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Visualizzazione dei post da novembre, 2012

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Brandelli di un mondo bizzarro non è un diario in ordine cronologico da sorbirsi dall’ultimo post. È un archivio di scene, satira e ragionamenti. Parti da dove ti interessa:

Tutti i post in ordine di data restano disponibili sotto. Meglio entrare da una porta, però.

Si sono venduti l'entrata del centro commerciale - Kuala Lumpur, Malesia

L'entrata che fu, convertita in negozio

A Bukit Bintang, in pieno centro città, c'è un noto centro commerciale. Come tutti i centri commerciali anch'esso aveva un'entrata, con le grandi porte automatiche a vetri, i giochi di luce, il pavimento in stile. Quelli che lo gestiscono se la sono venduta. Sì, si sono venduti l'entrata. Il centro è regolarmente aperto al pubblico ma l'entrata è stata sostituita da un negozio di abbigliamento che bisogna attraversare se ci si vuole recare all'interno o all'esterno. Con le porte piccole, i corridoi e una fastidiosa sensazione di essere un intruso.

Proviamo per un momento ad andare indietro nel tempo e immaginiamoci la scena seguente. Si sta tenendo il consiglio di amministrazione della società di gestione del centro commerciale. Un cliente importante ha chiesto uno spazio per l'apertura di un suo nuovo punto vendita. 

"Non abbiamo nulla da offrirgli."
"Come nulla? L'ultimo piano è mezzo vuoto!"
"Questo genere di clienti non li metti all'ultimo piano. Vogliono il piano terra, possibilmente a ridosso dell'entrata..."
"D'altra parte non abbiamo contratti d'affitto in scadenza fino al 2020."
Nella sala cala il silenzio. Nessuno ha uno straccio di un'idea da proporre. Poi un giovane assistente, un neolaureato appena assunto, piuttosto annoiato si abbassa a scrutare la mappa della struttura e ci punta un dito sopra. Quindi, tra sé e sé, bofonchia:
"Qui c'è uno spazio libero..."
Il capo butta un'occhio, scoppia in una risata arrogante e lo falcia con un commento sprezzante:
"Idiota! Quella è l'entrata! HA HA HA"
Ha riso il capo, quindi ridono tutti. "HA HA HA" L'uscita in effetti suona proprio bislacca.
A un certo punto però il capo si acciglia, si gratta il mento, pensa. I suoi collaboratori più stretti se ne accorgono e assumono un'espressione seriosa e deferente, cercando di mascherare la confusione. Gli altri, meno esperti e pronti, continuano a ridere, ma non per molto. A poco a poco cala di nuovo il silenzio. E' però un silenzio molto diverso da quello precedente.
"In effetti è un account da non perdere, un ottimo affare. E poi tutti i clienti in uscita e in entrata sarebbero costretti a passeggiare tra la sua merce esposta...una mossa di marketing fantastica, potremmo fargli pagare un affitto da capogiro!" 
Questo che ha parlato è il capo. Ora tutti annuiscono, sembrano aver capito, chissà cosa poi. L'idea di sostituire l'entrata con un negozio non fa più ridere a nessuno. Anzi, è stata promossa sul posto a colpo di genio, pur se involontario.

Il giovanotto diventerà il braccio destro del capo, il suo salario sarà quintuplicato. A partire dalla riunione successiva tutti gli altri sfigati proporranno le idee più strampalate sperando in una botta di culo della stessa portata. Ovviamente in breve l'azienda fallirà per eccesso di stupidità. Steve Jobs avrà avuto torto, almeno per quanto riguarda lo "stay foolish". Sullo "stay hungry" invece ci ha visto dentro. La fame infatti è ciò che proveranno quei cialtroni dopo aver perso il lavoro.

Un po' anche dispiace. Ma che cazzo, si sono venduti l'entrata...l'entrata! Per non parlare dell'uscita.

KL Monorail: il mezzo di trasporto più tenero al mondo - Kuala Lumpur, Malesia

Il musetto da topolino della KL Monorail

La Monorail di Kuala Lumpur sembra quasi un giocattolo, un modellino di metropolitana, una sopraelevata della Lima. Con quelle sue stazioncine, le tensostruttirine, le lucine, i cartellini segnaletici, i semaforini, le scalette per spostarsi tra i binarietti, i vagoncini, il musetto da topolino, i faretti, i sedilini, le porticine, gli allarmini che ne segnalano la chiusura, la vocina che annuncia le fermatine, le ruotine, le rotaiette, tutte quelle curvine che rendono il percorsino così tortuoso. Già, perché la Monorail, piccina, ha dovuto adattarsi a tutto e niente in città si è spostato di un centimetro per farle un po' di posto. Come se non bastasse le hanno dato soltanto una rotaia: per un mezzo del genere due erano in effetti troppe.

