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Visualizzazione dei post da gennaio, 2012

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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Parola contro Zen

Dopo aver letto i seguenti paragrafi de Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsig, ho avuto una sorta di illuminazione:
[...]Il termine logos, radice della parola «logica» , si riferisce a tutto ciò che
costituisce la nostra comprensione razionale del mondo. Il mythos è l'insieme dei miti antichi, storici e preistorici, che hanno preceduto il logos. Il mythos non include solo i miti greci ma anche l'Antico Testamento, gli Inni Vedici e le antiche leggende di tutte le culture che hanno contribuito alla formazione della nostra attuale visione del mondo. La contrapposizione tra mythos e logos afferma che la nostra razionalità prende forma da queste leggende, che la nostra conoscenza attuale ha con esse lo stesso rapporto che un albero ha con il virgulto che fu un tempo. 
[...]Si può notare che nella cultura giudeo-cristiana, in cui la «Parola» dell'Antico Testamento era intrinsecamente sacra, gli uomini sono pronti a sacrificarsi, a vivere e a morire per le parole. In questa cultura, un tribunale può chiedere a un testimone di dire «la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità, con l'aiuto di Dio» , e aspettarsi che la verità venga detta. Ma se si trasporta il tribunale in India, come fecero gli inglesi, lo spergiuro è all'ordine del giorno, perché il mythos indiano è diverso e il carattere sacrale delle parole non è sentito nello stesso modo.
All'improvviso tante cose diventavano chiare. Potevo finalmente trovare una spiegazione per alcune delle più sconcertanti differenze culturali tra l'occidente e l'oriente (in particolare lì dove il mythos è principalmente di origine induista, buddhista e taoista). Per quegli aspetti la cui esistenza conoscevo da un pezzo ma di cui non avevo ancora saputo trovare una radice. Noi -  mi riferisco agli occidentali - diamo una grande importanza alle nostre parole, le nostre promesse, la verità. Anche per gli asiatici queste cose sono importanti, ovviamente, ma lo sono in un modo diverso. E probabilmente danno ancor più importanza ad altri valori. Altrimenti, come potremmo spiegarci il tabù della parola no(*), o tutti quei comportamenti apparentemente incoerenti che gli asiatici riescono ad adottare con estrema naturalezza pur di assicurarsi che nessuno sia costretto a perdere la faccia(*)?

(*) Per maggiori informazioni su questi aspetti delle culture asiatiche potete dare un'occhiata a siti come questo. Oppure farvi quattro risate con le esperienze di questo italiano che vive e lavora in Cina.

Intervistato


Sono stato intervistato anch'io. Non ci credete? Guardate qui. Questo significa soltanto una cosa: che ormai lo fanno con cani e porci. Un'intervista al giorno d'oggi non si nega proprio a nessuno.

Scherzi a parte, grazie a Giacomo Savonitto di Mollotutto per avermi fatto provare questa stimolante esperienza (sono stato inserito nella sezione Vivere no limits, tra esploratori, avventurieri, sportivi e navigatori...ma che ci faccio io lì?!) 

Ah, il risvolto più diabolico della faccenda è che non è neppure la prima volta. L'avevano già fatto quelli di Blogexpat. Per leggere cliccate qui.

Degni di un generale - Bangkok, Thailandia

Fortunatamente a Bangkok non si è obbligati ad assistere soltanto a spettacoli agghiaccianti come questo. Se uno tiene il radar acceso e ha la pazienza di osservare ci si possono godere anche delle scenette spassose e istruttive.

Un turista coreano ha comprato un phat thai, di quelli che vengono preparati ai bordi della strada su un padellone inclinato posto sopra un fornello a gas e serviti su vassoietti di polistirolo. Quando gliene resta all'incirca un terzo gli passa vicino uno di quei vecchietti che raccolgono i vuoti delle bottiglie di birra per racimolare quattro lire. Il coreano si sposta per farlo passare e poi inizia a trangugiare quel che resta del phat thai. Utilizzando con destrezza le bacchette si infila in bocca quantità di cibo da elefante, non respira, emette suoni da motore ingolfato, lascia cadere dei frammenti e si sporge in avanti per non sporcarsi la maglietta. Una scena disgustosa. Ma perché lo fa? Non dirmi che ha intenzione di...no! Non può!

