tempo europei e americani andavano a spadroneggiare. Se trovate questa affermazione banale e noiosa, o semplicemente fuori luogo in questo blog, potete pure tranquillizzarvi, nemmeno questo è l'argomento del post.

Vengo allora al dunque.

Ho letto numerosi commenti ironici sulla notizia, commenti nei quali vari italiani facevano gli spiritosi attribuendo a Thohir il più classico degli stereotipi sugli emigranti cinesi: la pronuncia della L al posto della R. "FoLza InteL". "LossoneLi di quà, LossoneLi di là" e altre battutine del genere. Tra questi vi erano persino dei giornalisti, o presunti tali, suppongo.

Uno stereotipo sui cinesi, dicevo. Peccato che il personaggio in questione sia indonesiano. Certo, magari è di lontane origini cinesi, come la maggior parte dei membri dell'élite economico-finanziaria di Giacarta. Tuttavia a differenza di quel che succede negli stati limitrofi, come Malesia e Singapore, i cinesi in Indonesia non parlano le lingue e i dialetti dei loro antenati, bensì la lingua nazionale, cioè l'indonesiano, o giavanese.

Gli indonesiani la R la pronunciano come noi, anzi forse la aRRotolano anche in modo più esagerato di noi. Basta fare attenzione al modo in cui il signor Thohir pronuncia nomi come "MoRatti", "MazzaRRi" e "InteRnazionale". Tutte le R sono al posto giusto e non c'è alcuna L usurpatrice nella sua pronuncia.

Attribuire a uno che parla indonesiano i difetti di pronuncia di un madrelingua cinese è un po' come confondere il greco con l'islandese, solo perché due individui che parlano quelle lingue sono entrambi biondi. 
La vicenda mi ricorda di quando un gruppo di ragazze malesiane (di etnia cinese) mi spiegò che a loro la nostra cucina, cioè quella occidentale, non piaceva molto. Che la consideravano di livello inferiore a quella cantonese o hokkien, tanto per fare qualche esempio.

 - Scusate, ma a quale cucina occidentale vi riferite?
Quasi non capirono la mia domanda. Sfuggiva loro la ragione per cui puntualizzassi.
- La vostra! Il fast food, gli hamburger e le patatine, il ketchup...insomma, Mc Donald's, Burger King, quella roba lì...

McDonald's...Burger King...quella roba lì?! A un italiano! E' vero che non sono certo il tipo di patriota che va in giro per il mondo a sbandierare il proprio orgoglio per la pizza, la Ferrari e Giorgio Armani (soprattutto per la Ferrari e Giorgio Armani, di cui davvero non me ne frega nulla), ma se provavo a pensare ai piatti di mia madre o di mia zia la storia di McDonald's mi sembrava davvero una cagata roboante.

Non sapevo se rispondere ironicamente o spiegare seriamente come stavano le cose. E non mi ricordo esattamente cosa feci. So solo che l'equivoco mi fece riflettere molto su giudizi generalizzati, convinzioni assurde e la fama sbagliata. 

Se utilizzati bene gli stereotipi possono anche risultare divertenti, ma chi li tira fuori a sproposito rischia di fare delle figure di merda piuttosto memorabili. Anni fa magari sarebbe stato anche comprensibile scambiare un qualsiasi asiatico per un cinese, ma al giorno d'oggi certe generalizzazioni più che divertenti suonano ridicole, e infantili. La prossima volta che vi viene in mente di dare a un indonesiano del coreano, o del giapponese a un birmano, o di fare la stessa cosa con due persone qualsiasi che hanno in comune qualche caratteristica somatica, ricordatevi che state autorizzando qualcun altro a scegliere Big Mac, patatine fritte e Coca Cola per rappresentare il pasto tipico della tradizione italiana. 

Concentratevi, pensateci intensamente, cercate di visualizzare l'affronto. Poi, se la cosa non vi irrita, continuate pure a usare gli stereotipi alla cazzo di cane.

I diritti del "business" contro quelli del pubblico - Bangkok, Thailandia

Seduta sui tavolini che sbarrano il passaggio

Per certi versi dalla semplicità, dall'umanità e dalla flessibilità del Sud-est asiatico abbiamo molto da imparare (per un esempio vedi qui o l'ultima foto in basso). O meglio da ri-imparare, dal momento che cinquanta o sessant'anni fa i nostri nonni vivevano come la gente che oggi vive lì, più o meno.