Nella vicina Bangkok la Monorail ha un cugino: il massiccio, sicuro di sé, superbo Skytrain, che avanza con fierezza in linea retta sopra le direttrici principali della città: poche le curve e gli ostacoli da aggirare.

La Monorail invece sembra quasi uno scherzo, o meglio, uno scherzetto. Ma dopotutto è così tenera: ogni volta che sali a bordo è come se un fantasma ti pizzicasse gli angoli della bocca tendendoti un gran sorriso sul volto. E più avanzi verso l'interno più le sue dita tirano e più il sorrisone si espande. Caldo torrido, piogge monsoniche, traffico e smog, la situazione all'esterno può anche essere disperata ma la Monorail di KL non ti tradisce mai: quando la utilizzi ti prende sempre il buon umore.

L'onta della business class - Da Bangkok a Kuala Lumpur


Ne avevo sempre sentito parlare come scelta di qualità, come compensazione per problemi di overbooking o sedili danneggiati, persino come scorciatoia per stringere conoscenze utili. Ero però sempre riuscito a starne alla larga, io, membro orgoglioso del popolo rozzo, animato da selvaggia avversione nei confronti dei vezzi degli arricchiti: il golf, i circoli esclusivi, le auto pacchiane, i monili, le villette borghesotte, e, per l'appunto, la business class. Alla fine però, dopo anni di viaggi scomodi e polverosi, carri bestiame, convogli per prigionieri, pullman in bilico sul ciglio di un precipizio, attese prolungate in terra di nessuno e trafile noiose per clandestini alla dogana, mi è toccato subirne l'umiliazione. Io, quello che si lamentava per averci messo solo 32 ore da Venezia a Bangkok, ripromettendosi per compensare di farlo un giorno via terra. Proprio io, sì, infilato di straforo in business class. Non per mia scelta, sia chiaro. Quelli dei corsi l'hanno tirata per le lunghe, si sono ridotti all'ultimo momento e visto che i posti in economy erano tutti esauriti sono stati costretti a prenotarmene uno nella classe superiore. L'alternativa era quella di non avere un insegnante al primo giorno di lezione: francamente impraticabile.

E così mi sono ritrovato stordito da un susseguirsi di privilegi di cui non avevo mai sentito la mancanza: banco preferenziale al check-in, premier lane alla dogana in uscita, la sala d'attesa di lusso, i priority seat al gate, la precedenza all'imbarco, il divano volante, l'ampia scelta di riviste patinate, le hostess che si fermano a fare conversazione (non mi avete mai cagato quando stavo stipato tra gli altri passeggeri-sardine lì dietro, siete a caccia di un marito ricco? Continuate pure a cercare...), l'aperitivo dopo il decollo, la frutta secca selezionata (meno del 30% di arachidi!!! Non è fantastico?), la tovaglia di broccato, le posate in tungsteno, i bicchieri di cristallo, il vicino che sorride, ringrazia e annuisce come uno studente di Eton e di nuovo la premier lane alla dogana in entrata. Se mi avessero sgamato a camminarmi le poche centinaia di metri che separano la stazione della navetta dall'alberghetto, con il borsone e la chitarra a tracolla, mi avrebbero bandito dal circolo del lusso a vita.

Oh intendiamoci, sono comodità eh, dettagli che indubbiamente ti cambiano il viaggio. Anzi, che non ti fanno proprio sentire in viaggio. Ma io devo comunque parlarne male: sono capricci che non fanno per me a cui però si fa presto ad abituarsi. Quando mi imbatto in qualcosa che luccica un po' troppo...preferisco adottare la diffidenza dei pezzenti.

Foto di caribb (CC)

Essere eroi può anche non bastare


Nonostante vi trovi spazio qualche bufala di troppo Facebook può essere utilizzato per diffondere delle storie interessanti. Ma soprattutto autentiche. Questa per esempio.