Si ficca l'ultima inforcata di noodles in gola, rischia di vomitare e poi, paonazzo e soffocando...lo fa! Getta il vassoio di polistirolo sozzo nel contenitore del vecchietto, sopra le lattine e le bottiglie, tutte ben ordinate, per strati, file e colonne. Ormai è chiaro: ha scambiato la cassa per un bidone dei rifiuti e il vecchio per uno spazzino. Si volta mentre si pulisce la bocca e non osserva la scena che invece io non mi perdo. Il vecchietto è esterrefatto: con un'espressione oltraggiata squadra il coreano, afferra il vassoio e lo getta a terra. Poi, tutto impettito, si volta e se ne va. 
 
Il coreano ha preso una cantonata, tratto in inganno dalle solite, fuorvianti, subdole apparenze. Il vecchietto è un poveraccio, avrà anche un lavoro umile, ma la sua condotta e l'orgoglio sono degni di un generale.

Miscuglio di pensieri/16

- Non ho molto tempo per pianificare il mio futuro: sono piuttosto indaffarato con la gestione del presente.

- Non mi frega un accidente dei soldi che spreco, è per il tempo che perdo che non riesco a perdonarmi.

- O anche: se hai abbastanza soldi e ti manca il tempo, come d'incanto i soldi diventano inutili.

- "Sono solo dettagli"...hai detto solo dettagli? Ma sono proprio quelli che contano...senza i dettagli saremmo tutti uguali.

- Essere fregato da un genio talentuoso va bene, ma da un mediocre bastardo proprio no!

- Certi pensieri sono come zanzare: se non li catturi quando ti svolazzano davanti spariscono ronzando...e non li trovi più.

- L'esibizionismo è un atteggiamento già abbastanza triste di per sé, ma diventa insopportabile se uno non ha nulla da sfoggiare...

- Sai perché certi individui per il denaro sono disposti a fare un sacco di schifezze? Perché senza soldi non valgono un cazzo.

- E' vero, nella vita tutto può succedere, ma ciò non significa che bisogna preoccuparsi di tutto!

- Perché lo scroscio di una fontana ti aiuta ad addormentarti mentre il ronzio di una persona che russa ti fa impazzire?

Altri pensieri qui. 

Foto di una vecchia fontana a Malacca, Malesia. Di Fabio

Il post che non volevo scrivere - Bangkok, Thailandia

Questo è un post che avrei preferito non scrivere. E infatti ho passato ore a cercare di accantonare il ricordo dei fatti che seguono. Purtroppo però, come sempre succede, non ci sono riuscito. L'intensità delle sensazioni provate ha provocato uno sconquasso. Devo documentare.

È l'ennesima testimonianza della violenza cieca che può esplodere da un momento all'altro in un paese in cui uno si abitua in fretta a incontrare persone affabili, sorridenti, tolleranti, e che proprio per questo quando ci scroscia davanti con la potenza di una valanga himalayana ci sconvolge, graffiandoci l'anima con artigli aguzzi.

È notte fonda, passeggio in una via affollata di Bangkok, evito uno straniero che manda a quel paese un ladyboy troppo insistente, le solite cose insomma. Poi però cambio idea: non è ancora il momento di tornare in stanza, mi giro e torno indietro. Quando passo davanti a un baretto montato in fretta sul ciglio della strada vedo lo stesso ladyboy che discute con la proprietaria. Partono un paio di schiaffi e il ladyboy viene assalito da tutti i membri del personale: in totale due donne e un uomo.