Per altri però è meglio se le nostre lezioncine le andiamo a prendere da qualche altra parte. Me ne sono reso conto mentre mangiavo un boccone e bevevo una birretta sul ciglio di una strada a Bangkok.

Il ristorante utilizzava la sezione del marciapiedi davanti all'entrata per sistemarci i tavoli. Normalmente la gente, soprattutto in quest'area e a quest'ora, cammina in mezzo alla via, trasformandola di fatto in una zona pedonale. La strada era però intasata, come spesso succede da queste parti: un taxi, un tuk-tuk, due bancarelle, gente che ordina. I passanti erano così costretti a spostarsi sul marciapiedi. Da notare che ciò è esattamente il contrario di quel che dovrebbe accadere. Questa è però una situazione normalissima in Asia, e non è su questo che volevo soffermarmi.

I pedoni quindi avanzano sul marciapiedi, zigzagando educatamente tra i tavoli del ristorante. Il proprietario se ne accorge e la cosa non gli piace per niente: l'andirivieni intralcia seriamente i suoi affari. Allora fa un cenno alla cameriera che si guarda attorno nervosa, non sapendo bene cosa fare. Dopo aver osservato con impotenza una decina di persone intrufolarsi tra il primo tavolo e la parete decide di prendere l'iniziativa, ferma il passaggio al passante successivo mettendoglisi davanti e gli chiede gentilmente ma con fermezza e autorità da vigilessa di utilizzare la carreggiata. Usa persino un tono un po' scocciato, come se volesse dire: "Ma dovevo proprio ricordartelo io? Lo potevi anche capire da solo, no?" 

Quando è finalmente riuscita a canalizzare il flusso umano sulla strada decide di sbarrare definitivamente il passaggio posizionando due tavolini di traverso. Per essere sicura di non essere fraintesa ci si siede pure sopra. 

Un atteggiamento arrogante, non v'è dubbio.

In realtà non è che sia soltanto colpa degli esercenti. E' tutto il sistema che funziona male. La polizia si fa pagare per concedere l'autorizzazione a utilizzare il marciapiedi, lucrando su un bene pubblico, riservato all'uso gratuito di tutti. I negozianti e i ristoratori hanno pagato la tariffa (cioè una tangente) e sono convinti di aver diritto all'esclusiva su quello spazio e di essere autorizzati a vietare ai passanti di condividerlo. La gente vede uno sbarramento e dà per scontato che sia giusto così.

In realtà non è giusto così, ma ci vorrebbe una rivoluzione dalla base per chiarire il concetto. E qui non solo le rivoluzioni ma anche le manifestazioni e i ricorsi si fanno per sostenere il politico che difende i tuoi interessi economici, non per quisquilie come il diritto dei pedoni a utilizzare un marciapiedi.

Una manifestazione degli oppositori del governo
Artisti di strada e ubriaconi se la spassano tranquillamente davanti alla stazione della polizia (uno dei tanti lati belli del Sud-est asiatico)

Riempire le piazze - Bangkok, Thailandia


Per riempire la piazza a Bangkok in una sera infrasettimanale bastano un giradischi, qualche birretta, due spiedini e soprattuto...un sindaco con la testa sulle spalle e dei residenti che invece di rompere il cazzo con pretese di silenzio da valle prealpina riescano a vedere in una città che pulsa delle opportunità di crescita e sviluppo.

Un po' come in Piazza dei Signori a Padova insomma...credo che andrò personalmente a proporre il gemellaggio, qualcuno mi spedisca un gagliardetto al seguente indirizzo: Piazza birrette, spiedini e giradischi, quartiere che pulsa, Bangkok, Thailandia

La sicurezza della dimensione temporale discreta - Mosca, Russia

La metro di Mosca è un'opera d'arte

La scorsa settimana in una mostra d'arte contemporanea allestita al Manezh di Mosca mi sono fermato davanti a un grande schermo in cui veniva proiettato uno dei vari video a ciclo continuo. L'autore immaginava che gli utenti dell'enorme rete metropolitana cittadina non appena messo piede sulle scale mobili entrassero in una nuova dimensione, una specie di mondo parallelo in cui il tempo avanza per quantità discrete, quelle degli intervalli tra le fermate e dei tempi di scorrimento degli ingorghi all'uscita. L'unico modo per riappropriarsi dell'esperienza temporale individuale, sostiene la didascalia dell'opera, è staccarsi dal gregge, camminare in direzione opposta, fare qualcosa di inusuale, differente, controcorrente.