Durante la seconda guerra mondiale una signora polacca, Irena Sendler, salvò 2500 bambini ebrei da morte certa per mano dei nazisti, tirandoli fuori di nascosto, a piccoli gruppi, dal ghetto di Varsavia. Alla fine fu scoperta, torturata e condannata a morte. Condanna a cui riuscì per fortuna a sottrarsi. Nel 2007 fu tra i nominati per la vittoria del Nobel per la Pace, con l'appoggio ufficiale dei governi di Polonia e Israele. Non vinse: le 2500 vite innocenti che ha salvato, i rischi che ha corso, il coraggio, le torture sofferte, la condanna a morte scampata e le sponsorizzazioni illustri non sono bastate. Per la commissione c'era infatti quell'anno un candidato più meritevole: l'ex vice presidente americano Al Gore. Sì, non ho scritto male, avete letto bene. Il Nobel per la pace nel 2007 non andò a Irena Sendler, bensì ad Al Gore. Colui che riuscì a dilapidare l'enorme vantaggio che i democratici avevano alla fine della presidenza di Bill Clinton, permettendo al mediocre George W Bush di vincere le elezioni e fare il bullo in giro per il mondo per otto anni. E che si è poi messo a girare film.

Avevo già espresso dei dubbi sulla credibilità del premio quando lo vinse Barak Obama. Per fortuna la proposta per la nomination di Silvio Berlusconi non ebbe successo, se non nel suscitare grande ironia e sonore risate (comprese le mie). Ma Al Gore al posto di Irena Sendler è inquietante. Se questo è il modo in cui la commissione sceglie i vincitori il premio è soltanto un mucchio di spazzatura.

La leggenda dei poliziotti tedeschi "buoni"


Manifestanti e polizia si sono scontrati in varie città italiane. Il paese, come al solito, si spacca su questioni del genere: chi ha ragione, chi ha torto...probabilmente la verità è che sia tra i dimostranti che tra gli agenti si annidano degli esaltati poco interessati alla questione centrale e desiderosi di far cagnara, esibirsi e menar le mani. Un po' come quei tizi che stanno allo stadio a petto nudo, megafono in mano, sciarpa in faccia e spalle sempre rivolte al campo da gioco. Ma non è su questo che volevo soffermarmi.

Molti utenti di Facebook hanno deciso di rispolverare una foto vecchia di qualche mese, scattata a Francoforte, nella cui didascalia si sostiene che gli agenti tedeschi si sarebbero tolti i caschi e avrebbero marciato a fianco dei manifestanti.

La foto, o perlomeno quel tipo di interpretazione, è un falso. Dimostrato dal quotidiano online linkiesta.it in quest'articolo pochi giorni dopo lo scatto, che risale a maggio '12. A provarlo ci sono le dichiarazioni dell'inviato del giornale, del fotografo di AP e degli stessi leader della manifestazione.

Ma a chi diffonde fesserie in Facebook questo non importa. L'importante è darsi delle arie da saputello terminando il post con un "ITALIANI SVEGLIA!!!" strillato in stampatello. Continuando nella vita reale a dormire sonni tranquilli. E allora...sogni d'oro!

Soi Country Club, il posto giusto per l'adulterio - Pattaya, Thailandia


Il nome è fuorviante: Soi country club. Soi in thailandese significa vicolo, ma questa è una strada, lunga e battuta, che scorre tra negozi, ristoranti, villaggi, un golf e un polo club, un maneggio, lo stadio del Pattaya Utd e un lago - il Mabprachan - meta per scampagnate pomeridiane, ma anche notturne. Proprio così, notturne. Lungo la riva meridionale ci sono infatti file di bar con donnine che se approcciate non oppongono certo una resistenza da fortezza medievale assediata, e poi birra, musica, biliardi, persino i ladyboy, proprio come nelle zone a luci rosse del centro. Appunto, ma chi ci viene fino a qui, dal centro? Chi si fa dieci chilometri per godersi una versione scadente e limitata di ciò che può trovare anche a cento metri da casa? La risposta la sa chi vive qui da anni: sono quegli uomini, fidanzati o sposati, che hanno bisogno di un luogo sicuro dove abbandonarsi senza paranoie ai piaceri dell'adulterio. L'area infatti offre anche motel a ore e centri sauna/massaggi dove le mani - e magari qualcos'altro - di altre donnine compiacenti si concentrano su ogni parte del corpo dei loro clienti.

Altri due chilometri e il ronzio della moto viene parzialmente attutito dagli schiamazzi dei bimbi di una scuola. Qui il mezzo non è il solo a rallentare: anche il progresso scala e avanza a marce ridotte. Non è una questione di tecnologia o di mode, bensì di dettagli e atmosfera: la polvere argillosa, le ciabatte, i tetti di ondulato, i pali sbiechi ricavati dal bambù, il conflitto fra quelle catapecchie e la vegetazione circostante che sembrerebbe quasi essere ancora in bilico. C'è aria di Cambogia, di Laos, forse addirittura di Birmania, proprio qui, nel vecchio Siam!