Lo afferrano per i capelli e la maglia e lo colpiscono ripetutamente, con calci e pugni. Non so cosa abbia fatto ma mi attendo la rappresaglia di rito, già osservata varie volte: un minuto di percosse e l'abbandono del corpo immobile al suolo, poi la ripresa dei sensi della vittima e la sua ritirata in condizioni malconce. Il pestaggio invece continua per un tempo lungo, paurosamente, ignobilmente lungo. I colpi sono tirati per infliggere il danno peggiore e vanno a finire quasi tutti sulla testa del ladyboy, i pochi che colpiscono altre parti (spalle, scapole e braccia) lo fanno solo per problemi di mira. Sono quasi tutti calci. La proprietaria tira piuttosto debolmente ma immobilizza efficacemente il bersaglio ormai passivo, impedendogli di scappare ed esponendolo con un'angolazione favorevole alla traiettoria dei fendenti degli altri. L'uomo sferra i colpi con una potenza paurosa, non molto spesso per fortuna. La cosa che più mi sconvolge è la sua espressione, perché è evidente che picchia per puro divertimento, come potrebbe fare un ragazzino un po' esaltato con un sacco da boxe. L'altra donna invece è una furia inarrestabile: è la rabbia cieca ad animarla. Colpisce con forza e instancabilmente per vari minuti. Il suo volto è sfigurato dall'ira. Nel frattempo il corpo del ladyboy rotola, cozza e rimbalza sull'asfalto, da un marciapiedi all'altro. 

Io resto inchiodato sul posto. Non voglio guardare. Eppure devo guardare. Ma come, e intervenire? Starete pensando. Impresa nobile, all'apparenza, ma in effetti ingenua e masochistica. Lo so io come lo sa chiunque altro sia stato qui più di un paio di mesi. Non l'hanno ancora scoperto invece i turisti appena atterrati che, pensando qui funzioni come nel loro paese e non dando importanza al fatto che nessun thailandese abbia mosso un dito, si avvicinano supplicando o addirittura ordinando ai giustizieri di fermarsi. Vengono cacciati via con insulti, minacce e se serve anche una dose di violenza. Il tono e i gesti utilizzati dai farabutti sono garanzia di consegna. Il messaggio è chiaro: non sono fatti tuoi, non ti immischiare altrimenti farai la stessa fine. Emblematico il commento di un thailandese che mi si avvicina, forse attratto dalla mia espressione sbigottita: "noi non possiamo far nulla, soltanto stare qui a osservare..."

Chiunque si avvicina entro pochi secondi si allontana spaventato e frustrato, mentre il pestaggio continua impietoso. Tra questi c'è un signore occidentale con camicia bianca e borsa di pelle: sembra uscito da un ufficio o una scuola. Si è ritirato come chiunque altro. Dopo un minuto però un senso di colpa tanto genuino quanto fuori luogo lo fa tornare indietro. Cerca di fermare il massacro interponendosi fisicamente tra le parti e quando è spinto via reagisce con uno strattone e delle urla: "Ora basta!" Quelli lo prendono alla lettera e lo fanno smettere di agitarsi con una bottigliata in testa. Lo vedrò più tardi mentre si preme un fazzoletto sulla ferita, la bella camicia bianca macchiata dal rosso del suo sangue. 

L'idea piace molto alla donna inviperita che in breve sequenza frantuma due vuoti di birra sul cranio del ladyboy. Finalmente lo abbandonano sul marciapiedi, privo di sensi. I picchiatori ansimano, sfiancati dall'attività fisica e da quell'assurdo parossismo di rabbia. Si massaggiano le mani doloranti e si sgranchiscono i polsi. Sui loro volti non c'è però traccia di sentimenti contrastanti. Soltanto sorrisi e occhiate di intesa. Sono convinti della legittimità e opportunità della punizione inflitta.
Un cliente del bar, uscito dallo stato trance e di shock che lo avvolgeva, lancia a terra una bottiglia di birra e se ne va disgustato.

Il ladyboy dopo un po' si solleva. Barcolla, sanguina ma riesce comunque ad allontanarsi, volto, spalle e petto inzuppati di un rosso cupo. Dev'essere un incassatore notevole: ne ha prese davvero troppe. Pochi metri più in là finalmente qualcuno lo aiuta.
Della polizia nemmeno l'ombra, anche se la stazione è a pochi metri di distanza. Gli agenti sono sempre pronti a confiscare magliette ai poveri venditori abusivi (capi che doneranno in beneficenza ai membri delle proprie famiglie) o a perquisire le tasche degli stranieri brilli - dei poveracci anche questi, per altri versi - nella speranza di poter estorcere qualche migliaio di dollari all'ingenuo di turno che ha avuto la brillante idea di portarsi appresso una bustina d'erba o una pastiglietta proibita. In casi come questi, però, preferiscono non guastare la gioviale atmosfera con la loro presenza autoritaria e poco turistica.