Sarà. A me sembra però che la massa plastica della gente che intasa i colli di bottiglia agli imbocchi delle scale mobili - un elemento per niente discreto, anzi continuo, omogeneo, quasi liquido - ti trasmetta sicurezza, fiducia, calore umano oltre che fisico, soprattutto quando stai incuneato tra la panza molle di un beone e il culo prominente di una stangona moscovita. 

Poi ti ricordi che anni fa un gruppo di invasati ha spruzzato del gas nervino nella metro di Tokyo, causando una strage, e che in casi come quello più folta è la massa e più alto è il numero delle vittime, e ti viene da dare ragione all'artista, non tanto per riassestare le lancette del tuo orologio personale quanto per salvare il tuo prezioso culo. 

Ma resta il fatto che abbandonare il capezzolo di quella tetta gigante, sensuale e ondulante, anche se causa di sconvolgimenti temporali, non è per niente facile.

Segnali buffi/9

Spesso mi imbatto in segnali, cartelloni, scritte o etichette divertenti. Quando capita mi assicuro sempre di non andarmene senza una foto. Le propongo a rate anche qui.

159765 persone hanno cliccato mi piace, solo Mark Zuckerberg ha ancora dei dubbi (Boracay, Filippine)
Cupido è passato di qua...(Firenze)
Screanzato! (Bangkok, Thailandia)

Celebriamo la grande impresa nazionale (hahaha) con un bel palindromo


Celebro la recente grande impresa che ha ristabilito l'onore e l'orgoglio nazionale (hahaha) riportando questa perla in tema di Marco Buratti:

"Era gennaio, vedevo il Giglio...il Giglio vede voi annegare"

E' una frase palindroma, ovvero la si legge allo stesso modo anche da destra a sinistra. Lo so, ci sono passato anch'io: non ci credete, non sembra nemmeno esserlo, non è possibile, è talmente bella che potrebbe essere una poesia. E allora fate la prova e poi restate lì con lo sguardo perso nel vuoto e il dito puntato sull'ultima (o prima) lettera, sbalorditi come me ogni volta che la rileggo, a chiedervi...ma come cazzo gli è venuta in mente???

(Marco Buratti, matematico, amico di un mio caro amico, anch'egli matematico, scrive un palindromo alla settimana per il Sole 24 Ore.)

Altro post cinico: i miti sul mondo della prostituzione thailandese


Roccia pene e roccia vagina al tramonto, che quadretto romantico! (Koh Samui)

Ecco il post cinico che avevo promesso qui.

La prossima volta che vedo uno di quei report posticci sul mondo della prostituzione thailandese vomito. La maggior parte dei giornalisti italiani sono ovviamente dei buoni professionisti. Ce ne sono alcuni però a cui bisognerebbe requisire penna, portatile, tablet o qualsiasi sia lo strumento che utilizzano per produrre gli intrugli con cui lavano i cervelli dei propri lettori. Una cozzaglia di mediocri operai della parola che si affidano a triti miti e stereotipi per giustificare lo stipendietto che l'editore passa loro.

Quelli che per anni ci hanno propinato il pistolotto delle povere ragazze thailandesi sfruttate o addirittura schiavizzate da turisti sessuali vecchi e bavosi sono fra i più subdoli. Mi risulta difficile pensare che questi individui siano davvero venuti sul posto, che abbiano raccolto testimonianze, osservato, cercato di capire, per prendere infine certe cantonate. Non può non esserci intenzionalità. Deve trattarsi di gente che ha scritto per sentito dire, affidandosi a qualche leggenda o caso isolato strappa lacrime per fare del sensazionalismo e sfruttare l'imperante ipocrisia occidentale. Leggere Michel Houellebecq può offrire qualche spunto illuminante a riguardo. D'altra parte è anche improbabile che per anni io mi sia imbattuto soltanto in casi anomali e controcorrente. Sono arrivato a una conclusione forse un po' arrogante ma tuttavia inequivocabile: semplicemente ne so più io di loro.