Poi un camion sbuffa fumo nero e alza un polverone. Tempo di riprendersi ed è già un torrente in piena di moto, auto, semafori, con vortici di clacson, fischietti e calcestruzzo, che sfocia schiumoso nel bacino a sei corsie di Sukhumvit, con i suoi megamall, gli ipermercati, gli svincoli, gli incroci, le aree di servizio.
E’ di nuovo l'inizio...è già la fine.

Satira censurata...brutta storia!


Una scrittrice italiana ha fatto un viaggio in Thailandia. Incuriosita e divertita da alcuni aspetti del mercato del sesso di quel paese ha avuto un'idea: creare un blog sulla sua cittadina, Camogli, puntando il dito contro autorità, esercenti e cittadini colpevoli di averla in un certo senso sedata, riducendo al minimo le attività, gli eventi, i luoghi e opportunità di incontro, inibendo in questo modo la vita sociale del centro, trasformato, a suo modo di vedere, in un deserto dal lunedì al venerdì.

L'autrice si è immaginata un'inverosimile operazione di rilancio del turismo locale, convertendo Camogli, la località ligure che diede il nome al famoso panino dell'Autogrill, in una fantasiosa città del sesso, come recita appunto il titolo del blog.

Una provocazione portata avanti con una serie di post satirici in cui la centralissima Via Garibaldi diventa la versione italiana di Walking Street (la celebre via a luci rosse di Pattaya), i lampioni sono utilizzati come pali per il pole dancing da donne qualunque desiderose di dare sfogo alla propria vanità, agenzie immobiliari, ristoranti e birrerie sono tramutate in go-go bar popolati da graziose thailandesi o night club con sale privé in cui è possibile incontrare seducenti russe dalle cosce buone, due attori porno recitano in un video pubblicitario a doppio senso, il parroco viene arrestato e mandato in esilio per attività sediziose, il Trota decide di fare da testimonial all'iniziativa e lo storico gemellaggio con la teutonica Tuningen viene stracciato e sostituito da quello con Phuket, la perla delle Andamane, una scelta più consona al nuovo corso cittadino. Non mancano poi allusioni a problematiche più serie come l'abbandono a se stesso dell'ex ospedale (per cui viene proposta la conversione a Cinecittà del porno) e le inserzioni per posti da barista, cassiera o lavapiatti nei locali a luci rosse riservati a cittadine italiane con ottima conoscenza dell'inglese e possibilmente una laurea in discipline umanistiche. 

Risultato: non solo risate a crepapelle ma anche proteste e addirittura minacce di ricorsi alla giustizia di gente che o non ha colto il senso costruttivo del blog, o manca totalmente di senso dell'umorismo o ancora ha la coda di paglia e si sente in qualche modo minacciata dal successo dell'iniziativa. Grottesco, ma questo non è soltanto un problema di Camogli: l'Italia è piena di centri in via di desertificazione a causa dell'atteggiamento arrogante di nuovi ricchi che pretendono di avere la botte piena e la moglie ubriaca, ovvero la casa nel palazzo d'epoca con balconcini sulla piazza centrale e il silenzio spettrale di una brughiera nebbiosa ad autunno inoltrato, della mancanza di lungimiranza e di rispetto delle tradizioni di autorità distratte, demotivate e svogliate, dell'opportunismo di alcuni avidi esercenti. 

Il link al blog lo trovate qui. Purtroppo proprio mentre scrivevo questo post il contenuto più divertente e criticato è stato oscurato (speriamo solo in via temporanea). Dateci comunque un'occhiata e se vi va sostenete l'autrice.