Me ne vado anch'io. Ma dove vado? Che ci facevo qui? Perché avevo deciso di voltarmi? Vuoto totale. Ma chi se ne frega, via da qui, dalle facce di quegli stronzi, il cui ricordo spero venga offuscato al più presto dalla risata di un beone o dal sorriso di una delle belle ragazze che stavano nei paraggi poco fa.

Foto di Mr Magoo ICU (CC)

Nuovi metodi di massificazione

Da più di dieci anni vivo all'estero per undici mesi all'anno, giorno più, giorno meno. Chi trascorre gran parte del tempo fuori dal suo paese tende ad accorgersi più facilmente, quando vi fa rientro, dei cambiamenti avvenuti. E non parlo soltanto di quelli materiali, architettonici o urbanistici, ma anche delle novità in ambito sociale e di costume.

Spesso l'italiano, così come i cittadini di molti altri paesi, tende a seguire una condotta diametralmente opposta a quella suggerita dal filosofo francese Sartre: sfugge alle proprie responsabilità, non fa le proprie scelte e si adegua a una serie di aspettative borghesi, scivolando nella folla anonima e diventando così un uomo massificato.

Beh, non si tratta proprio di un cambiamento dell'ultima decade, dato che l'italiano tutto ciò l'ha sempre fatto. Tuttavia con l'apertura del terzo millennio si è reso conto che calcio e automobili come argomenti di conversazione da bar non bastavano più. L'alzarsi del livello di istruzione e di benessere, la globalizzazione, i sistemi di comunicazione sempre più rapidi e a portata di mano, il desiderio di sofisticazione - comunque esclusivamente superficiale - e l'allargamento dei confini per le chiacchiere banali oltre l'uscio del bar di quartiere hanno creato la necessità e la domanda di tratti di conformismo e segnali di appartenenza al gruppo nuovi, al passo coi tempi e che fossero in grado di abbattere quelle dannate insopportabili barriere regionali o - magari! - nazionali.

Tatuaggi, piercing e altri collanti di gruppo, da segni di trasgressione sono diventati strumenti di massificazione evidenti e spesso di dubbio gusto. Ma ce ne sono altri di più subdoli. Come dicevo prima ne ho notato l'avanzata galoppante negli ultimi dieci anni, facendo ritorno in Italia per non più di qualche settimana all'anno. Eccone una breve lista:


- L'onniscenza in tema di razze di cani e gatti, a volte anche di altri animali.
Un tempo conoscevamo il pastore tedesco, il cocker, il bassotto, il collie (volgarmente detto lassie), il setter, il mastino, poco altro. Poi si sono fatte strada altre razze che ormai un po' tutti sono in grado di identificare: i danesi, i labrador, i golden retriever, i boxer, i dobermann, i rottweiler, i chihuahua. Ora però alcune conversazioni canine ruotano attorno a liste di nomi lunghi come paragrafi, in lingue sconosciute ai più, talmente complessi da esser degni di un dottorato in biologia. 
Anch'io ho avuto un cane. Teoricamente avrebbe dovuto essere un setter irlandese, dal momento che entrambi i genitori erano in possesso di pedigree. In pratica però ne saltò fuori una bella bestia col corpo, la testa, le orecchione, l'agilità e la velocità di un setter, un po' più forte e robusto, ma col pelo nero, lucido e raso. Un esuberante, energico, bellissimo e simpaticissimo bastardo a cui ci affezionammo perdutamente. Senza nome altisonante quindi. Anzi, da buon bastardo, di nomi (propri però, non di razza) ne ebbe tre: Sandro alla nascita, Pablo all'ASL e Teo per gran parte della vita.