Me ne rendo conto ogni qual volta ascolto un italiano che innaffia con le lacrime degli struggenti casi di povere fiammiferaie siamesi costrette a prostituirsi con porci ciccioni e raggrinziti per mantenere le famiglie poco abbienti al villaggetto di campagna, i padri mutilati, le madri inferme, i bimbi affamati. Sia ben chiaro: di porci ciccioni e raggrinziti in Thailandia ne arrivano a vagonate. E di certo queste ragazze provengono da ambienti rurali, semplici e poveri. Allo stesso modo però arrivano da un retroterra socio-culturale simile anche quelle che approdano in città per fare le parrucchiere, le cuoche e le cameriere, le sarte, le bigliettaie degli autobus, le cassiere ai grandi magazzini, le operaie nei cantieri e qualsiasi altro lavoro scarsamente retribuito che non richieda l'utilizzo di parti intime del corpo. Situazioni normalissime in un paese in via di sviluppo. La differenza tra queste ultime e quelle che decidono invece di abbandonarsi tra le braccia grasse e pelose dei presunti vecchi bavosi sta principalmente nell'avidità, nella propensione al gretto materialismo, negli insaziabili vizi da mantenere col sudore della fronte (beh, fronte, si fa per dire, ovviamente): telefoni costosi, vestitini eleganti, scarpe coi tacchi, scintillanti scooter giapponesi, bottiglie magnum di whisky (ovviamente Black Label), cocaina, metanfetamina e tutte le altre stronzate con cui sperperano i soldi che dei poveri idioti forniscono loro in cambio di sesso scandente e illusioni d'amore.

Il fatto che poi i loro clienti siano spesso uomini spregevoli non è prova di sfruttamento e schiavismo. Nella maggior parte dei casi queste donne sono libere di scegliere con chi prostituirsi e il fatto che lo facciano con individui disgustosi la dice lunga sullo scarso rispetto che hanno per il proprio corpo e sul disinteresse che nutrono per la loro dignità. Se se lo possono permettere sceglieranno ovviamente un bel giovanotto, possibilmente alto, biondo e sciocco, a cui scuciranno un bel gruzzoletto dopo essersi divertite probabilmente più di lui.

Non è infrequente poi incontrare anche casi misti: donne che lavorano in un bar equivoco e ammettono di aver fatto le cassiere al centro commerciale fino alla settimana precedente. E pianificano di tornarci a breve. Come se si fossero semplicemente prese un semestre sabbatico.

In questo squallido gioco di ruoli le differenze tra vittime e aguzzini sono spesso difficili da identificare. La Thailandia accoglie ogni anno frotte di ingenui fessacchiotti che dopo un paio di settimane trascorse con delle furbacchione se ne tornano a casa credendo di avere trovato l'amore e inviano regolarmente somme anche ingenti convinti che così facendo riusciranno a tirare fuori le loro pretty women dal baratro della prostituzione in cui sono scivolate loro malgrado. E quelle Julie Roberts dei poveri intascano e sperperano, scopano, si ubriacano, si sballano, fanno shopping selvaggio, mentre ovviamente continuano a fare marchette e a cercare di accalappiare nuovi idioti da mungere nei periodi di magra. C'è chi ha scritto dei libri sugli scambi di email tra zoccole e boccaloni, cose del tipo "Sure, I love you too...but now send me money!"

Di recente presso un banchetto di minestrine sistemato lungo un marciapiedi mi è capitato tra le mani il telefono di una tizia su cui ho avuto la fortuna di leggere un'esilarante conversazione in whatsapp che recitava più o meno così (traduzione in italiano a seguire):

"Hi honey, I miss you so much..."
"Hi, can you send me 8000 baht?"
"Sure darling, I will do it tomorrow, first thing in the morning...I love you..."
"Have you already sent it?"
"Sorry honey, I couldn't do it in the morning, I'll do it right away...kisses"
"What time?"
"After lunch, you will get it tomorrow...I miss you so much"
"Tomorrow??? Not today???"
"Darling, it takes some hours and there is a time difference between Europe and Thailand. Tomorrow for sure you'll have it. Do you remember last time, when I sent you 10000 baht? Just wait a little. Love you..."
"hmmm...alright, tomorrow I will let you know"

(Traduzione:
"Ciao amore, mi manchi tanto..."
"Ciao, mi puoi mandare 8000 baht?"
"Certo cara, lo farò domani stesso, di prima mattina...ti amo..."
"Li hai mandati?"
"Scusa amore, stamane non ce l'ho fatta, ora vado in banca...baci"
"A che ora?"
"Dopo pranzo, li riceverai domani...mi manchi da impazzire"
"Domani??? Non oggi???"
"Amore, ci vogliono alcune ore, e poi c'è una differenza di fuso orario tra l'Europa e la Thailandia. Domani di sicuro li riceverai. Ti ricordi l'altra volta, quando ti ho mandato 10000 baht? Devi solo aspettare un pochino. Ti amo..."
"hmmm, va bene, domani ti faccio sapere")