Fresco come una rosa - dintorni di Urumqi, Cina

Un tizio che si fa una ronfata in strada a Saigon
Ricordi dell'estate 2006

Ehi, guardate lì!
Gli altri si avvicinano al finestrino e osservano stupiti, in silenzio per qualche secondo. Poi, a poco a poco, il turbamento si fa spazio nel gruppo.
Ma è caduto! Forse è ferito, bisogna fermare il pullman e soccorrerlo!
Avrà avuto un malore!
Magari un incidente!
No, no, sta solo dormendo…
Ma come, dormendo? Per terra? Sulla strada? Non è possibile…
Guardate attentamente. La bicicletta e il carretto a rimorchio sono parcheggiati bene, lungo il ciglio della strada e anche l'uomo è steso sul terriccio a lato della carreggiata, parallelamente alla direzione di marcia. Inoltre ha messo qualcosa di morbido sotto la testa e ha cercato riparo all'ombra delle fronde. Dunque dorme. Certo, da noi non lo farebbe nessuno, ma qui, in questa strada di campagna nello Xinjiang, ha senso. Ti viene sonno, quindi dormi, dovunque ti trovi. Al netto di perbenismo e regolette ipocrite se ci pensate ha anche la sua logica. Magari non è sicurissimo, ma i cinesi sono un popolo tanto anarchico quanto ardito, e questo tipo di pericolo per loro è di scarsa rilevanza. 
Magari è sveglio dalle 4 di notte, un riposino non può fargli che bene. Fra un po' si sveglia, salta in sella e si rimette a pedalare verso casa. Fresco come una rosa.

La fine del mese - Pattaya, Thailandia


A volte le circostanze producono dei problemi. Nell'ambito di questi problemi nasce poi qualche detto particolare, che cattura, magari anche con un pizzico di ironia, uno scorcio di un'epoca. In Italia i tempi di crisi hanno generato l'espressione non arrivare a fine mese. Si tratta di una metafora, di un piccolo gioco di parole, infatti se tradotta letteralmente in inglese risulterebbe incomprensibile alla maggior parte dei madrelingua. In realtà a fine mese, tranne casi estremi, ci si arriva comunque. Quel che non ci arriva è l'ultimo stipendio percepito. Ma è davvero così?

Ho l'impressione che, casi limite, reali e tragici a parte, la maggior parte di chi la utilizza si stia dilettando con uno degli hobby preferiti dagli italiani: la drammatizzazione degli eventi.
Se è pur vero che con gli effetti della crisi e la crescita dei prezzi il potere d'acquisto di uno stipendio tende necessariamente a diminuire, va anche notato che in molti non si fanno comunque mancare l'abbonamento alla TV satellitare, il telefono touchscreen, l'automobile fighetta, lo scooter, l'aperitivo in piazza, la cenetta fuori, le scarpe carine, i jeans alla moda. Mettendo da parte qualche vezzo a fine mese probabilmente ci si arriverebbe senza bisogno di entrare in apnea.

R, un italiano venuto a trascorrere qualche mese in Thailandia, ha conosciuto T al banco della frutta presso il quale lavora. Hanno cominciato a frequentarsi, T lo va spesso a trovare al suo albergo ma anche a R è capitato di vedere dove vive lei. Un monolocale in un condominio, anzi sarebbe meglio dire un minilocale, visto che si tratta di un cubicolo di quattro metri per tre.

Il punto è che non ci vive da sola, ma con le sorelle, quattro in tutto. Poi ci sono tre bambine, una delle quali sua. Di figli queste donne ne hanno anche altri - avuti spesso con uomini diversi, tutti volatilizzatisi. Sono sparsi qua e là per il paese, a casa di genitori, suoceri o parenti. Si tratta di tipici casi di ragazze madri thailandesi, diffusissimi soprattutto nelle province meno sviluppate. Le sorelle magari sono pure sorellastre, visto che la madre (ma anche il padre) potrebbe aver avuto la stessa sorte delle figlie.

Facciamo dunque loro i conti in tasca per capire come mai sono costrette a viversi addosso in quel modo. L'affitto del buco costa 3500 baht al mese, meno di 100 euro. Poco, penserete voi. Beh, non se si viene a scoprire che T lavora dodici ore al giorno per guadagnare 250 baht (6 euro e qualcosa). Certo la vita costa poco qui, ma non più così poco come un tempo. Per questo vivono in sette o otto in dodici metri quadrati, chi dormendo sul letto, chi a terra, chi sul ventre della madre, senza TV, frigo, aria condizionata, sedie, tavoli, con uno stendibiancheria per armadio. Eppure loro a fine mese ci arrivano, magari a calci in culo, ma ci arrivano. Senza alcun aiuto dello stato. E pure con un sorrisone sulla bocca. Si arrangiano, sopravvivono, fanno mille lavori, temo che alcune di loro siano già state tentate dai guadagni facili della prostituzione, anche se non sono ancora precipitate dentro quel burrone. Certo, sognano un lieto fine alla Pretty woman dei poveri, ma se non arriva va bene lo stesso. Sarà la solita questione di karma.

Credo che molti italiani dovrebbero fare un salto da queste parti, sacrificare un paio di giorni di spiaggia nel bel sud e cercare di imbattersi in qualche caso del genere. Tornerebbero in Italia più ottimisti e con la voglia di affrontare la crisi senza lamentarsi tanto per il gusto di farlo.