- Il pallino dei vini, possibilmente ufficializzato da certificato di sommelier. Di questa piaga abbiamo già parlato in un precedente post. La chiamo piaga perché oltre all'allargamento degli orizzonti in ambito enologico questa moda si è portata appresso un virus che ha messo al tappeto locali e tradizioni vecchi di decenni o addirittura secoli. Niente più osterie, trattorie, baretti tipici nei centri di molte città. Sostituiti quasi tutti da pretenziosi wine bar, ristoranti artificiosi e fighetti con Carte des vins che tutti commentano con spocchia e locali dai nomi tropicali e i piatti esotici, spesso contraffatti.
Questa dei vini l'ho chiamata moda, sì, avete capito bene, perché di un vezzo si tratta, anche se spesso viene spacciato - in maniera un po' subdola - per una vecchia tradizione nazionale.

- La passione per la cucina regionale (nel senso di proveniente da qualsiasi regione d'Italia che non sia la propria) o internazionale. Ristoranti a tema, ampia scelta di carissimi prodotti tipici nei supermercati o nei negozi di gastronomia, studio dei ricettari online, caccia agli ingredienti più ricercati e costosi. E così oggi i miei conterranei, i veneti, sono diventati eminenti esperti di cucina toscana, i toscani sfoggiano una conoscenza dettagliata delle specialità siciliane, i napoletani si dilettano con le delizie del Lazio, i piemontesi assaltano gli agriturismo pugliesi mentre gli emiliani varcano il confine per abbuffarsi nelle Marche (vabbè ho giocato con la fantasia ma avete capito cosa intendo).
Per non parlare delle schiere di esterofili che si riempiono la bocca coi nomi altisonanti delle copie spesso malfatte delle pietanze internazionali. Andiamo tutti al messicano! Stasera si cena marocchino da me! Oh guarda, ieri ho mangiato un sushi...
Io le specialità thailandesi, malesi, cinesi, indiane, libanesi e giapponesi le mangio tutto l'anno, perché sono quelle più accessibili nei posti in cui bazzico e, soprattutto, perché lì sono autentiche! Ma appena torno in Italia, per tutta la durata della permanenza, a colazione, a pranzo e a cena, mangio ancora le stesse cose che mia mamma mi preparava quando avevo dieci anni.

Segnali buffi/4

Spesso mi imbatto in segnali, cartelloni, scritte o etichette divertenti. Quando capita mi assicuro sempre di non andarmene senza una foto. Le propongo a rate anche qui.

Stavo passeggiando in centro quando ho notato il segnale...e ho dovuto rallentare il passo. (Mosca, Russia)

"001000" 
La targa deve essergli costata più dell'auto...(Mosca, Russia)

Sempre dritto...(Mosca, Russia)

L'enigma delle commissioni bancarie - Bangkok, Thailandia

I traveler's cheque non li ho quasi mai usati. Le prime volte che venivo in Thailandia mi procuravo il contante utilizzando le mie carte di credito/debito europee. Certo, le banche straniere mi mettevano in conto qualche euro di commissione, ma quelle thailandesi non si prendevano quasi nulla (20 bath, circa 50 centesimi di euro). Poi, una dopo l'altra, come vittime di un virus che avendo subito una mutazione aveva acquisito una potenza devastante, le banche locali hanno cominciato ad applicare una tariffa di 150 baht (quasi 4 euro), che raddoppiava in pratica la somma che mi veniva estorta dalla diabolica catena degli erogatori del servizio. Per lasciarmi prelevare i miei soldi. Provai la Ayudhya bank, la Siam bank, la Kasikorn bank, la Bangkok bank e molte altre: sempre la stessa commissione spropositata. Quando chiesi spiegazioni agli addetti di una filiale questi mi dissero che non ci potevano far nulla: il provvedimento era parte integrante di una nuova legge varata dal parlamento thailandese, esteso a tutte le banche del paese.

Per caso però scoprii che la la UOB - con casa madre a Singapore - continuava a imporre la vecchia commissione di 20 baht. Secondo la spiegazione che avevo ricevuto questi erano praticamente dei fuorilegge dichiarati, dei farabutti sfacciati, degli arditi pirati! Proprio per questo mi stavano simpaticissimi e continuai a usufruire del loro servizio per mesi. Purtroppo un giorno la loro immunità dalla malattia contagiosa che aveva colpito il resto del sistema bancario nazionale svanì.