E così via. La stessa burattinaia di conversazioni del genere ne aveva altre in parallelo con altrettanti citrulli. E non si faceva alcun problema a farcelo sapere. Anzi, sembrava godesse nello sfoggiare la sua abilità di manipolatrice. Un altro imbecille dall'altro capo del mondo le paga l'affitto di un appartamento in un bel condominio in una delle zone più costose di Bangkok. Nel frattempo essendo piuttosto attraente riesce a pescare un cliente diverso quasi ogni sera.

Dopo che un altro stolto le ha pagato a fondo perduto il conto del ristorante si è alzata e ha provato a invitarci in un altro locale (dove andava a battere) per farsi finanziare il taxi. E che cazzo, nemmeno il prezzo del trasporto per andare al lavoro si vuole pagare! Le abbiamo restituito il telefono ridendole in faccia. Si è incamminata rivolgendoci una smorfia da offesa, poi ci ha ripensato e prima di entrare nel taxi ha sfoggiato il falso sorriso da quattro soldi con cui incanta i suoi serpenti: non si sa mai, meglio non tagliare i ponti con nessuno, chiunque potrebbe risultare utile un domani.

Non va sempre a finire bene però. Quasi come fosse un ciclo buddhista dopo qualche anno di questa vita al massimo il karma ricompensa queste scellerate con corpi che si sfaldano, sguardi persi nel vuoto, notti finite a dormire su un marciapiede in mezzo a pozze di vomito, risse feline, scenate patetiche, umiliazioni, pubblico ludibrio, sesso con mostri deformi per quattro soldi.

Ma, ehi, dai, chi se ne frega? Evviva l'amore!
Anche se lo compri tirando sul prezzo al mercato.

Come sputtanare un bel posto - Koh Samui, Thailandia

Festa in spiaggia

Che prurito ai polpastrelli! Mi scappano un paio di post cinici e il primo ho deciso di farlo sull'isola thailandese di Koh Samui: un ottimo esempio di località paradisiaca sputtanata in pochi anni.

Passo regolarmente per Chaweng beach da una decina d'anni. Ricordo bene l'impressione che ne ebbi la prima volta: una bellissima baia, con la sabbia bianca, l'acqua limpida e la vegetazione tropicale alle spalle. Vivace la sera, con qualche pub in cui si suonava la musica dal vivo e i maxischermi trasmettevano gli eventi sportivi, un paio di discoteche bazzicate da un certo numero di zoccole ma anche da tanti turisti "normali", thailandesi inclusi, e qualche bar. L'atmosfera generale era ancora molto semplice, come da tradizione rurale siamese: un sacco di bancarelle di street-food, mototaxi che ti scarrozzavano da un capo all'altro del paesino per cifre ragionevoli, i songthaew, vie di mezzo tra taxi e autobus, mercatini autentici, personaggi simpatici, qualche buffo svitato, sorrisi, accoglienza. A me come località balneare piaceva molto. Non sono né il tipo da isolette sperdute senza collegamenti elettrici né quello da resort fighetti o di lusso: Samui era il giusto mix.

Poi pian piano l'inevitabile sviluppo, accettabile fino a un certo punto ma sfuggito presto fuori controllo. La spiaggia è ora estremamente affollata, anche in bassa stagione, gli stabilimenti sono stati sequestrati da avidi gestori di baretti tutti uguali, coi cocktail internazionali, i cuscini triangolari e la musica ad alto volume. La sabbia e il mare sono molto più inquinati di un tempo. Le bancarelle e i mercatini sono spariti, così come i negozietti semplici, sostituiti da ristoranti che si scopiazzano il menu e servono cibo pseudo-thailandese a prezzi giapponesi. A breve verrà aperto un enorme centro commerciale. Le discoteche e i pub sono frequentati quasi esclusivamente da prostitute e da turisti sciocchi disposti a pagare i vizi di quelle vuote materialiste (prima di scattare sulla sedia aspettate di leggere il secondo post cinico, sul mito delle povere ragazze thailandesi sfruttate e schiavizzate da vecchi porci bavosi occidentali, che ho già in canna -  aggiornamento: ecco qui il post).