Ricordo il devastante sentimento di delusione che provai quando vidi apparire la maledetta scritta sullo schermo: "Commissions: 150 baht. Continue? Yes-No" Con il dito che quasi tremava premetti "Yes", ma non utilizzai mai più uno sportello di quella banca. Se dovevo spendere 150 baht preferivo farlo con i pecoroni allineati che si erano conformati alla nuova prassi senza tentennamenti, non con chi mi aveva illuso per qualche misera settimana con l'ignobile intento di conquistare la mia fedeltà per poi pugnalarmi alle spalle in quel modo.

150 baht però erano davvero tanti, anche se cercavo di spalmarli sulle somme più alte che potessi prelevare. Un giorno tuttavia sfrecciò come un jet nel cielo dei miei pensieri quell'ammonizione, quello schiaffo morale, quella minaccia di insulti che spesso arriva a illuminarmi, tirandomi fuori dal mio naturale stato di benevola, pigra e mansueta accettazione delle condizioni al contorno: accà nisciun è fess'...se vale a Napoli può valere pure a Bangkok. Decisi quindi di forzare le barriere burocratiche locali e di aprire un conto thailandese, cosa non semplice se uno non è residente o non lavora qui in pianta stabile. Gran parte delle banche mi risposero cortesemente che non potevano accettarmi come cliente ma, come spesso accade, la pratica che per alcuni sembra un tabù, per altri è una semplice formalità. Trovai una filiale della Kasikorn bank dove per pochi spiccioli mi lasciarono aprire un conto, completo di bancomat e servizio online.

E da allora le procedure utilizzate dalle banche per applicare le commissioni agli sportelli mi sono finalmente diventate...ancora meno chiare! Mi spiegherò con degli esempi. Se prelevo da un qualsiasi sportello della mia banca a Bangkok non spendo nulla. Fin qui tutto limpido. Spesso se utilizzo il servizio di un'altra banca, sempre a Bangkok, continuo a non pagare nulla. E questo è già più misterioso: che ci guadagna quella banca in questa transazione? Se esco da Bangkok e utilizzo lo sportello di un'altra banca pago 10 baht, ragionevole e per niente caro. Il problema è che li pago anche se utilizzo la mia banca, semplicemente per essere in un'altra località. La situazione si è fatta ancora più opaca di recente quando alcuni sportelli di altre banche a Bangkok (combinazione banca/zona totalmente casuale) hanno cominciato a farmi pagare 10 o 20 baht di commissione. Non tutte ovviamente, e non la stessa commissione con la stessa banca, altrimenti sarebbe troppo facile risolvere l'enigma.

Il paradosso ha raggiunto un livello di assurdità estrema quando qui a Bangkok lo stesso sportello bancomat, nel giro di una decina di giorni, mi ha fatto pagare 10 (vabbè), 20 (ma come?!) e poi 0 (evviva!) baht, per prelevare la stessa somma.

Ricordo ancora la prima volta che venni in Thailandia, molti anni fa, e sentii degli stranieri parlare di differenze culturali. Beh, allora non potevo immaginare che si riferissero anche alle commissioni bancarie...

Quando il crocifisso diventa trendy - Bangkok, Thailandia

Mentre in Italia e nel resto d'Europa non si placa il dibattito sui simboli religiosi - velo, dove e come? Crocefisso in aula, sì o no? - in Thailandia questi ultimi vengono spesso utilizzati come accessori d'abbigliamento un po' bizzarri, come le lenti colorate o gli apparecchi dentali finti.
Non è raro imbattersi in una ragazza che sopra la magliettina scollata sfoggia una croce appesa a una bella catenina d'argento o a un più hippie cordoncino di cuoio.
"Ma non sei buddhista?" Chiesi una volta a una di loro.
"Certo! Il crocefisso è qui..." disse sfiorando con un dito il pendaglio. Poi, spostando la punta del dito alcuni centimetri più in là, a indicare il cuore, aggiunse: "Buddha invece sta qui..." 
Avete un dibattito mistico da risolvere? Andate in Thailandia...

Foto di nathangibbs (CC)