La gente sembra divertirsi e gradisce le novità. Io lo so che cos'è il divertimento, credetemi, è forse l'unica cosa di cui mi intendo. Ho una laurea e un dottorato in scienze del divertimento. Mi diverto sempre, anche nelle situazioni in cui gli altri si annoiano o addirittura soffrono. Ho imparato che il divertimento è una questione di atteggiamento e atmosfera, non di strutture, luccichio e soldi. Anzi, spesso più l'atmosfera è autentica, lo stato d'animo sereno, la mente curiosa e i prezzi sono bassi e più ci si diverte. In modo GENUINO intendo. Tutto quel che ha da offrire la nuova Samui è invece robaccia da sfigati, gente che si affida ai pacchetti preconfezionati per ovviare a delle profonde lacune di creatività e spirito investigativo. Io mi ci diverto anche ora, ovviamente, ma come dicevo prima il divertimento per me è una sorta di marchio genetico.

C'è un ulteriore dettaglio significativo da notare: il numero dei turisti thailandesi è crollato mentre aumentano di anno in anno le presenze degli italiani, quelli in versione mediocre, con i tatuaggi e i piercing, i costumini ridicoli, gli occhiali da fighi, le sopracciglia e il petto depilati, personaggi che sembrano essere innamorati della Samui sofisticata. Chissà, forse ricorda loro sempre più Riccione e Jesolo. Forse alla fine a suo modo aveva ragione il ristoratore romagnolo, anche se con le sue uscite ci aveva fatto sghignazzare.

Samui precipita nel baratro dell'omologazione. A me manca già Bangkok, la località più moderna del paese ma paradossalmente quella in cui riesci ancora a toccare tutte le sfaccettature della thailandesità.

Segnali sbagliati, con foto - Suzhou, Cina

Le indicazioni e i segnali in Cina sono quasi sempre tradotti in inglese. Senza essermi documentato ma andando semplicemente ad intuito direi che potrebbe persino esserci una legge o una direttiva del governo dietro tutto ciò. Se si tratta di segnaletica stradale o indicazioni in luoghi pubblici le traduzioni sono spesso impeccabili. E' quando si entra nel settore privato che un cartello può acquistare improvvisamente il valore di una vignetta umoristica e venirti in aiuto quando hai una giornata storta, o anche solo un po' noiosa.

Gli strafalcioni alle volte sono talmente clamorosi da far pensare che frasi intere vengano acriticamente passate al traduttore di Google o che per un termine comune, con una ventina di traduzioni completamente diverse, l'addetto tenda cialtronescamente a pescare dal dizionario la prima della lista, senza chiedersi se abbia senso o no.

Per rendere l'idea della densità d'errore per numero di cartelli tradotti pubblico qui esclusivamente le foto di quelli che ho pescato nel complesso residenziale in cui vive l'amico che mi ha ospitato qui a Suzhou. Buon divertimento.


Centinaia di copie affisse nel complesso, tutte con lo stesso errore in "architecture"
Questo è il mio preferito: "Divieto di paraboliche d'alta quota". Imbattibile...

Forse il miglior museo di guerra che abbia mai visitato - Nanjing, Cina

300000 vittime in una sola città

Sbarchiamo alla stazione centrale di Nanjing, diamo occhiata a Google Maps e prendiamo la metropolitana per Yunjinlu. Seguendo (male) le indicazioni della mappa affissa in stazione entriamo al museo (gratuito) della seta e dei broccati. Capiamo subito di aver toppato ma facciamo comunque un giro tra bachi, telai e tuniche. Poi usciamo a farci arrostire di nuovo dall'insopportabile canicola estiva della Cina centro-orientale e arriviamo quindi al museo giusto, quello del massacro di Nanchino.

La struttura si sviluppa in parte tra padiglioni climatizzati e in parte all'aperto (grande sofferenza...era meglio venirci in primavera). Centinaia di visitatori passeggiano tra sculture e installazioni commemorative, ricostruzioni, bunker, vere (e parecchio macabre) fosse comuni riportate alla luce dai recenti scavi e una stupenda esibizione fotografica, che vi consiglio di lasciare come chicca finale. 

Ovviamente per concentrarsi sul valore dell'esposizione bisogna grattare via l'inevitabile patina di retorica e ricordarsi di tralasciare per qualche ora la strumentalizzazione da parte del governo cinese degli eventi storici e del conseguente odio contro i giapponesi per biechi fini di predominio regionale. Le belle frasi del tipo "perdonare ma non dimenticare" in questo contesto suonano particolarmente vuote. Quel che penso a proposito di questo rancore pilotato l'ho già scritto qui, qui e qui. 

Si tratta comunque di uno dei migliori musei di guerra che abbia visitato. Certo, anche quelli di Hanoi e Saigon possono vantare dei pezzi esposti di prima categoria ma le strutture che li ospitano e la cura dei dettagli sono di livello nettamente inferiore. Al museo di Nanjing la qualità tocca in maniera trasversale numerosi aspetti: architettonico, artistico, storico e documentale. Per giunta l'ingresso è completamente gratuito, per tutti. Se vi trovate di passaggio nella Cina orientale (in particolare a Shanghai e dintorni) vi consiglio vivamente di andarlo a visitare.

Un altro po' di foto:


Questo bassorilievo mi ricorda la scultura triste di Bangkok
Brrrrrr
Nomi
Ideogrammi in rilievo
Esibizione fotografica/0 - Messaggio minaccioso per la popolazione civile
Esibizione fotografica/1 - Prigionieri
Esibizione fotografica/2 - Uccidere per divertimento
Sono solo tante belle parole/0
Sono solo tante belle parole/1
Una goccia cade ogni 12 secondi, il tempo medio trascorso tra una morte e l'altra durante il massacro
L'enorme archivio contiene solo i faldoni di una piccola parte delle vittime

Il leggendario vento di Suzhou - Cina

La sua bimba può anche arrostire all'inferno, a patto che la sua pelle da principessina rimanga riparata dai raggi del sole...

Fa caldo a Suzhou, un caldo demotivante. Io per esempio ho sospeso le mie corsette tonificanti. Chi poteva immaginare che l'avrei sofferto a questo modo dopo tutti quegli anni di allenamento ai tropici? Per fortuna spesso tira il proverbiale vento di Suzhou, come ama chiamarlo l'amico L. Oltre a rinfrescarti la pelle però le raffiche ti abbattono anche la bicicletta parcheggiata, ti gettano un pugno di polvere sugli occhi e scoprono la coscia o la tetta di qualche ragazza procace, se va bene a te e male a lei. Ma la soddisfazione più grossa me la tolgo quando vedo le smorfiosette di città con il parasole chiuso, costrette a farsi cuocere la pelle e diventare scure come delle qualsiasi contadine dell'entroterra. In realtà l'abbronzatura alle ragazze orientali dona parecchio, almeno secondo me. Le rende più sensuali, feline, speziate. Gli asiatici, soprattutto quelli benestanti, la considerano però una perdita di status, un'onta da lavare con costosissimi trattamenti estetici e porcate come le "creme sbiancanti", che in realtà sono semplici protezioni solari camuffate. 

E allora eccole lì le stronzette che traballano sui tacchi sotto i colpi di Eolo, con l'ombrello chiuso nella borsetta, o accartocciato dalla prima folata che le ha investite dopo che hanno tentato di aprirlo. Gruppi di ex-contadini, ora operai nei cantieri di città, osservano confucianamente senza tradire emozioni, mentre si asciugano il sudore, la pelle del collo carbonizzata e abrasa da sole, sfregamenti e polveri. Io, che sono invece un occidentale sguaiato e sfrontato, osservo e sghignazzo.

"...tutte tradizioni da salvaguardare, tratti del costume che ci raccontano la storia e la cultura di un posto..." ama dire chi ha sempre paura di offendere qualcuno, anche semplicemente affermando l'ovvio.
Saranno anche tradizioni, ma tutte da salvare? Sembra la tipica espressione vuota di chi bada all'effetto politicamente corretto delle parole che usa dimenticando che quelle povere parole hanno anche un significato. Quasi tutte, forse. Questa per esempio - evitare gli effetti del sole non per motivi di salute ma perché altrimenti la pelle diventa scura come quella di un contadino e poi la gente pensa che sei una povera buzzurra, che non hai i soldi per permetterti un corso di laurea e un pedante lavoro in un ufficio, una limousine coi vetri scuri, ecc. - è soltanto una boiata. Prima la cancellano dalla lista delle tradizioni autorizzate dal politburo e meglio è. 

Speriamo che la spazzi via il leggendario vento di Suzhou.


Se poi ci si mettono pure le signore cresciutelle...
Piccola piccola, da sola in mezzo al ponte, ma col parasole...
Alla fermata dell'autobus